La narrazione di un femminicidio

Domenica scorsa è stata uccisa, vittima di femminicidio, un’altra donna: Sonia Trimboli, 42 anni.

Il femminicidio, ormai dovremmo saperlo tutt* è l’omicidio di una donna “in quanto donna”. Che significa? Vuol dire che la ragione per la quale viene uccisa è di natura culturale e che l’uccisore, spesso, è una persona che ha (o ha avuto o vorrebbe avere) un legame sentimentale con lei. Vuol quasi sempre dire che in quella coppia, o ex coppia, l’assassino decide di ammazzare la donna perché ella si è ribellata, o vuole ribellarsi ad un “ruolo” che le sta stretto. 

Sono operatrice di ascolto in un centro antiviolenza e spesso seguo corsi di aggiornamento, convegni, laboratori in tema di violenza di genere.
Uno dei corsi più interessanti è stato in tema di, appunto, violenza domestica e di “valutazione del rischio”.

Esiste un sistema molto efficace ed avanzato (c.d. “Metodo S.A.R.A.”) che serve per cercare di capire quante possibilità abbia una donna vittima di violenza ripetuta o di stalking, di essere uccisa. Non mi dilungherò nella spiegazione di questo metodo, ma quello che mi preme comunicare è che, tra i parametri di valutazione dei rischio che riguardano il maltrattante, si trovano anche l’uso di alcol e il consumo di stupefacenti, ma, badate bene, essi non sono la causa del maltrattamento, ma semplicemente elementi aggiuntivi che aiutano la donna ad avere una dimensione il più precisa possibile del rischio che ella corre all’interno di quella relazione. Mai, invece, compaiono “raptus”, “passione” o “gelosia”: non sono cause scatenanti una violenza, non sono fattori di rischio. Non sono niente.

Eppure, noi sappiamo benissimo che i nostri media, quando narrano di femminicidio, utilizzano sempre queste parole, queste espressioni, questi elementi che sviano l’opinione pubblica, che la manipolano, che la orientano in modo errato. E sappiamo anche che spesso, nel racconto, si introducono particolari che non hanno niente a che fare con la sostanza del fatto, per esempio (pensando al caso Pistorius recentemente tornato alla ribalta nella cronaca) descrivendo la vittima come “bella e sexy”, o, come in alcuni casi avvenuti un paio di anni fa, nella mia città, sottolineando che l’assassino “era disperato”, “aveva perso il lavoro” con corredo di fotografie varie che sciacallano sull’aspetto avvenente della vittima o che ritraggono uomini con la testa tra le mani. Tante volte, invece che di un fatto di cronaca, sembra che si stia leggendo un romanzo.

Immagine di Anarkikka

Immagine di Anarkikka

Sappiamo che questo è cattivo giornalismo. Quando si parla di violenza di genere e di femminicidio (il culmine della stessa), non si deve cercare una giustificazione all’assassino, indicandolo come un uomo depresso e pieno di problemi, infelice perché la compagna l’aveva lasciato o geloso. E non si deve insistere sulla personalità della vittima, sul suo aspetto o sul suo stile di vita.

La violenza di genere ha una sola causa e va ricercata nella “cultura del possesso”. L’assassino uccide perché la vittima non accetta più il ruolo, le aspettative che egli aveva su di lei. L’assassino uccide perché la vittima non si adatta più ad un modus vivendi che egli riteneva essere quello giusto. La vittima, in parole povere, non vuole più “essere sua”, per usare un linguaggio adeguato ad esprimere la “cultura del possesso”.

“Non vuoi più vivere con me? Essere la mia compagna, mia moglie? Non vuoi più vivere secondo le mie regole? Vuoi uscire di casa, lavorare? Ti sei trovata un amante? Ecc…. E allora io ti picchio/uccido”.

Questa è la logica che sta alla base della violenza di genere.

E’ una questione, questa del linguaggio con cui si comunica la violenza di genere, cruciale e non solo di forma.

Il linguaggio infatti forma l’opinione pubblica e contribuisce a creare cultura. I giornalisti sono tra gli attori del cambiamento culturale che serve in Italia per contrastare la violenza di genere, eppure, anche nel caso cui accennavo all’inizio, due dei principali quotidiani italiani, hanno nuovamente utilizzato una modalità comunicativa errata e irrispettosa.

Il Corriere della Sera apre il suo articolo descrivendoci la personalità e lo stile di vita di Sonia Trimboli:

Sonia Trimboli soffriva di anoressia, droga, alcol; poi c’era l’amore o quel che ne restava, ed era insieme malattia e persecuzione.

E, appena più avanti:

Sonia, sposata e separata, senza più la mamma morta per malattia, con il padre ex dipendente di supermercati che vive in compagnia di un pastore maremmano e con un fratello che sta fuori Milano…

Questo modo di raccontare, tra l’altro in apertura, ci porta subito a pensare che Sonia fosse una sbandata, una povera malata, fragile, una persona già “perduta”. Come a sottolineare che la violenza di genere colpisce solo o soprattutto donne “fragili” o “sfortunate” e che, forse, visto che si drogano e assumono alcol, un pochino sono anche “andate a cercarsela”.

L’articolo del Corriere non migliora, proseguendo. L’assassino, Gianluca Maggioncalda, “supplicava Sonia di perdonarlo” quando la riempiva di botte e non si manca di sottolineare che anche Maggioncalda facesse uso di cocaina, di droga, anche lui, dunque, “uno sbandato” o, peggio “in balia delle sue emozioni”.

Ma la violenza di genere non riguarda solo “sbandati”, non è “un caso eccezionale” dovuto a personalità deviate, drogate o depresse come sembra volerci indurre a pensare il giornalista sottolineando questi elementi.

Gianluca e Sonia “non si lasciavano”, “stavano ancora insieme”, dunque lei, in qualche modo è corresponsabile, visto che non aveva interrotto il rapporto?

Non potevano mancare gli accenni alla “follia” e alla “gelosia”:

(Gianluca) ha confidato che era pazzo di gelosia e che l’ultimo messaggio, «l’ennesimo di un uomo», ricevuto dalla fidanzata sul telefonino, l’aveva accecato di follia. 

Né mancano, nell’articolo in esame, elementi romanzati che nulla aggiungono alla faccenda.

La Stampa non è da meno e, subito, trova il colpevole del femminicidio: la gelosia:

Sarebbe stata scatenata dalla gelosia l’aggressione che ieri è sfociata nell’omicidio della 42enne Sonia Trimboli

L’aggressore aveva precedenti per lesioni e minacce per un episodio risalente al 28 agosto 2014. Anche in quell’occasione sembra che alla base ci fossero motivi di gelosia. I vicini di casa hanno confermato che i bisticci nella casa erano frequenti. 

La gelosia non ha ucciso Sonia e i precedenti di cui si parla non erano “bisticci”.

L’intera vicenda è molto grave e non soltanto per come ce l’hanno raccontata i giornali.

Sonia era, da anni, vittima di violenza di genere da parte del suo assassino.

Quando Rashida Manjoo, relatrice dell’Onu sulla violenza di genere in Italia, ha redatto il suo rapporto, ha sottolineato che la violenza sulle donne in Italia è un “crimine di stato”:

Femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita 

Dov’erano le Istituzioni quando Sonia già in agosto aveva sporto denuncia?

Cosa hanno fatto, dal 2006 fino a domenica scorsa? I giornali ci dicono che già a partire da quell’anno erano note violenze di vario tipo, ai danni di Sonia.

Concludo con una riflessione. Quando si raccontano fatti di cronaca nera, come il femminicidio di Sonia, sarebbe giusto e doveroso, invece che dilungarsi sulla personalità di aggressore e vittima, sul loro stile di vita, soffermarsi a riflettere sul terreno sociale italiano, sul ruolo che le istituzioni hanno, facendo un’analisi seria e non romanzata.

Utile sarebbe mettere in relazione i vari casi di femminicidio o di violenza, sottolineandone le caratteristiche comuni, per evidenziare la matrice culturale che è la stessa in tutti i casi, smettendo di dipingere la violenza di genere come qualcosa che riguarda quella coppia particolare. La violenza di genere riguarda tutt* noi.

Sarebbe anche doveroso che venissero sottolineate le mancanze e le carenze delle istituzioni che dovrebbero intervenire, raccontare dei mancati finanziamenti ai centri antiviolenza, della carenza di case-rifugio, dell’opportunità di mettere in atto azioni efficaci e preventive.

I media non possono più ignorare le loro responsabilità e prendere consapevolezza del ruolo che essi hanno nella formazione dell’opinione pubblica e della cultura della società.