Storie di ordinaria repressione. Manifestante incinta perde bambino dopo sgombero ( e sembra quasi colpa sua )

A Milano pochi giorni fa si è consumato in strada lo scontro tra un centinaio di agenti di polizia contro uomini e donne legati ai centri sociali Corvaccio e Rosa Nera, in lotta contro gli sgomberi degli alloggi popolari Aler.
Tra i contestatori c’erano anche molti occupanti delle case Aler che si opponevano alla polizia mostrando uno striscione.
La polizia ha avuto l’ordine di sgomberare entrambi gli spazi sociali, con un bilancio finale di nove persone accompagnate in questura dopo uno scontro duro in cui gli agenti non avrebbero esitato ad alzare il manganello.

Tra quelle persone c’è anche una donna che come gli altri manifestava per il suo diritto ad avere una casa.
Ha 37 anni, è disoccupata, è una delle occupanti delle case popolari e una gravidanza al sesto mese di gestazione.
Viene coinvolta negli scontri, già quella mattina racconta ai giornalisti di essere stata colpita dagli agenti durante lo sgombero dei due spazi sociali. Dice: “mi hanno dato col bastone e sono incinta, mi hanno preso la pancia”.
Pochi giorni dopo, perde il bambino.

Per lei il perché dell’aborto è chiaro, è colpa di quelle colluttazioni, dei colpi di  manganello della polizia.
Oggi sul caso indagano la Procura di Milano, con il pm Gianluca Prisco e il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, mentre i media già uniscono alla notizia dell’aborto le dichiarazioni ospedaliere che assolverebbero il ruolo degli agenti in piazza, sostenendo che “non ci sarebbe un nesso di causalità tra la presunta manganellata ricevuta e l’aborto”.
La donna non ha sporto denuncia formale. La stessa sera del suo aborto una fiaccolata di comitati ha manifestato a Milano contro gli sgomberi e l’emergenza casa.

Questa storia ha delle indagini in corso e dei nessi di causalità da appurare.
Non entreremo nel merito di manganellata sì manganellata no.
Basti sapere che una donna disoccupata di 37 anni incinta al sesto mese era in strada a manifestare per avere diritto a una casa e che per questo, manganellata sì manganellata no, ha perso il figlio che aspettava.

Basta sapere questo per dare tutta la solidarietà a questa donna e a chi lotta per la casa.

Le più mediatiche femministe italiane però si stracciano le vesti contro la camicia con le pinup di uno scienziato, ma non avvertono affatto la necessità di prendere parola su questa donna. Forse perché migrante e in questo periodo il mantra è “prima gli italiani“? Forse perché occupante?
In ogni caso, una donna avvertita così lontana dalle proprie esperienze e necessità che non vale nemmeno la pena di esprimerle la piena solidarietà o di ragionare, da un punto di vista femminista, di politiche economiche e di welfare.

milano

Quando abbiamo condiviso la notizia sulla nostra pagina sono arrivati dei commenti che ci hanno spinto a voler parlare ancora di questa donna e del suo aborto. La nostra è una realtà, purtroppo o per fortuna, più selezionata di quella di un grande giornale nazionale, così sono anche i commenti in calce ai nostri articoli.
Eppure da quelli e da tutti quelli monitorati su altri portali, emerge l’inquietante verità di un’opinione pubblica sostanzialmente d’accordo con le forze repressive in atto.

Se ne poteva stare a casa è il commento più diffuso.
Quello che, in sostanza, fa il verso a “poteva non mettersi la minigonna, così non la stupravano“.

obeyLa logica è la stessa: potevi rispondere alle leggi dell’oppressore, non manifestare, non vestirti come ti pare, e non ti sarebbe successo nulla. Falso, ti sarebbe successo comunque di non avere diritto a una casa e a un figlio, di non avere diritto al tuo corpo. Obbedisci e il potere ti amerà. Falso, quello che anima chi la pensa così è una sostanziale adorazione per la repressione di singoli e collettività.

 

E poi, in quale casa doveva mai stare una donna appena sfrattata?

 

Se ti sfrattano perchè hai occupato, cosa manifesti a fare? Eri tu l’illegale
Con l’appoggio di una macchina mediatica sempre più conservatrice, il Sindaco di Milano Pisapia è solo uno dei primi cittadini in lotta contro le abitazioni a scopo abitativo. Per farlo, nell’occasione dello sfratto delle case popolari Aler di qualche giorno fa, la polizia ha anche impiegato l’uso di lacrimogeni, lanciati fin dentro il mercato rionale, e di “cariche di alleggerimento”, tipo quelle i cui manganelli avrebbero colpito la donna che ha perso il bambino. Manganellata sì manganellata no, basterebbe solo questo spropositato uso della forza di polizia per chiedersi fin dove può spingersi la polizia per sgomberare degli alloggi occupati.
Perché se decidiamo che può sparare lacrimogeni ad altezza uomo, che può caricare manifestanti, tra l’altro inermi e a volto scoperto, allora diciamo anche che per legittima difesa potevano picchiare a morte Federico Aldrovandi, che Carlo Giuliani è morto perché un proiettile di Placanica è rimbalzato sul cornicione e che Stefano Cucchi era uno spacciatore e per questo la sua vita valeva zero.
Se occupare una casa è un reato più grave dell’abuso di potere da parte della polizia, anzi se occupare una casa diventa un atto da condannare invece che da prevenire con il riconoscimento del diritto ad abitare, allora sì: andare a manifestare perché si è stata sfrattata è un atto idiota.

Per ora però resta l’atto di lotta disperata di tanti e tante che una casa non ce l’hanno e non se la vedranno assegnare.

“Una donna dovrebbe tutelare la propria gravidanza”.
Una donna al sesto mese di gravidanza può fare boxe, allenarsi in palestra, fare danza classica.
Può sicuramente quindi anche manifestare per i propri diritti.
krugerSempre di corpi femminili si parla, corpi che non possono pretendere il diritto a non essere picchiati, ma che devono prevenire rimanendo in disparte.
Perché questa donna potesse “tutelare la propria gravidanza” ne servivano altre, non incinte, a lottare per lei.
Dove eravate?

A casa. Perché avete la fortuna di averne una.
Se una collettività non si fa carico dei problemi sociali, soprattutto quelli legati al welfare, additare le responsabilità di chi è investito dall’emergenza abitazione è solo un atto di vigliaccheria.

“Questa ha anche altri due figli. Ma perché era di nuovo incinta senza lavoro e senza casa?”
L
e donne sono incubatrici da valutare solo in base a quanto devono figliare o meno.
Se si parla della crescita zero, allora le donne devono smettere di pensare solo alla carriera, diventare più femmine, tornare a essere madri. Se si parla di emergenza abitativa, come diavolo invece può venire loro in mente di fare figli?
Figli che, vado a memoria, ma si fanno in due, di solito.
Comunque vada, la colpa è delle donne. Non della crisi, non del patriarcato, non del capitalismo. Delle donne.
E via a ravanare tra le mutande di questa qui in particolare per chiuderle le tube.

Tutto ciò si chiama victim blaming. In italiano: colpevolizzare la vittima.

 Manganellata sì, manganellata no.

 

 

 

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