Il diritto di viaggiare in pace

La decisione di una donna di partire in viaggio da sola, per alcuni, risulta patetica e sconsiderata. Nel mio caso, quando sono partita per il Sudamerica, da sola e senza biglietto di ritorno, alcuni hanno pensato che fossi costretta a farlo per non aver trovato nessun* con cui partire: nessuna amica, ma soprattutto nessun compagno che decidesse di venire con me dall’altra parte del mondo. Altri mi hanno detto di fare attenzione, che il Sudamerica (tutto) è una “paese” violento e che i sudamericani (tutti) sono machisti. L’ottica che mi ha sistemato gli occhiali prima di partire mi ha detto che sono “coraggiosa”.

Credits: Marta Marino

 

Qualcuno avrà sicuramente pensato che, se mi fosse successo qualcosa, sarebbe stata colpa mia per “l’essermela andata a cercare”. E c’è persino chi mi ha consigliato di non tagliarmi i capelli troppo corti per non correre il rischio di essere scambiata per un uomo ed evitare così situazioni “problematiche”.

Purtroppo, c’è ancora in circolazione l’idea che una donna, se viaggia da sola, deve per forza essere una zitella senza un uomo né altre relazioni importanti nella sua vita, un’inconsapevole dei rischi che sta per correre e che, sotto sotto, si sta andando a cercare. Una donna che viaggia da sola in Sudamerica poi, è tutto il precedente, ma con una nota razzista in più, che vede il Sudamerica come un paese unico, instabile, costruito interamente sui narcos, con continui episodi di corruzione e violenza. Una regione in cui, insomma, sarebbe meglio non viaggiare.

Cominciamo con lo sfatare un mito ancora duro a morire: viaggiare da sole è una scelta, non un ripiego per non aver trovato nessun* con cui partire. L’esperienza di viaggio in solitaria è potente e totalizzante, per niente comparabile a qualsiasi altro tipo di viaggio in compagnia. Nel mio caso, serviva anche a dimostrarmi che, da donna europea, sola e in un altro continente, me la potevo cavare perfettamente. Non ho avuto bisogno che nessun amico che mi accompagnasse la notte in una stazione di qualche metropoli a prendere l’autobus, nessun uomo mi ha mai dovuto aiutare a portare lo zaino, e nemmeno ho avuto bisogno di un/a compagn* per visitare le romantiche stradine acciottolate di qualche città in stile coloniale.

Ho fatto tutto da sola perché lo posso fare, e lo volevo fare.

Veniamo poi alla questione Sudamerica: ci sono ancora molti pregiudizi su questa regione, forse retaggio di antiche teorie colonialiste, sulla sua storia e instabilità politica, sull’indole dei latini e sul loro essere machisti. Il Sudamerica è un continente enorme e sfaccettato: una convivenza, più o meno pacifica, di decine e decine di lingue e culture diverse. Non è possibile parlare del Sudamerica come se fosse un blocco unico, senza considerare l’esistenza e presenza di molte realtà differenti tra loro. Affermare che il Sudamerica è violento e pericoloso e che tutti i sudamericani (o latinoamericani) sono machisti è una generalizzazione, uno stereotipo che non corrisponde a realtà e dal quale dobbiamo liberarci.

 

Installazione di bandiere nel Salar de Uyuni Credits: Marta Marino

 

In ogni paese che ho visitato, ho conosciuto le persone e le realtà più diverse, parlato con gente di ogni tipo, altri viaggiatori e viaggiatrici, artist* di strada, attivist*, senzatetto, tassisti, artigian*, spacciatori, minatori e ho (quasi) sempre incontrato persone umili e disposte ad aiutarmi. Ho vissuto le esperienze più disparate, accettando inviti e passaggi da sconosciuti, andando a casa di persone appena conosciute, senza (quasi) mai sentirmi in pericolo e senza mai volermi privare di alcuna esperienza per il mio essere donna. Ho conosciuto uomini che mettevano in discussione il concetto stereotipato di maschio latino, che ne volevano sapere di più sul femminismo, che combattono fianco a fianco delle compagne per l’instaurazione di una società più uguale e giusta.

Ovviamente è impossibile, e non è nelle mie intenzioni, dipingere come rosea una realtà, quella latinoamericana, che è drammatica dal punto di vista dei diritti umani e delle donne. Ogni due ore in un paese dell’America Latina, una donna viene uccisa per il solo fatto di esserlo e nascere donna in uno di questi paesi rappresenta una possibilità su tre di subire qualche aggressione fisica o sessuale.

Anche durante il mio viaggio, il mio essere donna, sola, mi ha esposto a numerosi episodi sessisti: innumerevoli casi di cat-calling, fischi per la strada, apprezzamenti non richiesti, intrusioni nella mia vita privata. Le molestie di un gruppo di uomini ubriachi che una sera, vedendomi fumare da sola davanti all’ostello, ha cominciato a importunarmi chiedendomi quanti soldi volessi in cambio di qualche prestazione sessuale; o il commento di un tassista che, nel solo tempo di una corsa, mi ha improvvisato una lettura della mano e mi ha chiesto se mi piacesse il sesso anale perché, apparentemente, era questo che ci leggeva sopra. Tutte esperienze che mi sono state riservate in quanto donna e che, molto difficilmente, avrebbe vissuto un viaggiatore uomo.

Murales della lotta femminista in Bolivia Credits: Marta Marino

Il sessismo e il patriarcato sono realtà che esistono in tutti paesi e, in alcuni più di altri, il nascere e essere donna continua a rappresentare un vero e proprio pericolo per molte di noi. Anche per questo, quando viaggiamo da sole dobbiamo sempre essere coscienti della situazione in cui ci troviamo: siamo straniere, in un paese lontano da casa, i contatti locali sono scarsi o inesistenti e dobbiamo sempre prenderci cura di noi stesse, valutando le situazioni ed evitando quelle che ci potrebbero sembrare sconvenienti. Non è mai di troppo conoscere la realtà che si sta andando a conoscere, informarsi su zone e luoghi più o meno sicuri e prendere tutte le normali precauzioni che si prendono quando si viaggia, in qualsiasi parte del mondo. Ma non priviamoci di niente in quanto donne e fidiamoci sempre del nostro istinto: prendiamoci il diritto di andare da sole al bar e non dare corda allo sconosciuto che ci sta rivolgendo la parola con tono paternalistico; prendiamoci il diritto di camminare da sole, la notte, senza dover accelerare il passo se sentiamo che qualcuno sta camminando dietro di noi; prendiamoci il diritto di tornare a casa, da sole e ubriache, senza avere paura che uno sconosciuto per la strada ci possa molestare; prendiamoci il diritto di partire e viaggiare, da sole, a qualsiasi età, senza dover dare spiegazioni sul perché nessuno sia venuto con noi e senza dover essere considerate “coraggiose” per averlo fatto.

Non vogliamo essere definite coraggiose, non lo siamo. Pretendiamo di poter fare tutte queste cose, diritti inalienabili di tutte e tutti noi, in totale sicurezza. Non vogliamo che nessun tassista indaghi sui nostri gusti sessuali, né vogliamo continuamente dover rispondere alla domanda: “Dov’è il tuo fidanzato?” (o, peggio ancora: “Il tuo fidanzato ti ha lasciato venire qua da sola?”). Non vogliamo che nessun* si permetta di dirci come dovremmo tagliarci i capelli per evitare abusi, non vogliamo essere abusate e basta.

Quello che vogliamo, traducendo i versi del grande cantante cileno Víctor Jara, è “il diritto di vivere in pace”. E non chiediamo il permesso a nessuno, questo diritto ce lo prendiamo con la forza, combattendo con le unghie e con i denti. Scendiamo in strada e invadiamo le piazze, facciamo rete tra di noi e ci prendiamo la libertà di muoverci, di andare ovunque, di viaggiare liberamente, senza che ci succeda nulla. Ignoriamo chi ci giudica per il solo fatto di essere da sole, e a chi ci fischia per la strada rispondiamo con un bel dito medio.

Da sole, di notte, ubriache, come per le strade, “i viaggi liberi e sicuri, li fanno le donne che li intraprendono”.

 

 

 

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