La normalizzazione della violenza: tra fatti molto gravi, un piccolissimo segnale di cambiamento?

Da anni, grazie anche alle pagine di questo blog (ma non solo), si sta diffondendo una maggiore consapevolezza di quanto la società in cui siamo immers* e il “linguaggio” con cui parliamo, siano volti a normalizzare, in un certo senso, la violenza contro le donne. Le donne sono spesso narrate come vittime destinate, in quanto donne, perché la natura avrebbe voluto l’uomo aggressivo e la donna no, o, al contrario, la vittima di violenza di genere viene vista come una donna provocatrice, colpevole in qualche modo, di aver attirato su di sé la violenza maschile e quindi assistiamo ai soliti articoli di giornale, in cui si sprecano le giustificazioni: “gelosia”, “raptus”, “disoccupazione”, “depressione”, ecc (da questo, la necessità e l’urgenza che ci ha spinte a creare #GiornalismoDifferente).

Ritengo necessario tornare su questo argomento, perché alcuni recentissimi fatti (di cui un paio tratti dalla cronaca italiana e uno, invece, di mia personale esperienza, in quanto operatrice di un centro Antiviolenza), mi inducono alla riflessione.

Da qualche settimana, sui social e poi via via anche in alcuni articoli giornalistici, è venuto alla luce lo squallido fenomeno dei gruppi chiusi su FaceBook, creati al fine di poter liberamente insultare alcune ragazze o donne alle quali vengono “rubate” foto dai vari profili e messe in comune tra gli/le utenti dei gruppi, all’insaputa delle stesse vittime.

I commenti che si possono leggere sono talmente violenti e gravi e tutti a sfondo sessuale, che si è parlato di “stupro virtuale”. Non è mia intenzione riportare i commenti di quei gruppi, penso che se ne sia già ampiamente dibattuto fuori e dentro la rete. Quello che mi importa è condividere qualche riflessione: come è possibile che gruppi come questi possano trovare un terreno fertile? Che possano essere creati, tollerati, condivisi, frequentati? Sono gruppi violenti. Usano un linguaggio violento, modalità violente, espressioni violente. Eppure sono molto frequentati. Possibile che tra i vari utenti aggiunti non ci fosse nessuno che si soffermasse a pensare a quanto stava facendo, agli effetti delle sue parole, alle conseguenze? La violenza dei commenti non veniva percepita tale.

Se la violenza agita non viene considerata per quello che è, significa che viviamo in un contesto in cui non solo essa è “giustificata”, ma è anche considerata “normale”. E’ normale insultare una ragazza e considerarla solo come un corpo da usare, anche perché, come da anni denunciamo (non solo noi), in TV, nelle pubblicità e nei media in generale, le rappresentazioni del femminile non ci dicono qualcosa di molto diverso(Altri esempi: qui, qui e qui). Corpi e pezzi di corpo femminili, sempre disponibili, perennemente violabili.

Le cose non vanno meglio anche se prendiamo in considerazione persone e enti titolati per avere una funzione educativa e che, quindi, a differenza degli “webeti” misogini e violenti che impazzano sui social, dovrebbero essere molto più consapevoli sul cosa significhi “violenza”.

Invece no. Anche in questo caso, la cronaca ci riferisce di messaggi che normalizzano la violenza.

Se una bambina di sette anni viene picchiata (tanto da riportare una costola incrinata) da 4 compagni di scuola, tutti maschi e tutti più grandi di lei, al grido di “Le femmine devono pulire i pavimenti e non studiare”, mentre gli aguzzini cercavano di costringerla a raccogliere della carta da terra con la bocca, di che cosa stiamo parlando? Di bullismo sessista. DI violenza di genere. Di violenza del gruppo maschile, contro la vittima, più piccola e di sesso femminile. Cosa non è chiaro?

Eppure, a leggere le dichiarazioni della scuola (Il collegio San Carlo, di Milano), c’è da restare senza parole: “normali dinamiche di gioco”, “eccesso di vigoria di quattro compagni maschi” e di “contusioni di contenuta entità”.

Ancora un crudele esempio di come sia considerato “normale” e quasi “inevitabile” finire in ospedale, se sei femmina, perché si tratta solo di “un gioco normale” o di una “naturale vigoria maschile” che non può (e non deve?) essere contenuta.
Sul caso prende la parola anche un docente dell’Università Cattolica di Milano, un sociologo: Luca Pesenti
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Grazie a Simona Sforza, per lo screen shot

Il fatto di sessismo e di violenza viene definito “brutta storia”, le lesioni riportate dalla bambina sono “più gravi del dovuto” (???) e gli eventi sono “normali dinamiche di scuola elementare”. Normali. Già. Anche per lui, sociologo, docente (!) picchiare una bambina (4 maschi di 10 anni contro una bambina di 7, ribadiamolo) è “normale”. Per di più, secondo questa mente eccelsa, chi rischia di riportare i danni maggiori sono proprio i 4 aggressori, ai quali, secondo lui, si sta usando violenza, perché il loro “normale gioco” viene definito con parole come “bullismo, violenza o branco”. Secondo lui sono parole fuori dal mondo. Mentre non lo è, ovvio, intimare ad una bambina di raccogliere carta da terra con la bocca, perché “le femmine devono pulire i pavimenti e non studiare”.

Stesse dinamiche di sempre. Del nostro peggiore giornalismo. Della mentalità di questo Paese che indica ancora come normale che una donna venga picchiata o ammazzata se “non fa la donna”, se “pretende” dignità, se vuole studiare, emergere, lavorare, avere una autonoma vita amorosa, sessuale, professionale. Anche se la vittima ha 7 anni. E anche in questo caso assistiamo al rovesciamento delle colpe: non è colpa dei ragazzini o della scuola, o della società e dei messaggi e della cultura che essa esprime. A soffrire davvero, in questa vicenda, sono i 4 poveri bambini che ora, a causa di Repubblica e di Selvaggia Lucarelli, degli avvocati che usano parole come “violenza”, sono diventati le vere vittime. (Secondo Costanza Miriano, in un certo senso siamo artefici della nostra infelicità, noi donne, perché non siamo più madri).

Cos’è, dunque, la violenza? Come la possiamo individuare con chiarezza? Quale o quali sono gli elementi che la caratterizzano e che la differenziano da normali dinamiche conflittuali?

In parole povere, in cosa la violenza (di genere) si distingue dal confitto?

La risposta principale è una: nel rapporto violento non esiste parità, nel conflitto invece sì. In un rapporto conflittuale, i due membri hanno lo stesso “peso”, sono sullo stesso piano. Non esiste una prevaricazione.

Ma guardiamo i due fatti esposti.

Nel primo, quello dei gruppi violenti e misogini su FB, esiste la parità tra chi insulta, aggredisce e stupra virtualmente e chi subisce tutto questo?

No. Perché le ragazze insultate sono state “scippate” delle loro foto, perché non sapevano quello che stava succedendo e dunque non potevano nemmeno essere consenzienti, perché erano “tutti contro una”, perché il linguaggio usato era quello della violenza e dello stupro.

Nel secondo caso, c’era parità tra la bambina e i suoi compagni?

No: lei era sola, loro 4. Lei era piccola, loro più grandi. Lei ha riportato lesioni fisiche (e non solo). Il linguaggio era quello del patriarcato….

Questa differenza del conflitto dalla violenza è basilare, fondamentale.

Guardiamo al campo più ristretto della violenza domestica, la fattispecie più frequente della violenza di genere (contro le donne). In questi campi, per le donne, molto spesso è difficile riconoscere la violenza, chiedere aiuto. I fattori che impediscono alle vittime consapevolezza e autodeterminazione nel chiedere sostegno sono molteplici, ma non mi interessa, adesso, analizzarli. Cosa succede quando la vittima chiede aiuto? Quando si reca presso chi dovrebbe tutelarla, aiutarla? 

Se esiste un conflitto in famiglia e nella coppia, si può ricorrere con successo alla mediazione familiare, adatta e auspicabile (anche) per le famiglie che stanno vivendo problematiche che non riescono a gestire e a superare autonomamente (mediazione coniugale) ma hanno bisogno di un aiuto che le supporti nella nuova definizione di un assetto familiare sereno. Perché questo percorso sia utile, occorre che le problematiche che non si riescono a gestire non siano quelle tipiche della violenza. Bisogna, in parole povere che non esista prevaricazione, che non ci si trovi di fronte ad un rapporto disequilibrato, che non ci sia un soggetto che domina l’altro. Presupposto della mediazione coniugale è che i due coniugi, i due membri della coppia abbiano un potere uguale, paritario, che non esista un membro soggiogato o sottomesso, che non vi sia tutto il potere nelle mani di uno solo.

Il conflitto si può mediare. La violenza mai. Se nella mia coppia, lui vuole sempre decidere tutto, controlla come mi vesto, con chi esco, le cose che faccio, se lui pensa di avere il diritto di farlo, se quando non faccio quello che lui vuole mi insulta, deride, svilisce, umilia o mi picchia, mi strattona e mi minaccia, seppure, qualche volta, io tenti di reagire, ma la mia dinamica relazionale è quella, allora siamo in presenza di un rapporto violento. E la mediazione non può essere applicata. Non deve nemmeno essere suggerita.

Questo è uno dei cardini, dei perni con i quali si lavora nei centri antiviolenza e, anche se sembra stranissimo, va continuamente ribadito e riaffermato con forza. La differenza tra conflitto (normale) e violenza (“patologia sociale”) deve diventare patrimonio comune di tutte le realtà che lavorano con le donne vittime di violenza, perché la mediazione familiare applicata ad un rapporto violento, non solo non è utile ma può fare (anzi FA) danni, anche molto gravi. Purtroppo, l’esperienza pluriennale che ho maturato con le donne vittime di violenza, mi ha insegnato che per molt* operatori/operatrici del settore (consultori, FFOO, servizi sociali, ecc.), è ancora difficile capire quando sia utile applicare la mediazione, perché troppo spesso, quando una donna racconta di subire aggressioni (verbali o fisiche) le viene detto che si tratta di “normali dinamiche di coppia”, di “conflitto presente in ogni relazione” e le si suggerisce la mediazione.

Concludo questo post, con uno spiraglio di speranza. Chiedo scusa, ma devo necessariamente essere vaga e non dare riferimenti certi, perché la sentenza cui accennerò non è ancora definitiva, i fatti sono troppo recenti e le parti in causa ancora troppo vulnerabili. Ed è per tutelare la privacy di tutte le persone coinvolte che non posso indicare con precisione la sentenza, né raccontare i fatti con completezza.

Mi impegno, una volta conclusasi la vicenda giudiziaria, a modificare il post, con tutti gli estremi utili per una maggiore chiarezza.

Quello che mi limiterò a dire è che, in una recente sentenza del Tribunale penale della città in cui ha sede il centro antiviolenza in cui lavoro, la giudice ha stigmatizzato come non conforme ai protocolli con cui si devono affrontare i casi di violenza domestica contro le donne, il ricorso alla mediazione familiare (che invece, in quella particolare vicenda, era stata messa in pratica, con gravi conseguenze).

Un’autorità ha sancito (finalmente!) che la violenza non è conflitto e che, quindi, non è e non può essere “una normale dinamica” domestica. Né – aggiungo io – a scuola, sui social, sul lavoro, né in nessun altro luogo.

 

 

Un pensiero su “La normalizzazione della violenza: tra fatti molto gravi, un piccolissimo segnale di cambiamento?

  1. La bambina è la vittima ma i bambini? Loro dove avrebbero imparato a comportarsi in tale modo? Temo che la bimba picchiata sia solo la punta di un’iceberg.

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