#giornalismodifferente e reati odiosi: analisi di due pessimi articoli

Della nostra campagna “Giornalismo differente” c’è ancora una grandissimo bisogno.

Qualche giorno fa, “La Stampa” ha riportato una notizia gravissima: un uomo di sessant’anni è indagato per sfruttamento della prostituzione ai danni di alcune studentesse minorenni.

Una nostra lettrice, che ringraziamo, ci ha segnalato due articoli, con la medesima firma, che parlano della vicenda.

Il linguaggio utilizzato per raccontare i fatti è talmente scioccante e irrispettoso che ho deciso di proporlo all’attenzione di chi ci legge, per denunciare ancora una volta e con forza che il giornalismo deve cambiare, che il modo con cui si parla dei fatti di cronaca non è neutro e che le vittime, soprattutto minorenni, hanno bisogno di essere rispettate anche da chi riporta i gravi fatti di cui sono state, loro malgrado, protagoniste.

Questo è l’articolo con il quale si narra, per la prima volta, la bruttissima vicenda.

Pur sottolineando l’età delle ragazze, con il termine “minorenni”, la giornalista continua poi a raccontare, scegliendo i termini “incontri sessuali a pagamento” per spiegare il fulcro della vicenda.

Utilizzare quel linguaggio suggerisce una scelta libera. O, per lo meno, rimanda ad un immaginario in cui due persone, poste sullo stesso piano, concordano una transizione, “siglano un contratto” perfettamente lecito e consapevole.

Quanto di “libero”, “concordato” e quindi consapevole possa esserci tra un uomo di sessant’anni e delle minorenni, ontologicamente “giuridicamente incapaci”, proprio non saprei.

Si continua poi, strizzando maliziosamente l’occhio all’immaginario voyeuristico di lettori e lettrici, andandone a solleticare la curiosità morbosa e abbozzando un dipinto in stile “Lolita”, con quel aggettivo “graziose”, riferito alle ragazzine.

Gli “incontri” tra l’uomo e le ragazze sarebbero stati “Ben pagati”. Che senso ha specificarlo? Ci suggerisce, sembra, che le vittime fossero avide e consapevoli di avere un “valore economico elevato” e dunque di approfittarne in modo spregiudicato e senza remore, legittimando, in un certo senso, la condotta dell’uomo: pago bene, dunque compro quello che voglio. La minore età delle ragazze pare quasi passare in secondo piano e invece è la discriminante di tutta la vicenda.

La stessa giornalista torna su questa storia, pochi giorni dopo:

 

In questo secondo articolo ritroviamo la pessima narrazione dell’altro, ma troviamo anche peggio. Sono molti, ad esempio, i particolari che portano a “restituire” al sessantenne un’immagine edulcorata, cercandone delle giustificazioni e rendendolo “un po’ più simpatico” agli occhi di chi legge: l’uomo si era “invaghito” di una delle studentesse.

Ma che linguaggio è? Come può essere “invaghito” un uomo di sessant’anni che sfrutta il giovane corpo di una ragazzina, umiliandola con una somma di denaro, senza un consenso valido, in quanto i rapporti tra i due sono stati sicuramente impari, diseguali, non basati su un’identica posizione, in cui tutto il potere stava tra le mani di uno solo?

L’uomo è “prostrato” e incapace di perdonarsi per il dolore che ha dato alla sua famiglia. Delle ragazzine e del loro dolore, nessuno ci dice niente. L’uomo non è prostrato per aver fatto scempio della personalità di alcune giovanissime ragazze, nemmeno maggiorenni? Evidentemente no, visto che di una si era “invaghito” e la pagava pure benissimo: quindi che dolore potrebbe mai provare? Ma lui sta male, tanto che tutti temono che crollerà e che avrà necessità di essere seguito da uno psicologo.

E le altre protagoniste? Le ragazzine? Le studentesse minorenni?

Ah, bè…. una era “la prescelta”, oggetto del suo invaghimento e ben pagata. E le altre le ha solo conosciute.

Loro non sono prostrate, non ne hanno motivo. Anzi, “la prescelta”, probabilmente, deve solo stare zitta: ben pagata e gratificata dall’invaghimento dell’uomo. Muta e contenta.

Eppure, poco più di un anno fa, nel maggio del 2016, l’Ordine dei giornalisti, ha deliberato che:

«l’uso reiterato che molte testate, televisive, cartacee e online fanno della definizione ‘baby squillo’» è una «inammissibile violazione della Carta di Treviso », cioè la carta deontologica dei giornalisti per la tutela dei minori firmata il 5 ottobre 1990 da Ordine dei giornalisti, Federazione nazionale della stampa italiana e Telefono azzurro con l’intento di disciplinare i rapporti tra informazione e infanzia. La Carta salvaguarda il diritto di cronaca sottolineando però la responsabilità dei media verso i diritti dei minorenni, che vanno tutelati e protetti nella loro identità per non comprometterne lo sviluppo psichico.  

L’Ordine ricorda che «le bambine sono le vittime e gli uomini che abusano di loro, i pedofili, sono i colpevoli», aggiungendo che «usare i termini corretti è alla base del nostro lavoro. Scambiare le vittime con i colpevoli dà luogo ad una informazione falsa e fuorviante».

In questi articoli la dicitura “Baby squillo” non viene usata, ma è sottintesa in molteplici passaggi, dall’espressione “incontri sessuali a pagamento”, all’accenno al cospicuo pagamento e, in ogni caso, mi sembra fortemente lesiva dei diritti delle minorenni coinvolte, diritti che “La Carta di Treviso” succitata, invece vuole tutelare.

Il lettore viene condotto per mano, in una ricostruzione che cancella le vittime e la loro dolorosa violazione, puntando su un immaginario torbido fatto di Lolite avide e senza valori che irretiscono un povero uomo disperato e invaghito di una “graziosa minorenne”, tentatrice per forza e quasi lusingata dall’essere stata “prescelta”.

Non ci stancheremo mai di chiedere un #GiornalismoDifferente

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