Il web non è un posto per donne. E i “mi piace” spesso hanno un solo significato.

Avendo scelto di scrivere online, ogni giorno ci confrontiamo con i lettori e le lettrici delle miriadi di contenuti sputati in rete e lasciati a macerare tra i commenti.

Ogni giorno, nella nostra piccola comunità, moderiamo attentamente proprio questi, i commenti di chi legge ciò che scriviamo.
Lo facciamo perché non accettiamo che sulla nostra pagina Facebook rimangano senza risposta o in bella vista concetti razzisti, omofobici, sessisti o semplici insulti, aggressioni verbali, fino a minacce di violenza.
Crediamo, infatti, di essere responsabili, oltre che di ciò che scriviamo nei nostri post, anche, in parte, di chi ci legge e commenta.

Avendo scelto di scrivere online, sappiamo quale e quanto peso abbiano infatti i commenti degli “utenti”, di chi, dietro vero o falso nome, trova nella distanza di internet, dietro a uno schermo, a volte il coraggio di esporsi e di essere se stessi, ma altrettanto spesso la giusta copertura per sfogare la parte peggiore di sé.

Ora che le comunità virtuali hanno delle loro abitudini, dei membri fissi, dei tempi e dei luoghi riconoscibili ( si tratti di un forum di fan del fumetto o di un blog di filosofia ), queste stesse comunità sono diventare reali e le loro opinioni hanno la stessa validità di quelle orecchiate al bar, sull’autobus, a scuola. Di quelle di cui facciamo parte. Sono opinioni reali in un luogo virtuale.
E i commenti che si leggono in calce ai post delle pagine più disparate non possono più essere liquidati con un semplice “che vuoi che contino, sono commenti su Facebook” perché, volente o nolente, dai giornali, alle riviste e i blog, fino ai collettivi più radicali, siamo tutti qui ad alimentare la più grande piattaforma social e commerciale del mondo. E allora ciò che viene scritto, detto, in questa piazza online, diventa tangibile, sostanziale in una discussione anche politica a volte.

Sarebbe cosa utile ad esempio, rimanendo nella discussione sul giornalismo italiano che abbiamo intavolato con la campagna #giornalismodifferente, che anche le pagine Facebook dei quotidiani trovassero il modo di non veicolare, e dunque in qualche modo facilitare la diffusione, di commenti violenti e misogini.

Censura? No, mai. Ma che si trovi un modo per moderare le opinioni di chi inneggia allo stupro o deride una vittima di violenza con argomenti razzisti, sembrerebbe il minimo.

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Te la sei cercata.

Ha fatto la troia.

Sempre e soltanto extracomunitari.

Potevi sta a casa.

Te piaceva er cannolo al cioccolato?

In questi commenti si sentono le voci delle persone che incontriamo ogni giorno. Di tutti quelli che queste opinioni, nella vita reale, non ce le risparmiano comunque. E poi di quelli che magari un tono, dal vivo, se lo danno, ma su fb si sfogano senza rimpianti.

Come si fa a non percepire la realtà di queste opinioni? Come si fa a non percepire che il web è solo l’ennesimo mezzo di comunicazione possibile per veicolare l’opinione di tutti e, dunque, anche queste?

Viene da chiedersi: come si fa a non percepire la gravità di quei 350 mi piace e 354 condivisioni allo status di Cosimo Pagnani che, dopo aver ucciso la moglie, scriveva su facebook “sei morta troia”?

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Chiunque frequenti la rete sa che, solitamente, un “mi piace” su Facebook voglia dire due cose: “ti sostengo”, oppure “condivido il messaggio”.
Così quando Matteo Bordone su Internazionale si chiede “serve davvero indignarsi per i 300 like dell’uomo che ha ucciso la ex moglie?”, è palese che gli sfugga qualcosa. Dall’articolo di Bordone

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Quanti leggendo questo articolo si rendono conto di quanto sia inutile discutere della natura del “mi piace” allo stato “sei morta troia”?

Se è vero quanto dice Bordone che spesso il “mi piace” può significare molteplici cose –tra le quali presa visione di un contenuto o per seguire i contenuti pubblicati su una pagina pubblica o da un personaggio noto– in un caso come questo quel “mi piace” a cosa serviva esattamente?

Cosimo Pagnani è un personaggio pubblico? No.

Quella di Cosimo Pagnani era una pagina pubblica? No.

Cosimo Pagnani fa satira o humor nero? No.

Quindi, ci chiediamo, che senso ha paragonare una pagina pubblica nettamente satirica creata dallo stesso Bordone allo status di un profilo privato di un uomo che ha appena ammazzato la moglie e condivide la “lieta” novella a tutti i contatti?

C’è un notevole corto circuito nel confronto fatto da Matteo Bordone. Dove era la possibilità di ironia in quello status? Dove era lo spazio per dire “Ah, però!”? E poi, “Ah però”, cosa? Ah, però, ho tra i miei contatti un femminicida?

Insomma, a cosa serve speculare in maniera contorta sull’esternazione palese di solidarietà a un uomo che ha appena ucciso la moglie o che comunque inneggia alla morte della “troia”?

Bordone poi dichiara che, molto probabilmente, non sapevano a cosa stessero mettendo “mi piace”, ma chi ha seguito quello status –venendone a conoscenza proprio dai giornali– sa perfettamente che l’impennata dei consensi è arrivata, guarda caso, proprio quando la notizia è iniziata a circolare su tutti i giornali online. Quindi chi cliccava quel mi piace sapeva perfettamente a cosa lo stesse mettendo.

Che cliccare “Mi piace” non sia reato è indubbio; siamo anche d’accordo sulla nocività dell’indignazione a orologeria intrisa di patetismo che si manifesta spesso sui social, ma non si può sminuire la portata di tutte quelle condivisioni e approvazioni –si badi: era un inno alla morte di una donna— solo per riempire la paginetta di uno dei giornali più in voga, seguendo la moda del bastian contrario a tutti i costi.

Che questo ci piaccia o no dobbiamo tenere conto dei commentatori su Facebook come dei nostri vicini di casa o di un tavolino ad un bar.
Certo, c’è chi forse nemmeno considera l’opinione degli avventori di un bar come rilevante, ma a cosa serve allora scrivere e comunicare se non per arrivare a tutti?
E allora chissenefrega dei commenti su facebook, chissenefrega della gente al bar, chissenefrega del mondo reale, speculiamo sul senso della comunicazione virtuale lontano da questa e chissenefrega se nessuno dei commentatori mi leggerà.
Io mica parlo a loro, ma ai lettori della bella rivista per cui scrivo.

Ma intanto il web diventa un posto sempre più violento, aggressivo, senza dialogo. Un posto che, soprattutto per le donne, è molto più reale di quel che sembra a Matteo Bordone.

Con questo non vogliamo addossare le colpe al web, più volte abbiamo esternato, dalle pagine del nostro blog, che non è il web che scatena la violenza ma chi c’è dietro, perché il web è popolato da persone con la loro sottocultura e tutti i sentimenti che ne conseguono: razzismo, sessismo, omo-transfobia e fascismo.

La giornalista del Time Catherine Mayer, lo scorso agosto ha ricevuto un tweet che la minacciava di morte: “Abbiamo messo una bomba davanti a casa tua. Esploderà alle 10.47 esatte e distruggerà tutto”.

L’attivista Caroline Criado-Perez è stata minacciata di stupro e morte.

Amanda Hess, sulla rivista americana Pacific Standard e poi su Internazionale, ha riportato la sua esperienza di vittima di stalking online: una storia che va avanti dal 2009, con un colpevole condannato in tribunale ma che, potendo aprire su Twitter profili con nomi diversi, ancora la tormenta. Nel suo articolo racconta:

“Ignorate la raffica di minacce violente e messaggi molesti con cui vi confrontate ogni giorno online”. Questo è quello che si dice alle donne che usano la Rete. Ma questi messaggi senza fine sono un attacco alla carriera delle donne, alla loro resistenza psicologica e alla loro libertà di vivere online. Fin qui abbiamo inteso le molestie su Internet in un modo tutto sbagliato.

Lo stalking a Hess, le minacce alle attiviste, lo stato di Pagani hanno tutti qualcosa in comune: delle persone che ti dicono “lascia perdere, che vuoi che sia”. Un like non conta come un’ammissione di solidarietà a un femminicida, una donna perseguitata online non vale come quella per strada, una minaccia di morte su twitter fa quasi sorridere.

E di questa cultura si nutre e si alimenta un sistema che, per l’ennesima volta, passa sui corpi e sulle vite delle donne mentre qualcuno si chiede “vale la pena indignarsi?”

Laura e Fabiana

 

Immagine presa da Raccolta statistica di commenti ridondanti

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