Se toccano una, toccano tutte. E ne avete toccate fin troppe

Lucia Perez, lo sciopero generale delle donne in Argentina, #nonunadimeno

Il volto di Lucia Perez.

Un volto che vorremmo associare solo ad una ragazza di 16 anni che vive la sua adolescenza, e invece no, i volti delle donne che ci ricordiamo più spesso, sono sempre i volti di donne straziate, uccise, stuprate. Così ce li regalano ipocritamente alla memoria visiva, i media.

E ancora una volta il volto di Lucia Peres lo vediamo in un’immagine scattata con un telefono,  pubblicata, e sbattuta sulla prima pagina di tutti i social media. Perché Lucia Perez è l’ennesima ragazza, di 16 anni, la cui vita è stata interrotta trivialmente.

Lucia è una ragazza argentina, di Mar de Plata, una città situata sulla costa dell’oceano Atlantico; è una studentessa all’ultimo anno di liceo, e proviene da una famiglia modesta. Questo è tutto quello che riusciamo ad evincere della sua vita. Come se tutto si riducesse solo a questo. Eppure qualunque testata giornalistica elargisce i particolari più scabrosi e disumani del suo assassinio.

E’ stata abusata da un gruppo di uomini, fino a provocarle la morte. E non ho intenzione di inserire altri dettagli, che sono reperibili in qualsivoglia altro articolo, perché non ho intenzione di privarla ancora, per l’ennesima volta, della sua dignità di persona e della sua autodeterminazione, sciorinando con morbosa perizia in che modo il suo corpo, ormai straziato, sia stato torturato.

Perché è stata torturata, e sul suo corpo non è stato concesso nessun rispetto, nessuna dignità, nessuna pietà.
E io non voglio che questo accada anche alla sua persona.
No, io non ho intenzione di farlo.

Ni-Una-MenosIn questi giorni, infatti, l’omicidio di Lucia Peres ha sollevato un’ondata di proteste, inizialmente tra i cittadini di Mar del Plata, che il mercoledì 19 ottobre ha unito in piazza centinaia di donne in segno di protesta contro il brutale omicidio in quello che è stato definito Mercoles Negro.

Così, con profonda solidarietà e rabbia, sono scesi tutti in piazza per chiedere giustizia, per lei e le altre donne uccise, per la critica situazione femminile argentina, e per i continui abusi e stupri dei quali le donne argentine sono vittime. Ogni trenta ore, infatti, in Argentina una donna è uccisa da un uomo; dove quest’uomo nella maggioranza schiacciante dei casi o è il suo compagno attuale, o è il suo ex compagno.

Sono scese in piazza, soprattutto, migliaia di donne, per chiedere giustizia per le violenze e l’omicidio della giovane, avvenuto mentre a Rosario 70mila persone sfilavano per il Raduno Nazionale Femminile.

Ed è qui che il lutto si è trasformato in forza, rivincita e rivalsa.

E’ proprio in questi giorni che il volto di Lucia ha acquistato e infuso una forza unica, una scossa di rivalsa, di lotta e di coscienze, ha innescato enormi manifestazioni in tutte le principali città del paese e migliaia di donne in tutta l’argentina, indossando abiti di colore nero in segno di lutto, sono scese in piazza scandendo lo slogan #NiUnaMenos (Non una di meno), mentre a Buenos Aires è stato organizzato uno “sciopero al femminile” per ribadire l’importanza e i diritti delle donne.

Non solo lutto e disperazione: le giornate tenutesi a Rosario tra l’8 e il 10 ottobre hanno disarticolato la dialettica del dolore silenzioso e un fermento inedito e primordiale ha iniziato a scorrere per le vie del paese.

In un paese, infatti, dove, pochi giorni dopo la morte di Lucia, almeno altre quattro donne sono state assassinate (una donna di 55 anni e una di 28 sono state uccise dai loro ex mariti, un’altra donna di 38 dal suo attuale marito, e un’adolescente di quindi anni è stata ritrovata morta nel fine settimana), insomma in un paese dove è chiaro che nascere donne comporta una serie di pericoli aggiunti, e dove persiste una totale abnegazione di qualunque dignità, persino spesso della vita.

Un paese dove la cultura del maschilismo e della misoginia prolifera con soluzione di continuità in un substrato sociologico che la giustifica, che omertosamente la cela sotto dinamiche altre, diverse, quando invece c’è un solo nome per definire questo fenomeno: maschilismo; in un paese dove le statistiche sono a dir poco drammatiche e secondo i dati elaborati dalla corte suprema dell’Argentina, nel 2015, sono stati registrati 235 femminicidi, cioè di media, uno ogni 36 ore; bene è qui, in Argentina, ed è da qui, che è nata la protesta delle organizzatrici dell’associazione NiUnaMenos, che hanno lanciato l’idea dello sciopero.

Nella capitale, poi, sarà presente un corteo che giungerà fino alla Casa Rosada, sede della presidenza argentina, con duplice intento: protestare contro la violenza di genere e portare alla luce le disuguaglianze che ancora esistono tra uomini e donne.

L’assassinio di Lucia ha fatto esplodere una rabbia inaudita che da tempo reprimeva gli animi e i corpi delle donne in una sgargiante e determinata necessità di unire tutte le nostre rivendicazioni messe a tacere da tempo; unite in una somma complessa ma viva di esperienze, di azioni concrete mosse dalla consapevolezza che i parametri di etero-normazione sui corpi delle donne hanno un letimotiv politico, culturale ed economico, che non solo è per definizione ostile alla autodeterminazione, ma tende a rendere norma e non eccezione i fenomeni di violenza di genere.

La violenza di genere, sublimata nelle nostre legislazioni e nelle applicazioni che di queste ne viene fatta dall’alto, è diventata un simbolo neocolonialista del patriarcato.

0010725810Non siamo più sole,

negli ultimi mesi sono state tante le rivalse prese dal movimento femminile per troppo tempo espunto da qualunque rivendicazione sociale.

Ecco così che le donne curde, le donne polacche e quelle argentine hanno sovvertito la subalternità delle nostre lotte, lotte alle quali siamo state abituate a rinunciare o a delegare, riportandoci alla memoria le sensazionali esperienze catalane e islandesi.

Non c’è più tempo per delegare. Siamo largamente arrabbiate e pronte ad organizzarci.

Come?
“Se le nostre vite non valgono, producano senza di noi”

Le organizzatrici di #niunamenos, supportate anche da Messico e Cile, affermano di volersi fermare dalle 13 alle 14, (orario argentino) negli uffici, nella scuola, nei tribunali, nelle redazioni, nel negozio o nella fabbrica dove tutte lavorano, per dire basta alla violenza maschilista; “perché noi vogliamo rimanere vive”, dice una delle organizzatrici.

Fare rumore, quindi, fare rumore per “rendere invisibile quello che il patriarcato ogni giorno minimizza”.

Ma in Italia?

L’appello è stato accolto anche da noi, dove il 26 novembre Roma ospiterà iniziative e assemblee contro la violenza di genere e il sessismo, per (re)introdurre un dibattito ampio di mobilitazione per affermare l’autodeterminazione e la libertà femminile, piattaforma alla quale anche nAd ha aderito ( https://nonunadimeno.wordpress.com/ ).

La violenza ha diverse forme, ricordano le donne del comitato “Non una di meno”, e il fenomeno è complesso e strutturale, e non può essere affrontato con politiche emergenziali e securitarie.

Ricordando le battaglie portate avanti da altre donne, coraggiose come noi, “che hanno saputo mettere in crisi la torsione antidemocratica in atto a livello globale” il 26 novembre siamo pronte a sostenere e supportare  attivamente un percorso nazionale contro la violenza maschile sulle donne.

E sono queste le premesse storiche, per chiedere la partecipazione di tutti e tutte, affinché i volti di Lucia e delle tante altre come lei, non siano solo un ricordo di violenza di genere.

#SinNosotrasNoHayPais #NiUnaMenos #VivasNosQueremos #nonunadimeno

(A.C.) 

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