Di caramelle al limone, 8 marzo e violenze sessuali

Un paio di giorni fa una ragazza di 24 anni è stata violentata da tre coetanei nella stazione della ferrovia Circumvesuviana di S. Giorgio a Cremano.

Un dettaglio che ho subito notato ed ho ritrovato su quasi tutti i giornali è quello che la ragazza conoscesse di vista i tre stupratori, questo ha fatto sì che quest’ultima non avesse timore ad entrare in ascensore.

Sembra assurdo che nel 2019 una donna debba aver paura, in pieno giorno e in luoghi pubblici e affollati, ad entrare in un ascensore con altre persone.
Alla vigilia della Giornata Internazionale della donna notizie come questa fanno doppiamente male
Penso a lei, a come può essersi sentita in quegli istanti, alla rabbia, all’umiliazione, alla paura che ti assale e ti pietrifica
Mani estranee che ti frugano tra i vestiti, nella tua intimità, che ignorano le tue urla e la tua disperazione.
E all’ennesimo 8 marzo che si avvicina, mentre qualcuno ci delizia come ogni anno con battutoni su cagne e croccantini, qualche altro ti chiede “eh, ma a cosa serve ancora la commemorazione dell’8 marzo se avete più diritti degli uomini?”
E tentando ogni volta di dare una risposta lucida a una domanda tanto stupida che non ti trascini allo stesso livello del tuo interlocutore penso ancora a tutti i rischi che le donne corrono e a quanto sia doppiamente difficile la vita di una donna rispetto a quella di un uomo.
Penso a tutte le volte che ho avuto paura, tutte quelle volte che rientrando in casa, con il cuore in gola, mi sono appoggiata alla porta d’ingresso e ho tirato un sospiro di sollievo.
Vorremmo poter rientrare la sera senza il calcolo maniacale dei metri che ci separano dall’auto o dal portone di casa.
Siamo stanche di rinunciare a delle uscite perché i mezzi pubblici di sera non sono per le donne o di aver puntualmente bisogno del passaggio o della scorta di qualcuno
Stanche di sussultare ad ogni passo dietro di noi, con le chiavi strette nelle mani, camuffate per non attirare le attenzioni di qualcuno o con lo sguardo fisso per terra per non incrociare quello di nessuno. Di fare lo slalom evitando le zone meno illuminate, scrutando da lontano la presenza di sagome ed allungare inevitabilmente il passo e il percorso.
Siamo stanche dei fischi e delle invadenze quotidiane.
Stanche di essere colpevolizzare
Siamo stanche dei:
Cosa indossavi?
Dove camminavi?
Perché eri lì?
Perché non hai urlato?
Perché ti sei fidata?
E da questo non è stata risparmiata nemmeno la ragazza stuprata nell’ascensore della metro.
“Dico alla ragazza di guardarsi dalle amicizie perché questi che l’hanno violentata pare che fossero amici”. Questo è quello che ha dichiarato  Umberto De Gregorio presidente di Eav, Ente autonomo Volturno, la società controllata dalla Regione Campania e responsabile di Circumvesuviana, Cumana e linee flegree.
Come ad ogni episodio di violenza sessuale c’è sempre un particolare, un dettaglio che può essere usato, in maniera subdola e fuori luogo, contro la vittima.
L’aggravante non cade mai sullo stupratore, ma come al solito è la vita della vittima che viene passata al setaccio per le sue abitudini, per il suo abbigliamento, per il suo aspetto, per il suo comportamento, per le sue conoscenze.
Siamo stanche di stupide e inutili proposte istituzionali che al centro hanno sempre e solo la sicurezza e mai un impegno civile verso una cultura e un’educazione diversa, di politici che utilizzano la questione per infondere terrore, per farci ritornare nel nostro habitat naturale: il focolare domestico.
Siamo stufe dei vademecum antistupro che snocciolano consigli ridicoli alle donne, di ricevere empatia solo quando chi usa violenza contro di noi ha una nazionalità diversa da quella italiana, stanche di chi sciacalla su episodi di violenza per sdoganare razzismo dimenticando tutte le donne che hanno perso la vita e continuano a subire in silenzio per mano di nostri connazionali,  di chi si riempie la bocca sul concetto di rispetto della donna mentre due secondi prima ha paragonato una sua avversaria politica a una bambola gonfiabile o ha accusato qualche altra di stare lì solo perché brava in qualche prestazione sessuale in particolare o, peggio ancora, ha dato in pasto, sui suoi profili social, alla sua folla inferocita e adorante, delle minorenni.

Siamo stanche della violenza economica, della precarietà e del lavoro gratuito —domestico e non.

Stanche di Pillon, degli antiabortisti, di chi controlla la nostra sessualità e i nostri desideri, di chi parla di maternità come destino biologico delle donne, di chi parla di ruoli e per stereotipi, del multitasking come “dote naturale” delle donne e non come una condizione a cui le donne sono costrette per poter andare avanti.
Ecco cosa risponderei a chi ancora chiede l’utilità dell’8 marzo, che siamo stanche del gap di genere, che ci vede puntualmente agli ultimi posti e l’unica cosa con cui ci possiamo consolare è una tristissima caramella al limone. Salvo esaurimento scorte.
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