Come si vende la carne

Questo è un post del 28 marzo 2013, ma in continua evoluzione perchè ( purtroppo ) continuamente alimentato da pubblicità che meritano una segnalazione.

Gira da un po’ in rete la nuova pubblicità di un noto fast ( junk ) food, Carl’s jr, non ancora in Italia, con protagonista la modella Heidi Klum in sottoveste di seta che si strafoga un mega panino con fare da gatta, leccandosi le labbra, ciucciandosi le dita e imboccando sensualmente un uomo anonimo che la osserva su una poltrona.

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Nella realtà, una donna che dimostri tale eccitazione per un panino e che lo attacchi con tanta sensuale malizia, questa donna avrebbe seri problemi di relazione e probabilmente un colesterolo molto alto.
Invece l’uomo della pubblicità non si scompone, anzi. E quello reale?

Analizzando il modo in cui si vende la carne, ricorre spessissimo la sessualizzazione dell’atto del mangiarne.
Così come per le pubblicità dell’insalata si usano per lo più come testimonial donne sorridenti e dai colori pastello, per la carne, soprattutto quella da fast food, le testimonial sono sempre soprattutto donne, ma è un tripudio di tette e lingue, di sguardi ammiccanti e riferimenti sessuali. Insomma, l’utente medio a cui si rivolge la pubblicità della carne sembra essere un uomo sessualmente attivo e che ama un hamburger quanto due tette ben esposte. Come appartenessero allo stesso campo culturale.
La carne è mascolinizzata, la brace è il regno del maschio in camicia a quadretti, questo le industrie sembrano volerci sussurrare.

Anche le precedenti campagne di Carls jr suggerivano questa semantica. In bikini, davanti a enormi fuoristrada, leccandosi il ketchup dai polsi o sedute composte tra una profonda scollatura e un’insalata di pollo, questa la strategia comunicativa dell’azienda.

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L’uso dell’immagine femminile è contradditorio.
Vorace, ma in perfetta forma – col beneficio del fotoritocco o del fatto che a nessuna di queste donne sia davvero concesso mangiare quel che vuole. Divoratrici di carne, ma magre. Non c’è nemmeno una donna paffuta a dimostrazione dell’apprezzamento per il cibo.
Forse perchè questo, tra l’altro, è cibo “artificiale” che non alimenta davvero i corpi, che non ne rende sani portatori di ciccia.

Il picco è forse il duo lesbo chic per il maschio etero, bionda e bruna in versione country.  E bandiere statunitensi.

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La carne è maschia. E per venderla servono delle belle figliole.

Mc Donald’s in Giappone ad esempio ha sostituito il noto pagliaccio con questa testimonial.

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Burger King ha pensato che tra le fiamme del barbecue ci volesse una diavolessa con lo sguardo ingrifato.

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E poi il più geniale dei suoi pubblicitari ha lanciato la campagna più raffinata e sottile che un panino potesse sperare.

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Lo sfilatino indirizzato verso il volto plastificato di una donna dalle labbra rosse, aperte, in attesa di accogliere cotanto membro di proteine animali. Non solo quindi una donna deve praticare una fellatio a un panino perché questo sia appetibile, ma deve anche stare immobile, diventare una bambola gonfiabile e non divertirsi per niente.

Poi c’è Arby’s che invece sperimenta un altro grado di oggettificazione della donna.
Tramuta due hamburger in due tette pane e carne e le braccia, di una donna vera, le coprono, in maniera pudica. Sex is everywhere.

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Le Burger Brasserie sostiene invece di avere condimenti molto sexy.
In particolare ricordano una bionda nuda, di spalle.

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Per rimanere in tema di ketchup, la HEINZ crede che le crocchette si eccitino e abbiano grandi tette fritte mentre aspettano di essere ricoperte di salsa.

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Ma non è solo la carne da fast food ad essere trasformata in desiderio sessuale di donne assetate di manzo o essa stessa in oggetto sessuato.

Qualcuna ha voglia di salame?

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La pubblicità della Dodaro rende omaggio alle peggiori battute da scuola media quando non si trattenevano i risolini se una ragazza diceva “mi piace il salame”. Andando nello specifico comunicativo, la donna non ha volto, la donna è mani che si aggrappano a un sedere maschile, il senso della pubblicità non credo serva spiegarlo.
Non hanno resistito poi ad aggiungere sotto il lancio “effetti della Calabria” anche “effetti italiani”. Non sia mai ci guastiamo la fama.

Anche Salumeria Italiana ci tiene a dire la sua.

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Ecco l’evocazione di un atteggiamento materno, la frase “figlio unico” accanto a una ragazzotta mora che culla un prosciutto con sguardo adorante. Una madre tenera. Poi non hanno resistito e le hanno tolto i vestiti. È nuda.  La madre sexy di un prosciutto crudo?
Il senso stavolta non lo spieghiamo, perché non ne ha.

Su alcuni hot dog invece sono stampate nelle donnine in desabillè.

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Tutto ci ricorda che la carne è uomo. C’è la sagra della salsiccia reclamizzata da una ragazza nuda a bocca aperta

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E la festa della salsiccia con un branco di porci che insidiano la bella di turno

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Il macellaio Keller che invece si crede spiritoso

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E l’Osteria la Capannina che fa jackpot con la tenerezza tra uomo e donna vacca.
Di questa avevamo già parlato qui sottolineando come anche gli uomini siano sfruttati quanto le donne nel tentativo di indurre bisogni e stili di vita e comunicare per immagini manipolatorie.

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Sì, anche le mucche possono essere sessualizzate.  Perché non c’è mai limite all’applicazione dei canoni estetici

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Imporre la percezione erotizzata ad oggetti che ne sarebbero del tutto privi e liberi è quello che contraddistingue in questo senso anche i costumi di Halloween da sexy hamburger e sexy hot dog ( ogni cosa al mondo può essere sessualizzata ) di cui già avevamo parlato qui 

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La carne è un dominio maschile, che sia venduta da una multinazionale, dal macellaio locale o nella sagra di paese. O persino che la si usi come un vestito di Halloween. La carne è legata a cosce scoperte e sguardi ammalianti, a  cameriere disponibili allo sguardo e panini che possono diventare tette da mordere. Sotto ad esempio, il look tipico della cameriere di Hooters, la catena di fast food carnivori conosciuti in tutto il mondo per avere procaci cameriere poco vestite e molto sorridenti.

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Facendo un salto indietro nel tempo, sembra che la pubblicità della carne sia stata sempre legata a questo dominio, alla concezione dell’utenza maschile, alla donna al servizio della fame dell’uomo.

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Più vestite magari, ma anche le donne del passato erano usate dalla pubblicità della carne come testimonial in funzione dell’utenza maschile. Qui ad esempio rivestendo l’altro ruolo 0bbligato delle donne,dopo oggetti sessuali, le brave massaie.

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Sarà un problema dei carnivori?
No, a giudicare da moltissime campagne animaliste e contro il consumo di carne che assumono esattamente la stessa comunicazione.

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Senza entrare nel merito del conflitto comunicazione per il profitto vs. comunicazione politico-sociale, maaccade spesso che chi si oppone al mercato e alle aberrazioni della carne finisca per utilizzare lo stesso tipo di linguaggio.

Almeno in questi casi, dove non ci sono politiche economiche e di sfruttamento da supportare, ma da combattere, sarebbe positivo un po’ di cambiamento.

Aggiornamenti:  1. la pubblicità di una steakhouse su internet realizza il capolavoro della sessualizzazione alimentare, l’apice creativo del “come si vende la carne”. La bistecca vulva.
Un pezzo di carne capace di alludere ai genitali femminili, sorretto dalla sensuale modella armata di mannaia e adagiata, lei sì come un quarto di bue, sul tavolaccio di un macellaio. La modella poi indossa un miniabito, la gonna tirata su, le gambe alzate: il gioco di parole è con skirt steak, ossia un taglio particolare di manzo. Povera bestia, mai avrebbe immaginato di finire così rappresentato.

steak2. Zarè è il re della bistecca e anche dell’immaginario oggettivante. Esattamente come nella pubblicità della PETA con Pamela Anderson, qui la donna è sezionata tra i pezzi di carne di cui è composta.
Upgrade della Anderson: è nuda. E ovviamente di tre quarti, mostrando il sedere, la posizione della vulnerabilità, della disponibilità sessuale.
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