Il termine “raptus” nelle aule di giustizia, in psichiatria e nei media

Nelle ultime settimane abbiamo lanciato la campagna #giornalismodifferente per chiedere un nuovo linguaggio e nuove rappresentazioni al giornalismo italiano. Tra le rivendicazioni che abbiamo inoltrato via web vi era anche questa: “non è il raptus che uccide”.

Purtroppo tutt* noi conosciamo bene la parola raptus, termine usato e soprattutto abusato dal giornalismo italiano ogniqualvolta si parla di fatti di reato di matrice violenta. In particolare, il termine raptus viene continuamente impiegato nei casi di femminicidio, fornendo così un alibi all’omicida, a chi uccide la propria compagna, moglie, fidanzata, amica e negando quindi la matrice culturale sottesa a questi reati. Abbiamo sempre detto che la violenza sulle donne è un fenomeno strutturale, ha radici profonde e non può essere ricondotto a un momento di violenza improvviso. Spesso si tratta di anni di avvisaglie, di atteggiamenti psicologicamente o fisicamente violenti, di affermazione di cultura maschilista, o di stalking e intimidazioni che sfociano in maniera premeditata nell’uccisione della donna che si è sottratta al possesso patriarcale.

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Eppure, nella maggior parte dei casi di violenza di genere riportati dai media, si fa riferimento al fantomatico “raptus”. Per quale motivo il giornalismo italiano usa e si ostina ad usare questo termine? Nelle aule di giustizia, luogo in cui poi confluiscono i reati di sangue -quelli per i quali la parola raptus si spreca in ogni articolo – viene usato? Come viene definito dalla giustizia penale? In realtà, nella giurisprudenza la parola raptus viene utilizzata solo per quanto riguarda il raptus epilettico, cioè il compimento di un comportamento del tutto improvviso che avviene in una fase epilettica (vedi Cass. pen. 25 gennaio 1978). Per il resto, non vi è nessun riferimento a questo termine, né con riguardo all’imputabilità, disciplinata dall’art. 85 c.p., né con riguardo agli stati emotivi e passionali, di cui all’art. 90 c.p. Nel linguaggio comune con il termine raptus si intende un impulso improvviso ed incontrollato (dal latino raptus: rapimento) di forte entità che porta il soggetto ad episodi violenti ed aggressivi verso gli altri o verso se stessi. Tale definizione sembrerebbe vicina al concetto di momentanea incapacità di intendere e di volere (art. 85 c.p.), che, per il nostro ordinamento, esclude la sussistenza del reato e rende il soggetto autore della violenza non punibile. Eppure i dati statistici ci dicono che nei reati in cui si chiede la perizia psichiatrica – di solito i reati di sangue, quelli più efferati- solo il 5% dei soggetti risulta affetto da incapacità di intendere e di volere. Nella quasi totalità dei casi quindi il soggetto è una persona normale da un punto di vista clinico, non è immerso nella follia o accecato dal raptus, come invece viene puntualmente descritto dai giornali.

Anche alcuni psichiatri e psicologi recentemente hanno espresso dubbi e perplessità sul termine raptus e sui fraintendimenti a cui può portare. Claudio Mencacci, l’ex presidente della Società italiana di psichiatria oltre che il direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, ha affermato espressamente che in psichiatria si tende ad escludere l’esistenza del raptus, il quale tende solo a giustificare le azioni di grande violenza e ad attenuare la colpa di chi le commette. Secondo il professore “quando accade un fatto di violenza apparentemente improvvisa c’è sempre una spiegazione, un motivo che si è costruito nel tempo. Non è mai un fulmine a ciel sereno e tendere a giustificare non aiuta nemmeno a cogliere i segnali di un eventuale pericolo.”

Ma allora perché nonostante nelle aule di giustizia non vi sia riferimento al raptus, nonostante sia un termine messo in dubbio dagli stessi psichiatri, i giornalisti continuano ad usare questa parola giustificatoria? Sicuramente c’è la disinformazione di chi fa informazione, oltre al fatto che attribuire la causa di un reato ad un qualche fatto inspiegabile, irrazionale e misterioso è sempre una soluzione “narrativa” più efficace, soprattutto se poi ci si specula su per giorni, settimane, mesi, anni, scandagliando la vita e gli affari privati delle persone coinvolte. Affermare che la violenza sulle donne ha radici culturali e spesso l’uccisione avviene al culmine di una lunga serie di violenze o intimidazioni ha indubbiamente meno fascino.

10533134_772657369456632_8621739020113103645_nL’uso/abuso di termini come “raptus”, “follia improvvisa” porta a conseguenze gravi, che i giornalisti non dovrebbero sottovalutare. È di qualche giorno fa la notizia del ritrovamento del cadavere di una donna scomparsa il mese scorso, una professoressa residente a Sora. Un uomo, dopo ore di interrogatorio, avrebbe confessato di averla uccisa, di aver trasportato il cadavere in auto e di averlo occultato, per poi nei giorni successivi tentare di abusare del corpo senza vita. Queste sono le dichiarazioni che l’uomo ha rilasciato alla stampa: “ E’ stato un raptus, ero uscito per cercare una donna.” E già sappiamo che l’avvocato difensore ha intenzione di chiedere l’infermità mentale. Come si può sostenere che sia stato un attimo momentaneo di follia, dopo tutto il lungo iter criminoso che c’è stato, durato anche più giorni? La parola raptus viene usata per coprire e giustificare qualsiasi azione criminale. Viene usata dalla stampa, venendo quindi assimilata dalla società e viene usata dagli autori dei reati per autoassolversi.

Da sempre ripetiamo che il giornalismo ha un potere enorme perché forma il linguaggio e quindi il modo di pensare della società. Non sono sufficienti le aule di giustizia, la psichiatria, i dati statistici. Finché ci saranno giornalisti che invece di chiamare le cose con il loro nome si ostineranno a diffondere ignoranza e giustificazioni, al fine di speculare sulle tragedie, le cose difficilmente cambieranno.

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