Muslimah pride contro le Femen. Neocolonialismi, stereotipi e scelte

La storia di Amina, la 19enne tunisina che si è fatta fotografare a seno nudo e la scritta “Il mio corpo mi appartiene, non è l’onore di nessuno”, ha fatto il giro del mondo. Per lo più in modo confuso.
Piccolo riassunto delle puntate precedenti.

Dopo le prime minacce di morte ( ma chiariamolo una volta per tutte, la pena di morte in Tunisia non c’è più dal 1991, era l’opera di qualche invasato ), oggi si fanno per lo più supposizioni sul destino della ragazza. C’è chi la racconta in un ospedale psichiatrico, chi rapita e portata chissà dove. Zied, il fotografo e amico della ragazza, racconta in un’intervista che si sia nascosta per due settimane, finché la polizia tunisina non la ha rintracciata in un caffè ed arrestata a seguito della denuncia della famiglia per scomparsa. Oggi Zied è sicuro che sia proprio la famiglia a tenerla segregata in casa, tentando di farla ritrattare e chiedere scusa, considerandola per lo più vittima di una malattia mentale. Zied di anni ne ha 20, ha appena vissuto una rivoluzione nel suo Paese, ma sostiene che in realtà in Tunisia non sia cambiato niente, né dal punto di vista sociale né culturale. La dichiarazione più interessante è forse quella che aiuta a focalizzare meglio lo scopo delle foto e della loro protesta, quando dice

Nessuno ha capito che questa non è un’azione diretta contro l’Islam o la religione ma contro la tradizione culturale di una società retrograda. La Tunisia non è pronta ad affrontare determinati discorsi, è difficile accettare la libertà individuale della donna o comprendere cosa significa realmente la libertà di espressione

La storia di Amina ha colpito comunque l’opinione pubblica, anche chi non sa nemmeno dove sia la Tunisia sulla carta geografica sente di dover prendere parola e dire la sua in materia geopolitica. Tra tutti gli interlocutori, le prime a cui i media hanno guardato sono ovviamente il gruppo Femen, di cui Amina non faceva ufficialmente parte, ma di cui ha sperimentato il mezzo di protesta che le contraddistingue.
Proprio le Femen si sono fatte interpreti della prima azione di solidarietà per Amina, pochi giorni fa quando hanno protestato davanti a una moschea a Parigi, a seno nudo, volto coperto e bruciando una bandiera nera, “The Black Standard”, usata al tempo del Profeta e che porta scritta la dichiarazione di fede nell’Islam.

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E davanti a quella moschea, si sono anche guadagnate il calcio nel sedere di un uomo che non ha perso tempo a emulare il trattamento riservato alle Femen anche a Roma, nella nostra splendidamente cattolica Italia, durante la contestazione al Papa.
Qualsiasi cosa si possa pensare delle Femen, chiaramente a loro la nostra solidarietà quando subiscono la violenza fisica della repressione.

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L’azione parigina faceva parte della “Topless Jihad” lanciata provocatoriamente dalle Femen con lo slogan “My body against islamism“, in solidarietà di Amina e per rivendicare i diritti delle donne islamiche. E contro l’Islam. A giudicare dallo slogan.

Non tutte hanno apprezzato.

E’ esploso da ieri infatti in rete un gruppo che già esisteva, ma che nel giro di una notte ha raddoppiato i suoi membri, da 500 a più di mille iscritti/e su facebook e un articolo su Al Jazeera e tutte noi che ne parliamo e ne discutiamo e forse ne capiamo anche poco.

“Muslim Women Against Femen”, donne musulmane contro le Femen, un gruppo nato su iniziativa di Sofia Ahmen, studentessa di relazioni internazionali a Birmingham, aperto a uomini e donne musulmani e non. A leggere la nota della creatrice, il gruppo nasce dall’esigenza di esprimere la voce delle donne musulmane e femministe contro l’atteggiamento paternalista e sovradeterminante di ALCUNE femministe occidentali. “Ne abbiamo abbastanza” spiega “delle femministe occidentali che vogliono imporci i loro valori. Noi ci schieriamo per far sentire la nostra voce e combattere la nostra causa”. E pubblicano le loro foto con dei cartelli che ne riportino proprio la voce, lanciando il Muslimah Pride.

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Nella nota a proposito della contestazione di Parigi davanti alla moschea, proprio su questo gruppo si lanciano alcune riflessioni da attraversare.
Riprendo quindi dalle MWAF. Immaginiamo, dicono, che al posto delle Femen ci fossero dei vecchi obesi uomini bianchi con dipinte sui loro petti nudi delle bandiere francesi e delle frasi contro l’Islam, dando fuoco a una bandiera. Per prima cosa avrebbero guadagnato l’onta pubblica e poi qualcuno avrebbe avuto il coraggio di definirli “razzisti“, “islamofobici“.
Invece questa etichetta non viene attaccata ai seni nudi delle Femen forse perchè nel nostro mondo ipersessualizzato, la migliore moneta di scambio è quello che la società identifica in fondo come un “corpo sexy”.

Insomma, conclude Sofia Ahmen nella nota, alcune donne hanno mostrato il seno in un paese, la Francia, in cui è completamente accettato mostrarlo, poi hanno bruciato una bandiera simbolo di una minoranza religiosa di fronte alla moschea di quella minoranza.  E l’azione diventa quindi per lei un’istigazione all’odio verso l’Islam e il perpetuare stereotipi sulle donne musulmane “da salvare” che almeno alcune di loro non vogliono più sopportare.

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L’accusa è, in sostanza, di neocolonialismo. Le donne musulmane che si riconoscono in questa presa di posizione anti-Femen si sono sentite sovradeterminate dalle pratiche occidentali e  ugualmente vedono nelle forme di protesta Femen un modo di dire cosa e cosa non possono indossare le donne musulmane. Al pari dei diktat del patriarcato insomma che ci vuole vestite, parte del femminismo occidentale che pretende la nudità sembra non interpretare le necessità culturali di emancipazione delle donne che pretende di liberare.

Partendo dal presupposto che difficilmente si dimostrerà l’esistenza di una religione che di suo promuova la dignità e la considerazione delle donne, siprattutto nelle sue realizzazioni temporali, l’identità musulmana a cui queste donne si riferiscono e che difendono è probabilmente libera da quegli stereotipi e quelle realtà di oppressione legate alla religione che i media ogni tanto ci sbattono in prima pagina. Tipo quando bisogna far finta di esportare democrazia in Afganistan o Iraq.

L’appello di queste donne interpreta però alcuni dei dubbi sulle modalità di protesta Femen che in realtà hanno assalito anche alcune italiane occidentali e laiche assistendo alla protesta contro il Papa o quando hanno cercato di liberarci dal sessismo contestando Berlusconi.
Il problema sta nell’affrontare la liberazione di donne altre senza chiedere come vorrebbero liberarsi, da cosa, ma interpretando dei bisogni anche solo mediatici, schierandosi contro l’Islam tutto e tutta la cultura musulmana che ha delle enormi contraddizioni interne ( quanto quella cattolica, chiaro ) ma che è più che vessata dal mondo occidentale e strumentalizzata come esempio comune della barbarie da emancipare.

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E’ lo stesso paradosso che le Femen creano quando lottando contro la prostituzione, non si aprono all’accettazione nemmeno di quelle donne che scelgono liberamete il sex work e ne rivendicano la scelta stessa.
Negano l’esistenza della scelta, ma così escludono e sovradeterminano tutte quelle che invece dell’abolizione della prostituzione forse avrebbero un altro modo per pretendere libertà, diritti, emancipazione.

Il gruppo ha scritto una lettera aperta alle Femen, in cui tra l’ironia e la frustrazione indirizzano proprio alle Ucraine la loro rabbia. Le donne musulmane sono capaci di lottare e parlare per se stesse, dicono. Sono stanche dell’ “immondizia razzista e colonialista travestita da liberazione delle donne”.

Sono stanche del perpetuato stereotipo della donna musulmana che ha bisogno dell’emancipazione occidentale. Di doversi conformare ai canoni di protesta occidentale per emancipare i loro.

Perchè viviamo in un mondo ormai schiacciato tra eteronormatività, supremazia bianca, imperialismo, classismo e capitalismo, ma le Femen sono più impegnate a contribuire al clima di rampante islamofobia. Puntate contro la supremazia maschile, non all’Islam.”

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Su Al Jazeera un articolo spiega l’iniziativa di queste donne, in fondo, tra i commenti, i contributi più interessanti.

Per osservare il dibattito tra occidente e Islam, è indicativo che nel tentativo di difendere le  Femen e le loro intenzioni, in molti assumano proprio quegli atteggiamenti alla base delle critiche contro di loro. Emerge quel paternalismo che infastidisce le donne musulmane, quel tentativo di spiegare come debbano lasciarsi aiutare. Una ragazza musulmana risponde così:

È chiaro che esistono donne musulmane oppresse, proprio come molte donne non musulmane in tutto il mondo. Il patriarcato è un problema globale e non nego la misoginia della mia cultura. Però non insultate me, la mia intelligenza, il mio colore, la mia eredità culturale e il mio corpo e per favore non fatelo perché pensate di “salvarmi”. Ci sono molte femministe musulmane in tutti i Paesi musulmani, il lavoro di una femminista dovrebbe essere solidarizzare ed amplificare la voce delle femministe locali e non dare per scontato che non esistano.” E poi “ basta dettare che le donne abbiamo bisogno di essere nude per essere libere, assomiglia troppo agli uomini che dicono che dobbiamo stare coperte”.

A questo ed altri interventi simili rispondono stimabili rappresentanti dell’occidente con frasi come

Immagino che avvolgervi dalla testa ai piedi in una coperta nera a 120 gradi sotto il sole dell’Arabia Saudita sia libertà. Chissà. Adesso provate a prendere una patente di guida o a lavorare, voi donne libere!

Chi scrive è un uomo. E non merita commenti se non che è proprio questo l’atteggiamento occidentale paternalista da isolare e condannare e non da associare alla difesa di pratiche occidentali, se davvero un dialogo tra culture vuole essere aperto.

Peccato che anche questo dibattito, più interessante di molti sviscerati finora, sarà cavalcato in nome dell’opposizione tra chi è più libera, chi ha la religione più tollerante, più amica delle donne, chi è più emancipata con le tette di fuori o con il capo velato.
La lotta dovrebbe trascendere dal conflitto Femen vs. Muslimah Pride. Il vero problema affrontato dalle femministe musulmane è quello della strumentalizzazione della religione per scopi politici di controllo delle donne.
Non è molto lontano dalle priorità del femminismo europeo laico. Così come affrontare la questione della libertà di vivere sessualità, liberazione dei corpi, velo o topless senza incorrere in pestaggi o discriminazioni o minacce di morte.

Senza per forza dover scegliere una e una sola di queste forme di liberazione ed opporsi alla scelta dell’altra.
Senza dove imporre un unico modo che appiattisca tutte sotto la stessa forma, gli stessi simboli di espressione.

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