Lena Dunham, lo stupro, la colpa della vittima

Confesso. Ho comprato Not that kind of girl, il primo libro di Lena Dunham.
Ognuna ha il lato pop che si merita.

In questo caso, si parla di una 28enne che è ormai un’autorità in fatto di serialità televisiva: ideatrice, autrice, regista, produttrice e interprete di GIRLS la serie rivelazione di cui si attende la quarta stagione. Dunham è famosa per questo, ma anche per essere grassa ,  cosa che la stampa internazionale ancora non le perdona. E intanto Lena ha anche pubblicato il suo primo libro.

lena

Sono confessioni di una giovane donna. Solo un semplice diario di vita, di esperienze, di uomini, donne, sesso, droghe, alcol, famiglie. 

In Not that kind of girl c’è tutta l’angoscia, il narcisismo e l’inadeguatezza della generazione di cui Dunham sente di far parte e di cui vuole diventare la voce ufficiale.

Esattamente come nel caso della sua serie tv, il libro di Dunham trae ispirazione esclusivamente dalla sua vita, la fonte di tutto il materiale che poi sapientemente rielabora con quella dose di cinica ironia che rende interessante il sistema relazionale in cui è immersa.

Di contro, difficile apprezzare il libro se non si è già appassionati spettatori di GIRLS, perchè la persona Lena Dunham e il suo personaggio Hannah Horvath sono talmente legate, si scambiano talmente tante esperienze, rimandano così tanto l’una all’altra da formare un’unica voce. Così se si ama GIRLS e si conoscono a fondo i suoi personaggi, il libro diventa invece quasi un’estensione della serie, una riunione tra amici, un ritrovarsi con qualcuno che già si conosce e che ci racconta qualcosa in più di sé.

Dunham sceglie di andare molto a fondo con le confidenze. Dalle più imbarazzanti ( per lei e per chi legge ) fino alle più dolorose. E anche stavolta si è alzato un gran polverone.

Tra primi amori e sogni di gloria, Dunham racconta infatti anche di essere stata stuprata.
E di non essersene immediatamente resa conto.

Come se il suo “no” in fondo valesse niente anche per lei, non solo per “Barry“, il ragazzo che l’ha violentata.

In un suo editoriale per BuzzFeed, scrive:

Sono passati quasi dieci anni da quando sono stata aggredita sessualmente. Mi ci è voluto molto tempo per rendermi completamente conto di quello che era successo e ancora di più per discuterne in pubblico, nel mio libro.
Come molte donne che sono state stuprate, non ho denunciato la cosa al mio college o alla polizia.
Dopo tutto, io ero ubriaca e fatta, cosa che aumentava la mia confusione e la mia vergogna. E avevo paura. Avevo paura che nessuno mi avrebbe creduto. Avevo paura che altri potenziali partner mi avrebbero considerato come un “bene danneggiato”. Avevo paura che stessi avendo una reazione esagerata. Avevo paura che fosse colpa mia. Avevo paura che lui si sarebbe arrabbiato.
Sono le ragioni per cui la maggior parte delle donne che vengono assalite nei college non denuncia l’accaduto.

[…]Non ero abbastanza naif da credere che questo capitolo del mio libro avrebbe incontrato solo pura empatia o applausi scatenati. L’argomento dello stupro è ancora molto più  divisivo di quanto dovrebbe essere, con la tensione che si costruisce intorno alla definizione di consenso, e la paura che detta le regole del dialogo.

Io, il mio personaggio e la mia credibilità sono stati messi in discussione di continuo. Sono stata attaccata online con un linguaggio violento e misogino. Il mio lavoro è stato fatto a pezzi per dimostrare che io fossi una bugiarda o, peggio, una pervertita. Tutto ciò mi ha fatto sentire, in molteplici occasioni, come se io fossi incolpata di quello che mi era accaduto.

Ma io non credo di dover essere incolpata. Alla fine non mi importa cosa è stato scritto di me, io accetto le conseguenze dell’essere un personaggio pubblico. Ma non posso permettere che la mia storia sia usata per alimentare dubbi su altre donne che sono state violentate.

Ho una certa empatia per quei giornalisti che mi hanno chiesto cose come se rimpiango di più il fatto di essere stata ubriaca quella notte o cosa il mio stupratore direbbe se gli chiedessero di me. Queste battute servono ad alimentare la narrativa dello stupro, ma queste persone stanno reagendo allo stesso insieme  di segnali sociali a cui tutti siamo sottoposti – segnali ci dicono che prevenire uno stupro è una responsabilità delle donne, che lo stupro è stupro quando uno sconosciuto ti porta in un vicolo buio con un coltello piantato alla gola, che le nostre storie non sono mai vere, e che mentire circa lo stupro è il modo delle donne di vendicarsi di uomini innocenti. 
Queste assurde convinzioni circa lo stupro dilagano incontrollate, sono esattamente ciò che non mette le vittime di stupro in condizione di cercare il supporto che meritano e di cui hanno bisogno.

 

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A questo si uniscano anche tutte quelle donne che hanno rivolto a Dunham parole ferocissime in rete dichiarando di non avere alcuna pena di lei, dal momento che non ha denunciato il suo aggressore.
Ma se la maggior parte delle donne non denunciano uno stupro, è anche proprio perché sanno che riceveranno attacchi per qualsiasi decisione presa e da prendere.

I giornali non sono stati da meno. Il National Review ad esempio ha dedicato una copertina a Lena e alla sua storia. Ha lena national reviewscelto di ritrarla con delle parole tatuate sul braccio, tra queste “codardia”, “provinciale”, “narcisismo” e “sesso”.

Una scelta non casuale, dato il tono dell’articolo che le è riservato, dal titolo “Privilegio Patetico”: il giornalista Kevin Williamson sostiene che l’aver raccontato del suo stupro in un libro sia una mancanza di coraggio e determinazione, un atto passivo-aggressivo che potrebbe portare seri danni al ragazzo accusato, di cui il giornalista prova disperatamente a scoprire l’identità. Suggerisce poi, non troppo velatamente, l’idea che lo stupro Dunham se lo sia completamente inventato.
Come se non bastasse, l’articolo è corredato di una foto di scena di Dunham nuda che mangia una torta e infarcito di commenti volti a svilirla: riferimenti al suo corpo grasso, riferimenti alla sua vita sessuale dissoluta, persino un’ insensata allusione alle simpatie filopalestinesi dell’autrice.

Victim blaming, colpevolizzazione della vittima,  per una donna che ha scelto di condividere una violenza che non ha denunciato proprio per paura delle reazioni che, in effetti, la sua confessione ha scatenato.

Forse la cosa che più ha infastidito i lettori è il modo in cui Dunham racconta della violenza subita.
Un modo che invece racchiude tutta la forza della comunicazione in questo caso.

Chi ha visto il film o la serie tv di Dunham, sa bene di che dissacrante sarcasmo sia capace e quali e quante cattiverie rivolga principalmente verso se stessa. Ecco, riesce a raccontare così anche lo stupro. Con leggerezza.
Ed è proprio quella leggerezza che arriva come un pugno nello stomaco a chi legge.
La violenza arriva inaspettata, con un tono inaspettato, che subisce una battuta d’arresto solo quando Dunham e noi con lei, ci rendiamo conto che quello che ha avuto non è un rapporto sessuale, quello che ha subito è uno stupro.
E’ una sua amica, sconvolta, a comunicarglielo a colazione, quando lei le racconta l’accaduto.

when she s wastedE questo ti ricorda quella volta in cui ti sei sentita forzata, in cui non volevi, in cui hai anche detto no, ma poi lui non ti ha ascoltata e allora ti sei detta “ok, lo voglio anche io, lo lascio fare”, forse perché eri ubriaca, forse perché eri spaventata, forse perché era semplicemente il tuo ragazzo. Il giorno dopo ti sei svegliata e ti sei data una versione dei fatti: sesso, semplice sesso. Rimuovendo del tutto il problema. Certo, l’autostima era bassa e avevi un peso nello stomaco, ma saresti stata molto peggio se avessi ammesso di essere stata violentata.

No, non sei stata violentata. Gli stupri avvengono solo nei vicoli bui, uomini sconosciuti ti aggrediscono e i tuoi vestiti si lacerano e dopo stai rannicchiata in un angolo a piangere. Così funziona lo stupro, basta guardare le pubblicità progresso, i giornali.

Così ti consoli. Non sei stata violentata. Né questa, né tutte le altre volte che hai fatto sesso senza volerlo.

Però certo c’è quel peso sullo stomaco che non se ne va.

E allora prima o poi è meglio buttarlo giù e scrivere un libro, parlarne a qualcuno, ammetterlo con se stesse.
Perché se continuiamo a giustificare noi per prime, su di noi, la violenza sessuale, avremo legittimato del tutto lo stupro del nostro corpo.

Tempo fa in un post su uno splendido progetto fotografico scrivevo:

Chi non ha vissuto una violenza sessuale spesso si chiede come mai questo silenzio che chiaramente alimenta l’impunità del reato. Non si rende conto di quanto sia difficile accettare prima di tutto la violazione su se stesse, ammettere di non essere state abbastanza accorte, attente, pronte ad evitarlo e poi quanto sia doloroso arrivare alla conclusione che non ci sia alcuna colpa nel subire una simile violenza. Per chi non ha subito violenza sessuale, non è facile capire quanto sia complicato poi rimettersi in piedi, dirsi che non è la fine del mondo e contemporaneamente però percepirsi come vittima, non lasciarsi schiacciare da un atto violento, iniziare a pensarlo come uno scippo, arrivare a dirsi “la prenderò come se mi avessero aggredito per rubarmi la borsa“.

Allo stesso modo in cui ricomprerei le cose che erano lì dentro, riprenderò quello di cui mi sento privata ora.victim blaming2

Si può spendere anche una vita a cercare di recuperare autostima, fiducia, senso del pudore, spirito di sopravvivenza.
E comunque lo si fa per lo più da sole, perchè parlarne ingenera meccanismi di pietismo o di emarginazione, di colpevolizzazione o di caccia al mostro che in ogni caso scavalcano le aspettative di chi vorrebbe solo poter confidarsi senza subire giudizi, senza ingenerare reazioni eccessive.
Come se ti avessero rubato una borsa. Bella grande, piena di cose.
Gli stupri si possono, si devono raccontare. Non è facile, quasi nessuna lo fa. Ma quando qualcuna prende parola, parla per tutte.”

Lena Dunham è un personaggio pubblico estremamente popolare tra le giovani donne di tutto il mondo.
Così quando nel suo libro ci racconta di essere stata violentata, la sua “confessione” risuona in quelle di tante altre donne che, probabilmente sorprese dall’inaspettata condivisione, si renderanno conto di aver vissuto qualcosa di simile.
Di doverlo ammettere, prima di tutto a se stesse, per poter combattere gli effetti di quella esperienza.

La prevenzione degli stupri non tocca alle donne, nonostante tutto cerchi di farci credere che è così.
Quello però che è d’obbligo per le donne è superare lo stupro, riconoscerlo, ammetterlo, non avere paura di esserne la vittima, confrontarsi, se possibile denunciare. In ogni caso, dobbiamo guarirci il prima possibile e non lasciarsi annichilire da chi pensa così di annientarci

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