La mistica della maternità

Era il 1949 quando venne pubblicato “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir in un passo del quale, ella scriveva che la società umana non è mai abbandonata alla natura e che da un centinaio di anni, ormai, la funzione riproduttiva non è più comandata dal caso biologico, ma controllata dallavolontà umana.

Andando avanti con la sua trattazione della condizione della donna quando diventa madre, dopo svariati esempi e racconti, Simone de Beauvoir scriveva:

“Tutti questi esempi bastano a dimostrare che non esiste un “istinto materno”: in nessun caso la parola può essere applicata alla specie umana.”.

Nel 1963 usciva, negli Stati Uniti d’America, “La mistica della femminilità” di Betty Friedan, interessante saggio che mostrava come l’aver voluto indicare alle donne, come loro unica fonte di realizzazione, come “essenza” della loro “femminilità”, la vita di sposa, casalinga e madre, avesse portato nella società americana gravissimi danni non solo alle donne, intrappolate in ruoli stereotipati vecchi come il mondo, ma anche ai loro figli e alla società tutta, privata in ogni campo, del contributo femminile.

Sono passati decenni da queste due importanti opere, eppure non passa giorno che non ci sentiamo indicare, in quanto donne, come via per la nostra “realizzazione” la maternità.

mamma

Nel decreto del governo Letta contro stalking e femminicidi, in caso di violenza commessa contro una donna in stato di gravidanza, vengono proposte pene più severe.

All’inizio di quest’anno, Milena Gabanelli scriveva un articolo (del quale parlammo qui) nel quale la giornalista definiva il corpo delle donne come “culla dell’infanzia”, dando alla maternità una dimensione sacra. Nell’articolo del nostro blog, Enrica spiegava benissimo come fosse pericoloso rivestire di sacralità un evento come quello della maternità. Diventa, quello della madre, un ruolo imposto, una gabbia. Ed inoltre svilisce, colpevolizzandole, quelle donne che scelgono di non volere figli o che non possono averli.

Anche in questo nostro articolo spiegavamo come dare rilievo “sacro” o indicare come “condizione privilegiata delle donne” la maternità, potesse portare a conclusioni aberranti, come, appunto indicare come più grave uno stupro commesso su una donna incinta, disumanizzando la donna incinta, in quanto vista come “incubatrice” e non come soggetto e svilendo i casi di stupro subiti da donne non gravide, come se il reato fosse, in quel caso, meno importante.

Anche tutta la retorica dei cosiddetti “Movimenti prolife”, gli antiabortisti, o meglio, come ci piace di più, coloro che si oppongono alla libertà delle donne di scegliere e decidere quando e se diventare madri, inchiodano le donne a questa loro funzione biologica, come se fosse un destino da subire.

Ma noi sappiamo che gli individui si realizzano attraverso l’azione, attraverso una trasformazione del mondo attuata da essi stessi, e non attraverso l’accettazione passiva della loro biologia e delle sue funzioni.

Sappiamo anche che, fin dall’infanzia, alle bambine viene indicato, come obiettivo quello di diventare madri. Ed ecco che le scelte delle bambine che giocano e chiedono di acquistare bambole e bambolotti, spesso e volentieri sono scelte indotte dal mercato. Le piccole scelgono quello che viene loro indicato e proposto come giocattolo “adatto”, “destinato”. Il ruolo di madre viene loro additato come uno dei soli possibili per loro, restringendo i loro orizzonti e depotenziando la loro personalità.

Nel saggio citato precedentemente (“La mistica della femminilità”) si dimostrava che indicare come unico ruolo in grado di realizzare la donna quello di moglie e soprattutto di madre, togliesse alle ragazze persino la voglia di studiare, restringesse tanto la loro sfera di interessi da renderle quasi “eterne bambine”, da paralizzare la loro evoluzione.

Perché questo lungo preambolo?

Perché siamo incappate in questo articolo che è un concentrato di mistificazioni e stereotipi che non potevamo non commentare.

Vediamo alcuni estratti:

Alzi la mano chi invidia una donna che non può aver figli. Credo che nessuno possa alzarla. Perché donna è sinonimo di maternità.

Non è invidiata quindi una donna che non può avere figli, ma neppure può essere invidiata una donna che non vuole avere figli.

Prima di tutto non si capisce come mai una donna debba per forza provare invidia nei confronti di un’altra donna. Altro stereotipo che vede le donne sempre invidiose le une delle altre. E perché mai scegliere di non avere figli ci renderebbe  donne peggiori, nemmeno degne dell’invidia delle altre?

Come abbiamo visto, la maternità è una scelta, non un destino al quale non ci possiamo sottrarre.

Andiamo avanti:

L’istinto di dare la vita è il motore di ogni nostra cellula

molte donne ascoltano e seguono l’istinto

Con buona pace di Simone de Beauvoir che si rivolta nella tomba.

Ma le mistificazioni e le colpevolizzazioni non sono finite.

Quanto sono cattive le donne che rifiutano il loro “destino biologico”! E che brave quelle che invece “seguono l’istinto” pur se il prezzo da pagare sono cure, ormoni, sofferenze e ansie!

Poi succedono tante cose che inducono a fare scelte più razionali, egoistiche o necessarie. E l’istinto viene sepolto da motivazioni estemporanee o insuperabili: la paura, l’egoismo, la carriera, la mancanza di denaro o dell’uomo giusto.
Ma molte donne ascoltano e seguono l’istinto, anche se è apparentemente tardi, anche a costo di immani cure ormonali, di sacrifici personali, persino se non c’è l’uomo del tutto. Perché avere un figlio vuol dire conoscere l’essenza insuperabile dell’amore, dare un senso alla fatica di vivere, rendere etica la propria capacità di produrre, conoscere la responsabilità di creare e formare una persona. Significa anche programmare il futuro nell’illusione dell’eternità; non ragionare solamente con l’«io» ed emozionarsi, prima di ogni scelta, con il coinvolgente «noi».

Chi non “segue l’istinto” è “impaurita” ed “egoista”, mentre chi lo segue “rende etica la propria capacità di produrre”, conosce la vera essenza dell’amore e dà un senso alla fatica di tutti i giorni e la sua programmazione del futuro è vincente!

Una mistificazione assoluta che non solo mortifica e colpevolizza chi non vuole avere figli, ma anche chi non può averli. E crea pressioni sulle donne che, se non rispettano questa mistica della maternità si sentono “meno donne”, persone incomplete.

D’altra parte legare la realizzazione di una persona ad una sua funzione biologica, significa relegarla in una posizione subalterna, rispetto a chi questi legami biologici non li sente come imposti, perché la spinta insita in ogni essere umano è quella di superarsi, di trascendere la propria natura, non di fissarsi in essa.

Una donna che non può avere figli, a nessun costo, cerca disperatamente di adottarli, di avere anche l’affido temporaneo. Non credo si possa definire questa voglia come pura generosità sociale, potendosi invece intuire come espressione di un bisogno primordiale, insoddisfatto altrimenti. Non si giustificherebbe infatti la capacità incredibile di queste donne di sottoporsi a tremendi iter burocratici, sedute psicologiche, frustrazioni ripetute, attese estenuanti che vanno ben oltre i nove mesi della più semplice gestazione.

Questa è una generalizzazione (se non una immensa bugia) vera e propria. Non tutte le donne che non possono avere figli cercano di adottarli.

Ma è nel finale dell’articolo che si raggiunge l’apoteosi della mistificazione, dello stereotipo sessista e della colpevolizzazione della donna – non madre:

 Non sono quindi per nulla d’accordo con quanti negano che la femminilità si identifichi con la maternità. Anzi credo che le donne di questa idea stiano reprimendo la loro femminilità; nell’obiettivo di essere più uguali al maschio, queste donne vedono, nel bisogno di libertà assoluta, la illusoria conquista della pari dignità di genere.
Negarsi un figlio per la carriera, il piacere, un malinteso senso di libertà, è una specie di autoviolenza al cuore più segreto e potente della femminilità.
Significa dire, voglio appropriarmi anche della parte peggiore dell’uomo per non essere da meno: egoista, un po’ vile, libera di fare e disfare, incapace di proteggere.
Invece, una vera donna, non competitiva con il genere maschile, è davvero libera, appagata e anche di successo, solo quando può dimostrare di sapere fare tutto, come solo una donna sa fare, specialmente avendo regalato al mondo uno o più figli.
Se è vero che donna non si nasce, ma la si diventa, l’essere madre fa diventare più donna di qualsiasi altra donna.

Affermare che femminilità e maternità siano concetti  così legati che, se si esclude il secondo, viene meno anche il primo è assolutamente mistificatorio, oltre che svilente per una donna. Una donna non è una funzione biologica e la maternità è una scelta, non un destino, non un modo univoco di essere donna.

Se si continua a trasmettere questo concetto, le donne saranno sempre in difficoltà. In un mondo che continua a chiedere loro di “adeguarsi” a modelli imposti da altri, dal patriarcato, una donna che non potesse o non volesse avere figli sarà sempre vista (e, magari, si sentirà) uno “sbaglio”, un “errore”. E finirà sempre col sentirsi in dovere di giustificare la sua stessa esistenza. Una donna che non “fa la donna vera” perché non sceglie (o non può avere) un figlio, in un contesto così mistificante e discriminatorio, è destinata all’emarginazione o, peggio, all’autoemarginazione, visto che non rispetta gli standard della “vera femminilità”. E fino a quando si è costrette a giustificare la propria esistenza, non ci si potrà mai veramente muovere in autonomia e in autodeterminazione, “facendo presa” sul mondo, creando, facendo crescere la propria personalità.

Affermare che una donna che si priva volontariamente di un figlio stia addirittura facendosi autoviolenza e sia un’autolesionista è veramente pesante. Un dito giudicante puntanto addosso. Quasi che scegliere di non avere un figlio fosse una specie di delitto, un marchio di infamia.

E che dire poi dell’equazione: donna che rifiuta la maternità = donna che si sente uguale al maschio? Una donna che rifiuta la maternità è semplicemente una donna che, per se stessa, compie una scelta diversa. Non vuole diventare madre. I motivi possono essere decine, tutti validi, se è quello che una persona sceglie in libertà per se stessa.

E poi basta con questa contrapposizione donna/uomo!

Cito dall’articolo di Enrica, di cui ho fatto cenno all’inizio:

Mi piacerebbe anche andare oltre la contrapposizione maschile/femminile. In cosa consiste ciò che chiamiamo femminilità? Il pensiero della differenza ha creato un soggetto universale Donna, che si contrappone ad un soggetto universale Uomo. Questa Donna come figura universale rimanda ad una idea di Femminilità pre-discorsiva, ontologica, un’idea che non prende in considerazione le sfumature, le differenze dei singoli soggetti, ma che impone una Verità.  A questo pensiero della differenza mi piacerebbe contrapporre una teoria sul genere come costruzione sociale e culturale, dove il genere, come sostiene la filosofa Judith Butler, non è né vero, né falso, dove l’identità dei soggetti non è da intendere come corrispondenza ad un paradigma dato, perché non esiste nessun paradigma.

Di conseguenza non esiste nemmeno un modo giusto o sbagliato di essere donna, non esiste un “femminile” a cui corrispondere. Non c’è nessuna intima e fragile natura delle donne genitrici a cui riverirsi con religioso rispetto.

Non siamo madonne, non vogliamo essere inchiodate alle funzioni del nostro apparato riproduttivo. La maternità è una scelta non un destino biologico.

Meglio stendere un velo pietoso su come vengono descritti anche gli uomini: “egoisti, un po’ vili, liberi di fare e disfare, incapaci di proteggere”, proprio come una donna che non vuole figli, secondo chi ha scritto l’articolo.

Dunque, le donne senza figli sono donne a metà, senza giustificazioni. Non “fanno le donne”, chissà mai cosa ci stanno a fare al mondo, allora.

Ma le “vere donne”, le madri…. oh! Quelle sì!

Non sono competitive, sono libere, appagate e di successo!

Perché possono dimostrare di sapere fare tutto, come solo una vera donna sa fare! Specialmente se ha regalato al mondo uno o più figli! (Ma il dubbio che mettere al mondo un figlio a volte costituisca un atto di egoismo non sfiora mai nessuno?)

A noi sembra l’ennesimo modo di rinchiudere nelle gabbie di stereotipi e ruoli imposti le donne: asservite alla biologia, non competitive, e “in grado di fare tutto”. Per giunta per puro spirito liberale, visto che i figli li fanno per “regalarli al mondo”.

Come diceva Faby, in questo articolo

Siamo stufe di essere considerate delle incubatrici, il mio sogno non è diventare mamma, se avverrà avverrà ma non è quello il mio sogno.

Non è vero che il sogno di ogni donna è quello di diventare mamma, dovete smetterla di far sentire una nullità quelle donne che non vogliono o non possono diventare mamme.

Voglio una vita libera, voglio lavorare e essere indipendente.

Il mio vero sogno è avere un diavolo di lavoro dignitoso.

Il mio sogno è poter curare le mie passioni -avere il tempo per poter leggere ciò che mi piace, vedere film,ecc- ,  il mio sogno è non dover vivere le giornate con il terrore di non trovare un impiego, di non dover maledire i sacrifici economici che sostengo per terminare gli studi, il mio sogno è quello di non sentirmi un fallimento.

Il mio sogno è quello di non dover dipendere da nessuno.

Il mio sogno è che SE avrò un figlio non lo farò vivere nell’angoscia della precarietà economica – perchè l’egoismo vero non è tanto interrompere una gravidanza ma mettere al mondo bambini senza avere la possibilità di poterlo fare- e di non soffocarlo con stupidi oggetti, di non parcheggiarlo davanti ad un televisore che lo farà diventare un medio razzista-omofobo-misogino o una perfetta Cenerentola che abbia come unici scopi nella vita quelli di farsi bella e cercare marito. Perché è questo ciò che insegna quella dannata scatola.

Il mio sogno è che ogni donna, che non voglia diventare mamma,  possa sentirsi libera di gridarlo!

Il mio sogno è che una volta per tutte la smettiate con queste stupidaggini (…)

Insomma, noi ci sentiamo “donne vere” e “donne complete” quando abbiamo la possibilità di compiere scelte per noi stesse in modo del tutto autodeterminato e libero. Qualunque sia la strada che abbiamo deciso di percorrere.

Agosto 2013

 

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