Tre passi con Carla Lonzi #3

Terzo passo: pensare con Carla Lonzi l’imprevisto di una differenza non dialettizzabile.

Si può dire che la vita della Lonzi, con le sue lotte, sofferenze, gioie e conflitti non è dissociabile dai suoi scritti. “Il giorno che uno capisce qualcosa di sé e dell’altro deve agire di conseguenza. Se capisco una cosa e poi ne faccio un’altra mi sento proprio massacrata da me stessa. L’inganno in cui sono caduta è questo: capire da un lato e dall’altro andare sulle piste di sempre” (Vai pure).

Abbiamo parlato della sua esperienza con l’arte, quindi del suo campo professionale dal quale si sottrae (si1. separa) per trovare la propria creatività e la sua emancipazione. Decisione che la porterà in seguito a rompere la grande amicizia con la pittrice Carla Accardi: Lonzi non accetterà alcuna deroga al programma di deculturazione radicale di Rivolta femminile, così le artiste-membre lasceranno il gruppo per fondare la Cooperativa di via del Beato Angelo.
La delusione personale della Lonzi per quel marxismo, quel femminismo e quel movimento del ’68 che avevano promesso, senza avverarla, la liberazione della donna:
nell’uguaglianza (o parità) con l’uomo, una donna non trova – sosteneva Lonzi – delle risposte esistenziali, politiche e culturali sul senso di se stessa. Quindi si sottrae pure da questi, senza mai abbandonare l’idea di un dialogo. Stesso movimento, a parer mio, che possiamo localizzare nella sua relazione con Pietro Consagra – di cui rimane traccia nel suo libro Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, ovvero la trascrizione di una registrazione di quattro giorni di scambio tra i due amanti.

Questa relazione è stata innanzitutto marcata da una scelta e sofferta dipendenza economica della Lonzi da Consagra, che le aveva permesso di dedicarsi interamente al gruppo di Rivolta. Una relazione, in seguito, interrotta da un periodo di pausa. Questa separazione dall’altro sesso mi porta a pensare quell’altra separazione, sul piano erotico-psicologico, che Lonzi aveva ben spiegato ne La donna clitoridea e la donna vaginale, e che era per lei fondamentale per far si che la donna potesse trovare la sua autonomia (che non è sinonimo d’isolamento dall’uomo) e la fiducia in se stessa (concepita come potenza ostacolata dalla cultura patriarcale) nel rapporto con le altre donne. Questa praxis è detta dell’autocoscienza e mette l’accento sullo sviluppo delle vite singolari e delle esperienze individuali ripensate attraverso l’ascolto collettivo.

Come può Carla Lonzi “dialogare” con Pietro Consagra?

2Il conflitto che attanaglia la Lonzi è quello tra un bisogno di autonomia e un bisogno d’amore. Se attraverso il contatto, l’uomo fa irruzione nella psiche della donna e le strappa la personalità, allora la donna deve provare a esister al di fuori del suo ruolo socio-sessuale imposto per ricomporre la sua unità psichica. Quest’unità, la sua identità, non deve essere costruita sulla complementarità. Come già l’abbiamo visto, la complementarità è uno strumento strategico che è funzionale al mantenimento della soggettività patriarcale.

L’autocoscienza femminile si fa su un terreno a sé, svuotato dall’uomo – com’è il caso dell’orgasmo clitorideo – dove lei si auto-afferma. La via dell’autonomia “non offre la garanzia di alcuna normativa e non può gratificarsi per l’approvazione dell’uomo patriarcale: essa sfocia nell’imprevisto per quelle doti di fantasia che la donna assume fiduciosamente su di sé” (La donna clitoridea e la donna vaginale). È su questa strada dell’autonomia che Lonzi cerca di camminare, non senza difficoltà: “Ora io non ho intenzione di cedere, naturalmente, e mi rendo conto del perché poi una donna deve cedere. Poiché il bisogno d’amore è sentito così forte che prende il sopravvento sui bisogni di autonomia. Però questa è la fine… Io desidero un amore che sia amore della mia autonomia, che non sia amore della mia dipendenza e del mio servizio” (Vai pure).

Il rapporto donna/uomo si rivela una fonte di contraddizione e conflitto in Lonzi. L’abbiamo vista rifiutare la dialettica schiavo/padrone hegeliana, nella quale la coscienza maschile, presentandosi come la sola ad essere umana e universale, detta contemporaneamente alla donna la via per la sua ipotetica soggettività, promettendogliela così al prezzo dell’obbedienza… ma, per Lonzi, “chi obbedisce non merita di essere riconosciuto poiché l’obbedienza è inconciliabile con l’autonomia ed è l’autonomia a creare nell’altro lo stimo alla conoscenza” (Significato dell’autocoscienza nei gruppi femminili). La donna deve scappare da quest’“arbitro della coscienza” e “depositario della propria inferiorità”.

Come può pensare, allora, il riconoscimento tra donna e uomo? E, in particolare, l’uomo potrà mai riconoscere l’autonomia della donna?

Sebbene Lonzi dice ricercare un rapporto autentico con l’uomo – con Consagra -, non si riesce ad afferrare quale tipo di rapporto potrebbe soddisfare al contempo il bisogno d’amore e d’autonomia della donna. “Per me rapporto significa conoscenza reciproca e modificazione cosciente di sé all’interno di questo”, “Io per rapporto intendo una coscienza della realtà che scorre tra le persone, e che per me è indispensabile a rimuovere i punti morti di una cultura che viaggia solo sulla coscienza maschile. Questo per inserirmi nel mondo, perché non vedo nessun’altra possibilità per una vita vivibile” (Vai pure).

Nello scritto Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi del 1972, Lonzi problematizza il rapporto d’amore tra donna e uomo, affermando innanzitutto che l’uomo non conosce la donna: non conosce che se stesso e la donna nella misura in cui gli serve (la donna-oggetto). Lonzi sembra opporre, nella donna, il suo bisogno di autonomia con il bisogno di appropriazione maschile. Quest’ultimo bisogno la condurrà a proiettarsi sull’uomo per apprezzare se stessa, dal momento che l’uomo lavora per facilitarle questo compito con tutte le strategie che già abbiamo analizzato. Ma questa donna non solo si sbaglierà, ma reitererà pure la gerarchia patriarcale, soggiogata dalla falsa promessa di ricevere una soggettività dall’uomo salvatore.
Mostrare all’uomo questo ragionamento è pressoché illusorio: dal momento che la cultura patriarcale è là dalla notte dei tempi, l’uomo si deresponsabilizza dicendo di non essere stato lui a
sceglierla. Ma questo tipo d’affermazione è esplicitamente assurdo, poiché l’uomo non potrebbe non volerla.

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A questo punto del testo, Carla Lonzi scrive: “Infatti, come soggetto patriarcale, l’uomo ha bisogno non solo di essere identificato a sua volta come soggetto, e perciò dagli uomini che detengono la soggettività – a quel livello egli è irraggiungibile dalla donna – ma di essere mitizzato appunto da chi soggetto non è, dalla donna. Questa mitizzazione è un balsamo per le sue ferite di uomo tra uomini i cui prestigi sono gerarchici”.
Ricapitolando:
il riconoscimento non si avvera che tra soggetti, ovvero: uomini; la donna è, per l’uomo, sempre un oggetto: in quanto tale, la donna non può riconoscere l’uomo… può unicamente soddisfare un bisogno dell’uomo, ovvero miticizzarlo. Utilizzando la metafora del “balsamo”, la donna sarebbe qui un oggetto liquido e insolito, eppure necessario all’uomo. Perché? “Il suo rango dipende ab antiquo dal grado di soggezione e di venerazione che è riuscito a imporre alla donna. Da quanto è stato obbedito e mitizzato da una, che però si convinca di averlo fatto per il suo proprio bene, e gliene sia grata”. Per questo motivo, Lonzi arriva alla conclusione che se la donna gliene darà la possibilità, l’uomo occuperà sempre lo spazio di soggettività della donna (storico, psicologico,…) e che dunque “Il miraggio di dimostrare all’uomo il nostro diritto alla soggettività è un controsenso di cui lui non manca di accorgersi e di approfittare”.
L’autonomia della donna – elemento necessario per un rapporto di riconoscimento donna/uomo – non è ben gradita all’uomo. Quindi, pare che l’unico riconoscimento possibile per la donna sia dato da altre donne – a condizione che esse abbandonino il bisogno d’approvazione da altri uomini; e che il riconoscimento dell’uomo sia unicamente dato da altri uomini che necessitano la mitizzazione dalle donne-oggetto.

Carla Lonzi muore a Milano il 2 agosto 1982 a causa di un cancro contro il quale ha lottato dal 1968. Nonostante l’originalità del pensiero, la Lonzi fu temporaneamente “dimenticata”; oggi viviamo in un’epoca di “riscoperta” lonziana. Questi tre passi sono stati pensati per cercare di riproporre come spunto di riflessione femminista l’abolizione del “monologo patriarcale” o “mito culturale del protagonista”… e sottolineare la necessità di dialoghi tra donne, ma anche quella di ripensare a dei dialoghi donna-uomo.

Registrando e pubblicando un dialogo sui problemi di coppia, Lonzi ci apre le porte di una casa coabitata da un uomo e una donna e dai rispettivi pensieri, desideri e “cuori culturali”. Questo gesto è volontà di andare a scavare in ciò che è reso privato, nel retroscena immerso nell’oscurità, invisibile, impensato nonché conosciuto dai più : “Mentre la donna lo ha condotto agli Inferi per la mano, lui la abbandona sulla porta di casa e quando è nel mondo non crea nessun collegamento con quella che è stata la sua esperienza con la donna. Siccome la donna è dialogo, il Paradiso per lei significa poter esercitare questo dialogo con un altro; una donna vive se stessa nel rapporto, mentre l’immagine che l’uomo ha di sé è al di fuori del rapporto. Quindi la donna è abbastanza cosciente del suo bisogno dell’altro, mentre l’uomo non lo è”.

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Quando Lonzi fa della donna un “balsamo”, potremmo per esempio pensare – oltre il suo scritto – che un uomo che non è mitizzato resta (con delle ferite) aperto/e. Potremmo allora scorgere un uomo visibilmente e costitutivamente vulnerabile alla donna – al rapporto che ha con lei. Mettiamola così: l’uomo è mitizzato quando la donna-pomata si getta su di lui, nascondendo la propria traccia lasciatagli in nome di un presunto benessere – l’uomo appare così invulnerabile. Negando il rapporto con la donna – ovvero, un femminile che trasforma l’uomo stesso – appare portare a compimento una “pura” virilità. Bisognerebbe allora pensare a come “smascherare” l’uomo nel suo rapporto con la donna.

Sembrerebbe che Lonzi domandi a Consagra di riconoscere il suo privilegio d’uomo: aver centrato la sua vita sulla sua cultura maschile (la produttività sociale), subordinando la relazione che aveva con lei. Per far sì che il rapporto donna/uomo sia autentico, Consagra dovrebbe riconoscere il valore – fin qui mal riconosciuto – della Lonzi ed esserne testimone nel mondo maschile: “Se tu non testimoni di me, chi può testimoniare di me sulla parola che non ha ascoltato ?”. Questo atto di fede ci rimanda a quell’aneddoto citato nel “primo passo” su Pasolini… perché Lonzi, ancora una volta, si rende conto di quest’impossibilità di cedere la propria voce ed essere rappresentata da un uomo, per quanto ella lo possa stimare.

L’abbiamo visto sputare su Hegel, su Marx, su Freud… e pure su Consagra, sull’arte, sul femminismo… Ma non ci pare che questi atti siano “esclusioni”. Separazioni per dialogare – ecco cosa mi pare di poter dire alla fine di questi tre passi. È innegabile: Lonzi non ha mai smesso di interrogare e interrogarsi, proporre dialoghi atipici e sovversivi che le hanno permesso di arrivare a un’autocoscienza in una maniera imprevista e inevitabilmente opaca: “Non so dove mi porta questo modo di sentire […] Non saprei neanche che cos’è un amore…” (Vai pure).

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