Lo stigma della troia tra pessimo giornalismo e lacrime di coccodrillo

Accade che una ragazza di 31 anni, nel 2016, si tolga la vita per dei video che la ritraevano mentre aveva dei rapporti sessuali. Questi video poi sono stati fatti circolare in rete e da allora questa ragazza è diventata un meme, oggetto di derisione e insulto.

L’esistenza della giovane era stata totalmente stravolta per un video in particolare, perseguitata nel web aveva tentato il suicidio già qualche giorno fa provando a lanciarsi dal balcone, dopodiché due giorni fa l’ultimo e fatale tentativo. Una storia su cui, ora, anche la Procura vuole vederci chiaro. È stato aperto un fascicolo contro ignoti con l’accusa di istigazione al suicidio e non si escludono altri reati che potrebbero emergere nel prosieguo dell’inchiesta, dalla violazione della privacy allo stalking, scrivono su La Stampa

Dalla diffusione della notizia sul web si sono scatenati una serie di sentimenti: c’è chi ha provato empatia per lei e c’è chi, cinicamente, ha festeggiato per la morte  di una troia.
Integerrimi uomini e donne con la bava alla bocca brindano sul suicidio di una giovane, lanciando questa specie di morte alla troia, tra un “se l’è cercato” frase che, puntualmente, rimbalza di bocca bocca in qualsiasi caso di violenza sulle donne e un “è questa la fine che meritano quelle come lei”.

Scrissi proprio di questo fenomeno nel post sulla “troiofobia“: orde di moralisti puntano il dito su ogni donna che abbia una vita sessualmente attiva : “ti scavano nelle mutande, contano gli amanti con cui hai avuto approcci o flirt o rapporti sessuali[…]Scaricare le proprie frustrazione sessuali sulla “troia” di turno, non è un fenomeno solo maschile: anzi, è largamente diffuso tra le donne. Parlo di quelle donne che –cresciute con l’idea del “tieni le gambe chiuse se non sei una donnaccia”– perseguitano con umiliazioni e insulti[…] tutte quelle diverse da loro

Di fondo, però, come scrivevo qualche giorno fa in questo post, c’è sempre quella mentalità che vede la donna come un soggetto passivo, che il sesso non lo sceglie ma lo subisce; sicché ogniquavolta una donna non aderisce a quel rigido codice comportamentale scatta lo slut shaming.

Perché no, non è socialmente accettabile che una donna faccia sesso per divertirsi o per esibizionismo. Una donna non dovrebbe avere pulsioni sessuali, tantomeno fantasie erotiche o fare sesso spinto.
Ed è proprio da questi retaggi e da questa subcultura che nasce la normalizzazione dello stupro, perché la donna viene vista come una figura che per natura deve subire il sesso e non sceglierlo in prima persona. Basta anche riflettere un attimo sul lessico che tutti utilizziamo ogni giorno: le donne si fanno fare non fanno, si fanno scopare non scopano.
Insomma, niente di nuovo sotto al sole, da secoli la storia è sempre la stessa: per un uomo una vita sessuale molto attiva è motivo di vanto per una donna di vergogna.
Oltre alla gogna della troia abbiamo assistito alla la caccia al colpevole.
 Succede puntualmente, ad ogni tragico evento, come scrive Massimo Mantellini su Il Post
 Appena un evento tragico accade, prima ancora di mostrare il nostro sconcerto o la nostra comprensione per le vittime, iniziamo a guardarci intorno alla ricerca del colpevole. Ed in casi del genere la ricerca del colpevole è di una semplicità disarmante. È colpa dei social network, di questo”nuovo” serbatoio sentimentale nel quale tutto viene continuamente riversato, dove tutto ed il suo contrario è ordinatamente affisso, quel luogo dove tutti ogni giorno frughiamo senza sosta. Ogni delitto, ogni notizia ormai, rimanda in una maniera o nell’altra a questo database di vite, miserie, meraviglie ed orrori. Del resto se i social network non esistessero nulla di tutto questo accadrebbe e quindi insomma, ecco la soluzione
Sono stati pubblicati decine e decine di editoriali su questo caso, editoriali che tentavano di psiconalizzare, con pessimi risultati, quello che l’umanità sarebbe diventata dopo l’avvento dei social.

Ma la realtà è che, al contrario di quanto molti di questi ci suggeriscono: non è quello che siamo diventati ma quello che siamo sempre stati. I social non hanno fatto altro che fungere da megafono,da cassa di risonanza ai nostri tic, ai nostri retaggi e a tutti i nostri pessimi sentimenti. Non ha fatto altro che rendere più visibile lo stigma della vergogna, che sia per orientamento sessuale diverso da quello etero o per una sessualità non conforme al ruolo che la società impone alle donne.

È come se i social fossero un mostro a cui, puntualmente, scarichiamo la colpa in ogni evento tragico come questo e facendo ciò ognuno di noi, trovato il colpevole, si sente al sicuro e posto con la propria coscienza.

Ma è davvero il web il colpevole di tutto? Non è forse la cultura di chi è dietro di esso a scatenare determinati comportamenti?

Non è forse la totale mancanza di empatia, l’aver smesso di considerare essere umano colui o colei  che stiamo andando a linciare sul web che sia una ragazza per un video o una foto osè, un immigrato o una ministra?

Non è forse la mancanza di educazione al digitale e questa idea che ancora persiste di un virtuale come un mondo quasi parallelo a quello reale, come se internet fosse questa sorta di  zona franca dove poter scaricare tutte le proprie frustrazioni. È come se nonostante anni e anni di digitale non ci fossimo resi ancora conto che quella vita, che noi consideriamo virtuale, non è staccata affatto da quella reale.Le parole rimangono impresse lì, il web non è una lavagnetta magica dove gli insulti e le ingiurie spariscono passando la levetta. Gli insutli sul web si trascinano nel reale e spesso, come abbiamo visto, con conseguenze tragiche.
L’altra faccia della stessa medaglia di quelli che brindano su un suicidio sono quelli dell’indignazione telecomandata che dura all’incirca 24 ore, giusto il tempo di aprire qualche insulsa pagina facebook “in memoria di”, tra insegna agli angeli a volare e i r.i.p  L’indignazione di quelli che empatizzano con te solo quando sei morta.
Poi c’è la categoria dei battutari compulsivi, quelli che pensano di essere dei novelli Lenny Bruce, ma il massimo a cui possono ambire è essere condivisi su quelle pagine di comicità annacquata con le cornicette intorno alle frasi. O quelli che aprono pagine offensive sulla vittima pensando di essere dei veri duri e a chi fa notare loro che sia di pessimo gusto rispondono: “ma è black humor”. Totalmente ignari che quello che fanno non è altro che cattiveria gratuita e di bassissimo livello e che il black humor sia un genere davvero per pochissimi, che richiede un vissuto, una sensibilità e un’intelligenza sopra la media.
E poi ci sono i giornali che hanno un ruolo fondamentale nella società. I giornali che avrebbero l’oneroso compito di informare e su cui il popolo dovrebbe formarsi delle opinioni.
Ma i giornali hanno smesso da un pezzo di puntare sui contenuti. Ed ecco allora che più che puntare all’informazione o all’inchiesta li vedi riprendere i peggiori fenomeni trash del web.
I giornali che tra un’immagine voyeuristica e l’altra, con titoloni in cui campeggiano gli “hot” anche quando si sta semplicemente parlando di una ministra che sta mangiando un gelato, invogliano i più al click selvaggio stuzzicando il guardone che è, più o meno, in ognuno di noi. E tra questi squallidi titoloni, tra queste gallery ossessive acchiappaclick e sfottò ci era finita lei.
C’è chi si è scusato c’è chi invece ha continuato su quella strada, divulgando la notizia del suicidio della donna mettendo in primo piano gli screenshot presi proprio da quel video che le aveva reso la vita un inferno.
C’è chi, come Fanpage, ha pubblicato persino il posto in cui si era trasferita per trovare un po’ di serenità, calpestando totalmente la sua privacy e addossando poi tutte le colpe al “web assassino”.
fan page
Dopo tutto ciò sciorinano anche una filippica sulla società, tra i toni stucchevoli e zeppi di melassa di Tommasi e le solite “lucidissime” analisi di Fusaro.
Poi c’è chi, come al solito, ha sciacallato sulla notizia mettendo in primo piano gallery contenti foto della “bella morta” al mare e nella vita privata
Quanto valgono, quindi, le scuse del Fatto Quotidiano? Quanto vale questa pubblica ammenda dopo aver contribuito al feroce dileggio di una giovane che disperata ha trovato come unica via quella del suicidio?
Quanto c’è di vero dietro queste scuse se nelle stesse ore continuano a pubblicare questo genere di contenuti?
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Immagine presa da “Giornalisti che non riescono a scopare”

Forse mi sbaglierò, ma sono molto scettica su queste lacrime di coccodrillo.
Ho deciso, volutamente, di non citare mai il nome della ragazza.
Ho cercato di coprire nome e volto evitando di postare tutti gli screenshot del pessimo giornalismo che mi è capitato sotto gli occhi in questi giorni, perché no, non è solo quello che ho postato qui su. L’ho fatto perché non potevo e non volevo contribuire a quello squallido pubblico ludibrio, a quel calpestare continuamente la sua privacy e a negarle ciò che lei avrebbe voluto e che le è stato negato, il diritto all’oblio.
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