Scienziati e camicie accusate di sessismo

L’Esa può far atterrare un robot su una cometa. Ma non riescono ancora a vedere la misoginia che hanno sotto il naso”

Alice Bell, giornalista del Guardian, in queste righe racchiude la condanna alla camicia dello scienziato Matt Taylor.

Matt Taylor è un fisico inglese che lavora per l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) al progetto Rosetta che ha permesso ad una sonda spaziale di atterrare su una cometa per poterla monitorare da vicino. In occasione della conferenza stampa, tenutasi mercoledì scorso, per descrivere l’ambizioso progetto, la grande importanza scientifica dell’aggancio della cometa è stata messa in ombra da una camicia.

Matt Taylor, sfidando le regole del galateo dei formali eventi ufficiali, ha indossato una camicia dai sgargianti colori con maniche corte che mostravano braccia altrettanto colorate, ma l’outfit del fisico non era accusato solamente di essere fuori luogo e poco chic ma anche sessista e misogino, termini usati dalla stampa come fossero sinonimi. La camicia incriminata era infatti tempestata di pin-up.

185744759-cfc4a8d5-2be6-4389-83f1-34a7ddf96b37La scelta stilistica dell’incauto scienziato ha scatenato una pioggia di critiche, la collega astrofisica Katie Mack ha sentenziato: “Non mi importa cosa gli scienziati indossino. Però una camicia così non è appropriata al suo ruolo dal momento che ci sono anche donne che lavorano per la scienza”, segue raffica di tweet contro l’infelice capo d’abbigliamento del fisico ritenuto sessista e addirittura misogino, che stando alle affermazione dell’astrofisica danneggerebbe tutte le donne che lavorano nella scienza.

I giornali italiani parlano di generiche “femministe” scatenate contro la camicia sessista, Gramellini nel suo buongiorno sulla Stampa, per intenderci quello che è un buongiorno solo se non lo leggi, dà dei bacchettoni a giornalisti del Guardian, da che pulpito, e conclude, con grondande retorica e reinterpretando la famosa citazione erroneamente attribuita al povero Voltaire, ammettendo che schifa la camicia di Taylor ma che sarebbe disposto a morire per difendere il suo diritto di indossarla.

Betty Page, artista e PinUp, simbolo negli anni '50 di una sessualità giocosa e libera da moralismi
Betty Page, artista e PinUp, simbolo negli anni ’50 di una sessualità giocosa e libera da moralismi

Personalmente non sono disposta a morire per così poco, ma mi sento di difendere comunque la scelta dello stravagante capo d’abbigliamento dello scienziato, non solo perchè la trovo molto carina, ma anche perchè rappresenta un modo di rimanere fedeli a se stessi sfidando le borghesi regole e le convenzioni che lo volevano in un formale giacca a cravatta di Dolce e Gabbana.

Ma soprattutto mi chiedo: perchè le immagini delle pin-up sarebbero sessiste?

La maglietta è stata definita irrispettosa nei confronti delle donne, soprattutto delle donne scienziate perchè queste farebbero molta più fatica a lavorare e fare carriera in alcuni ambiti, come quelli della scienza e della tecnologia, considerati ancora appannaggio degli uomini
Come questo gender gap possa essere incentivato dalla presenza delle pinup sulla camicia del fisico inglese mi sfugge.
Matt Taylor avrebbe potuto indossare la maglietta “This is what a feminist looks like”, quella prodotta da donne sottopagate, sfruttate e stipate in camere anguste nelle isole Mauritius, e avrebbe probabilmente ricevuto meno critiche.
E infatti la maglietta incriminata non è prodotta da qualche grande firma italiana che disloca la propria azienda per sfruttare lavoratori e lavoratrici di altri paesi, nemmeno da associazioni per i diritti delle donne che vendono slogan cuciti dalle mani di operarie sottopagate, ma  è stata realizzata da Elly Prizeman, un’artista amante del vintage, del rockabilly, dei tatuaggi, amica dello scienziato.

Vera, esagerata, ingiusta, meritata un’accusa di sessismo fuori dall’Italia è comuqnue qualcosa di cui vergognarsi, Matt Taylor in lacrime chiede scusa ammettendo di aver commesso un errore.

La cosa curiosa è che il fisico inglese, durante il discorso di presentazione della missione, ha veramente fatto qualcosa di sessista, ha detto, giocando con il nome del progetto Rosetta, queste parole “the sexiest mission there’s ever been. She’s sexy, but I never said she was easy.”  E’ sexy, ma non ho detto che è facile.
La frase infelice, decisamente più di cattivo gusto della maglietta, non è stata riportata dalla maggior parte dei quotidiani italiani, il fisico ha dovuto fare pubblica abiura per la camicia, ma non per questa battuta machista da osteria.

Sembra che il sessismo venga identificato con il nudo tout court, le pin up sono mezze nude e in pose sexy indi per cui lesivedelladignitàfemminile.
Tette e culi esposti solleticano l’indignazione da tastiera, i quotidiani acchiappa click lo sanno, ne approfittano e buttano tutto in casciara, con il risultato di banalizzare il contrasto al sessismo che non dovrebbe consistere nell’inorridire davanti a una chiappa, ma in un più complesso discorso che collega la sovraesposizione del corpo femminile a un sistema economico che trae profitto da questa, dove quel corpo non deve essere per forza nudo per essere sfruttato.

L’occhio nero che accompagna la maggior parte delle campagne contro la violenza sulle donne è sessista quanto le tette usate per vendere biscotti, perchè restituisce un’immagine passiva e debole della donna, un oggetto, non un oggetto sessuale in questo caso, ma un oggetto da proteggere, comunque un oggetto.
Eppure difficilmente vediamo il sessismo nelle immagini con gli occhi pesti che accompagnano le notizie di femminicidi, più difficilmente inorridiamo davanti alla pubblicità del detersivo che usa sempre e solo lei, fa più scandalo una maglietta con le pin up di una maglietta prodotta da donne sfruttate. Perchè?

E se fosse stata un donna? Se al posto di Matt Taylor con la maglietta piena  di pin up ci fosse stata Fabiola Gianotti, la neopresindetessa del Cern, con una camicetta color cipria tempestata di piccoli peni? Cosa sarebbe successo?
Che avremmo parlato del suo abbigliamento, del suo aspetto fisico invece che delle sua doti da scienziata, come accade sempre quando si tratta di donne.

Forse per la prima volta quel comportamento che di solito è riservato alle donne è stato esteso ad un uomo, non sappiamo un bel niente della missine Rosetta e della cometa, perchè abbiamo parlato solo dell’abbigliamento dello scienziato e non delle sue doti. E’ superfluo dire che non è questa la parità a cui dovremmo aspirare.

E’ solo una battuta

E’ solo un modo di dire

E’ solo un’immagine

E’ solo questo, è solo quello

Abbiamo sentito tante volte queste affermazioni quando cerchiamo di far capire che qualcosa è sessista, abbiamo indossato gli occhiali viola, quelli che ci hanno svegliat*, che ci hanno fatto vedere quelle disuguaglianze e quella sproporzione di potere tra uomini e donne, quegli occhiali non vogliamo toglierli, ma è necessario non cadere nella banalizzazione, cercare sempre di complicare, magari anche andando controcorrente arrivando a dire che a volte, raramente, molto raramente,  è veramente solo una maglietta.

 

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4 commenti su “Scienziati e camicie accusate di sessismo

  1. laura a. il said:

    anch’io lì per lì ho pensato “è solo una camicia” (e guarda caso la notizia non riportava quella frase ambigua che voi menzionate)… poi ho letto un commento di una ragazza che vive negli USA e scrive: ” Bon, io capisco che in Italia, dove qualunque donna praticamente dall’età di 5 anni è abituata ad avere perfetti estranei che per strada apertamente commentano sul suo culo, una camicia così sembri una scemata. Ma non lo è stata affatto una scemata, proprio per niente. Il tipo già credo uno-due giorni prima era stato fotografato per un intervista con una camicia simile, e aveva già raccolto le prime critiche. Decidere di metterla per l’evento dell’accometaggio in mondovisione – evento durante il quale non rappresentava sé stesso ma l’ESA, e in quel momento l’astronomia e la scienza tutta – è stata una provocazione consapevole, Anche il linguaggio da lui usato quel giorno – sempre in mondovisione – “La cometa è molto sexy, ma non si dà facilmente”, è stato per sua scelta sessista. Voi dite, ma cosa volete che succeda? Succede che io laureanda, dottoranda, giovane post-doc che lavoro con un tipo così, so dal primo momento che fondamentalmente sono preda, e se non sono preda è perché sono brutta. Questo succede. Questo si fa notare al brillante quanto pirla fisico del plasma. Che non ci aveva pensato, è chiaro. Ma qualcuno all’ESA ci doveva pensare. È stata una gaffe clamorosa a livello proprio di management. ” e ancora: “Forse potrebbe essere utile fare un passo indietro e semplicemente prendere atto che, per quanto riguarda il sessismo sul lavoro e tutto ciò che ne deriva, il mondo anglosassone e il centro/nord europa si orientano su un codice diverso rispetto all’Italia. Questo codice, a fronte di qualche sacrificio per tutti, in primis dal punto di vista italiano una certa perdita della spontaneità sia nel parlare sia nello scrivere, garantisce per esempio un ambiente di lavoro decisamente più sereno, e la possibilità di lavorare, a molte più donne rispetto all’Italia. Secondo questo codice (che non è che ce lo insegnano eh, si apprende per strada, facendo una gaffe dietro l’altra e beccandosi le occhiatacce e i rimbrotti), sul posto di lavoro non c’è spazio per battute che rendono una categoria di persone un oggetto in base al loro sesso. Perché una parte di questa categoria si sentirà a disagio, ed è un disagio che alla lunga può compromettere il tuo lavoro. L’uso di una metafora di conquista sessuale – non romantica! sessuale! questa cometa te la dà o non te la dà?? – ha messo a disagio molte astronome, e anche non ci crederete, moltissimi astronomi. Il messaggio che arriva a me per esempio, è che secondo questo bel tomo le donne si dividono in quelle che la danno e quelle che non la danno. Se dovessi lavorare con lui sarei a disagio. Altre avranno ricevuto un messaggio diverso, e ad altre gli arimbalza proprio, il punto è che è una provocazione gratuita che non aggiunge niente al discorso scientifico e mette a disagio un sottogruppo di persone. I gender studies hanno provato abbondantemente che dove queste “microaggressioni” a sfondo sessuale vengono maggiormente tollerate, è più probabile che si verifichino episodi di sessismo e molestie più eclatanti, e visto che questa (linguaggio + camicia) è stata una decisione cosciente di provocazione, infantile più che sessista se volete, ma sempre provocazione durante un evento mondiale, la protesta è più che legittima. Aggiungo come background che solo un paio di settimane fa il New York Times aveva dato grande risalto a uno studio che affermava che il mondo accademico non è affatto sessista. A parte che basta guardarsi un pelino intorno per accorgersi che non è vero, poi un marpione come questo vuole fare il suo show in mondovisione e ci si DEVE difendere.”

    • Enrica il said:

      I quotidiani italiani hanno parlato solo della camicia, quella frase non è stata nemmeno riportata, è questo il punto. E’ il concetto di sessismo che mi pare che a volta sfugga, è l’antisessismo che non può ridursi a rincorrere i nudi e a invocare protezioni contro la lesa dignità femminile.

  2. Nota a margine, giusto per precisare, visto che qui in UK ha sollevato un polverone sulla reputazione della Fawcett Society, la famigerata maglietta e’ prodotta si alle Mauritius ma in una fabbrica dove le operaie guadagnano piu’ di minimum wage, hanno gli straordinari pagati e possono liberamente iscriversi al sindacato. Fawcett sta controllando che le assicurazioni date da Whistles (il marchio produttore della maglietta) siano accurate attraverso un organo indipendente http://www.fawcettsociety.org.uk/2014/11/fawcett-society-update-allegations-whistles-fawcett-feminist-t-shirt/

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