Verso il NoExpo Pride: un’intervista al collettivo femminista e lgbti “Le Lucciole”

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NoExpo Pride
è un progetto bellissimo.

Il 20 giugno 2015 a Milano si terrà un pride diverso da quelli a cui siamo abituati. Un pride che va oltre, tornando indietro. Si tornerà ai primi cortei, quelli riot, rivoluzionari, che non chiedevano solo pari diritti (dovuti e sacrosanti) ma mettevano anche in discussione la società in cui si inserivano.

Da dicembre 2014 tanti collettivi e singol* sparsi su tutto il territorio nazionale si sono dati da fare per organizzare questa particolare giornata di mobilitazione. Per illustrarvi meglio in cosa consiste il progetto lascio la parola a Le Lucciole, uno dei collettivi femministi e lgbti promotori della giornata NoExpo Pride.

NaD: Genere e no expo. Che cosa li lega?

La riflessione sul legame esistente tra Expo e le questioni di genere è nata all’interno del collettivo circa un anno fa. Abbiamo iniziato a ragionare da un lato sul progetto chiamato “We-Women for Expo” (NdR: ne abbiamo parlato anche noi qui) che il megaevento ha rivolto alle donne, e dall’altro sul progetto portato avanti in primis dalla consigliera comunale del PD Rosaria Iardino e dall’imprenditore della movida gay Felix Cossolo, riguardante la costruzione, a fini puramente commerciali, di una gaystreet in via Sammartini, zona stazione Centrale, che la stessa Iardino aveva dichiaratamente motivato affermando che “L’indotto italiano annuo del turismo gay ammonta a 2,7 milioni di euro. Un bel business.” collegandone in maniera palese l’utilità al turismo omosessuale in vista di Expo.

Come collettivo femminista e LGBIT siamo partite dalla critica a questi due progetti, che, seppur in maniera diversa, producono entrambi effetti stereotipizzanti e normalizzanti sulle identità di donne e soggetti LGBIT. Purtroppo Expo non significa solo cementificazione, mafia e investimenti di ingenti capitali (pubblici) a fini di guadagni (privati); Expo agisce anche a livello dell’immaginario che si ha di determinati soggetti, marcando la distinzione tra chi è “normale”, quindi incluso, e chi è invece “fuori norma” e quindi escluso dal modello.

L’immagine della donna che Expo presenta con “Women for Expo” (di cui s’invita a prendere visione del video, davvero emblematico per l’estrema semplificazione che è stata fatta dell’identità di donna) è lesiva e soprattutto escludente perché pretende di racchiudere tutti i milioni di modi di essere donna “in un unico NOI” neutralizzando tutto ciò che non rientra nel modello presentato di donna madre, o quanto meno dotata di un “innato” senso materno, che quindi sarebbe colei che è “naturalmente” votata a nutrire il pianeta cullandolo tra le proprie braccia.

Questo progetto produce, a nostro avviso, un immaginario pericoloso, soprattutto in un momento storico in cui sono proprio le donne a vivere gli effetti più pesanti della crisi sulle proprie spalle, dovendosi sobbarcare non solo la cura, ma anche lavori e salari spesso estremamente precari, a fronte di un welfare sempre più ridotto all’osso. Il modello di donna che si presenta non è solo retrogrado, ma ci appiccica addosso l’onere di dover essere (per forza) “multitasking”, dovendo accettare questo stato di cose col sorriso, come se fosse dovuto l’assumersi questo doppio carico di lavoro. E’ così che Expo cerca di far passare come “normale” il concetto che “essere multitasking è una qualità intrinsecamente femminile” e che quindi è giusto, ed è “positivo” andare in questa direzione.

Per quanto riguarda il progetto della gaystreet, non è la gaystreet in sé ad esser di per sé problematica: la cosa che però ci ha fatto da subito sobbalzare è il suo uso strumentale, dato dal fatto che la si utilizzi per propagandare una Milano gay friendly quando gay friendly purtroppo non è, principalmente per due ragioni.

Via Sammartini si trova a pochi passi dalla stazione centrale, in una posizione ancora fulcro della città e fortemente turistica ma che è al contempo anche zona di forte marginalità sociale, popolata da clochard, dove si trovano prostituzione e spaccio. Spostare il disagio sociale, che esiste in quella zona, fuori dal centro con la scusa di una gay street non farà di Milano una città più vivibile e aperta verso i soggetti lgbit.

Oltre a ciò, il fatto che quest’idea non sia sorta dal basso, dai movimenti, ma sia stata determinata a priori, in modo artificiale da altri soggetti, quando il vero quartiere gay storicamente riconosciuto come tale dalla la comunità lgbitq a Milano è Porta Venezia, ci fa dire ancora una volta come questo progetto fosse puramente indirizzato ad interessi economici e d’immagine, non certo ad un reale miglioramento delle condizioni di vita delle soggettività chiamate in causa. L’ammissione dei soggetti lgbit in questo tipo di narrazione avviene quindi solo se questi rientrano in un certo tipo di modello: gay (uomini), euroamericani, di classe media; la logica alla base di questo meccanismo si chiama pinkwashing e consiste nel “lavare di rosa” la facciata dell’istituzione politica, fingendo, attraverso la propaganda, di essere realmente inclusivi, in virtù del fatto che “gay friendly fa tendenza” e ripulisce con una patina di tolleranza l’immagine istituzionale stessa.

In entrambi i casi però l’obiettivo di queste campagne è trarre profitto normalizzando queste soggettività, frammentando inoltre le differenti posizioni presenti all’interno dei movimenti che vengono così depotenziati dellal loro portata rivoluzionaria. La logica che le accompagna è che in esse non v’è spazio per un reale coinvolgimento delle soggettività: esse sono incluse nel vuoto discorso retorico delle propagande, alle quali dall’alto vengono fatte delle concessioni fittizie, funzionali al solo profitto dell’istituzione che le strumentalizza.

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NaD: NoExpo Pride: che tipo di pride sarà? In cosa sarà diverso dal Milano Pride?

Il NoExpo Pride raccoglie questi ragionamenti e li trasforma in pratica politica. La rete NoExpo Pride si è formata a dicembre, attraverso l’incontro di più collettive e singol* provenienti da diverse città d’Italia, che hanno sentito come noi di dover rispondere a questa dinamica normalizzante messa in atto da Expo, ma non solo.

NoExpo Pride non vuole essere un contro Pride, piuttosto cerca di portare in piazza, oltre alle questioni che coinvolgono in generale i soggetti lgbit, anche elementi di critica al modello Expo in chiave di genere, chiarendo che Expo è solo uno dei simboli più recenti della messa in pratica di un sistema di normalizzazione e quindi di esclusione delle donne e dei soggetti lgbit che non vi rientrano.

Un esempio concreto di come Expo stia esplicitando nella pratica alcune dinamiche di pinkwashing e omonazionalismo è l’iniziativa Pre-Pride che si terrà il 20 giugno davanti al padiglione americano ad Expo, voluta dall’ambasciata statunitense per rispondere alla titubanza della Regione Lombardia nel concedere il patrocinio al Milano Pride del 27 giugno.

A nostro avviso quest’iniziativa è stata costruita (quella sì) in contrapposizione fuorviante alla presenza, proprio lì davanti, del padiglione dell’Iran, rimarcando in maniera provocatoria la dicotomia tra paesi “civili” perché paladini indiscussi dei diritti e delle libertà di donne e soggetti lgbit e paesi invece dominati dalla “barbarie” (mondo arabo), andando a rafforzare quel modello capitalista occidentale come unico in cui questi soggetti possono vivere meglio e sentirsi inclusi. L’esempio di omonazionalismo e pinkwashing qui è lampante: Expo include di straforo le questioni lgbit, ma solo se può a sua volta utilizzarle e sfruttarle in senso omonormativo ed omonazionalista, ovvero rivolgendosi sì ad omosessuali ma di classe media, bianchi, occidentali.

Le ambiguità politiche su questo fatto sono molteplici perché oltre alla titubanza di Regione Lombardia nel concedere il patrocinio al Milano Pride ve n’è un’altra legata al convegno che si terrà a giugno sui diversi modelli di famiglia, dopo che la stessa Regione, a gennaio, non si è fatta scrupoli nel patrocinare il convegno omofobo “Difendere la famiglia per difendere la comunità”, per altro marchiato con il logo Expo.

Da decenni non esiste un Pride costruito dal basso, un Pride che, oltre a porre la questione dei diritti, ponga anche una critica forte di sistema alle ambiguità create da modelli di normalizzazione e stereotipizzazione neoliberisti come quello messo in atto da Expo; per chiarire tutte queste problematicità, riteniamo ci sia bisogno di un NoExpo Pride.

Le oppressioni che le donne e la comunità lgbitq vivono non sono infatti legate unicamente al genere ed al patriarcato ma si collegano anche al sistema economico vigente che sussume e strumentalizza le ragioni dei movimenti sociali, dando più che altro dei contentini piuttosto che certezze e conquiste reali. Per questo riteniamo sia importante: accettare che le condizioni di vita migliori arrivino dall’alto significa accettare nuove facce della stessa oppressione.

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NaD: Dai moti di Stonewall ad oggi le cose sono molto cambiate. Stonewall chiedeva non di essere assimilato alla società ma di rivoluzionarla. Perché si è perso questo spirito?

Sì, si è perso questo spirito e le ragioni riguardano in parte la storia e l’evoluzione del movimento lgbit e del movimento femminista, in parte riguardano la crescita dell’individualismo accompagnata parallelamente dalla perdita della dimensione collettiva, di confronto reale tra soggetti, rappresentato dallo slogan “Il personale è politico” che tanto ha risuonato nelle piazze degli anni ’60-’70. In particolare gli anni compresi tra il ’78-’82 furono “gli anni della visibilità” .

Quegli anni sono stati vissuti come forti momenti di rivendicazione pubblica dal basso, che, come racconta Porpora Marcasciano in Antologaia, sono stati poi stroncati con la scoperta dell’hiv, comportando un’involuzione ed una forte spaccatura nei movimenti, dividendo nettamente tra radicalità e mondo più istituzionale, tra “le decenti e le indecenti”.

Per noi oggi, rompere con questa dicotomia significa riappropriarci di quel vecchio slogan, fare sì che attraverso pratiche quotidiane il nostro “personale” si faccia “politico”, divenga rivendicazione.

NaD: Come giudicate il tentativo endemico della comunità lgbtqia di normalizzarsi? Come cambiare questa tendenza?

Difficile, le associazioni sono spesso depoliticizzate, anche per una loro caratteristica intrinseca che presuppone al loro interno una struttura gerarchica, che sì, rassicura, ma non sempre porta ad un reale coinvolgimento dei soggetti cui si rivolge. Così accade che ci si fermi alla mera battaglia per la conquista di questo o quel “diritto” (ad es. la questione del matrimonio gay e delle coppie di fatto) vedendole però come un traguardo piuttosto che come un tassello di un processo di cambiamento sociale ben più ampio e necessario per determinare reali conquiste e spazi di libertà.

Al di là delle lotte sul piano dei diritti, riteniamo che sia oggi più che mai necessario mantenere un livello di comunicazione e di conflittualità basato anche e soprattutto sulla performatività, sul riprendersi quella visibilità che con gli anni è andata perdendosi, sullo sprigionare e diffondere la favolosità che c’è in noi tutt*, perché, come diceva Emma Goldman, “Se non la posso ballare, non è la mia rivoluzione”.

Per questo, come collettivo, riteniamo fondamentale stimolare l’interesse di tutt* anche attraverso pratiche immediate e momenti di condivisione concreti. Per fare un esempio, lo scorso 12 aprile siamo scese in piazza con un’iniziativa che abbiamo chiamato Limoni duri contro le sentinelle in piedi, un momento di condivisione e presa di posizione per spazzare via dalla città quella tristissima veglia omofoba che ormai troppo spesso invade le strade e le piazze d’Italia. La nostra presenza in quella piazza, coi nostri corpi e le nostre soggettività fuori norma, ha voluto ribadire ancora una volta che i nostri desideri e le nostre scelte non sono governabili: è stato un momento coinvolgente per tutt* coloro che vi hanno partecipato, che rende palese il fatto che oggi più che mai sia necessario una conflittualità frocia, favolosa, che cioè sappia andare oltre determinati confini perbenisti.

Ringrazio il collettivo Le Lucciole per questa bellissima, lucida ed interessante intervista. Per chi volesse scendere in piazza con loro e con altri collettivi provenienti da tutta Italia per le ragioni che hanno così chiaramente illustrato in questo articolo, l’appuntamento è a Milano il 20 giugno 2015 alle ore 15.30 in Piazza Duca d’Aosta. 

Per maggiori informazioni sull’evento visitate la pagina Fb NoExpo Pride e il relativo blog.

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