Emma Sulkowicz e il materasso dello stupro

post del 11 settembre 2014

Emma Sulkowicz è al secondo anno di studi della Columbia University.

Il primo giorno di lezioni del suo anno sophomore, Emma è stata violentata nel suo dormitorio. E’ stato un suo compagno di studi.

Da quel momento gran parte del tempo trascorso all’università Emma l’ha speso cercando di convincere docenti, polizia ed amici di essere stata stuprata, che quello che è successo è ufficialmente uno stupro, che non si è inventata tutto, che non se l’è cercata.

Emma è una delle 23 studentesse che ha sporto denuncia per aggressione sessuale alla Columbia, altre due di queste hanno accusato lo stesso studente colpevole della violenza su di lei, ma il ragazzo non è mai stato espulso e le denunce sembrano cadere nel vuoto.

Emma ha scritto un lungo articolo sul Time, in cui dice

Il mio violentatore è ancora nel campus. […] Ogni giorno ho paura di lasciare la mia stanza. Mi spaventano anche le persone che remotamente assomigliano al mio violentatore. Lo scorso semestre lavoravo nella camera oscura del dipartimento di fotografia. Nonostante il mio violentatore non fosse nel mio corso, ha chiesto permesso al suo professore di venire a lavorare nella camera oscura durante il mio turno. Ho iniziato a piangere e iperventilare. Finchè è nel campus con me, può continuare a molestarmi.

Negli USA le violenze sessuali nei campus universitari sono in aumento e l’indifferenza di istituzioni e colleghi è sempre più dolorosa.

Scrive sempre Emma a proposito della illustre università che frequenta:

Penso che l’università sia stata spinta a ritenerlo non colpevole dal fatto, che finora la Columbia ha sempre nascosto queste cose sotto il tappeto e nessuno ne è mai venuto a conoscenza. Questo significa che l’amministrazione della Columbia sta dando asilo a violentatori seriali nel proprio campus. Sono più preoccupati della loro immagine pubblica che della sicurezza delle studentesse.

Per fortuna però Emma ha trovato un altro modo per andare avanti, per reagire.

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Una performance artistica per comunicare il peso immenso che quella violenza e poi il rifiuto del mondo ad ascoltarla, le hanno lasciato. Quello che tante donne si portano dietro ogni giorno.

La sua tesi di laurea sulla visual art è diventata una possibilità di performance di protesta. Emma ha iniziato a portare con sè un materasso matrimoniale ovunque andasse nel campus, dalle lezioni agli appuntamenti tra amici.

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Il suo peso, il suo dolore, ora è visuale e visibile, è sulle sue spalle ogni giorno e per gli altri diventa molto più difficile fingere che non ci sia, che non esista. Far diventare fisico un racconto ignorato, un’esperienza a cui si è abbandonate da sole, un isolamento che può diventare spinta a creare e ricrearsi.

Sento come se portassi il peso di quello che mi è successo ovunque io vada.

Non solo una performance interessante, ma anche lo sprone per tante donne a continuare a rendere evidente il proprio disagio, il proprio trauma, invece di nasconderlo sotto chili di frustrazione.

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