Stupri, ragazze “movimentate” e stupide querelle tra nord e sud

Sta facendo molto discutere in queste ore la notizia della ragazzina di 16 anni di Melito che da tre anni veniva stuprata da nove uomini.
Riporto da La Stampa:

L’hanno violentata in nove, a turno e insieme. Tenendola ferma per i polsi, e poi obbligandola a rifare il letto. «C’era la coperta rosa», ha ricordato la bambina nelle audizioni con la psicologa. «E non avevo più stima in me stessa. Certe volte li lasciavo fare. Se mi opponevo, dicevano che non ero capace. Mi veniva da piangere. Mi sentivo una merda». Andavano a prenderla all’uscita della scuola media […] Caricavano la bambina in auto e andavano al cimitero vecchio, oppure al belvedere o sotto il ponte della fiumara. Più spesso in una casa sulla montagna a Pentidattilo, dove c’era il letto.

 

Tre giorni fa nello, stesso paese, era stata organizzata da Libera, associazione contro la mafia, una fiaccolata in solidarietà alla ragazzina. Alla fiaccolata si sono presentate solo qualche decina di persone. Il motivo? Se la sarebbe cercata.
Così hanno dichiarato nel paese, aggiungendo che la ragazza fosse un po’ movimentata, una che non sa stare al posto suo”.
Ai microfoni di TgR Calabria, qualcuna, appoggiando letteralmente gli stupratori, ha affermato: «Sono vicina alle famiglie dei figli maschi. Per come si vestono, certe ragazze se la vanno a cercare».

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È così che funziona, puntualmente.
Da sempre.
Tranne quando c’è uno straniero di mezzo.
Come scrissi in questo post:

Donna stuprata da un italiano:
Reazione 1) “Qualcosa non quadra”. E fioccano tesi e ipotesi di complotto per dimostrare che la vittima stia spudoratamente mentendo e si sia inventata tutto o che, addirittura, fosse consenziente.
Reazione 2) “Era vestita da troia! Andare in giro da sola a quell’ora, certo che a volte se la vanno proprio a cercare! Magari le sarà anche piaciuto!”
Donna stuprata da uno straniero
Reazione unica: “Stop invasione! Sono incivili! Sono delle bestie! Per loro le donne sono niente, oggetti di cui disporre! Castrazione chimica! Ruspe Ruspe Ruspe!1””

Insomma, la storia è sempre la stessa: ci facciamo portatori di libertà, di emancipazione femminile additando lo straniero come violento, primitivo, maschilista, ma quando la violenza è perpetrata da un nostro connazionale, le reazioni iniziano a cambiare.

Non è di certo la prima volta che un’intera comunità si schieri a sostegno degli stupratori.

Sempre nel post sopraccitato riportai varie storie di ragazze stuprate dai cosiddetti bravi ragazzi –alcuni di questi anche in divisa– in cui l’opinione pubblica si schierò con i carnefici e non con la vittima.

C’è la storia di Anna Maria Scarfò, abusata anche lei giovanissima per tre anni da diversi uomini. Queste furono le reazioni del paese:

[…]”ci ha rovinati. Ha preso i nostri uomini e ora fa la santa”, intimidazioni urlate alla finestra, “nesci fora, puttana. Se sta vota ciu dici e carabinieri, ti bruci, ti ammazzo”, telefonate notturne, “perché non vieni davanti al carcere di Palmi? Hai un bel culo, so che fotti bene”

 

C’è poi la storia di Montalto di Castro, un’altra ragazza giovanissima stuprata da otto ragazzi. Anche qui la reazione della comunità fu:

«Era lei che faceva la zozza», «Si è divertita pure lei», «Una ragazzata» dice il padre di uno dei presunti stupratori.
«Li conosciamo eccome, Tevez, Buddha, anche gli altri, sono a posto, non hanno alcun bisogno di stuprare ragazze, non è vero niente, piuttosto lei, che quello stesso pomeriggio, prima della festa, era andata con un altro…»
«Colpa di lei». Oppure: «Lei di certo non è una seria». O anche: «Ma se l’aveva già fatto con altri quattro…».
«Avessi avuto diciassette anni, mi sarei messo in fila e anch’io sarei andato con quella». Ecco, lo fanno in molti: la vittima, la chiamano «quella». «Ma questi ragazzi mica sono romeni, che picchiano e uccidono».
«No davvero, avranno pure sbagliato ma mica si possono rovinare la vita. Tutte queste parlamentari che parlano, accusano, ma questi ragazzi una sera j’è capitata ’sta cosa…». Capitata. Poi dice una frase a forma di battuta, parecchio crudele: «Non tutti i mali vengono per nuocere, adesso quella fija troverà un lavoro…».

Poi ci sono la storia di Rosa, stuprata brutalmente da un militare dell’esercito e lasciata sanguinante nella neve. Per ricostruirle le parti interne lese ci vollero 48 punti di sutura, il medico che la operò dichiarò: “Non avevo mai visto nulla di simile”. Anche in quel caso se l’era andata a cercare e l’avvocato difensore dello stupratore ebbe il coraggio di affermare, in tutte i programmi televisi in cui veniva invitato, che era stato un gioco erotico finito male.

C’è poi la storia di Carmela, a Taranto, che a soli 13 anni si tolse la vita, lanciandosi dal 7° piano di un edificio, dopo aver subito stupro di gruppo e pesanti molestie sessuali da un altro uomo. Anche in quel caso era stata colpa sua, come la ragazzina di Melito anche lei, secondo la comunità, era una ragazzina “movimentata”.

Tornando alla vicenda di Melito, queste sono alcune delle intercettazioni, gli scambi tra uno degli stupratori e suo fratello poliziotto che, tra le altre cose, gli consiglia:

«Quando ti chiamano, tu vai e dici: non ricordo nulla! Non devi dire niente! Nooooo. Davide, non fare lo ”stortu”. Non devi parlare. Dici: guardate, la verità, non mi ricordo. E come fai a non ricordare? Devi dire: sono stato con tante ragazze, non mi ricordo!».

Una storia orribile di violenza, connivenza e omertà quella di Melito. Violenza normalizzata da una cultura patriarcale che minimizza lo stupro di gruppo su una ragazzina facendolo passare come una normale storiella. Con un’alzata di spalle, che vuoi che sia, sono ragazzi.
O con il solito commento del se l’è andata a cercare perché ovviamente la causa di uno stupro non è solo e unicamente lo stupratore ma l’abbigliamento o l’atteggiamento della vittima o l’orario in cui quest’ultima camminava per strada.
Giudizio che non cambia, purtroppo, neanche quando la vittima è giovanissima, adolescente, praticamente una bambina.

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Una delle cose che di certo mi lasciano più atterrita è il modo in cui gli italiani affrontino certe questioni, tendendo sempre non solo a cercare un nemico da odiare ma creandosi anche degli alibi per non affrontare le questioni alla radice.
Ad esempio, in questa vicenda, non potendo sciorinare stupidaggini xenofobe i più hanno deciso di rispolverare il “buon” vecchio leghismo seccessionista.
Insomma, secondo taluni certi avvenimenti accadrebbero più che altro al sud.

Se questa volta non potremo fare italiani Vs resto del mondo, se non potremo sfoderare il nostro nazionalismo da due soldi, bene, rivanghiamo un po’ di secessionismo bossiniano. E via alle sterili querelle sud contro nord: al sud abbiamo il sole il mare e voi la nebbia vs noi siamo più civili e voi avete mafia e omertà. Insomma, concetti che ci fanno piombare indietro di un secolo.

Ma si può ridurre un tema tanto importante e doloroso, come la violenza sulle donne, in questi termini o come in altri casi segnando su una lavagnetta i punti degli stranieri contro quelli degli italiani?
Basterebbe dare, di tanto in tanto, un’occhiata alle notizie di cronaca che troppo spesso vengono narrate in maniera fuorviante, strizzando l’occhio allo stupratore o giustificando, tra un “era disperato” e “non accettava la seprazione”, stragi di famiglia, femminicidi e violenze varie per rendersi conto che la violenza sulle donne, che siano percosse, stupri, stalking o quanto altro, è un fenomeno trasversale.

Questo cosa significa? Che purtroppo non esistono zone geografiche né strati sociali immuni da questo fenomeno.
Basterebbe (anche) dare un’occhiata agli unici dati attendibili sulla violenza sulle donne, quelli dell’Istat

Insomma, se stiamo parlando di incidenza, se davvero vogliamo affrontare il discorso delle differenze socio-culturali (ed economiche) che ancora persistono tra nord e sud forse varrebbe la pena di affrontarle in maniera diversa dal puntare il dito verso il solito sud incivile e retrogrado.

L’emancipazione femminile è sempre stata caratterizzata da tanti ostacoli, da strade ripide e tortuose, battaglie spesso derise o bollate come vetero a cui purtroppo e troppo spesso hanno dovuto far fronte solo e unicamente le femministe, come se le lotte per la parità dei diritti non riguardasse tutti e tutte le donne, ma solo una parte.

Se alcune zone d’Italia offrono alle donne un tenore di vita diverso rispetto ad altre è forse perché qualcuno/a ha lottato particolarmenete affinché su un territorio venissero garantiti determinati diritti, va da sé che questi piccoli passi verso l’emancipazione sono stati possibili anche perché alcuni territori sono stati gestiti meglio di altri e sempre alcuni territori non sono stati totalmente —e da sempre abbandonati dallo Stato rispetto ad altri.

Insomma, non pensiamo scioccamente che sempre guardando i dati Istat  se al nord negli ultimi anni le percentuali circa la violenza sulle donne siano in calo è perché ci sia una parte della popolazione meno cattiva rispetto a un’altra ma semplicemente perché, grazie alle lotte di qualcuno/a, il livello di consapevolezza si è innalzato.

Ad esempio, guardando questa mappa creata dalla Casa delle donne di Bologna, si può notare che, in tutta la Calabria, ci sono solo 4 centri antiviolenza. Questo significa che tante, troppe donne calabresi se si trovassero in situazioni di pericolo e di violenza domestica non avrebbero un posto dove andare o delle persone a cui rivolgersi. E da non tralasciare anche l’allarmante dato di disoccupazione femminile al sud –e, come spesso abbiamo detto, la subordinazione economica espone doppiamente le donne alla violenza.

Ed è proprio su questi argomenti che dovrebbe aprirsi un dibattito serio, sulla mancanza dei diritti essenziali quali: centri antiviolenza, lavoro, diritto alla salute, alla contraccezione di emergenza e non e all’interruzione di gravidanza.

Su questo e sulla nostra cultura, sulle differenze che ancora contraddistinguono il maschile dal femminile nella nostra società.

Differenze che purtroppo vengono inculcate sin dalla tenerissima età e tramite queste rigide costruzioni sociali vengono discriminati tutti (uomini e donne) coloro che non vi aderiscano alla perfezione. Un maschile che deve essere forte, attivo, quasi selvaggio e come abbiamo potuto constatare in casi come Melito viene giustificato con un’alzata di spalle, quasi a dire che il tutto rientri nella sua natura, non considerando i singoli soggetti e la (sub)cultura in cui ogni essere umano vive e normalizza determinati codici.  E con un femminile nato quasi per essere vittima, per non essere soggetto attivo ma per subire il sesso e non sceglierlo.

Simone de Beauvoir, diversi decenni fa, lo spiegava certo meglio di me, proprio partendo da queste nette differenze tra i generi si dovrebbe puntare a un cambio radicale di cultura affinché certi fenomeni vengano arginati.

Da “Quando tutte le donne del mondo” un passo tuttora applicabile alla nostra società:

Tutta l’economia della nostra società patriarcale implica che la donna accetti di essere supersfruttata. Fin dalla più tenera infanzia, viene condizionata in modo da strapparle questo consenso. E’ difficile presentare alla bambina, come una funzione sacra, il fatto di lavare la biancheria sporca e i piatti; è difficile convincerla che quella è la sua irresistibile vocazione. Ma se una donna è trattenuta in casa dai figli, immediatamente essa diventa quella casalinga a cui si estorce quasi gratuitamente la forza lavoro. Si cercherà quindi di persuaderla fin dalla più tenera età —con la parola, con l’esempio, con i libri e i giochi che le si presentano— che è votata alla maternità. Se non ha bambini non è una <<vera donna>> (mentre non si accusa un uomo senza bambini di non essere un <<vero uomo>>).
[…]
Sul piano economico, la donna è vittima di una discriminazione inaccettabile quanto quella razzista condannata dalla società in nome dei diritti dell’uomo: le viene estorto un lavoro domestico non retribuito, viene adibita ai lavori più ingrati, e il suo compenso è meno alto di quello dei suoi omologhi maschi. Malgrado lo status inferiore cui le riducono, le donne sono per i maschi l’oggetto preferito della loro aggressività. Un po’ dovunque —tra l’altro negli Stati Uniti e in Francia— si moltiplicano gli stupri; sono considerate normali le sevizie, come pure gli attacchi psicologici o apertamente brutali di cui le donne sono bersaglio se, ad esempio, passeggiano da sole per strada. Questa violenza diffusa è umanimamente misconosciuta e passa sotto silenzio. Perfino contro le violenze qualificate —stupri, percosse e ferite— non c’è nella stragrande maggioranza dei casi alcun ricorso giuridico. Sembra che il destino della donna sia di subire e tacere.

 

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