Quanto influiscono le narrazioni tossiche e la cultura patriarcale sull’educazione delle ragazze

Si sta molto discutendo della vicenda del ritrovamento di un neonato senza vita, avvenuta a Trapani. Secondo le dinamiche, una ragazza di 17 anni, terrorizzata dall’idea di dover confessare ai genitori la gravidanza, l’avrebbe portata avanti senza che questi ultimi se ne accorgessero. Infine il parto, sempre all’oscuro dei genitori.

Terrorizzata, stravolta dai dolori  avrebbe preso il neonato e lo avrebbe buttato dalla finestra. Non è ancora chiaro se il bambino fosse nato morto o sia deceduto dopo l’impatto. La ragazza, dopo qualche ora dal ritrovamento del corpo del bambino, è crollata disperata e ha confessato di non aver raccontato nulla per paura della reazione dei suoi genitori.

Se elencassimo tutte le vicende analoghe avvenute nel corso degli ultimi anni ci renderemmo conto che sì abbiamo un problema molto grosso e la causa non si può certamente trovare ricorrendo alla solita filippica sulla perdita dei valori e sulla bestialità di molti esseri umani, né a facili commenti colpevolizzanti di chi punta il dito sulle donne che si disfano dei propri figli mentre ce ne sono altre che pagherebbero oro per averne uno.

La gogna mediatica, però, purtroppo non si è fatta attendere nemmeno in questo caso, tra un commento feroce che dava della poco di buono alla ragazza e un altro che l’accusava in maniera colorita —tanto per usare un eufemismo— di essersi divertita senza pensare alle conseguenze. Fino ad arrivare a quelli che invocavano la sua decapitazione o di bruciarla viva.

 

E’ triste constatare come dopo decenni di lotte per l’emancipazione alle spalle, la sessualità femminile venga ancora considerato un tabù, quanto sia granitica e dura da abbattere la doppia morale per cui il sesso sia un “affare sporco” per le donne e una cosa di cui vantarsi per gli uomini. Vicende come queste andrebbero affrontate in maniera seria e lucida, analizzando una serie di fattori a partire dai contesti in cui accadono.

In Italia, buona parte delle adolescenti e delle giovani donne non ha, ancora, nel 2020, praticamente nessuna conoscenza del proprio corpo né un modo per parlare e apprendere la sessualità in maniera consapevole. In gran parte delle famiglie il sesso è una parola censurata, considerato un tabù, l’avvento dell’educazione sessuale è un argomento di cui si parla da decenni, ma che puntualmente viene derubricata o trasformata in una qualche versione annacquata e moralistica dai vari governi che si sono susseguiti.

La stragrande maggioranza delle adolescenti e delle giovani donne italiane, poi, non ha idea dell’esistenza di consultori e della loro funzione, né una vaga idea di come funzioni la contraccezione di emergenza o a chi rivolgersi per interrompere una gravidanza. Per non parlare dell’alto numero degli obiettori di coscienza nelle strutture pubbliche, di quanto accedere ad un’interruzione di gravidanza diventi sempre più una missione impossibile e devastante, tra medici obiettori e sensi di colpa instillati da giudizi sprezzanti e cimiteri di feti.

Uno scenario degno di The Handmaid’s Tale, insomma, con donne viste come esseri privi di pulsioni e desideri, dove “aprire le gambe” —un’espressione che da sé narra la violenza e la misoginia in cui affonda le radici il nostro Paese— diventa un reato, una colpa da espiare, dove una donna che commette un errore merita la decapitazione e un’altra che si smarca dal volere di qualcuno o dal ruolo affibbiatole merita di bruciare, come si faceva con le donne accusate di stregoneria qualche secolo fa.

Come possiamo pensare che giovanissime donne cresciute in una società ancora oggi pregna di retaggi patriarcali e moralistici, private di una qualsiasi forma di educazione sessuale e in contesti familiari che le hanno allevate praticamente come venivano educate le loro nonne, possano essere a conoscenza di metodi e strutture che eviterebbero tanto dolore e un epilogo così tragico come in questa vicenda?
Come possiamo pensare che le ragazze possano parlare in famiglia di gravidanze indesiderate se il solo comunicare ai propri genitori di avere avuto dei rapporti sessuali le terrorizza talmente tanto da arrivare a nascondere una gravidanza, decidere di affrontare da sole un travaglio —con tutti i rischi che ne comporta— fino alla tragica decisione di liberarsi di un neonato in quella maniera?

Come possiamo pensare, poi, che sia ancora normale sentire che una famiglia, dei genitori, non si accorgano di quello che accade alle loro giovani figlie, dicendo che non sapevano nulla, che erano all’oscuro di tutto, pur vivendo tutti sotto lo stesso tetto, giorno dopo giorno?

Parlare di notizie così delicate, poi, dovrebbe essere fatto anche con un linguaggio e con discorsi il più possibile rispettosi della tragicità degli eventi. E rispettosi della vittima, in questo caso oltretutto una piccolissima vittima.

Non serve a niente di realmente informativo dare dettagli quasi morbosi, ad esempio descrivendo con minuzia il corpo della vittima, in questo caso, descrivendo il corpicino del piccolo dicendo che ancora aveva il cordone ombelicale (aspetto che troviamo in tanti, troppi articoli, come de La Repubblica, di Fanpage.it, di Leggo, di Today, de Il Messaggero, del Corriere della Sera).

Anche con dettagli di poco gusto legati al suo decesso, descrivendo in questo caso, con una totale assenza di tatto, le fratture riportate dal piccolo (aspetto rimarcato sia nei titoli che nel corpo degli articoli, in alcuni casi persino ripetendo più volte questo dettaglio, come ne Il Messaggero o nel Corriere della Sera). Oppure dando particolari gratuiti su come e dove è stato ritrovato il piccolo corpo (come nel quotidiano Today). O, ancora, dando l’inutile dettaglio dei metri da cui il piccolo corpo è stato gettato (come ne il Corriere della Sera). O, in generale, ricorrendo ad una narrazione gratuitamente macabra, con espressioni come “soppressione del neonato” (nell’articolo del Corriere della Sera).

Non serve a nulla, poi, voler rimarcare la zona della città in cui sono avvenuti i fatti, sottolineando sia nel titolo che nel pezzo che tutto è successo nelle periferie, aspetto che troviamo rimarcato in diversi articoli (come in quello de La Repubblica). O arrivando persino a dare la via precisa in cui si sono svolti i fatti (come nel pezzo del Corriere della Sera). Questo porta solo a una stigmatizzazione di certe classi sociali, di certi quartieri urbani, di certe situazioni. Come a voler dire, implicitamente, che quanto accaduto è tragico, sì, ma non accade ovunque. Accade solo “là”, in “quelle” zone.

Non serve a nulla, infine, apportare dettagli insignificanti sui familiari delle persone coinvolte, sottolineando in questo caso il mestiere del padre della ragazza (come nell’articolo de La Repubblica o del Corriere della Sera), dato che non si tratta di aspetti realmente influenti sulla vicenda accaduta. Ma solo di elementi che creano voyeurismo.

Quando si fa informazione, specie se la si fa a proposito di vicende delicate, non bisognerebbe mai dimenticare il peso sociale del giornalismo. Morbosità, stigmatizzazione, voyeurismo non sono mai aspetti necessari. Sono cose, al contrario, che danno solo vita ad una informazione poco responsabile.

Come abbiamo potuto constatare dalla reazione dell’opinione pubblica, un’informazione poco responsabile ha un peso notevole sulla società: linciaggi, violenza verbale, roghi e caccia alle streghe. E’ ora che il giornalismo si assuma le proprie responsabilità, che si dia una svolta a questo uso del linguaggio e a queste narrazioni tossiche.

 

Fabiana e Laura T.

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