Ticino e turismo sessuale minorile: la libertà di muoversi su altri piani

di Eleonora Selvatico

Lugano, 13-14 febbraio 2017. Prevenuto colpevole di coazione sessuale (ripetuta, consumata e tentata), di violenza carnale (ripetuta, consumata e tentata), di atti sessuali con minori di 16 anni e di pedo-pornografia.
Queste sono le accuse mosse dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli al 46enne sottocenerino, diventato così il primo caso di giustizia penale alla Corte delle assise criminali a svelare il legame tra il Ticino e il fenomeno globale del turismo sessuale minorile. Segnalato dagli Stati-Uniti per aver utilizzato dei siti pedopornografici, l’impiegato di banca, durante la perquisizione della polizia cantonale avvenuta questa primavera, racconta d’aver pianificato, attraverso due organizzazioni criminali operanti su chat online, “Mama-san” Gemma e Aple (pseudonimi), 13 viaggi, prima in Tailandia e poi nelle Filippine, tra il 2010 e il 2015, finalizzati all’incontro sessuale con almeno 17 minori.
La sentenza è arrivata il 14 febbraio alle 17:00: pena detentiva di 5 anni e 6 mesi e trattamento ambulatoriale “con degli obiettivi e una strategia chiara”, ha specificato il giudice Mario Ermani.

L’erezione di un processo o il processo all’erezione.
La mattina del 13 febbraio, il giudice Ermani, fiancheggiato da Manuela Frequin Taminelli e Luca Zorzi, ha iniziato il processo formulando una serie di domande all’imputato riguardanti la sua vita famigliare, il suo rendimento scolastico e delle puntuali esperienze sessuali per arrivare a dare un senso a quel che si considera irrazionale: il coinvolgimento nel turismo sessuale minorile. Negli appunti presi durante il processo, ho individuato cinque “gradini”, come li ha definiti il Presidente della Corte, che paiono comporre un “darwinismo della pedocriminalità”.
S’insiste sul sentimento d’abbandono (dal padre, dai docenti, dalle ragazze, dai coetanei) e sull’umiliazione provata da un ragazzo che si sente incapace d’incarnare la virilità: capelli lunghi e gentilezza, alle scuole medie, diventano i moventi per bullarlo e appioppargli lo stigma dell’omosessualità che, come ben sappiamo, la nostra società permette. Tra una lacrima e l’altra l’imputato confessa: “non mi sentivo all’altezza delle avances delle ragazze”. E quando a 16 anni penetrò per la prima volta la vagina di una 14enne, ecco che ci identifica il suo “trauma”: “non riuscii a soddisfarla, persi la fiducia in me stesso”; “non riuscii più ad avere una relazione sessuale spontanea a causa dell’ansia da prestazione”.
Pervaso da una grande vergogna, “incominciai a far largo consumo di pornografia: ho abusato d’immagini e di masturbazione a causa della mia mancanza di libido”. “Non incominciamo coi clinex”, lo ammonisce il giudice. In aula l’imputato deve dar prova d’aver cominciato a lavorare su di sé, dove il “sé” in questione è un “sé sessuale”, l’orientamento sessuale, quindi la cor-retta eterosessualità.
Deve dar prova di Ragione, della rettitudine interiore direbbe un kantiano.
È giunta l’ora di farsi “uomo normale”, come attesta l’analisi dell’urologo al quale l’imputato s’è sottomesso: il 46enne è fisiologicamente in grado d’avere erezioni sufficientemente rigide per attuare delle penetrazioni vaginali.
Il “gradino” che ha salito l’imputato per immettersi nel mercato della prostituzione, dapprima adulta, è stato quello dell’International Sex Guide. Brasile, ma soprattutto Tailandia è la meta che l’imputato ha coscientemente scelto per trovare una via dove potesse dar sfogo ai suoi desideri: “La Tailandia dei primi anni era per me il Paradiso, ero felicissimo. Si stava meglio là, riuscivo ad avere relazioni più intime”.
Divenuto “puttaniere”, come lui stesso s’è definito, il mercato del consumo sessuale online gli ha permesso d’addentrarsi nelle “chat room” dal suo monolocale di Lugano. È su questa piattaforma, dove il giudice ritiene che l’imputato non temesse il “giudizio sociale”, che il ticinese si costruirà quella che il dottor Carlo Calanchini (perito) chiama “maschera virile, dura” o “lato predatore” e che sconcerta l’avvocatessa della difesa, Sandra Xavier, che nella sua arringa finale confida di non riconoscere quell’“essere” nel suo cliente.
“Mi spieghi lo scatto verso le minorenni”, esorta Ermani. E così si scopre che delle maggiorenni filippine offrono la possibilità, su queste chat, d’entrare in possesso di video di bambine nude, che l’imputato ha poi accuratamente selezionato secondo i suoi gusti sessuali, dando particolare rilevanza ai criteri della verginità, della magrezza e del viso dolce: garanzie, per l’imputato, per raggiungere la sua agognata “Girlfriend experience”. Il desiderio del ticinese era quindi quello di “conoscere una donna di cui innamorarsi”: “Non volevo stuprarle, ma avevo paura d’essere giudicato per la mia inesperienza. Per me era una figura di merda”.
Ossessionato dalla possibilità della sua impotenza e quindi dall’essere paragonato ad altri uomini sul piano sessuale, l’imputato ha trovato “laggiù” l’occasione di partecipare alla competizione virile al fine d’appagare il suo desiderio di parità (o di riconoscimento) con gli altri uomini, da un lato richiedendo nelle chat collettive delle oscenità già proposte da altri uomini occidentali (come richiedere a una bambina di fare pipì in una bacinella) ma anche mentendo sulle proprie attività sessuali, e dall’altro organizzando dei viaggi per trascorrere le sue “vacanze” con delle prostitute-bambine.
L’imputato, tuttavia, non sembra aver raggiunto l’invulnerabilità sperata.
L’ultimo giorno di una delle “vacanze”, al separarsi da una prostituta-bambina, lui cerca il suo sguardo mentre lei conta i soldi: “A me dà piacere la relazione sentimentale, stare mano nella mano”. Nonostante il ticinese abbia cercato d’assicurarsi il mito dell’amore romantico, questo continua a essere smentito dal soldo stesso che gliel’ha reso esperibile. La sua disponibilità economica gli ha concesso, in un primo tempo, di scavalcare la concorrenza virile locale, potendo offrire 40.- CHF per 15 minuti di prestazioni sessuali non-protette in hotel (baci con lingua su tutto il corpo, coiti orali, eiaculazioni in faccia, rapporti con due ragazzine commentati dal giudice con “già fa fatica con una, averne lì due!”, due penetrazioni vaginali con una 14enne e una 17enne) sorvegliati da un’adulta (spesso la “mama-san”) e 200.- CHF per passare la giornata con loro al centro commerciale e in piscina facendole dei regali-extra, nei saloni di bellezza dove le ragazzine potevano accedere all’acqua corrente e quindi lavarsi, visto che non era loro possibile nelle favelas. L’imputato conosceva bene le condizioni miserabili della vita nelle bidonvilles, piange al ricordare le bambine esposte a “violenze di tutti i generi, agli spari”, facendo però scomparire la violenza del turismo sessuale minorile, che lui ha indubbiamente sfruttato a scopi personali ma che non è stato il solo a generare, nelle sue relazioni, perché le vittime nei rapporti d’oppressione non sono completamente passive, ma agiscono creandosi dei piccoli spazi di manovra: “mi dicevo che le stavo ancora aiutando, le faccio lavorare, le do una casa, dei vestiti”. L’imputato acquisisce così, lontano da casa, una sensazione di benessere (il “Paradiso” promosso dagli operatori turistici) legata alla sua virilità: si sente “protettore delle donne” (non solo delle bambine, ma anche delle sorelle e delle madri, fa le veci del capofamiglia, monsieur-gagne-le-pain), “là mi sentivo uno dei più giovani, belli, attraenti”.
Di fronte alla domanda “che cosa farebbe per non rifare quel che ha fatto?”, il 46enne risponde che penserà al male che ha fatto. Ma il giudice pretende una “garanzia che non lo rifaccia”. La risposta del ticinese si divide in due: da una parte afferma che s’impegnerà a “star lontano da quei paesi” e da “quelle chat”, dall’altra riaccende quella che ha definito più volte la “sua speranza” nella forma, ora, dell’“unica cura”: “trovare un vero amore, qualcuno che mi vuole bene. Delle ragazze che vedono oltre quello che ho fatto. Io ho bisogno d’affetto”. Due risposte, quindi, che riproducono la naturalizzazione della violenza del modello relazionale virile.

La segregazione sessuale eteronormativa (come quella “nostra”, per esempio, delle toilettes pubbliche) non ha mai colto e risolto la violenza di genere, anzi, ha cristallizzato la soggettività femminile nella vulnerabilità: le “donne” sono così rappresentate a priori come soggetti passivi, vittime perpetue “da proteggere”… da un istinto penetrativo “naturale” degli “uomini”, che rende, tra l’altro, il mercato del turismo sessuale “inevitabile”. E poi c’è il problema del “mito dell’amore”, del garantirsi i rapporti umani nella forma simbolica della “coppia armoniosa, complementare” (da due diventano Uno); dei rapporti, tuttavia che non sono pensati in uno schema realmente relazionale e paritario, ma in un modello virilista dove la “parità” si conquista, come la storia delle guerre coloniali insegna, con la penetrazione e il possesso dei luoghi (terre e corpi) e ci si avvale poi d’un diritto di proprietà (e perché no, anche della “garanzia” dopo l’acquisto) su oggetti, soggetti e ambiente.

In aula s’è discusso dell’illusione dell’imputato d’essersi garantito, con lo “scambio economico”, l’affetto del genere femminile: “Qui parliamo di commercio. Aple ha interesse a fidelizzare il cliente”. Ma quest’argomento serve solo a criminalizzare la prostituzione in generale, anche quella legittima, reiterando il mito che l’amore non ha nulla a che fare con l’economia, cioè con le relazioni socio-economiche dove vivono le matrici di genere, classe e razza. Sappiamo bene che non è così. Sappiamo bene, per essere più espliciti ma non esaustivi, che la cellula sulla quale si organizza il “nostro” Stato-Nazione è la famiglia tradizionale (modello detto anche borghese-occidentale) dove la donna è spinta culturalmente ed economicamente al lavoro domestico non-remunerato (anche se già lavora fuori casa) mentre l’uomo è favorito a sviluppare un’indipendenza economica maggiore (scarti salariali, segregazione sessuale verticale e orizzontale del lavoro).
Tutto ciò è “garantito” dal contratto matrimoniale, coronamento dell’amore, che è allora (anche) economico. Non dimentichiamo neppure il ruolo giocato dalla “fedeltà compulsiva”, tanto denunciata negli anni ‘70 dalle femministe, come “prova dell’amore” (o di adorazione, direi io) che s’è espressa nella regolazione sociale espandendosi per esempio nella criminalizzazione dell’adulterio, nella valorizzazione della verginità (o oggi della “ragazza difficile”, “quella che dice no, ma vorrebbe dire sì”) o nella dedizione esclusiva al marito, compiacerlo, farsi “complementari” adagiandosi all’unico piacere concesso: la penetrazione procreativa. I femminicidi che in quest’ultimo anno si sono denunciati con veemenza nelle piazze, a chi presta l’orecchio, fanno parte di questo stesso filo strutturale che cerco qui di far emergere: come ultimo atto di possesso su di loro, i mariti (o i compagni) uccidono quelle donne che smettono di compiacerli, che “si permettono” di lasciarli, che hanno relazioni sessuali fuori da questo mito dell’amore o “mito della coppia” (della “girlfriend experience”, in altri contesti) dove l’uomo può affermare una forma di mascolinità possessiva.
Pensare a forme libere d’amore, o, detto altrimenti, alle relazioni libere come può e dovrebbe essere anche la prostituzione, è una necessità che si fa più complicata e che sicuramente esce dai quadri del processo, ma che questo processo ci permette di dire “necessaria”.

L’imperialismo e l’eteronormatività alla sbarra.
Il filo narrativo in aula è stato tessuto per corroborare la colpa oggettiva del reo confesso, l’entità del bene giuridico, e, soprattutto, quella soggettiva: moventi, le possibilità dell’imputato di non passare all’atto criminale e la sua vita anteriore. Tuttavia, alla fine del processo il dubbio è rimasto: l’imputato è un “mostro indegno” (arringa dell’accusa) o un “uomo” (arringa della difesa)? Chi è? Che “uomo” è? La risposta “valida” è stata data dal perito Calanchini: è un “immaturo”; il grado di scemata imputabilità è stato decretato lieve-medio.
Il giudice Ermani non è convinto: le pratiche sessuali (in particolare l’eiaculazione in faccia, che ritiene incompatibile a priori con la ricerca d’affetto, con il piacere nelle relazioni amorose) e la capacità organizzativa dimostrata nella pianificazione dei viaggi rendono l’imputato una persona in grado d’“intendere e di volere”. Questi “non sono atti da adolescente”, dice il giudice, mentre il dottor Calanchini ribatte che la “maturità è compromessa in altri aspetti”. S’istaura una divisione cartesiana tra mente e corpo del ticinese: “meccanicamente” è “uomo”; “psicologicamente” presenta un “disturbo della personalità grave e permanente”, più specificamente: “immaturità affettiva” e dunque “instabilità relazionale”. Dal processo s’è capito che questa “incapacità a relazionarsi” dovrà essere cor-retta con una “pena” (l’accusa ha domandato 7 anni, mentre la difesa ne ha proposti 3) e una “misura” (un processo terapeutico ambulatoriale che continuerà verosimilmente anche una volta scontata la pena), come giustamente succede nell’ambito della Giurisprudenza.

I processi cercano di distinguere chiaramente vittime e colpevoli assoluti: angeli e demoni. Ma fuori dall’aula questa dicotomia è più opaca, perché non possiamo evitare d’inserire i fatti accaduti nel mondo reale, nel contesto neoliberale nel quale viviamo, marcato da relazioni gerarchiche prodotte da matrici storiche di genere, classe e razza.
Sappiamo, infatti, che incidono sulle nostre (im-)possibilità (più che “capacità” d’un soggetto che si muoverebbe nel mondo solo per volontà propria) relazionali.
Nonostante questa consapevolezza politica, siamo comunque spinti, a volte, ad affrontare le esperienze estreme che ci orripilano semplificandole, ad annullare cioè la sistematicità delle violenze e a considerarle dei fatti singoli, dei raptus o degli avvenimenti legati a menti individualmente malate.
Però è la società, se si può dire, “malata” – e questo lo riscopriamo quando ci sentiamo dire, per esempio, che “laggiù si abbassano i freni inibitori”, naturalizzando la violenza del ticinese come se abusare sessualmente degli altr* razializzat* derivasse da una “legge della natura”. “Quassù”, infatti, il meccanismo non è diverso: le recenti mobilizzazioni femminili (dall’America Latina alla Polonia e all’Italia per citare alcuni paesi) e nere (come Black Life Matter statunitense e francese), continuano a rendere nota l’intersezionalità nel processo, non irreversibile, di precarizzazione di alcune vite. Nonostante l’insensatezza apparente, dunque, il turismo sessuale a danno dei minori è da molto una realtà politica, sociale ed economica, prim’ancora d’esserne divenuta una giuridica, che coinvolge tutto il mondo – e quindi anche noi e non solo l’imputato che oggi è alla sbarra.
In particolare perché il turismo sessuale minorile si origina dall’enorme scarto di ricchezza tra le popolazioni dei paesi cosiddetti “sviluppati” – o più semplicemente: “bianchi” – e i paesi che, secondo la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, dovrebbero seguire il cammino dei primi (la “civilizzazione”). Sarebbe interessante domandarci, in questi tempi, quanto male deve fare uno “straniero” per non poter più viaggiare liberamente da un paese all’altro? Due pesi, due misure. Forse ci accorgeremmo che non ci pensiamo mai nelle vesti dell’“essere l’altro”, forse ci accorgeremmo che l’“altro”, in generale, non lo pensiamo mai.

La procuratrice Chiara Borelli ci ha fatto notare che in questo processo manca una parte, delle voci, manca il riconoscimento del trauma dell’“altro” nella “girlfriend experience”: le vittime silenziose. Alla domanda “Chi sono le vittime?”, Borelli risponde che “questo vuoto, questo silenzio, lascia un sentimento d’impotenza”.
E forse è quello che dobbiamo cogliere e far fruttare per pensare un’etica in grado di trovare cammini diversi da quello del(lo s-)possesso, della potenza predatrice. Ho insistito sull’impotenza sessuale dell’imputato perché se è vero che s’è “costruito il proprio parco-giochi” (come ha affermato Borelli) e quindi è responsabile di quello che ha fatto individualmente, non è vero che ha potuto farlo da solo, con la sua sola potenza. Infatti, non è vero che tutti possono crearsi il proprio parco-giochi dal nulla, in ogni tempo e in ogni luogo: c’è in gioco, in questo processo, qualcosa che il Diritto non è solito affrontare, la responsabilità collettiva. Il caso del turismo sessuale (e non solo minorile) ci porta a riflettere sulla maniera in cui noi del Nord del mondo facciamo esistere geografie del desiderio e del piacere, mescolando erotico ed esotico, come ci ha ricordato l’imputato parlando dell’International Sex Guide e delle “chat room”, consumabili da tutti quelli che hanno abbastanza capitale economico e culturale d’accedere a internet, come quei saperi che “dividono le pratiche sessuali per paese” e li definiscono come “Paradisi”, nonostante in aula siano emersi Inferni.
Se è vero, come ha affermato prima l’accusa e poi la difesa che “ha prevalso il principio del piacere sul principio della realtà”, bisogna però sottolineare che il “piacere” dominante è quello machista (la “maschera” e non la “mancanza di libido” testimoniata dall’imputato, il segno dell’impotenza della potenza) e che esistono (anzi, dovrebbero poter esistere) diversi piaceri (e pratiche connesse) che non ne escludono (o opprimono) altri. In questo senso, il “piacere” non dovrebbe avere un referente sano come misura (o “normalità”), ma dovrebbe essere ammesso in quanto eticamente relazionale, ovvero in grado di far coesistere nei soggetti della relazione tanto il loro bisogno d’amore (dell’altro) che il loro bisogno d’autonomia. Il “piacere pedofilo” e il “piacere virilista” non ne sono in grado.

La collaborazione dell’imputato, che certamente non lo redime dai suoi crimini, nello svelare parte del sistema organizzativo della prostituzione minorile ha permesso di creare un vuoto, la presenza che si manifesta con l’assenza, il rendersi conto che manca qualcun* quando si pensa al “piacere”, ma che esiste ed è attiv*. Sono bambine e bambini che cercano clienti per avere rapporti sessuali eterosessuali e omosessuali in cambio di soldi, regali, medicamenti, perché vivono nella miseria e lo “straniero”, che siamo “noi”, diventa la sua unica fonte di sostentamento. E di fronte alla miseria, se il sistema non ti prende in considerazione, non ti sostiene, allora ci si organizza: e sono spesso le donne, le madri, a farlo.

Viviamo in un mondo dove il piacere è sistematicamente differenziato, dove le ragazzine filippine non hanno spazio per il loro desiderio, la loro esistenza, e questo non è solo “tristezza”, come ci verrebbe da dire, ma un giro d’affari multimiliardario interno al sistema globale del turismo.
E il turismo appartiene al Nord del mondo, a quelli che praticano la libertà di movimento.

 

Un pensiero su “Ticino e turismo sessuale minorile: la libertà di muoversi su altri piani

  1. Alcune precisazioni: l’amore non ha nulla a che fare con lo scambio economico,è qualcosa che affermo anch’io, una coppia etero o gay che sia, che si ama è una cosa positiva, l’amore esiste, uomini e donne lo provano, una coppia etero o gay monogama , che crede nel valore della fedeltà reciproca (che non è “compulsiva” ed è frutto di una scelta) è una cosa bella ed è una coppia di persone libere, come sono libere le persone che vogliono relazioni non monogame. Amore monogamo è libertà sono compatibili, e il fatto che la monogamia sia la scelta statisticamente più frequente non vuol dire che non è una scelta libera e non impedisce ad altri di fare scelte affettive diverse dalla monogamia. Amore e coppia non sono miti, sono cose che esistono, e possono essere vissute all’insegna della passione erotica, della complicità e del rispetto reciproco. E la penetrazione (che porti o no a una gravidanza) può essere ed è piacevole anche per le donne, il clitoride può essere stimolato anche durante il coito penetrativo di una coppia etero, il coito può dare orgasmi a lui come a lei. E comunque il fatto che il turismo sessuale sia composto in maggioranza da uomini di ogni orientamento sessuale dimostra che è un problema dei maschi e non solo di quelli etero (quindi forse l’eteronormatività centra poco).Questo “puttaniere” pedofilo non cercava l’affetto del genere femminile, non cercava neanche solamente sesso, cercava donne anzi ragazzine da sottomettere, non voleva essere un amante, voleva essere un padrone e sono due cose molto diverse. Il desiderio sessuale e l’amore non hanno nulla a che fare con l’oppressione

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