Il femminismo ha bisogno di parlare di dinamiche di potere. Di Asia Argento e il movimento #metoo

E’ giunto il momento di esprimerci sulla nuova -presunta e poi negata dalla diretta interessata- rivelazione su Asia Argento.
E davanti alla spasmodica richiesta di prendere una posizione davanti a quello che sembra – leggi vogliono far sembrare – il crollo o presunto tale di un movimento è un imperativo categorico dare una risposta. Una risposta che più che avere a che fare con Asia Argento, ha a che fare con le relazioni di potere della nostra società.

Non mi dilungherò, sia chiaro, su elementi psicologici di cui non ho le necessarie competenze anche considerato che ogni profilo assume la sua rilevanza in un caso specifico che, come tale, merita di essere valutato e discretamente comparato. (Certo è che, nessuno ha compilato rotocalchi chiedendosi come lui fosse vestito, come mai denunciasse così tardi, come fosse proseguita poi la sua carriera a seguito della violenza etc. perché, hey, forse siamo in una società sessista?).  Non conoscendo, poi tutti i dettagli, è anche impossibile – e a mio parere sterile – conferire dignità di elemento obiettivo ad analisi sui modelli e/o traumi comportamentali possibili subiti da vittima e da stupratore e sui possibili risvolti. Perché non è comunque questo il punto.

Considerazioni sterili lo sarebbero, indubbiamente, sopratutto in un’analisi femminista che vuole indagare i perché strutturali con una critica che vada al di là delle attenzioni voyeuristiche del singolo caso concreto, ma che sia in grado di tessere quelle che sono le fila di un discorso ben più cardinale che è giunto il momento di intavolare.

Se le accuse mosse contro Asia Argento indeboliscono le rivendicazioni del #metoo?Immagine correlata

Assolutamente no.
In parte lo dimostrano.

Quello che abbiamo sempre, come movimento femminista, voluto far emergere è la lotta alla dominazione in un sistema eretto da e su dinamiche di potere. Chi ha potere è chi, per sua natura ontologica, è teso a dominare, e per sua natura teleologica è teso ad dominare contro il più debole.

Se questo è l’assunto di partenza, non difficile è capire che questo può succedere anche a parti, o sessi, invertiti.

Per anni abbiamo cercato di costruire un movimento femminista portavoce di una concezione della lotta di genere non finalizzata a compatire apoditticamente le vittime in quanto tali e rendere apoditticamente carnefici i carnefici in quanto tali, come fossero entità contingenti ad un sistema ingovernabile e fatalista. Abbiamo cercato di esplorare le dinamiche sottese, e l’intento principale è stato proprio quello di raggiungere tutte e tutti coloro che si sono avvicinati ai femminismi contemporanei, ponendo input su come il sessismo altro non fosse che una dinamica, ennesima, di sopraffazione, e come tale ha come suo unico scopo: raggiungere l’abnegazione del più debole, ossia nella nostra prospettiva contemporanea, le soggettività femminili, perché economicamente e socialmente più deboli.

Il problema strutturale che abbiamo compreso e iniziato a disarticolare in questi anni è stato improntato verso la comprensione di quale ruolo assumesse la dinamica di potere nelle varie tipologie di rapporti sociali, relazionali, emotivi, familiari e di lavoro. Abbiamo percorso insieme la irta strada verso la qualificazione delle dinamiche di dominio e subordinazione, di forza e di dipendenza, di ricchezza e di povertà di cui la nostra società è imprescindibilmente innervata; le stesse che nutrono e rimpinguano la cultura dello stupro, che rinvigoriscono, infine, una ordinamento fortemente diseguale e discriminatorio. Lo stupro avviene perché nella volontà dello stupratore è impressa la sopraffazione verso un subalterno, non verso un preciso sesso biologico, non per libido, non per raptus, non per un dolore da, in qualche modo, riparare. Le donne sono e sono state vittime di violenza di genere non perché il loro genere sia stato incomprensibilmente preso di mira, ma perché rappresentiamo una minoranza che è stata storicamente discriminata e sopraffatta da un sesso, quello maschile, perché economicamente e giuridicamente più forte. E la forza necessita di un ambito in cui esternalizzarsi soggiogando i meno forti.

Se l’assenza in posizioni di potere di soggettività femminili è dettata dal predominio della coscienza maschilista in questi ambiti, non è difficile comprendere come questa possa ricalibrarsi, paradossalmente ma nemmeno troppo, anche nelle – poche – donne che raggiungono carriere maschili. Perché senza un femminismo che rielabori la cultura del potere e della dominazione come parte integrante del sessismo, non è possibile rielaborare una coscienza femminista capace di una profonda analisi sistemica. Senza connettere il femminismo ad una critica economica, non saremo in grado di uscire da uno sterile femminismo edulcorato o – si parva licet – fortemente liberal.

Il focus del dibattito (come specchio dei femminismi contemporanei) non può essere più chi e come abbia personalmente esercitato violenza presso il prossimo sopraffatto, ma l’accentramento di potere in un sistema fortemente diseguale, il cui funzionamento è permesso solo grazie alla recrudescenza, oggi più che mai, delle diseguaglianze e alla demonizzazione delle minoranze, fra le quali quella del femminile.

Non è difficile intendere che, se la parte dominante, centro di potere, assurge al femminile in dinamiche maschiliste e oligarchiche, il risultato rischia di rimanere immutato in assenza di una corretta rielaborazione della coscienza femminista alla luce delle prerogative da eliminare dal sistema corrente.

E per questo e solo per questo che credo le rimostranze del movimento #metoo rimangono assolutamente valide, perché è nella direzione giusta che si sono mosse e cercano di incidere.

Il femminile non è sacro perché aprioristicamente lo è, non è sacro perché non lo è e basta. Ciò non sminuisce, non diminuisce, non incide nemmeno in minuscola parte sulle violenze subite, nel portato storico e sedimentato della violenza di genere, cui il #metoo si è fatto portavoce. Portavoce di quelle storie omesse, taciute, insabbiate di centinaia di donne, non di una sola, che sono rimaste schiacciate dalla sopraffazione di un uomo non in quanto e perché tale, ma perché in una posizione di forza e sopruso.

Ma è giunto il momento di alzare la posta in gioco e di ripensare alle prospettive che vogliamo dai nostri femminismi.

 

A.

 

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