Violenze in India e costruzione mediatica del “paese degli stupri”

6 Giugno 2014

In questi giorni la foto delle due ragazzine stuprate e uccise in India è rimbalzata da una bacheca facebook all’altra, accompagnata da un “vergogna” con tanti punti esclamativi o da una riflessione sul turtuoso percorso interiore del “condivido o non condivido questa foto?” che alla fine sembra essersi risolto universalmente per il condivido.

A che pro? Perchè la condivisione sposmodica di quella foto? Per testimoniare, per raccontare la violenza facendola vedere nel suo volto più terribile, mettendocela davanti agli occhi, in modo tale da non poterla ignorare.
Eppure questa risposta non mi convince, eppure tra l’oroscopo di Brezny e l’immagine dell’evento a cui ho messo parteciperò quella foto scompare, quella foto scende giù nelle bacheche facebook per lasciare spazio alla prossima indignazione, al prossimo “vergogna” con tanti punti esclamativi.

Dopo lo stupro e il femminicidio delle due ragazzine l’India è tornata ad essere “l’India degli stupri”, quel paese lontano in cui la vita di una donna non vale niente.
E in Italia?

In Italia i femminicidi e le violenze contro le donne e i/le bambin* sono all’ordine del giorno.
Alcune violenze hanno clamore mediatico, finiscono sulle prime pagine dei quotidiani o nei salotti televisivi del sabato pomeriggio, altre, meno “interessanti” dal punto di vista dell’audience, rimangono nei trafiletti dei quotidiani locali.
E poi ci sono quelle violenze non dette, quelle violenze nascoste e addirittura quelle non riconosciute come tali.
In Italia così come in India le violenze avvengono principalmente tra le mura domestiche; in India, così come in Italia fino a poco tempo fa da un punto di vista giuridico, forse fino ad oggi da un punto di vista culturale, lo strupro all’interno del matrimonio non è riconosciuto, la violenza sessuale commessa dal coniuge non è considerata violenza.
Non si chiede la pena di morte per queste violenze, non abbiamo foto da condividere su facebook, nessuna indignazione.

Condividiamo foto provenienti da paesi a noi lontani, quei paesi li chiamiamo incivili, parliamo di barbarie, ci interroghiamo su cosa mai stia succedendo al paese di Gandhi e della non-violenza, segniamo la distanza tra “noi” e “loro”.

Nel modo in cui i media e l’indignazione da tastiera raccontano le violenze in India c’è una costruzione dell’alterità, gli stupratori sono “gli altri”, gli assassini sono “gli altri”, gli incivili sono “gli altri”.
Si viene a creare un binarismo tra popoli-che-hanno-diritti e popoli-che-non-hanno-diritti e ne deriva la subordinazione dei secondi ai primi, perchè i popoli che hanno diritti hanno la ricetta pronta che quelli che non ne hanno; da qui le petizioni, da qui le richieste internazionali al governo indiano.
Arrivati a conclusione che la pena di morte non serve a niente, adesso c’è chi propone la castazione chimica, ignorando che la violenza sessuale è un esercizio di potere indipendente da stimoli e appetiti sessuali; ci sono le tante petizioni che chiedono alla società indiana di “modernizzarsi”, di “civilizzarsi” ad esempio attraverso l’abolizione delle caste, con una modalità che ricorda, non troppo vagamente, la propaganda degli inglesi contro la “sati” nel periodo della colonizzazione dell’India.

Lo sguardo “occidentale” nei confronti delle violenze provenieti dall’India, o da qualsiasi paese “altro”, è quello della spettacolarizzazione; foto macabre di donne impiccate, di donne dai volti sfigurati dall’acido, di donne che si nascondono dietro veli, foto che non hanno in realtà lo scopo di creare empatia, ma al contrario vogliono ben marcare il confine, ben identificare la abissale differenza tra “noi” e “loro”.
La religione, l’islamismo, la cultura, le tradizioni, le caste sono tutti altri elementi messi in gioco per sottolineare la diversità, per la costruzione della vittima etnicizzata.
I corpi delle donne indiane diventano oggetti, oggetti bisognosi di tutela, tutela che le donne bianche, civilizzate e senza velo sono pronte a esportare.

Gulabi Gang

Gulabi Gang

Personalmente nella condivisione delle foto delle ragazze stuprate, uccise e impiccate non riesco a vederci nessuna umanità, ci vedo l’automatismo del gesto condividi, ci vedo il voyerismo, la spettacolazizzazione, l’impudicizia, ma soprattutto ci vedo la costruzione della superiorità dell’”occidente” quella che ci permette di scrivere facili ricette per risolvere la violenza nei paesi tanto lontani ma che ci chiude gli occhi davanti alle violenze di “casa nostra”, quella che non ci fa capire che non c’è poi così tanta differenza tra noi e loro e che “incivili” lo siamo anche noi.