Quella difficoltà tutta sessista nel riconoscere le malattie delle donne

Si chiama dismenorrea, ma la irridono come “scusa per non lavorare”.
Si chiama endometriosi, ma la sminuiscono come “scusa per non alzarsi dal letto”.

Se una malattia colpisce una donna, allora non è una malattia: è una scusa, è una fictio, è un cercare attenzione, una forma d’ozio, una dissimulazione.
Quando in realtà è solo una violenza di genere.

L’endometriosi (da endo, dentro e metra, utero) è una malattia cronica, in cui parte dell’endometrio o il rivestimento dell’utero si sviluppano fuori da questo non potendo essere espulsi dal corpo quando la donna ha le mestruazioni. Quando non può essere espulso dal nostro organismo, l’endometrio viene riassorbito “incollandosi” agli organi interni. E’ una delle prime cause dell’isterectomia e dell’infertilità, ma anche di insopportabili e invalidanti dolori. Queste sono le parole di Padma Lakshmi che nel 2009, insieme al medico che l’ha curata, è diventata co-fondatrice di una fondazione che si occupa di sensibilizzare al tema dell’endometriosi, sia promuovendone la ricerca, sia educando a conoscere e riconoscere la malattia, spesso difficilmente diagnosticata.

La Professoressa A.Graziottin, la definisce come “una patologia cronica, spesso progressiva” aggiungendo che “causa molto dolore e infiammazione cronica, con danni tissutali e funzionali negli organi colpiti”. “Si sottovalutano i sintomi a tal punto che il ritardo medio dalla loro comparsa alla diagnosi è di oltre nove anni: quasi cinque spesi dalla donna prima di accettare o riconoscere che quel dolore non è affatto normale, e i restanti impiegati dai medici per identificare la malattia. Il dolore deve essere un semaforo rosso sulla salute femminile, davanti al quale bisogna fermarsi finché una corretta diagnosi non permetta di tornare a percorre la strada verso il benessere”.

La dismenorrea è un’alterazione mestruale, accompagnata da disturbi generali o locali e da dolori, che interessano in genere la regione pelvica e l’addome.
La difficile individuazione della causa e la soggettività dei sintomi sono state per anni foriere di pregiudizi o sbrigative liquidazioni. Può essere ricondotta o ad una alterata funzione ovarica o ad altre alterazioni a carico dell’utero o a motivi non chiaramente patologici, di origine nervosa e ormonale.

Che siano di origine nervosa, ormonale, immunitaria, metaplastica, comportano qualcosa di non facilmente liquidabile: la patologia e il dolore.

Il problema di queste malattie, oltre all’essere molto afflittive, è la scadente informazione vigente in Italia e la consequenziale mancata diagnosi. Un’attenzione particolare dovrebbe essere rivolta a trasmettere la giusta conoscenza delle malattia alle nuove generazioni, per dotarle dei necessari strumenti per affrontare, combattere e reagire ogni disturbo e non incorrere in ritardi diagnostici così importanti.
Un ritardo che nel caso di molte donne, comporta, oltre alla fatica nel fisico, anche un riflesso incisivo nella sfera emotiva, relazionale e professionale.
Nessuna bambina, ragazza o donna dovrebbe essere costretta a stare a letto, per il solo fatto di essere una bambina, una ragazza o una donna.

Le opportunità, nella fase di formazione delle bambine e delle ragazze sono il nettare di uno sviluppo sano, creativo e non condizionato dagli stereotipi; incatenarle al tempismo di non avere il ciclo o alla fortuna di non soffrire per questo, è una sottile forma di discriminazione fonte di inespugnabile frustrazione.
L’importanza della conoscenza e della corretta informazione su queste malattie, ancora vittime spesso dei tabù sulle mestruazioni, ancora liquidate come “doloretti”, può comportare la soluzione del dolore o almeno la lotta contro questo.
Può dare speranza di guarigione o può aiutare a capire il proprio corpo.
Può far tornare qualche bambina a correre, qualche ragazza all’allenamento di pallavolo o qualche donna al lavoro, ai suoi hobby, alla sua famiglia, all’aperitivo con le amiche. Perché non eliminare questo pregiudizio e oscurantismo sulle malattie legate al menarca?

Un’educazione antisessista, su queste patologie, rappresenta la vis, l’energia, per abbattere i pregiudizi discriminatori sui dolori mestruali.
Preme ricordare le parole di John Guillebaud, professore di salute riproduttiva allo University College di Londra, che ha affermato che per alcune pazienti il dolore è “quasi pari a quello di un attacco cardiaco“;
Non sono doloretti, quindi, né scuse per non recarsi in ufficio.
“In Italia i dati sulla dismenorrea sono allarmanti: dal 60% al 90% delle donne soffrono durante il ciclo mestruale e questo causa tassi dal 13% al 51% di assenteismo a scuola e dal 5% al 15% di assenteismo nel lavoro”.
Questo dato è contenuto all’interno di una proposta di legge atta ad introdurre nel nostro ordinamento il “congedo mestruale“: tre giorni mensili di permesso retribuito garantiti a tutte le donne che soffrono di dolori durante il ciclo per dismenorrea. Avrà diritto ad usufruire del congedo mestruale la lavoratrice con contratto di lavoro subordinato o parasubordinato, a tempo pieno o parziale, a tempo indeterminato o determinato oppure a progetto. (Rimaste fuori, ancora una volta, dalle varie normative giuslavoriste a tutela delle donne: le freelance e le lavoratrici autonome, sic!)

Il congedo mestruale non potrà essere equiparato alle altre cause di impossibilità della prestazione lavorativa e l’indennità che spetta alla donna lavoratrice non potrà essere computata economicamente, né a fini retributivi né contributivi, all’indennità per malattia. Questo perché il congedo per un ciclo mestruale doloroso va oltre l’assenza per un’influenza o per un piede rotto:
non è certo una colpa, per la donna, avere delle mestruazioni dolorose.
Alle lavoratrici interessate, infatti, dovrebbe esser garantita la piena contribuzione essendo, il congedo mestruale, coperto dall’Inps.

Chi potrebbe usufruire del congedo, qualunque donna con le mestruazioni? Facta lex inventa fraus?
Chiaramente no: in caso di approvazione del disegno di legge, (ancora arenato nella Commissione Lavoro del parlamento), non potrebbero godere del permesso tutte le donne lavoratrici, ma solo quelle affette da dismenorrea o forti dolori durante il ciclo mestruale: una condizione patologica, quindi. Una malattia tale da impedire lo svolgimento delle normali attività lavorative, provata da certificazione medica da presentare ogni anno.

A chi obietta che alcune donne potrebbero abusare del congedo mestruale pur senza soffrire effettivamente di dismenorrea, la mia impostazione giuslavorista non può far altro di liquidare la questione ricordando che le forme di abuso non si eliminano limitando i diritti. E i diritti non si indeboliscono estendendoli a nuovi soggetti, non sono rivali ed esclusivi. (Insomma: non si elimina una mela marcia, togliendo le mele dalla dieta.)
Davanti ad una situazione di dolore e di malattia delle lavoratrici donne, la risposta non può essere il silenzio del legislatore, ma la tutela concreta e dettagliata, con un’efficace sistema controlli, verifiche e accertamenti, che renda l’utilizzo non discrezionale dalla parte della lavoratrice e non discriminatorio dalla parte datoriale.
L’alternativa non può essere lasciare a casa centinaia e centinaia di lavoratrici.

A fronte di dati ufficiali che riportano una morbosità della dismenorrea fra il 60 e il 90 per cento delle donne, la ripercussione nell’impossibilità di svolgere le normali mansioni lavorative nei giorni del ciclo è relata.
Non solo: un numero compreso tra il 13 e il 51 per cento delle donne lavoratrici è costretta ad assentarsi per malattia per alcuni giorni al mese, per la sola noxa di esser donne mestruate.
Il disegno di legge sul congedo mestruale si propone quindi di riconoscere una situazione di fatto e prendere i provvedimenti necessari per evitare ogni tipo di disagio e discriminazione.
Parità di genere non equivale all’omologazione fra uomo e donna. Riconoscere le diversità biologiche, soprattutto quelle invalidanti e discriminatorie, affette da secolari tabù, può, con un piano informativo e conoscitivo consono, livellare l’iniquità delle prospettive, nella vita e anche sul posto di lavoro.
Una donna che è costretta ad assentarsi per una malattia che non è riconosciuta dal nostro legislatore, non è quasi mai diagnosticata dal nostro sistema sanitario ed è irrisa dalla società non crea parità di genere, ma subalternità fisica, psicologica, sociale ed economica.

Il dibattito è ritornato in auge soprattutto a seguito dell’esempio virtuoso di un’azienda di Bristol, la Coexist, che nel 2016 ha deciso di inserire nel codice di condotta l’esenzione dal lavoro per le impiegate con il ciclo mestruale constatando che le donne sono tre volte più produttive dopo il ciclo: “Organizzando meglio le risorse umane, l’azienda va incontro agli interessi delle dipendenti e dell’azienda stessa”.
Non esisterebbe quindi, uno specifico vulnus aziendale o imprenditoriale: il sessismo, insomma, è negli occhi di chi guarda…
Per Simonetta Rubinato una delle promotrici e firmatarie della proposta di legge, “ragionare nei termini di benessere delle persone e di produttività aziendale” permetterebbe di rendere la proposta più completa ed equilibrata, evitando che si trasformi in un’arma a doppio taglio per le donne che invece dovrebbe proteggere.

Nelle varie aziende, infatti, che hanno adottato una forma variabile di protezione per le donne afflitte da queste patologie, è stato riscontrato un incremento della produttività dovuto ai miglioramenti degli standard lavorativi; sono stati sperimentati interessanti metodologie per il recupero delle ore “inadempiute” di lavoro, tali eventualmente da riequilibrare lo “scompenso” subito dal datore di lavoro.
Non è una via impraticabile quella del congedo mestruale né necessariamente fallimentare: è un iter legislativo, che dovrebbe, invece, saldarsi con una concezione prettamente medico-legale e non più discriminatoria, sulle malattie legate alle mestruazioni.

Soffrire non è una parte dell’essere donna, non è la funesta maledizione della Genesi. Una solerte diagnosi medica, una attenta informazione ed educazione e un buon contributo legislativo, potrebbero salvare centinaia di donne dallo “shame” delle mestruazioni e dei dolori che possono comportare. Curare, reagire, informarsi ed esser tutelate e tutelarsi è l’humus identificativo delle donne libere che vogliamo essere e vogliamo crescere.

Il dolore non è una colpa dell’esser donna, non c’è nessuna predittiva condanna della Genesi, quindi.
Dio non ha condannato la donna al dolore per la sua disobbedienza.
Erri De Luca, riguardo alle parole della Bibbia, scrisse: “Che la donna partorirà con sforzo, o fatica, affanno. Lo dice per constatazione, [Dio], non per condanna. La parola ebraica «ètzev», e suoi derivati, vuol dire sforzo, o fatica, o affanno.”… Non dolore!

Se il dolore della donna non è previsto da nessuna parte, quindi, lasciamoci solo lo sforzo di dipingere un mondo meno sessista.

(A.)

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