Donne e sport: rassodare sempre, professioniste mai

Ti siedi alla fermata dell’autobus e sul cartellone pubblicitario accanto a te appare il tuo peso.
E’ la pubblicità di una catena di palestre internazionali, Fitness First, nella città di Rotterdam, in Olanda.

fitness-first-fermata-rotterdamLo scopo è quello di mostrare alle persone che è tempo di iscriversi in palestra, visti i chili di troppo.

Andando dritte al punto, ci sono almeno tre motivi per cui questo tipo di campagna pubblicitaria è discriminatoria e muove su rappresentazioni sbagliate:

1. Bodyshaming. Vale a dire: umiliare il corpo altrui, manipolando psicologicamente la percezione che se ne ha. Proporre pubblicamente il peso di qualcuno a sua insaputa, invitandolo di fatto a rimettersi in forma, equivale a esporlo ad una gogna il cui messaggio è: guarda, il tuo corpo non va bene, devi modificarlo.

2. Ponderalismo. Le persone, di fronte al proprio peso, hanno frequentemente reazioni di imbarazzo e di disagio. Anche quando sono persone “normopeso”, affatto fuori norma, ma ancor di più quando la regola sociale è infranta e la magrezza diventa sinonimo di superficialità e cattiveria, il grasso di pigrizia e goffaggine.
Viviamo in una società in cui lo stigma per chi non rispetta i canoni estetici dominanti è comune e immediato. Dunque dire a chi siede a quella fermata  che il suo peso non va bene è di fatti un atto discriminatorio e stigmatizzante.

3. Fitness. Ciò che muove questa pubblicità è, di fatti, un presupposto sbagliato, cioè che in palestra ci si vada per dimagrire e che lo sport debba essere finalizzato alla forma fisica. La convinzione che muove la maggior parte delle persone, sicuramente delle donne, che affollano annoiate l’ultima lezione di GAG ( gambe, addominali, glutei ).

Difficile abbandonare questa erronea percezione abitando un mondo che ci comunica il contrario.
Un mondo in cui, mentre le palestre sono piene di donne di tutte le età intente a non far cedere i glutei ( diritto sacrosanto, ma che non dovrebbe essere l’unico motivo che spinge a fare attività fisica ) lo sport non riconosce nemmeno la professionalità femminile.

Le giocatrici di rugby dell’All Reds Rugby Romasquadra che  promuove  lo sport  popolare  come  momento  di aggregazione  fondato sull’antifascismo,  antirazzismo  ed  antisessismo, hanno diffuso in questi giorni una petizione su change.org dal nome “Donne nello sport? Dilettanti per regolamento!” indirizzata a Giovanni Malagò, Presidente del C.O.N.I.:

La battaglia per l’eguaglianza tra i sessi nel nostro paese ha almeno tre secoli di storia: a titolo di esempio nel 1874 le donne sono state finalmente ammesse alla istruzione universitaria, nel 1919 hanno potuto esercitare tutte le professioni e ricoprire impieghi pubblici; nel 1946 hanno votato per la prima volta; nel 1963 sono state ammesse nella magistratura. E Samantha Cristoforetti ci guarda dallo spazio.

Nel 2015, a causa dei regolamenti dell’Ente che Lei rappresenta, le donne sono ancora escluse dal professionismo sportivo. Vuole il CONI rappresentare l’ultimo presidio della diseguaglianza di genere nel nostro paese?.

[…] Molte federazioni sportive, infatti, hanno escluso esplicitamente le donne dall’area del professionismo: il caso più eclatante è quello del calcio, ma anche la pallacanestro pone molti limiti, non permettendo alle donne la partecipazione ai campionati nazionali.

La risoluzione 5 giugno 2003 del Parlamento europeo, inoltre, chiedeva agli Stati membri di assicurare alle donne e agli uomini pari condizioni di accesso alla pratica sportiva e sollecitava gli stati membri a sopprimere nelle procedure di riconoscimento delle discipline di alto livello la distinzione fra pratiche maschili e femminili. L’Italia non si è mai adeguata a questa sollecitazione.

Questo “dilettantismo imposto” alle atlete impedisce loro di usufruire della legge 91/81 che regola i rapporti con le società, la previdenza sociale, l’assistenza sanitaria, il trattamento pensionistico, ecc.

Anche le atlete italiane di cui tutti siamo orgogliosi dalla Vezzalli alla Pellegrini, dalla Kostner alla Idem, secondo i regolamenti del CONI lo fanno per “diletto”, o ancora le meravigliose giocatrici della nostra Nazionale di Rugby che quest’anno hanno raggiunto il miglior risultato di sempre nel campionato europeo noto come 6 Nazioni.

Non è quindi vero il pregiudizio per cui le donne nello sport non riescono ad arrivare ai vertici a causa delle loro «inclinazioni naturali, che le orientano verso ruoli in cui riescono meglio». Chi ha visto le donne su un campo di rugby, di calcio o su una pista, sa quanto questo sia falso.

Le donne non ci arrivano perché dei regolamenti sessisti lo impediscono. In Italia a impedirlo è il CONI.

Le donne non hanno diritto a fare sport da professioniste, a farne una carriera o una passione.
Alle donne è riservato un posto da sexy WAGS ( le mogli dei calciatori ) o da affannate saltatrici di step per ridurre il girovita. E a ricordarci cosa ne pensa il potere maschile delle donne sportive ci ha pensato proprio in questi giorni Felice Belloli,  presidente della Lega Nazionale Dilettanti:

quattro lesbiche

http://www.corriere.it/sport/15_maggio_14/calcio-presidente-lega-dilettanti-basta-dare-soldi-queste-4-lesbiche-d92a2e10-fa4b-11e4-8080-f59274262d65.shtml

Belloli è succeduto a Tavecchio, oggi presidente della Figc, già noto agli annali per le sue esternazioni razziste e che, ha invece definito le donne “handicappate” nello sport.

Una “gaffe” l’hanno definita la maggior parte dei giornali riportando l’affermazione di Belloli, ma la verità è che in un colpo solo Belloli e prima di lui Tavecchio esternano misoginia, stigmatizzazione delle disabilità e lesbomofobia, i tre ingredienti più comuni del mondo dello sport.

Si pensi solo a tutti gli stereotipi che le donne sportive devono accusare: sono tutte lesbiche, sono tutte maschiacci, sono meno brave degli uomini, sono più deboli, sono meno divertenti, non ne capiscono niente.

A meno che, ovviamente, non si possa ridurle a oggetti sessuali. E allora via con gli zoom sui culi delle pallavoliste, via con gli articoloni su quanto è sexy la sciatrice bionda e, di contraltare, dalle alla tennista che osa avere la cellulite.

maria sharapova

http://sport.ilmessaggero.it/tennis/maria-sharapova-campo-dea-tennis-sfugge-cellulite/1349206.shtmlLa

Le donne nello sport sono relegate a oggetti sexy da usare come corredo agli articoli sul “vero sport”, mogli e fidanzate piacenti da mettere a corredo delle pagelle dei migliori in campo.

Oppure sono incompetenti, meno brave del corrispettivo maschile, meno preparate, non titolate nemmeno a guardarlo lo sport.

Questo ce lo ricorda una comunicazione mirata a sottolineare la maschilità dell’ambito sportivo, che sia nelle dichiarazioni di qualche alto dirigente, nel modo in cui il giornalismo sportivo tratta le atlete ( sempre analizzate dal punto di vista estetico oltre che di merito ), nel relegare al dilettantismo le professioniste dello sport e poi infine chiedendo alle donne di fare attività solo per dimagrire, rassodare, snellire.

Così la Fitness First ci pesa alle fermate dei bus, la Nike propone uno spot in cui i pensieri delle ragazze in palestra sono tutti sul proprio aspetto e la percezione di questo, temono gli specchi e il giudizio delle altre, mentre intanto la Sharapova guadagna un articolo su Il Messaggero per la sua cellulite e le All Reds chiedono la possibilità di non essere discriminate in quanto donne.

 

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5 pensieri su “Donne e sport: rassodare sempre, professioniste mai

  1. Bell’articolo, complimenti. Trovo rivoltante il weight shaming della Fitness First e l’articolo sulla Sharapova… Io al posto loro sarei più rispettosa, considerando i suoi servizi, se li prendesse di mira gli potrebbe far davvero male!

  2. “Presupposto sbagliato, cioè che in palestra ci si vada per dimagrire e che lo sport debba essere finalizzato alla forma fisica.” E non è cosi? Questo è quello che ho sempre pensato riguardo lo scopo delle palestre.

    • Lo sport dovrebbe essere finalizzato al divertimento,la competizione,lo sfogo E la forma fisica,non esclusivamente a quest’ ultima.

    • Lo scopo delle palestre è far guadagnare soldi a chi le gestisce. “Sport” non significa “palestra” e “attività fisica” non coincide necessariamente con nessuno dei due, grazie a Dio. Quanto a “forma fisica”, è un’espressione talmente nebulosa, che accetto di usarla solo nel suo significato tautologico (la forma che un oggetto fisico possiede), mai come obiettivo estetico-salutistico (anche se per alcuni, sarebbe meglio dire “esistenziale”…).
      A proposito: iI giorno che a qualcuno vien voglia di cominciare a tirare giù lo sport dal piedistallo – è rimasto l’unica cosa di cui TUTTI non dicono altro che bene, e già questo mette in sospetto –, faccia un fischio: ho qualcosina da dire anch’io.

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