Tre passi con Carla Lonzi #1

e6723255-7a35-4841-b18a-2d558c08447ddi Eleonora Selvatico

“perpetua studentessa che valica i confini e non riesce a concepire le frontiere. Tuttavia, nomina entrambe. Con molte più domande che risposte, cerca di perturbare gli ordini egemonici nei quali, è convinta, funziona – ancora e purtroppo – l’ideologia patriarcale”

 

souitrivltaL’esposizione “Suite Rivolta – il femminismo di Carla Lonzi e l’arte di Rivolta”, concepita nel programma della 13° edizione Passaggi DocLisboa e curata da Anna Daneri e Giovanna Zapperi, è aperta al pubblico dal 15 ottobre al 6 dicembre 2015 al Museu da Eletricidade di Lisbona, Portogallo (ingresso libero).

Questa prima esposizione che raccoglie documenti riguardanti la figura e gli scritti di Carla Lonzi si dà come obiettivo quello di far emerge le idee sulla creatività, sulla sessualità, sul piacere, sulla relazione tra corpo e linguaggio e sulle politiche odierne femministe in cerca di forme autonome d’espressione, investigando così la possibilità di ripensare il femminismo radicale degli anni ’70 in un quadro politico e artistico contemporaneo. Tra queste opere troviamo i lavori di Suzanne Santoro, Mount of Venus and beyond e Per un’espressione nuova, Italia, datati rispettivamente 1971 e 1974, e altri più recenti, ispirati dalle letture di Lonzi, come quello di Cabello/Carceller (Suite Rivolta. An Aesthetic Proposal for Action, Spagna, 2011), Claire Fontaine (Brickbats, 2015), Chiara Fumai (Let’s Spit on Hegel, Italia, 2012-2015), Silvia Giambrone (Noi siamo il passato oscuro del mondo, Italia, 2010) e Valentina Miorandi (Momenti di piacere, Italia, 2014).

Claire Fontaine, Brickbats, Francia, 2015.libri

(in italiano: “mattoni”, (fig.) “critica schietta”)

È già politica brikbat – La presenza dell’uomo nel femminismo brickbat – Sputiamo su Hegel: La donna clitoridea e la donna vaginale brickbat – Taci, anzi parla brickbat.

I quattro Brickbats sono stati ispirati da quattro edizioni originali di libri pubblicati dalla casa editrice di Carla Lonzi, Rivolta Femminile. I brickbats sono sculture fatte di mattone e di copertine scannerizzate. I libri sono stati modificati per eguagliarli nello spessore: tutti i libri pietrificati sono uguali in taglia e peso. Un brickbat è un oggetto – spesso una pietra – avvolto in un messaggio minaccioso che è lanciato attraverso una finestra.

Da Lisbona risuona a Parigi per riecheggiare in Italia: Carla Lonzi denuncia l’invisibilità della donna sputando su Hegel. La chiamano oggi precorritrice della Differenza femminile italiana – lei, tuttavia, quest’etichetta non se l’è mai addossata.

Come parlare oggi con Carla Lonzi? Chi minaccia, ieri e oggi, il suo messaggio? Com’è stato scritto e come si può scrivere la propria esistenza femminile?
Mi piacerebbe proporre “tre passi” per ritrovare questo mese Carla Lonzi anche in Italia: un primo passo, un primo articolo, per comprendere un gesto preliminare della Lonzi, la
tabula rasa culturale. Una seconda riflessione sul gesto di sputare su Hegel (e sui Marxisti eterodossi) e un terzo sguardo sulla possibilità di pensare una differenza non dialettizzabile.

Carla Lonzi, prima di cinque figli, nasce il 6 marzo 1931 in una famiglia piccolo-borghese di Firenze.
Dopolonzi un soggiorno di tre anni in un’istituzione religiosa a Bodia a Ripoli, fugge dai bombardamenti della seconda guerra mondiale a Radda in Chianti.
Lonzi frequenta la facoltà di Lettere, dove ottiene il diploma nel 1956 con una tesi intitolata
“I rapporti tra la scena e le arti figurative alla fine dell’Ottocento” sotto la direzione dello storico d’arte Roberto Longhi. Nonostante il successo del lavoro, Lonzi decide di non pubblicarlo e rifiuta così una carriera universitaria: « Per la giovane ragazza, l’università non è il luogo dove avviene la sua liberazione, attraverso la cultura, ma il luogo dove questa perfeziona una repressione ammirabilmente coltivata nella sfera famigliare.
L’educazione che questa subisce consiste a iniettarle lentamente un veleno che la immobilizza alle soglie dei gesti più responsabili, delle esperienze che dilatano il senso dell’io
» (in Michèle CAUSSE et Maryvonne LAPUGE (éd.), Ecrits, voix d’Italie, Paris, des femmes, 1977, pp. 362-363). In altre parole, Lonzi pensa che attraverso le sue pubblicazioni avrebbero potuto “classarla” culturalmente e ciò avrebbe significato “perdere la sola occasione d’identità” (in Ibid.). Questo lavoro è stato comunque pubblicato postumo da Olschki nel 1996.

autoIscritta al PCI dal 1954, Lonzi lavoro a Roma come segretaria dell’Accademia Nazionale di Danza di Jia Ruskaja e si sposa, nel 1958, con Mario Lena – insieme, avranno un figlio: il musicista Battista Lena.
Dal 1960, Lonzi s’ingaggia nel
nascente movimento femminista e confida d’aver vissuto in modo conflittuale tanto l’istituzione matrimoniale – infatti si separa dal marito dopo qualche anno – che il femminismo, nel quale lei vede sempre e comunque all’opera l’ideologia patriarcale. Per una decina d’anni, Lonzi lavora come critica d’arte: collabora con alcune riviste e cura delle esposizioni. Nel 1969, pubblica la sua prima opera Autoritratto in cui sono raccolte quattordici interviste fatte a degli artisti tra il 1962 e il 1969; tuttavia,

Lonzi crede che la sua riuscita professionale, cioè il suo inserimento nel mondo culturale maschile, non corrisponde a una realizzazione di sé. Così, decide, attraverso un atto di liberazione, di fare tabula rasa delle idee ricevute, quindi della cultura marxista e psicanalitica, dell’arte e della religione – « tabula rasa in me stessa per sottrarmi alle garanzie offerte dalla cultura… Sapevo troppo bene che le certezze acquisite nascondevano un veleno paralizzante » (in CAUSSE et LAPUGE, op. cit., p.369) – per affermarsi sul vuoto, « su questo vuoto, che era me stessa, io potevo finalmente ascoltare la mia voce interiore » (in Ibid.) e, così, cominciare ad avere degli interlocutori.

immIn un ambiente caratterizzato da grandi manifestazioni per l’aborto che preoccupano tanto i media che i partiti politici e l’opinione pubblica, Carla Lonzi critica al femminismo di non aver fatto quest’operazione di tabula rasa culturale e d’essersi quindi piegato a rivendicare una legge, cioè a tessere un rapporto con le istituzioni politiche tradizionali, senza rendersi conto che « Le donne abortiscono perché restano incinte.
Ma perché restano incinte [dal momento che non vogliono dei figli] ? »
(in Rivolta Femminile, « Sessualità femminile e aborto », Milan, luglio 1971); la gravidanza è un destino naturale del piacere femminile?
Porsi questa domanda permette a Lonzi di svelare
la dominazione eterosessuale maschile quanto al piacere sessuale, differenziandolo dal momento procreativo, e di decostruire allora l’argomento della complementarità tra donne e uomini. Il suo obiettivo, sul piano filosofico, è quello di decostruire la nozione di complementarità, svelandone la fonte nella dialettica hegeliano servo-padrone; una razionalità che Lonzi definisce maschile, dominante e nefasta tanto per la donna che per l’umanità intera.

L’uomo ha imposto il suo piacere, la realizzazione del suo orgasmo nella penetrazione vaginale, alla donna, clitinstituendolo come “sessualità naturale” per i due sessi.
Il sesso femminile è la clitoride, il sesso maschile è il pene: « Nell’uomo dunque il meccanismo del piacere è strettamente connesso al meccanismo della riproduzione, nella donna meccanismo di piacere e meccanismo della riproduzione sono comunicanti, ma non coincidono » (La donna clitoridea e la donna vaginale, estate 1971).
Questo tipo di piacere
conduce alla procreazione, funzione sulla quale la cultura maschile ha disegnato la frontiera tra “sessualità naturale” e delle altre “contro-natura”, proibite, accessorie e preliminari.
Così facendo,
l’orgasmo clitorideo è considerato, in particolare dalla psicanalisi, infantileperché non è funzionale al modello genitale maschilee spinge la donna all’improbabile e penosa realizzazione d’un piacere vaginale come processo d’acculturazione:
« Raggiungerlo per la donna significa sentirsi realizzata nell’unico modello gratificante per lei : quello che appaga le aspettative dell’uomo »; « Godendo di un piacere come risposta al piacere dell’uomo la donna perde se stessa come essere autonomo, esalta la complementarietà al maschio, trova in lui la sua motivazione di esistenza » (in Ibid.). Detto in altre parole, la donna è indotta a sviluppare un modello di sessualità imposto che
fa violenza tanto sul suo corpo che sulla sua coscienza – e uno dei segni di questa violenza è appunto la gravidanza non voluta.
Questo simbolo di violenza serve poi a
responsabilizzare la donna di una situazione subita, o peggio ancora, a colpevolizzarla nel caso in cui la libertà d’interruzione di gravidanza è negata. « Una volta incinta la donna scopre l’altro volto del potere maschile che fa del concepimento un problema di chi possiede l’utero e non di chi detiene la cultura del pene » (in Ibid.): di fronte a questa contraddizione, il patriarca cerca di riparare per mantenere i rapporti di dominazione inalterati e istituisce il diritto ad abortire.

Secondo Lonzi, questa non corrisponde minimamente alla “libera maternità”; la donna deve scoprire il suo materpiacere dal suo corpo: « Noi rivendichiamo una parte del nostro corpo che ci procura il piacere senza condannarci alla procreazione e ci sgancia dalla condizione emotiva di chi si dà da inferiore a un essere superiore » (in « Sessualità femminile e aborto »). Lonzi, qui, non ci sta dicendo che la “donna clitoridea” è una “donna liberata”, ma che questa ha preso coscienza di un fatto: l’orgasmo vaginale non si realizza che adattandosi all’uomo. « Essa è oppressa dal modello sessuale, non è repressa perché non risponde al modello sessuale », così « Il fatto che l’uomo ci ha voluto vaginali contro ogni evidenza fisiologica ci doveva far dubitare : poiché l’uomo ha voluto sempre la donna non nella libertà, ma nella schiavitù.
La
donna non si è espressa in nessun settore della vita tantomeno nella riflessione sulla sua sessualità : non ha scritto il suo Kama Sutra, non ha indagato sul suo sesso se non a rimorchio di presupposti già stabiliti da altri » (in La donna clitoridea e la donna vaginale).

Dal momento in cui il diritto ad abortire « pur negando il fine procreativo, mantiene ferma l’interdizione alla clitoride », non può essere « una soluzione per la donna libera, ma per la donna colonizzata dal sistema patriarcale » (in « Sessualità femminile e aborto »); la sessualità libera – che non coincide allora con la “rivoluzione sessuale maschile” – è allora una « sessualità non specificamente procreativa, ma polimorfa, e cioè sganciata dalla finalizzazione vaginale » (in Ibid.); e per quel che riguarda l’eterosessualità, Lonzi si pronuncia dicendo: « Non è più l’eterosessualità a qualsiasi prezzo, ma l’eterosessualità se non ha prezzo » (in La donna clitoridea e la donna vaginale). sotto
Detto altrimenti, la “donna clitoridea” è la
donna che rende visibile il vuoto di umanità – in cui l’umano è il partecipante al sistema patriarcale – all’interno delle relazioni psico-socio-sessuali che lei vive come straniere senza tuttavia potersi riconoscere in un’altra dimensione socio-culturale.
La
condizione d’irrealizzazione nelle quale la “donna clitoridea” vive non è che un processo esistenziale che coincide con la perdita della personalità patriarcale e il cui sbocco imprevisto è la costruzione della sua autonomia. « Il vuoto di umanità che si può scorgere in lei dal punto di vista patriarcale, diventa, sull’altro lato, bisogno di umanità come presenza di sé » (in Ibid.). La donna rifiuta, allora, a questo stadio della coscienza, il binomio uguaglianza/differenza e afferma che nessun essere umano e nessun gruppo deve definirsi (o essere definito) in rapporto a un altro essere umano o a un altro gruppo.

1970 è una data centrale nella vita di Lonzi: iniziò a convivere con lo sculture Pietro Consagra a Milano e, nello stesso tempo, fonda con la pittrice Carla Accadi ed Elvira Banotti il gruppo Rivolta Femminile (Milano e Roma), che prende le distanze dal movimento femminile. Queste donne riflettono sul cambiamento necessario che nessuna legge o riforma sociale potrà mai soddisfare, perché la “crisi” abita la politica, il suo linguaggio, le sue regole e le sue organizzazioni dalla notte dei tempi. Tuttavia, Rivolta femminile cerca degli interlocutori nella sfera pubblica, senza tuttavia trovarne.
corsariL’aneddoto spesso ricordato fu quello della
lettera scritta da Lonzi prima al Corriere della Sera e poi a Pasolini, dopo che il primo pubblicò un articolo del secondo, il 19 gennaio 1975, dal titolo “Sono contro l’aborto” (in Scritti corsari). Di quest’articolo, Lonzi condivideva l’idea di una libera realizzazione delle persone nella vita sessuale, al di fuori di modelli imposti come “leggi della natura”; tuttavia, Pasolini non riconobbe l’esistenza di femministe che l’avevano preceduto nelle riflessioni.
La mancata risposta rivela i
mancati rapporti tra sinistra e movimento femminile in Italia, ma, soprattutto rivela, in Carla Lonzi, quella presa di coscienza che sarà centrale, non solo nei suoi scritti, ma nella sua vita. Si tratta del valore della “dicibilità” in un ordine discorsivo, o simbolico, che tende a rendere non parlante la presenza delle donne.
Se sul lato francese Michel Foucault interrogava le “verità” dei saperi e dei contro-saperi (
Bisogna difendere la società, 1971), Carla Lonzi ne faceva l’esperienza diretta: si rese conto che sottostava alle mediazioni dell’uomo per pronunciarsi, per avere uno spazio sui giornali. Scrivendo a Pasolini, che considera uno tra i migliori intellettuali e artisti, Lonzi compie un atto di fiducia che le procurerà dolore e senso d’impotenza.
In
Taci, anzi parla, Lonzi si riferirà all’accaduto dicendo che : Lui, ha l’ultima parola su ciò che va detto e come va detto. Il mondo è suo e sa come promuoverlo. Anche se Pasolini non si conformava ai contenuti del discorso dominante, fu tuttavia pubblicato. Lui, l’uomo, è l’unità di misura della realtà, quello che lui non capisce, allora, non esiste. Non c’è spazio per me e quelle come me. L’uomo non capisce la donna, ovvero l’uomo è capienza, misura maschile e non riesce a ricevere l’altro se non adeguandolo alla sua misura.

Carla Lonzi è invisibile? Come ben evidenzia Luisa Muraro, la mossa di Lonzi fu proprio quella di sottrarsi alla sanzione simbolica dell’inesistenza della donna. Di fronte alla logica “quello che l’uomo non capisce, non esiste”, Lonzi iscrive e scrive l’accaduto (rendendogli dunque esistenza) nella sua esperienza di vita, dandogli significato.
Il senso che Lonzi dà al gesto svela un rapporto di dominazione patriarcale che le fa prendere coscienza del fatto che
le donne esistevano già prima. “Non è vero che prima di me le donne erano più oppresse o meno coscienti, semplicemente sono state registrate come non-esistenti”: le voci e le vite delle donne (il “silenzio storico” o la “non-rivolta delle donne”) si sono perse nel nulla – fine cui sembra destinata anche quelle di Lonzi di fronte al silenzio di Pasolini.
Il primo punto di battaglia di Carla Lonzi, per le donne, è allora quello di “capire di non aver capito”.

E così, Rivolta Femminile crea una piccola casa editrice Scritti di Rivolta Femminile che concretizza l’esigenza di un’autonomia femminile attraverso le pratiche di raccontare e comunicare le esperienze personali in prima persona, permettendo di pubblicare, nella collezione I libretti verdi le opere sull’autocoscienza femminile e in Prototipi i dibattiti con il mondo maschile.
Gli scritti, raccolti e pubblicati in Italia nel 1974, che hanno avuto una maggiore risonanza furono:
Manifesto di Rivolta Femminile (1970), Sputiamo su Hegel (1970) e La donna clitoridea e la donna vaginale (1971). In una delle rare interviste a Carla Lonzi si legge: « sono diventati perfettamente « banali » a forza d’essere citati dalle riviste e i quotidiani » (in CAUSSE et LAPUGE, op. cit., p.368). È così ?

 

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