Di (cyber)bullismo, di violenza di genere e di responsabilità collettive

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Ci volete tutte morte. Il più difficile è ammetterlo, forse anche a voi stess*. Anzi no, non ci volete proprio tutte morte: volete vederne morire alcune, elettrodomestici difettosi che siamo o balocchi di una notte. Che si ride, si scopa e si scherza, ma poi non esageriamo, un giocattolo non è una cosa seria, con cui si può giocare per sempre. E se si rompe o lo si getta è uguale, ha servito allo scopo cui era destinato.

Ci volete morte. Questa, in soldoni, la ragione per la quale ancora tante, troppe, donne muoiono, per mano di altri o di sé stesse, annullate in ogni caso molto prima della morte stessa, nell’indifferenza generale interrotta a sprazzi dalle reazioni indignate di costume: ogni volta è come se non succedesse mai, che le donne muoiano di schifose ingiustizie e crimini odiosi. Poco importano i diversi gradi di colpevolezza, gli utili distinguo – quelli che “io ho condiviso ma non sapevo”, “ho commentato ma non sapevo”, “ho ucciso ma non sapevo”- o le scuse tardive e decisamente inappropriate per la loro futilità. Voci che si levano solo dopo la morte, per lavare il sangue dalle mani e unirsi al cordoglio pubblico in tutta legittimità. “Abbiamo sbagliato ma non sapevamo” è la naturale conseguenza di quel “ma fattela una risata!”, destinata a coloro che ogni tanto provano a misurarsi con la grassa ilarità del branco, con lo squadrismo vecchio e nuovo. Impresa alquanto ardua e rischiosa non c’è che dire. Perché cercare di opporsi al branco comporta il rischio di essere rimess* al suo posto: ridicolizzat*, sminuit*, la posizione delicata dell’outsider rischia a ogni momento di provocare un capovolgimento di ruoli che l* designerà come vittima secondaria, oggetto degli stessi insulti che ha tentato di arginare. A nessun* piace essere bullizzat*, su questo non ci piove. Ci sono allora diversi gradi di coinvolgimento tra i bulli e i bullizzati: quelli e quelle che danno man forte, ridacchiano, spalleggiano, ma non saranno mai iniziatori, quelli e quelle che assistono silenziosi, probabilmente a disagio ma incapaci di reagire per paura di attirare l’attenzione del branco.

Lo so, l’ho vissuto in prima persona il bullismo, alle elementari e quando ancora non esistevano né internet né il termine bullismo. Ma il meccanismo esisteva ed era ben oliato, sottolineando già allora l’incapacità degli adulti a reagire, nonché la viscida dinamica dell’effetto di gruppo: dove sono tutti colpevoli e non lo è nessuno. Ricordo alcuni e alcune che non hanno mai partecipato attivamente, che credevo neutr* e amic*, per scoprire poi che ridacchiavano di nascosto alle mie spalle, per guadagnare punti in popolarità. Mai sensazione fu più dolorosa del sentirsi improvvisamente, assolutamente, sola. Che è poi il meccanismo del bullismo: alienare totalmente le vittime impedendo loro di solidarizzare con le altre vittime. Perché non è che fossi sempre io al centro dell’attenzione: ce n’erano altr*. Ed ecco, all’improvviso, ero bulla pure io: bulla contro altri poveri scemi come me, bulla non per volontà di nuocere ma per omologazione, per passare ogni tanto dalla parte del fucile, per sentirmi meno sola. Non è una giustificazione: credo sinceramente che quello che ho potuto dire e fare io stessa ad altre vittime non sia assolutamente scusabile. Ma questo, penso, sono capace di affermarlo solo perché il bullismo l’ho vissuto, l’ho pagato con anni di disturbi alimentari e mi rendo conto, col senno dell’adulta che sono oggi, del male che ho potuto contribuire a spargere. Ma quid di quell* che sono stati sempre e solo carnefici? Che hanno ottenuto tutto quello che potevano dal branco: popolarità, solidarietà, tranquillità, la sensazione di essere al posto giusto? Pensano ancora, penseranno, leggendo di donne che si suicidano o vengono messe alla pubblica gogna, al male che hanno distribuito in passato? Il dubbio, sebbene non possa parlare per loro, è che ciò non li toccherà più di tanto e non si sentiranno coinvolti come lo sono io. La loro esperienza del bullismo è positiva, l’hanno vissuta come dinamica di aggregazione, ha contribuito a forgiare la loro identità di giovani uomini e donne socialmente adatt*, socialmente vincenti.

Ma torniamo al punto: ci volete morte. Che sia per mano vostra o per suicidio, per l’annientamento identitario che porta alcune vittime a cambiare città, nazione e nome. Perché ci sono quelle e quelli che mettono fine alla loro vita fisica e quelle e quelli che muoiono simbolicamente, come nei tanti casi di cronaca di ragazze stuprate e costrette alla fuga e all’oblio da una folla di compaesani solidali agli aggressori. Non è morire, forse, l’essere costretta a cambiare identità? Non è uccidere, forse, quella dinamica che mette sotto i riflettori l’intera vita della persona che ha subito, calando un velo di omertà sui violenti? Su questo doppio standard narrativo è stato già scritto molto e la cronaca di Melito, in questo senso, è solo un altro odioso caso di stupro di gruppo in cui il paese si ritorce contro la vittima: bullismo al cubo, rifugio nella sicurezza del silenzio che lava crimini e peccati, chiusura ad ostrica per proteggere il branco dalle sue responsabilità. Perché i membri del branco, siano essi stupratori, bulli o ciberbulli, sono sempre figli e figlie di qualcun*: esseri umani su cui i genitori hanno proiettato sogni, progetti, un futuro. E la vittima che denuncia, in questi casi, viene a distruggere potenzialmente queste proiezioni. Soprattutto se la vittima è donna. Che si indignino forte tutti i #NotAllMen della situazione: i numeri, il susseguirsi di fatti, evidenziano bene l’asimmetria tra i generi e la violenza che si abbatte su quelle donne colpevoli di aver detto ad alta voce di essere vittime. Per questo le si vuole morte: fisicamente o simbolicamente. Se la vittima è uomo, per la maggior parte dei casi è sempre stato l’oggetto di quel bullismo maschilista che pretende definire barriere precise, manichee, tra femminilità e mascolinità

Ci volete morte. Questo meccanimso coinvolge senza dubbio altre donne, conniventi, bulle, guardiane della morale comune: quella che si trova ancora e ancora tra le gambe della donna, nel suo aspetto, nei suoi modi, nella sua sessualità. Inutile ricordare la teoria di Bourdieu sui benefici secondari del dominio maschile: se il patriarcato non elargisse un minimo di ricompensa alle donne, se mostrasse apertamente il suo volto brutale, senza contrappesi narcisistici, a quelle che si adeguano all’immagine femminile che esso stesso produce, è chiaro che un sistema del genere non potrebbe durare. Le donne che assecondano questo sistema sono certamente ripagate: in termini di riconoscimento sociale e di esistenza. Scimmiottando il comportamento maschile nella lapidazione simbolica di altre, conquistano il privilegio di esistere per l’occhio maschile che si apre benevolo sull’oggetto che lo compiace. Salvo poi chiudersi quando detto oggetto comincia a esistere al di fuori di lui. Perché detti benefici sono fugaci, volubili, possono essere dati e tolti in pochi secondi: una può passare la vita intera a compiacersi nel ruolo della donna perfetta, casta e santa, brava moglie e madre che non si lamenta mai – Costanza Miriano ha addirittura guadagnato soldi e consensi maschili facendone propaganda aperta- ma resta il fatto che qualsiasi passo falso può comportare una sentenza di morte. Perché di femminicidio muoiono la giovani come le anziane. Poco importano i punteggi ottenuti in tutta una vita di abnegazione: alla fine dei conti una qualsiasi ribellione o recalcitranza possono essere lavate col sangue o con la morte simbolica. Nel patriarcato la vita delle donne è utile fino a prova contraria, mentre la morte di alcune è utile punto: utile alla perpetuazione del sistema di dominio, al permanere del silenzio.

Ci volete tutte morte. Intere frange della popolazione italiana si sono sgolate contro l’educazione al rispetto e alla parità di genere nelle scuole. Avete gridato all’indottrinamento dei bambini, avete innalzato lo spauracchio dell’ideologia “gender” (che in inglese fa tanta più paura): come se credere in una società più equa e più giusta verso tutti i cittadini e le cittadine fosse un crimine, un tentativo di manipolazione. Avete urlato che volete proteggere i bambini. Davvero? E da cosa esattamente?

Quali bambini volevate proteggere? La ragazzina stuprata in una discoteca nel riminese o le sue “amiche” e coetanee, che hanno pensato bene di filmarla e diffondere il video su Wathsapp? La ragazzina di Melito, quella di Montalto di Castro, le tante ragazzine stuprate del branco in troppi paesi italiani, oppure gli autori dello stupro, a volte ragazzini anch’essi? E da cosa vorreste proteggere i bambini poi?

I bambini… ho avuto modo di lavorare con loro di recente. I bambini, oggi, sono spugne senza filtri in un mondo iperconnesso e sempre meno vigilante: assorbono indiscriminatamente una quantità incredibile di messaggi contraddittori. Hanno a disposizione, allo stesso tempo, il linguaggio dell’uguaglianza e quello della discriminazione. Li imparano a casa, a scuola, alla televisione, su internet: il loro mondo, l’ambiente in cui crescono, sono infinitamente più complessi e sfaccettati dell’era pre-internet. Ci sono [troppi] bambini della scuola primaria che conoscono parole come “gay”, “lesbica”, “troia” e le usano, molto spesso, come ingiurie. Bambini che rabbrividiscono alla parola “marocchino”, perché percepiscono il disgusto nella voce degli adulti che la usano per insultare, inveire e inneggiare contro l’immigrazione. Bambini che capiscono i diversi livelli di senso di questi termini: sanno cosa significano ma intercettano anche la potenziale violenza di tali parole, se usate come insulto. Da cosa li volete proteggere, questi bambini che avrebbero già tutti i mezzi linguistici per ferire e perseguitare? Non va bene parlare loro di cose vive e sane come il sesso, gli affetti, le frustrazioni, le differenze, il rispetto, ma accettate invece che si approprino, senza intermediari, di un linguaggio discriminatorio che semina dolore e morte? La società italiana, volenti o nolenti, è cambiata: la diversità è già entrata nelle scuole e nelle case, i linguaggi della diversità si sono già diffusi. Sta a noi valutare se vogliamo accompagnare le nuove generazioni in questo mondo nella consapevolezza, o se preferiamo lasciare che se ne occupino altri agenti, che spesso rispondono a logiche di marketing.

Colpa dei genitori? Troppo facile, oggi, distribuire colpe, individuare il responsabile assoluto: scuola, famiglia, frequentazioni. Com’è altrettanto facile attaccarsi ai social media, parlare di cyberbullismo come fosse un fenomeno a parte e non l’amplificazione di qualcosa che esisteva già, anche se meno visibile, e a cui l’insieme della società non è ancora riuscito a fornire risposte corrette, modelli efficaci di prevenzione. Certo, alcune realtà locali producono iniziativa di qualità, che però rimangono bloccate lì: il problema rimane la diffusione delle buone prassi a livello nazionale, in un Paese dov’è ancora tabù, persino per i suoi Ministeri, produrre un discorso sul sesso scevro da condizionamenti paternalisti e religiosi, come nel caso del contestatissimo FertilityDay.

Eppure, dinnanzi a sempre più gravi lacune di empatia e di conoscenza dei limiti, dinnanzi alla violenza strutturale che Internet ha contribuito a portare alla luce, dinnanzi quindi a un problema grave sotto gli occhi di tutti, parte dell’Italia si è mossa per impedire alla scuola di parlare di sessualità, di affettività, di uguaglianza e di rispetto. Condannando quindi intere generazioni a ricercare la maturità intellettuale e affettiva, se possibile, per altre vie. Condannando a morte altre vittime, donne o uomini, colpevoli di non corrispondere ai modelli maschili e femminili di riferimento dei carnefici. E permettendo ai carnefici di agire indisturbati, rischiando tuttalpiù una pacca sul sedere, senza mai doversi identificare con le loro vittime. Ci volete tutte morte.

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