#quellavoltache contro la cultura dello stupro e il victim blaming

Perché non ne hai parlato prima? Perché non hai denunciato? Perché hai continuato a svolgere quel lavoro? Perché non hai reagito? Perché non sei scappata? Perché non hai urlato? Perché hai continuato a frequentare quel posto?

Perché?…perché?…perché?

Sono innumerevoli i perché che ci travolgono nel momento in cui siamo vittime di molestie, di violenze sessuali, di ricatti sessuali, di avances non gradite e insistenti, eccetera.

Innanzitutto quelli che noi poniamo a noi stesse colpevolizzandoci di non essere state forti, caute, di non aver reagito o di non aver agito in maniera diversa.

Spesso ci vuole tempo, tanto, per metabolizzare e per renderci conto davvero cosa ci è accaduto, per capire di non essere noi le colpevoli ma chi ha approfittato o abusato di noi.

Ed è proprio nel momento in cui ci si decide a parlare che, puntualmente, gravano su di noi i giudizi della gente, quelle domande sciocche e spietate, pretestuose, quei giudizi crudeli e sommari, quelle insinuazioni  prive di un briciolo di empatia

Bisogna imparare a distinguere il carnefice dalla vittima, smetterla di puntare il dito su quest’ultima che sia per le sue abitudini, per il suo abbigliamento, per i suoi sogni, perché ha continuato a svolgere quel lavoro o perché non ha urlato, perché non è fuggita o perché non ha denunciato immediatamente

In nessuno, nessunissimo, caso la vittima diventa complice perché una vittima è semplicemente una vittima.

NarrAzioni Differenti ha deciso di partecipare a  #quellavoltache che da una proposta di Giulia Blasi

Che siate state vittime sul lavoro, a scuola, a casa, all’università, sui mezzi pubblici, per strada. Che siate state vittime di molestie o di violenza fisica o psicologica. Raccontateci come vi siete sentite, cosa avete pensato, se ne avete parlato o meno e perché

Noi raccoglieremo le vostre storie e le diffonderemo sui nostri spazi con l’hashtag #quellavoltache con la speranza possa essere in qualche modo d’aiuto a chi ha subìto e affinché nessuna più si senta sola e giudicata.

Potete mandarci le vostre esperienze all’indirizzo mail: [email protected] o tramite messaggio sulla nostra pagina facebook e le raccoglieremo di seguito, in questo post in continuo aggiornamento

 

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#quellavoltache di Francesca:

Avrò avuto all’incirca 14-15 anni, camminavo per strada, un lungo viale alberato non troppo lontano dal centro della città in cui vivo, ero con due mie amiche. Giocavamo e ridevamo in maniera chiassosa tra noi come si fa normalmente a quell’età. All’improvviso si avvicina un uomo in moto, una moto di grossa cilindrata e altrettanto grosso e muscoloso era il tipo che la guidava. Avrà avuto sui 40 anni. Ci taglia la strada e poi si ferma accanto a noi seguendoci col motore spento.

Mi guarda e dice “Ti ho vista che mi sorridevi da lontano”

Cadevo totalmente dalle nuvole perché prima che ci si presentasse lì davanti io non mi ero neanche lontanamente accorta dell’esistenza di quest’uomo

 Allibita gli risposi “Guardi forse si sta sbagliando io ridevo con le mie amiche”

Lui :“No no, sorridevi proprio a me. Che c’è ora ti manca il coraggio? Sei molto bella, vuoi salire a fare un giro in moto?”

Le mie amiche iniziarono a guardarmi quasi per chiedermi: “ma l’hai fatto davvero?” Questa cosa mi lasciò totalmente atterrita, mi sentivo sola e giudicata.

Alziamo il passo e inizia a seguirci

“Che fai non rispondi, prima sorridi agli uomini e poi ti tiri indietro?Lo sai che non si fa? ”

Ero sconvolta. Avevo paura, ero terrorizzata all’idea che le mie amiche fuggissero via e mi lasciassero sola con quell’uomo

Non so dove io abbia trovato il coraggio, ma gli urlai: “Ma si rende conto che potrebbe essere mio padre?”

“Prima provochi e poi ti tiri indietro, eh?” mentre mi rivolgeva queste frasi mi guardava dritto negli occhi con uno sguardo famelico e glaciale.

Iniziammo a correre. Eravamo terrorizzate. Il tipo iniziò a seguirci e a tagliarci nuovamente la strada. L’ha fatto per non so quanto tempo.

Al che iniziammo ad urlare. C’era poca gente per strada e di quei pochi nessuno venne in nostro aiuto.

Fortunatamente l’uomo sfrecciò via urlando una serie di ingiurie e parolacce.

Qualcuno alla fermata dell’autobus commentò: “‘ste ragazzine sfacciate, prima provocano e poi quando accadono cose si lamentano”

Non ne ho mai parlato con nessuno. Forse sembrerà un fatto di poco conto, ma sono tornata tante volte nel corso di questi anni a quella vicenda. Ci ho pensato a lungo e mi sono spesso chiesta se forse non avessi in qualche modo davvero provocato quell’uomo. Ma davvero una ragazzina di 14-15 anni può provocare un uomo, da lontano, semplicemente con un sorriso?

Il perché non l’ho mai raccontato a nessuno? Per il semplice motivo che se le mie amiche che erano con me in quel momento mi guardavano interrogative per cercare di capire se lo avessi o meno provocato perché mai qualche altro avrebbe dovuto credermi?   

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#quellavoltache di C.

Avevo 14 anni e una sera mentre da casa di mia nonna mi dirigevo verso la piazza per incontrare le mie amiche, un gruppo di tre o quattro ragazzi che avevano pressappoco la mia età mi si avventarono contro cercando di slacciarmi la camicetta e sollevarmi la gonna che portavo lunga. Sentivo le loro mani che cercavano di insinuarsi nel mio corpo, tentavo in tutti i modi di tenermi stretta alla gonna, alla camicia e finalmente le mie grida di aiuto furono udite da un ragazzo, poco più grande di loro, che minacciandoli li mise in fuga. Non lo ringraziai neanche quel ragazzo, corsi subito via a casa, sperando che i miei genitori non fossero ancora rientrati dalla loro passeggiata serale. Appena rincasata, andai subito a farmi una doccia perché l’idea di quelle mani che si erano posate su di me, mi procurava un dolore lancinante al petto. Mi misi a letto. Non dissi nulla ai miei genitori quando rientrarono. Non uscii per settimane. La sera non volevo addormentarmi per timore che nel sogno potessi rivivere quell’incubo. Mi sentivo sporca, in colpa, dannata per sempre. Io non ho denunciato perché quelli erano tempi che se andavi in caserma non venivi trattata da vittima. Anzi, poteva capitare che venivi violentata una seconda volta dalle domande insinuanti della polizia. Io non ho subito lo stupro grazie a quel ragazzo che mi ha tratto in salvo in tempo ma non oso immaginare come avrei potuto sopravvivere ad un evento del genere. E non voglio neanche parlare di tutte le volte che ho dovuto subirmi un commento ammiccante da parte di un preside o un collega più anziano o la mano morta nel tram o quella dei ragazzini alle feste di paese. Non ho denunciato il ragazzo che quella volta si offrì di accompagnarmi a casa in macchina e con una scusa volle fermarsi a casa sua e alla sua avance di portarmi in camera dei suoi, io fuggii via. No, non ho denunciato perché allora se lo facevi nessuno ti avrebbe sostenuto forse neanche la tua famiglia.

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#quellavoltache di Anonima

Ero in metro di prima mattina per raggiungere scuola, essendo di Roma sono abituata alla metro sempre affollata e dovendo fare poche fermate mi posiziono vicino all’uscita cosi da non dar fastidio e da non occupare posti. Casualmente però quel giorno alle 8,30 la metro era “abitabile”, quindi tirai fuori il telefono tranquillamente tra una fermata e l’altra girata verso la porta. Mentre ascolto la musica sento qualcuno che mi tocca, anche abbastanza brusco quindi mi giro e noto un ragazzo poco piu grande di me -20/25 anni- che mi sorride e si scusa. Sorrido anche io, pensando che magari era inciampato o altro e mi giro mettendomi di lato alla porta -per occupare meno spazio con lo zaino- neanche il tempo di rifar partire la musica che lo sento che ripreme verso di me. Alzo lo sguardo e si riscusa scostandosi leggermente, non c’era cosi tanta gente da dover star cosi vicini ma cerco di ignorare la cosa. Neanche il tempo di spostarmi -ero arrivata alla mia fermata- che si posiziona davanti a me e preme contro di me il suo pube continuando a sorridere mentre palesava apertamente di essere “leggermente felice”. Lo scanso con una spallata disgustata, non riuscendo a dire nulla esco di fretta dal vagone uscendo sulla banchina. Passato il disgusto e la vergogna per non averlo affrontato provo a parlarne, ma non volendo attirare troppo l’attenzione, cerco di limitarmi ad amici più intimi e lì arriva il bello, quando racconto la cosa in classe un ragazzo ascolta e s’intromette nella discussione tra me e le mie amiche con “Certo che la gente non sta bene, di tutte quelle che vanno ingiro mezze nude proprio a te? Grassotella e maschiaccia? Magari scherzava e stai esagerando un pochino, su!”. Li mi sono sentita messa al muro. Quello che sentivo e avevo vissuto era vero, ma mai come l’imbarazzo che mi ha fatto provare. Ho risposto per le rime al ragazzo, sentendomi montare dentro ancora più schifo e mi concedo una pausa andando in bagno. Li scrivo su un gruppo di amici di lunga data raccontando -abbastanza alterata- tutto quello che era successo e anche la risposta del mio compagno. Ma anche li, da persona che reputo intelligenti e con cui ho sempre potuto discutere civilmente ricevo solo confusione, perché si succede, ma magari IO ho capito male, perché tra tutte è assurdo che sia capitato a me. Magari io sto esagerando e sbagliando.
Mi sono sentita sola. Avevo bisogno che qualcuno mi ascoltasse e basta, magari che appoggiasse per un attimo il mio schifo per poi “riderci” su. Invece mi hanno fatto dubitare di me e di quello che ho provato, perché sono bassa e grassottella, perché vesto comoda e porto gli occhiali, perché sono femminista e immagino battaglie dove non ci sono (Commento non inventato purtroppo) perché tra tutte, casualmente a detta loro, doveva capitare ad una come me?
Da quell’episodio non mi sorprendo più quando sento e vedo giudicare qualche ragazza nelle vicende di violenze e stupro, la gente anche quando la conosci non ha rispetto per quello che provi ne si chiede come stai e si unisce a te, preferisce dirti “Ma gli hai sorriso?”.

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#quellavoltache di Cristina

“Avevo 13 anni e camminavo per strada con il mio cane. Due ragazzi mi sono venuti incontro, mi hanno fatto passare in mezzo a loro e mi hanno toccato il seno. Ero vestita come una bambina, ero una bambina. Mi sono sentita sporca. Mi sono sentita arrabbiata. Perché sono stata incapace di reagire. Ero incredula: era davvero successo?”

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#quellavoltache di Anonima

“a 17 anni (e ne dimostravo di meno), tornando a piedi da scuola con addosso uno zaino carico di libri, un auto si fermò davanti a me, prima che potessi scendere dal marciapiede, il finestrino si abbassò e comparve la faccia di un uomo che mi studiò con aria incerta.
Credendo che non sapesse dove andare e volesse chiedere indicazioni, mi bloccai e rimasi a guardarlo in attesa.
Lui mi chiese con voce inquisitoria e indifferente: “Quanti anni hai?”
Raggelata, continuai a guardarlo, mentre lui sbuffava con aria sprezzante, rialzava il finestrino e se ne andava.
Era l’una e dieci del pomeriggio, c’era un’aria pulita e luminosa, eppure all’improvviso mi sentii come se fosse calata la sera mentre ero sola e lontana da casa”

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#quellavoltache di Anonima

Lui era il mio primo fidanzato, quello della prima volta. Tra noi l’intesa fisica era molto forte e, dopo esserci lasciati, ci siamo visti ancora. Capitava di trovarci fuori, di proposito o per caso, e finire la serata insieme. Oppure di passare un pomeriggio, così. Un giorno scopro che si è fidanzato, con la ragazza che corteggiava da anni e di cui era innamorato. Do per scontato che tra noi non possa esserci più niente e infatti per molto tempo non lo sento. Una sera ci incontriamo per caso fuori e dopo un po’ mi scrive “è da tanto che non ci vediamo, posso venire a salutarti?”. Dico che sono ormai a casa, in pigiama. Lui insiste molto e alla fine dico “ok, scendo un attimo”. Penso che mi voglia parlare della fidanzata, magari c’è qualche problema tra loro. Invece appena salgo in macchina (in pigiama e pantofole, senza trucco) mi infila la lingua in bocca. Protesto. No, sei fidanzato. Lui anche protesta “quando eri fidanzata tu, ti andava bene”. Dico che è diverso e comunque non mi va e basta. No. No. No. Lui sposta la macchina, non sono più davanti a casa mia, ma 100 metri in là, lontano dal gruppetto di case. E lì mi salta addosso. Mi svincolo spaventata, apro lo sportello che, per fortuna, non aveva chiuso e esco. Mi avvio verso casa a piedi, sempre in pantofole e pigiama. In un momento di ritrovata lucidità (?) mi dice di salire e mi riporta davanti a casa. Rientro e non riesco a credere a quello che mi è successo. Dopo tutti quegli anni credevo ci fosse almeno rispetto tra noi. Ma i miei “no” non valevano niente perché detti dopo tanti “sì”. Perché ormai ero una cosa sua. Non ho denunciato, non ho pensato di farlo, non ho nemmeno riconosciuto di cosa si trattava. In fondo in quella macchina ci ero salita io, non aveva chiuso la porta, mi aveva lasciata scappare e mi ha riaccompagnata. E poi c’ero stata a letto così tante volte. Mi sono ripetuta che non voleva farmi del male, che si era solo fatto prendere dal momento. Nove anni dopo, il giorno del suo matrimonio con quella ragazza di allora, ho capito quella sera e le ho dato il nome di “tentato stupro”. Ma ormai era tardi, anche solo per parlarne”

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#quellavoltache di Anonima

Avevo 15 anni, una ragazzina dai capelli lunghi, bruttina, che vestiva da maschiaccio. Ero in crociera con i miei nonni e mio cugino, più piccolo. Nella sala ristorante c’era un cameriere sulla trentina che era uguale al mio eroe dei fumetti Dylan Dog. Probabilmente lo avrò fissato qualche volta stupita per quella somiglianza. Anche mio cugino appassionato come me del fumetto lo trovava identico. Un pomeriggio, ero nel cinema della nave a guardare un cartone animato, qualche poltrona distante mio cugino che si alzava, andava e veniva. Ad un certo punto arriva lui, Dylan Dog, mi si siede accanto, senza dire nulla mi prende una mano e me la mette sul suo coso già fuori dai pantaloni, provo a tirare via la mano, ma mi stringe fortissimo e io aspetto soltanto che finisca, non sapevo neanche io cosa. Sento la mano bagnata, ho un senso di testa vuota, nausea, smarrimento. Mi lascia dei fazzoletti e va via. A quel punto spero soltanto che mio cugino non abbia visto, non fosse lì, non abbia capito. Mi sento sporca, colpevole di averlo forse guardato, incredula di cosa fosse successo. Era il primo incontro con una parte anatomica maschile. Traumatico. Poi ho rimosso. Ho cancellato dalla mia mente l’accaduto per anni, mi vergogno tuttora di raccontarlo. Oggi ho 37 anni e soltanto di recente ho avuto il coraggio di parlarne con il mio compagno. Tanti dei miei problemi con l’altro sesso derivano certamente da questo episodio. Ma anche da altri “no” mai ascoltati, diventati dei sì soltanto per non discutere.

#quellavoltache di Anonima

#quellavoltache il compagno di mia madre decide che “ero stata cattiva” e mi lega i polsi, mi mette un fazzoletto in bocca e mi sculaccia. Avevo 13 anni.
#quellavoltache quella mattina il compagno di mia mamma mi viene a svegliare cercando di toccarmi il seno e le parti intime, mi obbliga ad alzarmi tirandomi addosso un bicchiere d’acqua, mi tira giù pantaloni e mutandine e mi dice “puoi scegliere se essere sculacciata o accarezzata”. Estate 2007 – 12 anni.

#quellavoltache di Anonima

#Quellavoltache a 14 anni ero a Firenze per fare un corso estivo di pittura, ero così contenta di poterlo frequentare. Dedicare tutto il giorno a dipingere e girare musei. Avevo un insegnante di pittura molto bravo, uno scultore affermato. Dopo un po’ di tempo ammirato dalla mia passione mi invitò nel suo studio, fuori Firenze. Certo l’appuntamento era alle 20.30, era fuori Firenze…lì per lì non mi sembro’ strano…dovetti prendere un autobus apposta, prima passai al supermercato a comprare un litro di latte. Così ho comprato due biglietti dell’autobus e io, il mio litro di latte in una busta di plastica, e il mio zaino pieno di carta da disegno e matite, siamo andati. Fin da subito, mi sono sentita a disagio. Domande invadenti, hai un fidanzato, cosa fai con il tuo fidanzato…poi mi disse ora vai di la’ c’è un letto e ti spogli. Mi sono scese tante ma tante di quelle lacrime sul viso che sembravo una fontana, una fontana muta perché non emettevo un solo suono. Stringevo solo il mio litro di latte in mano. Non so perché mi lasciò andare. Sono sicura che mi avrebbe fatto del male. Non lo fece. Non lo fece a me. Rimasi muta e impenetrabile per giorni e giorni fino a quando una mia compagna di corso molto più grande di me mi disse IL LUPO TI HA FATTO MALE. Ecco lei aveva capito. Si mi fece male, ma non come a tante altre ragazze più grande di me. So che questa storia uscì fuori alla fine, faceva queste cose ignobili a studentesse più grandi, credo che fu’ licenziato. Non lo so per certo, perché non sono riuscita a continuare il corso, nulla. Sono riuscita solo a piangere. Anche ora mi viene da piangere al solo pensiero…e non mi ha toccata…penso sempre e se invece lo avesse fatto…non so se mi sarei più ripresa. 
#quellavoltache di Anonima
Avevo 14 anni, erano gli anni in cui si usavano gli shorts. Indossavo una tutina fiorata molto carina e un soprabito lungo scuro, proprio come si usava nei primi anni 70. Portavo i capelli lunghi, ero certamente una bella ragazzina. Stavo andando da sola a un raduno degli oratori, ero sul tram praticamente vuoto. Davanti all’uscita poco prima di scendere, mi si è addossato un uomo e ha cominciato a palpeggiarmi. La vergogna mi ha paralizzata, nessuno ha detto o fatto nulla. Per fortuna alla fermata sono scesa e tutto è finito. Sono passati 45 anni: non lo dimentico e me ne vergogno ancora
#quellavoltache di Chiara
Già quasi quarantenne, mi trovavo a Venezia. Dovendo tornare a casa e non sapendo la strada per la stazione ferroviaria, chiesi aiuto ad un passante che mi disse: “faccio la stessa strada, ti accompagno fino là”. Ho accettato e, siccome abbiamo camminato a lungo, abbiamo scambiato quattro chiacchiere. Ad un certo punto, mi ha chiesto se volessi fermarmi a bere un caffè, visto che lui aveva sete e voleva fermarsi a rinfrescarsi velocemente in un bar. Ho accettato, anche perché trovavo gradevole la conversazione e il caffè lo volevo davvero. Ho insistito per pagarmelo (per fortuna) e abbiamo proseguito verso la stazione. Mi raccontava aneddoti della città. Mi mostrava angoli e scorci lontani dal turismo di massa. Ad un certo punto, si è fermato sotto un portone e, dal nulla, mi ha preso il braccio: “E’ casa mia, adesso sali con me!” “Non voglio!”. Sempre tenendomi il braccio, si è avvicinato e mi ha sussurrato: “Voglio solo guardarti” e mi ha carezzato il collo. Ero paralizzata. Nella mia testa, pensieri veloci come la luce: “Se mi fa del male, tutti quanti diranno che me la sono cercata: ho chiacchierato con lui, ho preso il caffè, non sono una ragazzina”. E ho trovato la forza di indietreggiare, per poi allontanarmi di corsa. Mi sono tolta le scarpe per correre, perché avevo i tacchi alti. Sono arrivata in stazione dopo poco e vi sono rimasta. Anche se il treno sarebbe passato dopo un’ora abbondante. Non mi sono più mossa dalla sala di attesa. Durante il viaggio di ritorno, ho pianto. Ho raccontato i fatti ad alcune persone che mi hanno detto: “E’ normale che ci provasse. Gli piacevi. Non sapeva che sei sposata.”. Mi sono sentita, e tutt’ora mi sento, molto stupida
#quellavoltache di Anonima
Ho trentadue anni e ne dimostro almeno otto di meno, questa cosa successe quando ne avevo ventuno. Tornavo al dipartimento di anatomia su Viale Ippocrate dopo aver pranzato ed ero al telefono con una mia amica, un quarantenne in motorino accosta e mi fa cenno, penso voglia chiededermi informazioni e quasi scendo dal marciapiede, quando lui dice “Sei bella, vorrei conoscerti.” La mia amica è ancora in linea, indietreggio e torno a parlare con lei, le chiedo di stare come me almeno da lontano. Allungo il passo, ma lui continua a seguirmi, dice cose come “Dai, non vuoi nemmeno sapere come mi chiamo?” “Quanto sei bella, dove vai?Voglio solo conoscerti” finchè non entro nel dipartimento, solo allora se ne va. All’epoca ho fatto finta di non sentire, non l’ho mai raccontato ai miei; però vedo ancora la sua faccia di uomo normale, anche piacente e mi chiedo se abbia una figlia.
#quellavoltache di Stefania
Era luglio, avevo 24 anni. Ero in treno e stavo tornando a casa dopo un esame, c’era un caldo tremendo ed avevo un semplice pantaloncino con una canotta. Lui era un uomo di mezz’età seduto in un altro gruppo di sedili che continuava a fissarmi. Alla fermata dopo cambia posto e si siede sul sedile di fronte al mio, di fianco c’erano due signore sulla quarantina. Per evitare noie fisso ostinatamente fuori dal finestrino ma con la coda dell’occhio noto lui che si agita sul sedile e senti il suo sguardo su di me. Ogni volta che mi giro mi manda baci e muove il bacino in modo eloquente. Le signore si sono girate in modo da dargli le spalle. Questo supplizio è durato 1h di viaggio, un’ora in cui nessuno ha fatto nulla, infondo nessuno vedeva nulla. In me cresceva una rabbia tremenda contro lui, contro loro e contro me che non reagivo. Alla fine quando arrivo alla mia fermata reagisco, gli tiro un calcio e urlo nel vagone che schifoso maniaco fosse. Ma non mi sono sentita bene dopo, nessuno mi ha aiutata nonostante fosse pieno giorno.
#quellavoltache di Anonima
Era estate ed io ero appena salita sul bus. L’autubus era pienissimo e non c’era neanche lo spazio per respirare, ad un certo punto sento una mano fredda e viscida sotto la gonna….comincio a dare delle gomitate dietro ma la mano non si ferma, mi blocco e scendo a tre fermate prima della mia. Impaurita e incredula mi sento sporca e mi do la colpa di essermi messa un vestito. Penso “è colpa mia!Dovevo mettermi i pantaloni”…..impaurita torno a casa. Tornata a casa, sola perché ero una studentessa fuori sede, a mente lucida penso e mi ripeto varie volte: “Non è colpa mia! Non è colpa mia!” Sono riuscita a rimettermi quel vestito solo dopo due anni.
#quellavoltachedi M. C.
 Avevo 7 anni ed ero entrata nel chiostro della scuola con mia sorella, dei ragazzini più grandi, 9-10 anni, ci avevano seguito ed hanno cominciato ad accerchiarci dicendomi cose, mia sorella è scappata, io sono rimasta accerchiata da loro finché sono riuscita a scappare. Lo dissi alla maestra che andò dalla direttrice e fece sospendere i tre bambini. Il caso ha voluto che un giorno andando a fare i compiti da un’amichetta, che abitava non troppo lontano da me, entrata nel portone è arrivato uno dei tre ragazzini che mi ha detto “Ora vedrai che ti succede” mi ha spinto verso il muro delle scale mettendomi le mani addosso, per fortuna un signore è uscito da una porta di un appartamento, il ragazzino è scappato. Quella è stata l’ultima volta che sono andata dalla mia amica e di quell’episodio non ho raccontato a nessuno per tanto tempo. Avevo paura che alla fine mi avrebbe fatto ancora più male.
#quellavoltache di Giulia
avevo 15 anni, tutti i giorni prendevo l’ autobus per andare a scuola. Un vecchio saliva sempre alla mia fermata e mi veniva accanto e iniziava ad allungare le mani per toccarmi. Sì sedeva accanto a me e io tenevo le braccia strette conserte e sentivo le sue mani. Quelle volte che…non una, tante. Spesso gli ho tirato vere e proprie gomitate ma niente. Una volta ebbe il coraggio di dirmi che “mi vedeva triste”. Scoprii poi che era il nonno di una bimba che viveva nel palazzo vicino al mio. Raccontami tutto ai miei che si confrontarono con i vicini, venne fuori che si sapeva che faceva così, non ero la prima e non sarei stata l’ ultima, ma in fondo “era innocuo”. Lo schifo provato verso me stessa ha inciso tantissimo sulla mia vita.
#quellavoltache di Anonima
Avevo 15 anni e mi trovavo ad una festicciola fra coetanei. In un punto un po’ affollato della stanza ho sentito una mano afferrarmi con forza il sedere. Mi sono voltata di scatto e ho visto un ragazzo davanti a me che sorrideva e che muoveva la lingua in modo osceno. Ero ingenua e pura, non avevo neanche mai baciato un ragazzo, e fui talmente scioccata che non riuscii a fare altro che scappare. Quando l’ho raccontato alla mia migliore amica dell’epoca lei mi ha presa in giro dicendo che è una cosa normale e che anzi dovevo sentirmi LUSINGATA perché un ragazzo mi aveva dato attenzioni
#quellavoltache di Anonima
Quella volta che avevo quindici anni ed ero alla festa di compleanno di una coetanea. La festa si stava svolgendo nel migliore dei modi: risate, torte, karaoke e giochi di società. Con il procedere della serata qualcuno propose il famoso “gioco della bottiglia” e io dissi che non mi interessava partecipare. Ero nella camera della festeggiata, a parlare con un’altra ragazza, quando arrivarono i partecipanti del gioco della bottiglia: la festeggiata si mise a ridacchiare, assieme agli altri ragazzi saliti in camera. Uno di loro si fece avanti per bloccarmi e un altro mi ficcò la lingua in bocca, mentre gli altri ridevano fino alle lacrime. Ricordo lo schifo per il gesto e per il puzzo di alcool e fumo del fiato pesante di chi mi aveva baciata. Appena liberatami, mi chiusi in bagno per sciacquarmi la bocca e per cercare di fermare una crisi di pianto. Uscita, qualcuno bofonchiò un “Scusa” e un “Dai, era solo un gioco”. Scesi al piano di sotto e chiamai mia madre: per me la festa era finita. I genitori della festeggiata capirono che era successo qualcosa, ma io non dissi nulla, spiegai che ero stanca e che volevo tornare a casa mia.
#quellavoltache di Anonima
ero sul treno di ritorno alla città dove frequentavo l’università. Il mio posto era occupato, così mi sedetti su uno strapuntino in corridoio con la mia grossa valigia accanto. Un uomo nello scompartimento di fronte a me mi sorrise e io ricambiai. Arrivati alla mia stazione, quell’uomo si alzò e si offrì di aiutarmi con la valigia. Rifiutai ma lui insistette, prese la mia valigia e la trascinò giù dal treno scendendo con me. Lì, sul binario, improvvisamente mi abbracciò stretta e cercò di baciarmi. Io voltavo la testa e dicevo “no”, lui mi sussurrava “ma io ti ho aiutato, solo un bacio dai” mentre le sue labbra, cercando le mie, scivolavano sulle mie guance. La gente ci scorreva intorno ma nessuno si fermò, nessuno fece niente. Il capostazione fischiò e l’uomo mi lasciò per tornare sul treno mandandomi a quel paese e dandomi della stronza. Io rimasi lì, impietrita mentre il treno si allontanava. Presi la mia valigia e mi trascinai a casa, chiedendomi come sarebbe andata se quel sorriso non l’avessi mai ricambiato.
#quellavoltache di Micol

 

#quellavoltache facevo la quarta elementare e un compagno di scuola più grande mi spinse contro il cancello provando a mettermi le mani nei pantaloni chiedendomi di farlo, io risposi tirandogli un calcio, la supplente mi mandò dalla preside perchè “ero stata violenta”. La preside non prese provvedimenti contro di me, ma neanche contro di lui “era un bambino problematico”.
 
#quellavoltache di sabato pomeriggio presi il tram 2 per andare a fare la vasca in via del corso con le mie amiche, avevo 15 anni ed era primo pomeriggio. Il tram era pieno ed uno, che poteva essere mio padre, inizio a strusciarmi il suo pene addosso, provai a muovermi ma il tram era pieno, le mie amiche non si erano accorte di nulla, provai a dare delle gomitate ma niente. Quando vidi il rigonfiamento dei suoi pantaloni provai vergogna. Solo una ragazza poco più grande provò a farmi spazio per allontanarmi da quel viscido. Quando scendemmo dall’autobus le mie amiche mi presero in giro perchè persino vestita con i pantaloni larghi da zecca uno mi si era riuscito ad avvicinare. Provai vergogna e rabbia verso me stessa ma anche verso chi mi stava intorno.
 #quellavoltache di Anonima
sull’Autobus a Milano, uno di quelli sempre pieni e che girano intorno alla città, zeppi di qualunque etnia, dall’italiano al turco, passando dal Cinese. 22 anni, vestita per affrontare un’ora di viaggio in pieno febbraio, potrete ben immaginare quanto potessi essere scosciata con il mio poncho di lana. Lui è un trentenne straniero, ma lì accanto ci sono signore bene, italiani cinquantenni e a due passi l’autista. Si struscia, mi sbatte contro e io sono seduta, indosso le cuffie per ignorarlo e cerco di farmi piccola piccola. Lo sento liberarsi dopo qualche colpo su di me, sento attraverso i vestiti il calore e l’umidità. Mi sono sentita sporca, umiliata e incapace di reagire. Ho buttato i miei vestiti dopo essere scesa, e non mi perdonerò mai di non aver avuto le forze per urlare e reagire.
#quellavoltache di Anonima
A 12/13 anni ero alle medie, più che una ragazzina un bozzolo: avevo i capelli lunghi con la riga in mezzo, dei bruttissimi occhiali azzurri e l’apparecchio. Inoltre, un po’ per indole e un po’ per questi miei attributi, ero terribilmente timida e per questo i miei compagni di classe avevano deciso che ero la vittima perfetta per i loro scherzi. Un giorno, dopo una discussione accesa con un paio di questi sul se avessero o meno il permesso di toccarmi il culo (a ripensarci adesso posso solo immaginare una scommessa o una sfida) io avevo cominciato a camminare rasente al muro in modo da vederli avvicinarsi. Il giorno in cui tralasciai questa precauzione fu il giorno in cui uno dei ragazzi mi diede uno schiaffo sul culo, fortissimo, davanti a tutta la mensa. Raccontare tutti gli episodi del genere prenderebbe troppo tempo, ma sono il motivo per cui sono cresciuta diffidente del genere maschile.
Il che ci porta al secondo episodio.
Avevo 19 anni e stavo col mio primo ragazzo da un mese quando lui mi lasciò. Non appena questo avvenne, il suo migliore amico cominciò a scrivermi. Mi invitava al centro commerciale con lui, poi a vedere un film, si chiacchierava. Sembrava un bravo ragazzo che voleva aiutarmi a superare la tristezza della rottura. Ora mi dico che avrei dovuto immaginare i suoi secondi fini, ma allora non immaginavo che una persona potesse essere così cruda. Fatto sta che una sera, dopo aver visto un film forse, mi aveva riaccompagnata a casa in macchina e aveva cercato di baciarmi. Sulle prime l’avevo respinto, ma avevo continuato a chiacchierare con lui sperando che avesse capito. Dopo un po’ ci riprovò. Trattenendomi per i polsi, facendola sembrare una cosa dolce e scherzosa. Quella notte feci il mio primo pompino: lui era seduto sul sedile del guidatore e mi spingeva giù sul suo pene. La mia prima volta è stata sempre con lui: dopo quell’ episodio era tornato dolce e carino, e avevo glissato senza classificarlo come violenza. Avevo deciso di perdere la mia verginità, perché si. Perché pensavo fosse ora. Stavamo guardando Batman quando lui si mise sopra di me per la prima volta, e io lo lasciai fare, troppo tesa persino per muovermi. Non era molto bravo né attento, ma era successo, non ero più vergine. Il rapporto dopo fu diverso: ero stanca, stranita, avevamo ripreso la visione di Batman e volevo solo andare a casa, quando lui si mise di nuovo sopra di me. Dissi di no, prima sottovoce, poi un po’ più forte, ma lui mi disse di stare tranquilla. Avevo provato a spostarlo da sopra di me, ma era più grosso e pesante. Rimasi distesa sulla schiena, a guardare Batman. Fu solo anni dopo che mi resi conto di quello che era successo.
#quellavoltache di Federica

 

Avevo 12 anni, stavo facendo il solito tratto di strada con due mie compagne per recarmi a scuola. Da una 126 color verde militare, ferma in doppia fila, un uomo sulla quarantina e con i capelli ricci scuri mi chiede di avvicinarmi per avere un’informazione. Mi avvicino al finestrino e lui, con il pene in mano, mi chiede “Sai cos’è questo?”. Ricordo di essere rimasta lì impietrita per un tempo non ben definito, non capivo bene cosa stesse succedendo, avevo 12 anni. Dopo aver realizzato l’ho mandato a quel paese e lui è sgommato via.
#quellavoltache di Francesca
 A quasi 40 anni ho saputo dare un nome ad una relazione avuta 20 prima. Lui non mi ha mai messo le mani addosso… eppure mi stava uccidendo! Per anni ho lavorato sul mio senso di colpa, sulla depressione, sulla dipendenza affettiva… ma solo dopo tanto tempo parlando con operatrici di un centro antiviolenza ho trovato la definizione per quella relazione: violenza psicologica! Se io non sapevo dare un nome a quello che stavo vivendo, né ne erano in grado le persone intorno a me… chi poteva aiutarmi????
#quellavoltache di Anonima
Avevo 22 anni, ad un esame universitario un giovane professore mi da un voto molto basso perchè sosteneva che avessi delle lacune sulla materia, superabili però se fossi andata a trovarlo durante l’orario di ricevimento. Ho rifiutato quel giudizio che ritenevo di non meritare, avevo studiato molto e non sono mai andata nella sua stanza . Arrivo al secondo appello ancora più preparata della volta precedente e anche in quel caso l’aitante docente ribadisce che se avessi voluto un voto più alto sarebbe stato opportuno andare da lui durante il suo orario di ricevimento. A quel punto non ho avuto più dubbi, sono andata via indignata, rifiutando nuovamente il voto ingiusto, e anche in questo caso non assecondai la sua richiesta. Ritorno all’esame una terza volta, stanca e amareggiata, fortunatamente mi interroga un altro professore e prendo 30: “sei sopravvissuta”, mi disse sottovoce il giovane professore mentre gli passavo davanti, col passo fiero di chi non aveva ceduto al ricatto e lo sguardo cupo di chi realizzava quanto sforzo in più, per una ragazza, comportino merito e dignità.
#quellavoltache di A. E. S.
Mi trovavo al supermercato con mia madre. Un ragazzo sui 20 anni, in un momento di distrazione di mia madre, mi toccò le parti intime per poi scappare via. Mia madre si voltò di scatto, vide la mia espressione imbarazzata e cercò di inseguirlo per rompergli le ossa, ma lui si era praticamente volatilizzato. La cosa che mi fa più tristezza è che io, col viso bruciante di vergogna, continuassi a minimizzare e a negare l’accaduto. Avevo 4 anni.
#quellavoltache di Francesca
 Avevo 18 anni e x studio viaggiavo tutti i giorni con l’autobus per seguire le lezioni quel giorno dovevo rientrare prima perché avevano cancellato una lezione. Erano circa le 3 del pomeriggio la stazione era quasi deserta aspettavo l’arrivo del pulmann quando vicino a me vedo un uomo sulla sessantina. Inizialmente non ci feci caso ma lui mi fissava e faceva dei gesti strani. Lo guardavo per cercare di capire cosa stesse facendo e così con mio enorme stupore vidi che si stava maturabando davanti a me. Era a pochi passi da me ero allibita dopo i primi attimo di sgomento iniziai as urlare lui senza nemmeno allacciarsi i pantaloni scappò via. Le mie grida attirarono dei passanti e due poliziotti che mi vennero vicino per chiedere cosa fosse successo. Gli raccontai l’accaduto e uno di loro con fare scherzoso mi disse” ehhh va beh signori’ purtroppo in giro ci sono un sacco di maniaci l’importante è che non vi ha toccato statevi tranquilla e tornatevene a casa”!
#quellavoltache Il ragazzo della mia migliore amica mi riaccompagno’ a casa dopo una cena e durante il tragitto fermò l’auto in un luogo appartato von la scusa di dover fare pipi. Io ero tranquilla non immaginavo mai che invece lui aveva altri programmi. Rientrò in auto e mi si fiondo’ addosso cercò di baciarmi io mi ritrassi a quel punto cominciò a toccarmi ovunque io cercavo in tutti i modi di respingerlo ma era una furia. Ebbi davvero paura ma non riuscivo ad urlare ero come in trans io mi fidavo di non lo credevo capace di un atto simile. Per fortuna non riuscì nel suo intento quella sera . Non dissi mai a nessuno quello che era successo ma avevo paura di lui.
#quellavoltache Una persona con la quale lavoravo mi propose di avere rapporti intimi con lui in cambio mi offriva molto danaro addirittura mi disse che mi avrebbe offerto unabella e costosa vacanza ad ibiza. Mi disse :” e dai xke fai tutte queste storie io ti do in un giorno quelloche tu guadagni in un mese e poi ci divertiamo pure”! Raccontai ad un mio collega l’accaduto lui mi rise in faccia dicendomi che ero stata scema a non accettare la proposta!
#quellavoltache di Milena
sono andata a correre alle 20, d’estate, e un tizio ha pensato di seguirmi con la macchina e appostarsi sempre poco più avanti nella strada che stavo percorrendo, nascondendosi con la macchina in parcheggi o curve, per farsi vedere solo dopo essere stato superato. al ritorno (dopo che avevo visto la sua macchina allontanarsi per la strada), quando ha capito che stavo tornando indietro l’ho trovato che tornava indietro anche lui facendo lo stesso gioco. ho di nuovo cambiato strada e fatto passaggi solo pedonali in modo che non potesse passare con la macchina. ho avuto paura a uscire a correre di sera e non ho più fatto quella strada se non di giorno.
#quellavoltache di Lucia
Andando al liceo con una mia amica veniamo superate da un uomo di corsa, che si ferma davanti a noi e inizia a masturbarsi guardandoci e sorridendo. Impaurite continuiamo a camminare, costrette a passare di fronte a lui. Lui continua a sorridere mentre noi passiamo con lo sguardo basso: la mia amica trema, io allungo il passo mormorando insulti.
#quellavoltache Un uomo di sessant’anni fermo al semaforo fa inversione e mi insegue urlando insulti e minacce perché ho risposto con un doppio medio alle sue allusioni. Pieno pomeriggio, di fianco a casa mia: ho allungato la strada per non fargli vedere dove abitavo. Ha smesso dopo tre isolati.
#quellavoltache La guardia giurata e il manutentore, due uomini che hanno passato i cinquant’anni, hanno aspettato sul pianerottolo più basso che io salissi le scale per vedermi il culo sotto la gonna. Due mesi fa, dieci minuti prima di iniziare il mio turno al lavoro.
#quellavoltache di Daniela
avevo 15 anni e per tornare a casa da scuola tutti i giorni passavo assieme a una mia amica davanti ad un istituto professionale maschile. all’ora di pranzo erano tutti fuori chi per andare a casa chi per mangiare qualcosa nel bar tabacchi difronte e poi rientrare per le lezioni pomeridiane. quel giorno si vede quelli seduti davanti a questo bar tra cui ,purtroppo anche qualche professore, pensarono di “giocare un po’ “… e siamo passate noi due.io dal lato verso di loro. si avvicina una ragazzo che dice “scusate posso chiedervi una cosa?.”.e in quel momento allunga le mani su di me una sotto e una sul seno e scappa ridendo generando un boato di risate di tutti quelli che avevano assistito…in quel momento avrei voluto”NON ESISTERE”… ero talmente sorpresa e piena di vergogna che l’unica ,inutile cosa che mi è venuta in mente di dire è stata ” ma che scemo”…la mia amica ancora forse non aveva capito ci siamo guardate e abbiamo proseguito verso casa senza parlare. a casa non ho detto niente e per un po’ di tempo ho cercato via alternative…non ho detto nulla per anni fino a quando in una delle innumerevoli discussioni con mia madre e mia sorella sulle donne e sul femminismo(loro non lo condividevano) ho quasi urlato quello che mi era successo.la cosa trieste è che mi fu chiesto perché non avessi reagito con uno schiaffone o comunque più energicamente… avevo allora 30 anni ed ero già mamma della mia adorata bambina che ho educato ad uno sguardo molto ampio sul mondo e le donne.questa è la mia rivincita. comunque da allora non l’ho più raccontato a nessuno neppure a mio marito… è la prima volta che ne scrivo ,ma ancora adesso che ho 55 anni ho ben presente il ricordo di quella risata collettiva,la durezza e la cattiveria di quel suono!!
#quellavoltache di Anonima
Lui era ossessionato da me. Eravamo amici e io minimizzavo. Fu la negazione il mio errore. C’era stata una liason, poi un giorno gli presi le mani, gli dissi che ero impegnata, che avevamo età, maturità e aspettative troppo diverse perché potesse scaturirne una relazione. Ristabilimmo la routine amicale di chiacchiere, uscite e così pure quella sera, quando in un locale mi avvicinò un ragazzo garbato che voleva conoscermi. Io declinai i suoi inviti cortesi e intanto avvertivo lo sguardo severo del mio amico sulla mia nuca. La possibile rivalità accese la miccia e quella stessa sera più tardi, altrove mi baciò, mi serrò i polsi e provò a spogliarmi. Io mi svincolavo e cercavo di rivestirmi, negavo il mio consenso alla persona, ma la sua bestialità era sorda, così mi bloccò e mi prese. Cercavo di limitare il dolore allentando la tensione dei miei muscoli pelvici e speravo che finisse presto.
Poi mi abbracciò e mi costrinse a restare così per tutta la notte, come quando due persone che si amano terminano il loro amplesso e segue la tenerezza.
Io, inerte, mi sentivo lontana da quel corpo abusato. Me ne stavo lì incredula, come una cosa inanimata, a pensare di averlo meritato, che io avevo dato adito a quelle avance. Mia, nient’altro che mia era la colpa. Capì compiutamente la gravità dell’atto quando lo raccontai alla mia amica più cara. Non ebbi mai la forza di piangere
#quellavoltache di Anonima

 la disabilità diventa alibi per molestare

Sono una persona con disabilità visiva dalla nascita. Ho sempre studiato, vissuto e lavorato, assieme a persone che vedono e sono perfettamente integrata, grazie all’educazione che ho ricevuto.
Rispetto per il prossimo e soprattutto mai sfruttare la propria
condizione per giustificare comportamenti scorretti.
Successe vent’anni fa. Avevo 17 anni, quasi 18, e stavo seguendo un corso di istruzione per la consegna del cane guida, assieme a delle persone nella mia stessa condizione ma evidentemente non con la stessa educazione; c’era quest’uomo, anziano, gentile; è un nonno, pensai,
non mi farà mai del male. 
A 17 anni l’ingenuità è troppo alta e non trovai niente di sbagliato a sedermi in autobus accanto a lui.
A un certo punto mi mise la mano sul ginocchio e inizialmente pensai volesse semplicemente controllare se aveva qualcuno vicino, dato che non ci vedevamo tutti e due, mi ero seduta e non avevamo parlato; quando la mano salì, percepii la sensazione di un viscido polpo che si
stava arrampicando sulla mia gamba, tenendosi ben saldo con le ventose. Dovevo difendermi, prima che i tentacoli del polpoporco arrivassero a conquistare i paesi bassi! Questo pensava la mia mentalità di ragazzina, e gli urlai: UCCELLO MORTO! “Ma almeno un bacio, me lo strappi?” chiese quell’essere che per me ormai non era più un uomo, ma un mostro da annientare a ogni costo.
Non ci pensai su due volte e gli sputai addosso. Non so se gli presi la faccia, ma fu una soddisfazione enorme perché quella era l’unica arma che avevo e sicuramente il mio sputo era meno sporco del suo gesto. Non avevo niente da perdere, lui non aveva alcun potere su di me. Ne parlai immediatamente con tutti gli istruttori e il dirigente della scuola, e fortunatamente fecero in modo che il polpoporco non
avesse più contatti con nessuna donna per tutta la durata del
training.
Per anni sono andate avanti, diverse persone, a cercare di farmi sentire in colpa per essermi ribellata: “proprio tu non capisci, è cieco, ”poveretto”, ti voleva toccare per conoscerti”. Nossignori, non funziona così; l’essere umano NON è una scultura, che puoi capire solo toccandola. Non funziona come nei film in cui si vede il cieco che per conoscere il suo interlocutore gli mette le mani dappertutto,
dalla faccia a scendere; questo è un retaggio dei vedenti, che
identificano le persone dai lineamenti del volto, per noi quando dobbiamo identificare qualcuno abbiamo diversi parametri, che passano anche dal contatto, sì, ma per esempio una stretta di mano può dire
molto più di quanto si possa credere; la forma di un volto, non mi dice assolutamente niente. Le mani dei polpoporci si riconoscono al volo, ma li identifichi solo quando hai avuto, tuo malgrado, l’esperienza.

Sono parecchie le persone con disabilità che ne approfittano in questa maniera, partendo dal cyberstalking, arrivando alle telefonate, e le mani addosso; e ci sono troppe persone, anche donne, che giustificano e favoriscono questo comportamento.
Avere una disabilità non è una giustificazione per comportarsi in modo irrispettoso verso il prossimo, non siamo intoccabili. E uno che ti importuna approfittando della propria condizione di disabilità, non è diverso da uno che ti dica “se non stai con me, io mi uccido”. Non ribellarsi e giustificarlo, significa permettere che la sua molestia continui.
Non mi sono mai fatta fregare dai sensi di colpa, nel limite del
possibile cerco di far parlare anche altre ragazze che possano subire l’inopportunità di questi marpioni; ricordiamoci che si può seppellire un brutto evento del passato, solo quando se ne prende consapevolezza,
parlarne è un modo di esorcizzarlo. Altrimenti, se ci si vergogna o lo si nasconde sotto il silenzio, si fa come la spazzatura quando nevica.
La neve nasconde tutto, ma appena si squaglia, l’immondizia
riemergerà.

#quellavoltache di Anonima

#quellavoltache a 10 anni i compagni di scuola trovarono divertente chiamarmi troia e puttanata per mesi e mesi, perché colpevole di essere stata la prima a dare un bacino in bocca ad un compagno. Sono stata malissimo all’idea di andare a scuola e al parco con loro, tutti i pomeriggi per quasi un anno, la cosa terminò solo perché un giorno decisi che, il primo che avesse detto quella parola nella giornata, lo avrei preso a pugni. Così andò. Ricordo ancora tutta la mia disperazione, la paura, e la sofferenza in quei pugni, per poi rendermi conto che sotto di me avevo solo un bambino spaventato di 10 anni incredulo ed incapace di comprendere la mia reazione a cui i genitori non avevano insegnato a rispettare un altro essere umano.

#quellavoltache a 13 anni rimango a dormire a casa di una amica e durante la notte mi sento alzare le coperte del letto e toccare una coscia dal babbo di lei. Terrorizzata ed incapace di capire bene cosa stia succedendo, faccio finta di dormire; ma mi rigiro nel letto spaventata ad ogni tocco e ad ogni suo tentativo di intrufolarsi sotto le coperte. La mattina dopo fra le lacrime racconto tutto alla mia amica e lei ha una reazione che solo molti anni dopo riuscì a comprendere. Si mise a piangere, e disse che da quel giorno in poi si sarebbe sempre chiusa in camera a chiave. Ci ritrovammo a raccontarlo ad un altra amichetta, (credo che fosse anche una richiesta di aiuto da parte della mia amica). E mio malgrado la storia uscì fuori e mi ritrovai qualche anno dopo a dover testimoniare in tribunale. Spaventata da una situazione che era più grande di me decisi per vergogna di non volere che i miei genitori assistessero a quello che dovevo raccontare. Rimasi incredula quando una volta raccontato a fatica la mia brutta esperienza il “signore” che si occupava di raccogliere la mia deposizione mi sentii liquidare con un semplice: “bhè, alla fine non ti è successo nulla, qui succedono cose molto più serie di queste”. Quella frase mi arrivò come un pugno allo stomaco. Esistono vari tipi di violenza fisica e psicologica, ed esistono altrettanti livelli di tali violenze. Un fischio per strada o un apprezzamento indesiderato perpetrato all’infinito sono cmq violenze a cui noi donne purtroppo siamo abituate a convivere da ormai troppo tempo. Finché ci saranno persone che troveranno normali o addirittura piacevoli per chi li riceve certi tipi di atteggiamento non imparemo mai il rispetto per un altro essere umano.

#quellavoltache di V. G.

#quellavoltache quando avevo 14 anni, primissimi giorni del primo anno delle scuole superiori.
Alla fine dell’orario scolastico ero solita prendere l’autobus per tornare a casa (che generalmente era molto affollato). Salgo sulla corriera, è stra-piena ma so che delle mie amiche mi hanno tenuto un posticino nei posti in fondo. Mentre faccio quei pochi gradini per entrare noto che ci sono tre miei ex compagni di classe delle medie. Con loro non parlavo più perché mi avevano trattata molto male per tutto l’anno scolastico precedente deridendomi per il mio aspetto fisico e per tutto ciò che, secondo loro, era un buon motivo di scherno e umiliazione di fronte gli altri.
Dunque passo davanti a loro facendo finta di nulla, finta di non vederli, sperando di diventare invisibile ai loro occhi per il terrore che mi potessero fare ancora del male.
Purtroppo, però, le mie aspettative erano tremendamente sbagliate. Loro mi avevano notata eccome. Hanno iniziato a salutarmi in modo insistente mentre camminavo vicino a loro. Nel momento in cui li avevo quasi superati uno di loro, probabilmente innervosito dalla mia “non reazione”, ha allungato una mano ha preso una ciocca dei miei capelli e ha iniziato a tirarli dicendomi con tono minaccioso: “Allora non ci saluti?!”
Io ero terrorizzata ed ho iniziato ad urlare sia per il dolore che per dirgli che dovevano lasciarmi andare. Quando ha mollato la presa una buona parte dei miei capelli era rimasta nella sua mano. Io sono andata dalle mie amiche a sedermi, piangendo.
La corriera era piena di persone: sia ragazzini che adulti.
Nessuno ha detto o fatto niente, nessuno (nemmeno le mie amiche) ha usato una parola di conforto nei miei confronti o un rimprovero verso chi mi aveva fatto del male.
Tutti hanno taciuto, facendo finta di nulla.
Inoltre, come se questo non fosse stato già abbastanza, mentre ero lì che piangevo da sola, circondata da persone indifferenti, uno dei tre si è girato verso di me mi ha fissata qualche secondo, ha fatto girare gli amici e poi ha esclamato. “Però nonostante tutto ha delle belle tette”.
Mi sono sentita morire dentro, un ulteriore colpo al cuore che mi ha lasciata paralizzata e totalmente incapace di reagire.
Ricordo ancora vividamente il terrore che provavo ogni volta nel dover prendere lo stesso autobus che avrebbero preso loro, come mi guardavo le spalle e come evitavo i loro sguardi.
Ancora oggi mi capita di vederli in giro, non li saluto ma li guardo dritti negli occhi con uno sguardo di disprezzo.

Adesso sono loro che abbassano lo sguardo vedendomi.

#quellavoltache di Giulia

#quellavoltache avevo 8 anni, facevo il bagno a riva, e cominciai a vedere qualcosa che brillava fra le dune: qualcuno, riflettendo il sole su uno specchietto richiamava la mia attenzione. Corsi fra le dune e trovai un uomo che si masturbava, guardandomi viscidamente. Scappai e non dissi nulla a nessuno.

#quellavoltache a 11 anni io e mia sorella fummo fermate per strada da due ragazzi più grandi, che ci invitarono a prendere un gelato, ma noi tirammo dritto. Uno dei due mi afferrò da dietro, e mi palpò un seno con una mano, mentre con l’altra mi teneva bloccata afferrandomi il braccio. Mi divincolai e raggiunsi mia sorella. Passai due giorni in stato di alienazione.

#quellavoltache a 12 anni scorrazzavo per il mio quartiere con la bicicletta, due ragazzi mi superarono in motorino, e mi allungarono uno schiaffo sul culo.

#quellavoltache a 13 anni, ad ogni lezione di religione, i maschi della classe ci palpavano, facendo finta di inciampare e cadere addosso a noi, chiamandoci poi con ridicoli epiteti se osavamo lamentarci (tettona, vacca, e giù di li). I professori vedevano tutto ma non dicevano nulla, non li rimproveravano. Un bel giorno se ne uscirono che a noi ragazze era proibito indossare magliette attillate, e che potevamo mettere solo t-shirt ampie che fossero più lunghe del sedere.

#quellavoltache a 15 anni mi ero presa una cotta per un ragazzo di 23 anni, che mi invitò a casa sua e mi mise davanti una bottiglia di grappa sfidandomi a bere. Mi ubriacai e cominciai a vomitare, poi mi portò sul letto e cominciò a toccarmi. Io cominciai a piangere e a dire no, erano gli anni ’90 ed ero terrorizzata dall’avere rapporti senza preservativo per via delle malattie, e perché avevo paura di restare incinta, e lui non aveva un preservativo. Successe tutto mentre piangevo e dicevo no. Sono passati altri 20 anni, e solo leggendo della vicenda delle due americane violentate dai carabinieri a Firenze, ho avuto il coraggio di chiamare quello che mi era successo stupro.

#quellavoltache di Anonima

 avevo 18 anni e scrivevo poesie. Facevo la volontaria in un festival di giornalismo e questo signore distinto, oltre la sessantina, che mi venne presentato come scrittore. Mi disse di avere una piccola casa editrice e di cercare alcuni giovani talenti da pubblicare. Mi invitò presso la sede a presentare i miei lavori, poesie e racconti. Poteva essere mio nonno e aveva modi gentili e discreti, non potevo immaginare che una volta arrivata nel suo studio\ufficio mi avrebbe circondata in un abbraccio soffocante, tentando di baciarmi, e avrebbe tentato di convincermi a sedermi in braccio a lui. Scappai in lacrime. E la cosa più brutta è che quest’uomo, che incontravo sovente in giro in città, in luoghi pubblici e eventi culturali, non ha mai avuto vergogna di sostenere il mio sguardk. Mi sono vergognata a lungo di questa cosa, dandomi dell’ingenua o della sprovveduta. Non avevo colpe, se non quella di essere una ragazza semplice e che chiacchiera con tutti.

#quellavoltache di Anonima

mi ero lasciata col mio ragazzo dopo due anni da incubo. Dopo qualche mese inizio a frequentare un ragazzo con cui ho avuto rapporti sempre protetti. Mi diagnosticano il papilloma virus, mio padre lo viene a sapere e mi dice che, testuali parole, è colpa mia per “aver aperto le gambe al primo che passava”.

#quellavoltache mio cugino, più grande di me di una decina di anni, mi porta in camera sua e, al buio, mi tocca in mezzo alle gambe. Avevo forse 4 o 5 anni e non ho mai avuto il coraggio di dirlo alla mia famiglia. Oggi, ogni volta che mi capita di vederlo, mi sento sporca e a disagio perché so che lui se lo ricorda. A volte penso a come sarebbe dirlo a sua moglie, che ha da poco avuto due figli. Penso a come sarebbe bello far sapere a tutte le mie zie, che stravedono per lui, che cosa ha fatto a me quando ero solo una bambina

. #quellavoltache mio zio mi disse che se mi tingevo i capelli di colori fluo e avevo piercing e tatuaggi era solo perché volevo disperatamente farmi “notare dai maschietti” È assurdo pensare a come gli episodi peggiori mi siano capitati tutti in famiglia.

#quellavoltache di Sara:

Non ricordo quanti anni avessi né cosa indossassi. Dovevo essere almeno adolescente, perché ero in bicicletta, da sola, in un quartiere lontano da casa. Un’auto ha rallentato e mi ha affiancato, dal finestrino abbassato l’uomo alla guida ha iniziato a fare apprezzamenti. Ho continuato a pedalare facendo finta di niente. Ha continuato a seguirmi per qualche isolato. La paura mi ha messo le ali ai piedi, ho pedalato più forte e raggiunto una scalinata dove l’auto non sarebbe potuta passare. Sono corsa giù con la bici a mano, confidando che per lui ci sarebbe voluto troppo tempo per fare il giro in auto e raggiungermi nella strada di sotto. Ho avuto fortuna. Non ho raccontato mai a nessuno l’accaduto, non so perché. Col senno di poi direi per quel subdolo senso di colpa e vergogna che in qualche modo mi è stato inculcato, non dalla mia famiglia ma dalla società intera…

#quellavoltache di Anonima

un ragazzo che credevo un mio buon amico insiste a offrirmi tanti, troppi cocktail. Mi sento male e mi riaccompagna a casa. Sulla via incontriamo un’amica che ci affianca, non findandosi. Arrivata a casa mi metto a letto, con una tinozza a fianco. Perdo coscienza, lui convince la mia amica ad andare a casa, le dice che si prenderà lui cura di me. Mi sveglio con le sue mani addosso, cerca di baciarmi, rifiuto e lo spingo via, ma più volte riprendo coscienza sempre con lui che mi tocca. Non sono mai riuscita a raccontarlo a nessuno, speravo di poter dimenticare ma non ho mai smesso di auto-accusarmi, sentendomi sempre io stessa in colpa. Dopo quella volta ho dovuto incontrarlo molte altre volte; i nostri amici comuni, non sapendo nulla, mi hanno sempre trattata come una stronza perché lo evitavo, e lui stesso mi guardava come se fosse una vittima trattata ingiustamente. In quel periodo ero anche torturata dalle chiamate anonime, a ogni ora del giorno e della notte.

le due #quellavoltache di E.

a 15 anni, un mio “amico” di qualche anno più grande mi propose di andare in un luogo appartato per fumarci una canna in compagnia. Tempo di spegnere la macchina e cerca di baciarmi. Gli dico di no, lui mi piaceva ma dato che uscivo con un altro non mi andava. Come non avessi detto niente continua. Considerate che non sono mai stata brava a dire di no, non mi andava di alzarmi, fare una scenata e magari dover tornare a casa a piedi la sera tardi, quindi alla fine gli ho lasciato fare. A un certo punto lo tira fuori e di nuovo gli dico di no, ma non mi ascolta e me lo infila in bocca e fa tutto da solo. Appena finito mi riaccompagna a casa, tutto carino e gentile come se niente fosse, probabilmente neanche lui si è reso conto che quella cosa lì si chiama violenza sessuale, così come non me ne ero accorta io all’epoca. Credevo che la violenza richiedesse l’uso della forza fisica e lui non l’aveva usata, ero io che avevo ceduto. Pensavo semplicemente che forse i miei no non erano stati abbastanza decisi, che forse avrei dovuto insistere di più per fargli capire che non era un gioco. Ma ricordo bene la sensazione di disgusto che mi è rimasta addosso per tutta la notte e tutto il tempo passato chiusa in bagno a sciacquarmi la bocca. 

Quella volta che, a 23 anni, in stazione, un tizio sulla cinquantina mi chiede una sigaretta e attacca bottone. Era visibilmente ubriaco ma una chiacchierata non si nega a nessuno, fin quando non mi dice “dai dammi un bacio” porgendomi la guancia. Gli dico di no, abbastanza infastidita, e mi chiede perché no? Al che gli dico che non mi va e non gli devo nessuna spiegazione, insiste e gli ripeto no più volte, finché non mi prende alla sprovvista e il bacio sulla guancia me lo dà lui. Volevo mettermi a urlare e lanciargli addosso la borsa, ma essendo pieno di gente non mi andava di dare spettacolo e mi sono limitata, con il mio solito fare accondiscendente che io stessa detesto, a dirgli “però non farlo più dai”. 

#quellavoltache di Anonima

avevo 14 anni, ero a casa di “amici”, erano le prime volte che fumavo erba ed ero completamento stordita. I miei 3 “amici” hanno provato ad approfittarsi del mio stato di debolezza,provando a spogliarmi e a palpeggiarmi; ero completamente indifesa ma sono riuscita a difendermi, per fortuna anche loro erano fatti e vedendomi dibattermi, gli sarà sembrato troppo difficile.
Non ho capito subito la gravità di quello che mi era accaduto, minimizzando. Solo anni dopo mi sono resa conto che avevo subito un aggressione sessuale.
Dal quel momento mi è capitato due volte di salvare letteralmente la vita a due ragazze trovate in uno stato di alterazione alla mercé di uomini pronti ad approfittarsene.

#quellavolta che di Anonima

Cercavo un altro lavoro e, tramite un’amica, conosco una persona che poteva avere contatti utili per aiutarmi. Passiamo giornate al telefono per capire quale tipo di settore può essermi utile, io puntualmente a ogni chiamata ringrazio la persona in questione. Dopo l’ennesima chiamata mi viene detto che ci si può mettere d’accordo davanti a un caffè per cominciare a elaborare assieme la lista utile a me non andava di bere il caffè assieme a questa persona ho rifiutato l’invito e non sono più stata richiamata.
Non mi piaceva il tono con cui il rapporto andava oltre quello che era il campo lavorativo, quando mi è stato proposto l’incontro avevo una sensazione non del tutto convinta, anche perché potevamo andare avanti con la raccolta dei contatti anche solo tramite telefono. Quando ho rifiutato il caffè non avrei immaginato che si sarebbe interrotto anche il rapporto, quindi a conclusioni fatte ho capito l’intera vicenda.

#quellavoltache di Anonima

lavorando in un contesto maschile di episodi di molestie più o meno marcate ne avrei da raccontare parecchie. La più grave, quella che mi ha fatto sentire peggio e che mi ha spinto a cambiare il posto di lavoro è stata quella con il mio allora capo. Ero nel suo studio da lui a chiedere di cambiare mansione, stavo argomentando il perché dovesse promuovermi e lui mi fa: parliamone a cena, guardandomi in un certo modo. Non sono riuscita a controbattere. Io che si solito ho la battuta pronta, non ci sono riuscita. Ho avuto paura di passare per ridicola e esagerata, che mi dicesse hai frainteso, ecc ecc. ho biascicato qualcosa e me ne sono andata, ma da quel giorno ho evitato di stare sola con lui in altre occasioni e ovviamente non sono mai stata promossa, ma invece ho subito piccole ripicche, per esempio ritardo nei pagamenti. Non sono riuscita a parlarne subito a casa, ci ho messo giorni per raccontarlo a mio marito.
Dentro di me cercavo dei miei comportamenti che l’avessero portato a pensare che potessi essere disponibile ad uno scambio del genere, mi sono colpevolizzata a lungo.

#quellavoltache di Francesca

era una calda estate del 2006, ero a Roma per il concerto dei Depeche Mode, non li avevo mai visti dal vivo prima di quella volta. All’uscita dallo stadio Olimpico, una folla immensa di gente che cercava di trovare posto su un tram o un autobus per tornare a casa. Dopo tanta attesa, io e mia sorella finalmente riuscimmo a salire su un tram, l’ultimo della sera, per tornare in albergo. All’interno, troppa gente, eravamo tutti troppo vicini. Talmente vicini che, quando sentii dietro di me una presenza maschile troppo “pressante”, pensai semplicemente di essere troppo paranoica e mi convinsi che non stesse succedendo nulla. Mi resi conto che in realtà quell’uomo si stesse strusciando su di me solo quando allungò la mano su una mia gamba. Rimasi pietrificata. Mi girai di scatto e lui smise subito, ma non riuscii nemmeno a urlare.

le due #quellavoltache di Anonima

a undici anni t-shirt e jeans, mio zio mi disse
che dovevo essere gentile con lui come le altre mie cugine, non sapevo cosa intendesse ma il tono della voce non mi persuase per niente.
smisi di parlare e guardai fisso dal finestrino alla mia destra. mi stava dando un passaggio, richiesto dalla mia famiglia;
per fortuna mi portò a casa senza deviazioni. tuttavia quelle parole mi lasciarono una brutta sensazione e ne parlai con mia nonna, che mi disse ‘chissà cosa hai fatto per provocarlo’, ancora non capivo
e rimasi solo confusa, mi sentivo sporca, senza sapere perché.

 a 22 anni, lasciato un ragazzo con cui non avevo avuto mai rapporti sessuali, mi chiese per telefono
un ultimo incontro poi ognuno per la sua strada. mi sono fidata. era il 1988.
mi passò a prendere e andammo vicino a casa mia ma in una strada poco frequentata. al bordo di una provinciale senza lampioni, posteggiò. gli chiesi di parcheggiare in un posto diverso ma la sua voce cambiò,
cominciò a baciarmi, io lo scostavo, parlavo per distrarlo, prendere tempo, ragionare sul cosa fare.
ma mi stava sempre più addosso. pensai di scappare, ma non passava un cane da lì, a piedi mi avrebbe raggiunto senza fatica con l’auto. se urlavo nessuno avrebbe sentito. rimasi. speravo facesse solo il più in fretta possibile. mise il preservativo e dopo cinque minuti mi riportò a casa. non dissi niente a nessuno. tanto era colpa mia. non avevo neppure idea che si chiamasse ‘stupro’. Dopo due mesi ho abortito.

le #quellevolteche di Anonima

da bambina tre uomini ubriachi mi chiesero di salire in macchina con loro, perché ci saremmo potuti divertire, avevano dei giochi per me, dicevano. Avevo sei anni.

 fuori da una discoteca, un ragazzo di dieci anni più di me mi toccava e baciava nonostante io non volessi, io che gli chiedevo di smetterla e lui che mi diceva “non vergognarti, solo perché non sai come si fa. Avevo 14 anni.

 andai in polizia per denunciarlo, e mi fu domandato com’ero vestita, e perché non ero a casa con i miei genitori alle 23.00.

 a 16 anni il mio allora ragazzo insisteva per avere rapporti anche quando non mi sentivo bene psicologicamente, “perché mi avrebbe fatto del bene”, e nonostante io piangessi lui continuava.

 siccome non volevo avere rapporti sono stata presa a sberle.

Essere donna significa avere paura, significa doversi abituare ai fischi, alle occhiate, alle battute volgari.
Essere donna significa però anche essere stufa, voler cambiare le cose.

#quellavoltache di Francesca

presi l’autobus per andare a scuola, come di routine, e mi ritrovai pressata da un individuo rivoltante, alla vista, al naso e nelle intenzioni, che premeva il suo pene su di me, da dietro. Provai di tutto per allontanarlo, ma con discrezione perché non volevo che nessuno se ne accorgesse, dentro di me sentivo salire rabbia e senso di impotenza, ma anche disgusto e vergogna. Mi sentivo violata. Giunta finalmente alla fermata lo allontanai con forza per svincolarmi e scendere, rimediando anche un pugnetto sulla pancia e un sorrisetto malizioso.
Oggi gli spaccherei anche quei pochi denti che si ritrovava.

#quellavoltache di Martina

i miei cugini di qualche anno più grandi mi chiesero di abbassarmi le mutandine davanti a loro.
Non ricordo quanti anni avessi, forse 6-7, e non ricordo bene come andarono le cose, credo che non li ascoltai, riuscii a fare di testa mia e la cosa si risolse senza che loro ottenessero quello che volevano, ma questo episodio talvolta mi torna alla mente e mi suscita rabbia e inquietudine.

#quellavoltache di S.D.

avevo 25-26 anni e facevo parte di un coro dilettantistico. Mi era sempre piaciuto molto cantare ed ero piuttosto intonata. Con la scusa di volermi valorizzare il direttore del coro mi disse che mi avrebbe prestato degli spartiti che altrimenti ad acquistarli avrei speso parecchio e che avrebbe messo una buona parola con un altro coro per farmi assumere come esterna. Nella mia buona fede non avevo pensato che quell’invito a casa per consegnarmi quegli spartiti avesse invece tutt’altro scopo. Per mia fortuna appena entrati nell’androne del condomio il mio istinto mi disse di fare marcia indietro e non successe nulla di fisico, tuttavia il ricordo rimase e dal quel momento non riuscii più a cantare in gruppo.

#quellavoltache di Anonima

#quellavoltache mio marito ha iniziato a picchiarmi, e io mi sono rintanata nel mio corpo, e l’ho visto come ultimo confine tra me e il mondo. Quella volta che sono rimasta a terra coi lividi e senza lacrime. Quella volta che sono stata picchiata con una scarpa, o con le mani, o con un libro. Quella volta che era colpa mia, solo colpa mia. Quella volta che ha cercato di soffocarmi. Quella volta che ha cercato di investirmi. Quella volta che ho deciso di lasciarlo, e con fatica, con dolore, son tornata in piedi da sola. Quella volta che ti fa pensare di essere vittima anche se sei istruita, laureata, forte e senza paura. Quella volta là, per me è stato un interruttore che ha resettato la mia vita. Ce la si può fare, perché io da sola ce l’ho fatta: ma comprendo chi cede lungo la strada, perché io cado tutti i giorni

#quellavoltache di Alice

Era il 2013, avevo 21 anni e stavo tornando nella città in cui studio dopo essere tornata a casa per votare, era febbraio e c’era la neve e alle 16 era già notte. Nei miei ricordi fuori è buio, ma forse era solo pomeriggio. Ero sul treno da Faenza a Firenze, stavo studiando ed ero seduta in uno di quei posti a 4 vicino alla porta con le spalle rivolte verso il resto del vagone. Sale un tipo, si siede di fronte a me e dopo qualche minuto mi chiede se il treno era in orario. Controllo, gli dico di sì. Cosa fai, cosa studi, dove vai, io faccio il fisioterapista, ti hanno mai fatto un massaggio? Mi dice di togliermi le scarpe, così, per farmi vedere. Lo sai che hai dei bei piedi? Mi chiede se non posso proprio restare scalza, sarebbe meglio, ma io ho la calzamaglia e no, non posso. Mi prende un piede, poi anche l’altro, parla, sorride, avrà meno di trent’anni. Mi mette i piedi tra le sue gambe aperte, sul pacco, e mi dice “fai come se camminassi”. Ero agghiacciata, non vedevo se c’era qualcun altro nel vagone perché era alle mie spalle, dalla porta non è passato nessuno. Arriva la sua fermata, per fortuna era solo due fermate dopo quella in cui era salito. Mi dice che mi ero rilassata, no? Mi dice sentiamoci se ripassi, mi lascia il suo numero e per un attimo temo che mi chieda il mio e controlli che io non gliene abbia dato uno falso. Non lo fa, scende. Sono arrabbiata, spaventata, imbarazzata, penso chissà cosa penserà qualcuno se mi ha visto, chissà se penserà che sono una facile, che basta chiedere, chissà se verrà qualcun altro. Penso che sono sola, che avrei voluto il mio ragazzo a proteggermi, che avrei dovuto dire “No, guarda” invece di togliermi le scarpe. Quando arrivo racconto alla mia coinquilina di lui che mi aveva chiesto di togliermi le scarpe ma non il resto, perché la domanda sarebbe stata: “E tu l’hai fatto?”. Lei mi dice che è il solito maniaco, e finisce lì.

 
Aggiungo anche #quellavoltache mentre andando ad una serata dopo cena con una mia amica, per strada una tipo in macchina che andava nel senso opposto al nostro fischia e suona il clacson. La mia amica mi ringrazia perché era con me che sono alta e avevo la minigonna, a lei non avevano mai suonato.
#quellavoltache di Anonima
#quellavoltache in un bar un vecchio ha pensato bene di toccarmi il sedere.
#quellavoltache ero a lavoro e un uomo di 60 anni mi blocca e inizia a baciarmi il collo fino a quando con uno spintone lo allontano e scappo via.
#quellavoltache un uomo mi invita ad entrare con lui in un bagno pubblico.
#quellavoltache per strada uno sconosciuto mi prende per i fianchi stringendo forte lasciando due lividi neri e dolorosi.
#quellavoltache un ragazzo mi fa innamorare di lui, mi fa credere mille cose, e dopo aver fatto l’amore la prima volta pensa bene di lasciarmi a piedi e denigrarmi perché non ero stata all’altezza provocando in me non poche insicurezze. Sono venuto fin qua e non ne è valsa la pena, queste le sue parole dette con un odio e un disprezzo che non dimenticherò mai. Mai più rivisto. Avevo 18 anni e il cuore distrutto
#quellavoltache di Anonima
Oltre alle “solite cose” (ed è già orribile che io stessa la consideri come parti integranti della mia vita come donna…) come strusciamenti e palpeggiamenti sui mezzi, commenti volgari indesiderati, minacce di stupro (a volte dette come se fossero dei complimenti), la mia storia è #quellavoltache non l’ho neanche pensata come violenza, perchè veniva dal mio ragazzo, di cui ero innamorata. A 17 anni sono rimasta incinta, e soprattutto dopo molte pressioni da parte sua ho deciso di terminare la gravidanza. E’ stata per me un’esperienza devastante, emotivamente e fisicamente, anche perchè per una piccola complicazione h dovuto prendere dei farmaci che mi causavano dolori lancinanti nella zona pelvica. L’ultima cosa che avrei voluto, per tantissimi motivi, sarebbe stata avere rapporti sessuali. Eppure lui lo voleva. Io mi rifiutavo, ma ero debolissima, sentimentalmente bisognosa, e lui ha fatto presa su questo per minacciarmi se non avessi “soddisfatto i suoi bisogni di uomo”. Mi diceva che avrebbe cercato quella consolazione in altre ragazze (cosa che comunque ha fatto), che ero egoista, che mi avrebbe lasciata. Quindi ho ceduto. Il mio corpo di meno, non collaborava, e quindi soffriva e sanguinava. Ma credevo che fosse un sacrificio per amore, un’espiazione per le mie colpe. Ed è andata avanti così per almeno sei mesi, quando ero arrivata a provare disgusto per il mio corpo e per il suo, e facevo di tutto per farlo finire in fretta, come un dovere, finchè non ho trovato la scusa per lasciarlo. Ma io non l’ho mai riconosciuta come violenza, lui men che meno. Durante delle sedute di psicoterapia sono riuscita ad affrontare questo fatto, e (grazie anche al altri ragazzi, molto più rispettosi nei miei confronti) sono riuscita a far pace con la mia sessualità e con il mio corpo. Volevo condividere questa storia perchè non è facile riconoscere la violenza quando a farla è una persona che dice di amarti, e quando la accetti per paura di conseguenze che sul momento paiono insopportabili. Ma resta violenza, e ne lascia tutti i segni.
#quellavoltache di Anonima
Quella volta che andai in un Paese estero per 3 mesi per imparare la lingua. Avevo 19 anni appena compiuti e feci quello che i miei genitori mi raccomandarono di non fare: accettare da bere da sconosciuti. Non sono una ragazza ingenua e non lo ero neppure prima e non so perchè lo feci. Uscimmo io e un altra ragazza, una sera e andammo in un Pub del posto, dove il Tizio di 60 anni circa ci offrì da bere. Bevemmo. Dopo andammo tutti e 3 in un altro bar e altri due drink. In genere non sono una persona che beve, ma quella sera lo feci, ingenuamente. Dopo un’ora non capivo più niente, nel senso letterale. Ridevo, parlavo ma senza capire che stessi facendo. Ero ubriaca e fino ad allora non conoscevo quella sensazione bruttissima. Il tizio, che mi fece avances che io ovviamente in quello stato non capii e a cui annuevo, si offre di riportarmi a casa con la sua di macchina e mi chiede se prima potevamo passare dal posto dove lui lavorava x aiutarlo a pulire. è assurdo all’1 di notte, lo so, ma io davvero, non capivo niente. dissi di si e l’altra ragazza va per conto suo. Salii in macchina con lui, incominciava a toccare le gambe e a dirmi cose che non ricordo. Prende un altra strada ( di campagna) per raggiungere il posto dove dovevamo andare. Scendiamo ed entriamo nella sala. Mi spinge contro il tavolo, sospira all’orecchio, mi tocca, entra la mano. Io ero ipnotizzata (effetto dell’alcool o di qualche sostanza) ma continuo a dire No No che stai facendo. Non avvertivo il pericolo. l’effetto comincia a svanire e mi sono resa conto della situazione e gli dissi di voler ritornare a casa. Lui mi disse: ma cosa ti aspettavi? Mi accompagna a casa. durante il tragitto continua a toccarmi e a chiedermi se non l’avrei detto a nessuno. erano le 3 di notte. Dopo un mese, grazie alle brave persone con cui stavo lì, sono riuscita a metabolizzare la cosa e ho denunciato. un anno e mezzo dopo mi arriva la citazione a giudizio. Si, ho una denuncia in corso in un Paese estero e il processo sarà più avanti. Andrò li a testimoniare, spero solo ci sia l’interprete. Dovro andare li, vedere il tizio di cui non ricordo neanche il volto e ripetere quello che accadde. quando andai a denunciare, mi è stato chiesto se indossavo una gonna. No, indossavo una tuta ed ero tutta coperta. So gia le domande che mi verranno fatte: perchè hai bevuto? perche hai detto di si? Sei stata tu ad accettare il suo passaggio, lui non ti ha forzata. e poi quando gli hai chiesto di ritornare, ti ha accompagnata a casa! –perchè non hai chiamato la polizia? e ti sei fatta riaccompagnare?– A tutte queste domande io risponderò, cercherò di dare un senso alla mia rabbia,e spero che finisca lì. Ho avuto paura di non tornare più a casa, ho avuto paura che lui avesse potuto andare avanti con la forza. Per fortuna non è successo. La giustizia non ti tutela. Se denunci, devi avere i soldi x andare avanti, è questa la realtà dei fatti. Bhe io cinque mila euro per avvocati non ne ho, e per fare la videoconferenza c’è un iter interminabile! L’unica cosa è andare li e rivivire questo racconto. Spero sia di incoraggiamento per altre donne. Non siamo sole
#quellavoltache di Anonima
Quella volta che :
– avevo 14 anni, mi sono ubriacata, mi sono sentita male e prima di portarmi a casa un ragazzo della compagnia mi ha toccato il seno sotto la maglietta e il reggiseno.
Non ho detto nulla, perché mi sembrava colpa mia visto che ero ubriaca
– mio padre mi ha detto che ero vestita da zoccola
– che il vicino di casa con la scusa di tirarmi un po’ su i pantaloni che scendevano , a 9 anni, mi ha messo ben bene le mani sulla vagina più e più volte
– quelle innumerevoli volte che , visto che ero carina ed espansiva, mi è stato dato della troia.
– quella volta che il prete del campeggio mi accompagnava a fare pipì nel bosco perché non ero capace di usare la turca, e ansimava stando dietro di me a guardare
-.Quella volta che dopo 20 anni l’ho raccontato ai miei dicendo “come vi è venuto in mente di dire ad un prete di accompagnarmi a fare i bisogni”, i miei si sono arrabbiati, perché volevo farli sentire in colpa
– quelle volte che lo zio per fare il simpatico ti palpa il sedere, e tu vuoi sprofondare
Quante quante quante volte.
Non finirei mai di raccontare.
#quellavoltache di Anonima

#quellavoltache tornando a casa verso sera trovai un uomo sui 35 davanti al portone del mio palazzo, come se aspettasse qualcuno. Gli chiesi se dovesse entrare e lui disse di sì. Io entrai e mi avviai al portoncino della mia scala e sui primi gradini il tipo mi afferrò da dietro e mi tenne stretta e ferma per qualche secondo, finché io mi misi a urlare e lui scappò. Avevo 12 anni.

#quellavoltache un mio ex insegnante mi invitò a cena. Lo avevo sempre considerato un mentore, un uomo buono e affidabile, e mi aveva appena aiutato a trovare il mio primo lavoro nella scuola privata dove insegnava, così ora eravamo anche colleghi. A cena sembra tutto tranquillo quando la conversazione prende una piega strana: lavori troppo per essere una donna, dovresti essere più femminile altrimenti prima o poi potresti pentirtene, hai tratti maschili molto marcati, stai negando la tua femminilità [sì, non sono esattamente Biancaneve ma neppure uno scaricatore di porto], dovresti divertirti di più, insomma, sei bellissima e superintelligente… e poi, non dovresti leggere Harry Potter perché non è cristiano, non sposare il tuo ragazzo perché lui non è credente e tu sì… e poi, ah ma che peccato che mio figlio non abbia una ragazza eppure ha un fisico perfetto, posso farti vedere le foto se vuoi, oppure, ah c’è stata una volta che due studenti durante le mie ore si erano messi a fare cose, un po’ troppi baci e coccole… e finita la cena, “andiamo a bere qualcosa, dai”, ma io riesco a svicolare. Nulla di fisico, nulla di clamoroso, forse avevo travisato io che mi insospettisco subito, forse stavo calunniando senza motivo. Ma poi ricevetti altri inviti, e rifiutai. Occhiate, specie se indossavo la gonna, che non mi aspetterei da un mentore. E poi scoprii che aveva invitato a cena altre colleghe, tutte molto giovani, che però avevano rifiutato subito, e anche a loro ogni tanto faceva strane allusioni. Lo sentii dire, dopo una sessione d’esame in un liceo, che alcune studentesse “le promuoverei a occhi chiusi tanto sono carine” (15-16 anni). So che non è nulla rispetto ad altre storie tremende che ho letto qui, ma passai mesi a macerarmi e a chiedermi se davvero in me non ci fosse qualcosa di sbagliato, a mettere in discussione il mio modo di essere, i miei gusti, i miei affetti, a mettere in dubbio tutto. Non ricordo di essermi mai sentita più insicura e arrabbiata di allora dai tempi dell’adolescenza. E mi sentii dire “Ma anche tu perché hai accettato di vederlo? Cosa pensavi che volesse?”. Poi cambiai lavoro e i rapporti si interruppero. Io mi fidavo di lui. Avevo 29 anni, lui 64.

#quellavoltache di Anonima
#quellevolte in cui dovevo scendere dai nonni per fare i compiti delle scuole medie, e mio nonno mi tastava il seno e nelle mutandine mentre mi divincolavo cercando di scappare.
Ci misi mesi a capire quanto fosse sbagliato, e una volta realizzata la situazione mi confidai con mia madre, che, incredula, andò subito a confrontarsi con suo padre sull’accaduto. Ovviamente lui negò tutto e mi si parò davanti tutt’altro che contento.
Solo molto tempo dopo riuscì ad impormi su di lui e scansargli con forza la mano che cercava di insinuare nelle mie parti intime.
Ad oggi nessuno in famiglia lo immagina, con l’eccezione di mia madre e mia nonna che fanno strenuamente finta di nulla.
Col tempo ho imparato a provare pena per lui.#quellavolta che il mio maestro di informatica delle elementari mi scostò la maglietta per guardare cosa c’era sotto.#quelle volte che i miei compagni delle superiori mi hanno dato della troia, vacca, tettona solo perchè ho un seno prosperoso e mi rifiutavo di dir loro la mia taglia.#quella volta che, alzandomi dal mio posto sul bus, un viscido mi diede una palpata decisa al sedere e io scappai fuori col cuore in gola
#quellavoltache di F.
 avevo 18 anni e aspettavo l’autobus in estate alle 17 del pomeriggio. Un uomo sulla sessantina che passava in macchina si è fermato per chiedermi delle indicazioni per una strada, gli do queste indicazioni, e poi siccome portavo dei pantaloncini corti deve aver pensato chissà cosa e mi chiese ‘Ti piace fare l’amore?’ e poi mi chiese ‘Il tuo ragazzo ti fa godere? È bravo?’ e se n’è andato solo quando ho minacciato di chiamare i carabinieri. Mi tremavano le mani ed è stato difficile riuscire a dirgli ‘Devo chiamare i carabinieri?’
#quellavoltache di Alice (nome di fantasia)
Quella volta che, già provata da continue offese da parte di alcuni compagni di classe, venni rinchiusa a forza in un bagno durante l’ora di ginnastica. La cosa triste fu che tutti trovarono la cosa divertente, anche le altre ragazze. Non so quanto tempo passò prima che potessi uscire, 5 minuti, 10 o 20. Avevo 13 anni. Può sembrare nulla, ma mi spaventò così tanto che i luoghi troppo angusti ancora mi spaventano, come se non avessi una via d’uscita
#quellavoltache di Anonima
#quellavoltache All’asilo, con estrema innocenza tra compagni di classe, senza distinzione di sesso alcuna, per salutarci ci stampavamo dei baci sulle labbra. La maestra ci sgridó (eravamo una classe con meno di dieci alunni, e per la metà eravamo cugini), facendoci sentire sporchi e sbagliati, nonostante la nostra fosse (ovviamente) qualcosa di puro e innocente
#quellavoltache Parliamo di 25 anni fa circa, io avevo 5 anni, circa, magrolina, minuta, poco avezza a qualsiasi contatto fisico. Durante l’estate con la mia famiglia andavamo in un paesino a mezz’ora da casa dove avevamo una casetta appartenente alla mia famiglia. Li vicino vivevano (e vivono) dei parenti, che i miei genitori usavano frequentare, hanno due figli. Il più piccolo, all’epoca adolescente /maggiorenne, mi invita a vedere la sua stanza, segreta (teniamo a mente che ero uno scricciolo di 5 anni o giù di lì) nel sottoscala. Ciò che accade la dentro non lo ricordo precisamente, ricordo un letto, che lui cercò di farmi il solletico, ma che era strano, sentivo le mani dappertutto. Ricordo di essere uscita dalla stanza e di averlo raccontato a mia madre, e di non essere stata creduta. Il tutto è venuto a galla qualche mese fa durante un servizio delle iene, quel ricordo è gorgogliato su. Non riesco a levarmelo dalla mente. E mi chiedo se sia quello il motivo della mia convinzione, da adolescente, che l’unico modo che avrei mai avuto per avere un contatto intimo, sarebbe stato solo per via di uno stupro.
#quellavoltache stetti con un ragazzo violento, ma l’unica violenza era quella luce in fondo agli occhi che metteva curiosità. Poi un giorno dopo un buffetto scherzoso, dopo una sua frase poco gentile mi diede un manrovescio forte, lo mollai(un’amica mi disse:gioco di mano, gioco da villano, hai iniziato tu col buffetto, non avresti dovuto) . Tempo fa riuscii a parlarci di nuovo, pensando potessimo scambiare due parole, niente, dopo poco la violenza tornò, anche se solo verbale.
#quellavoltache mio padre mi urlò che ero una troia, una puttana, solo perché a 16 anni ero fidanzata e si, avevo rapporti sessuali (protetti, consenzienti).
#quellavoltache dopo avermi urlato contro i peggiori insulti mi pestó tanto da rompermi gli occhiali, farmi urinare addosso per il dolore.
#quellavoltache di M. A.

 

#quellavoltache avevo 15 o 16 anni (faccio fatica a definire un indicazione temporale precisa) ed ero a casa del mio primo ragazzo. Io mi sentivo ancora una bimba e non me la sentivo tanto di avere rapporti sessuali, e ad alcune sue precedenti insistenze ero sempre riuscita a fermarlo. Quel giorno mi prese un po’ alla sprovvista, e forse anche con una buona dose di esasperazione. Dal divano del soggiorno al piano di sotto mi prese per mano e mi costrinse a seguirlo nella camera al piano di sopra, mentre piangevo senza riuscire a fare o dire altro. Ricordandomi nell’atto di salire le scale rivivo la scena un po’ sentendomi un animale che va al macello. Per tutto il tempo piansi. Sono rimasta con lui per un altro anno, soffrendo di attacchi di panico. Per gli anni successivi ho sofferto di attacchi di panico senza mai riuscire a capirne la reale fonte, né senza riuscire a dare un nome all’accaduto. Non sono mai riuscita (ancora non riesco) a considerare lui colpevole, ma solo me stessa, perché dopotutto non sono riuscita ad oppormi apertamente e decisamente quella volta. Ho sempre avuto il terrore di essere una bugiarda esagerata, con una gran voglia di lamentarsi, ed incapace di “sopportare”. Non sono mai riuscita a parlarne, in quegli anni. Dopo poco più di cinque anni, sono riuscita a dare un nome all’accaduto: stupro (che anche adesso, da scrivere, mi risulta proprio difficile). E a parlarne. Ancora non riesco a considerare lui colpevole e ancora mi vergogno, e ora che ne scrivo, pur in forma quasi anonima, mi tremano le mani. (Ma gli attacchi di panico li ho battuti. E sono riuscita a ricalibrare l’idea sballata che avevo dell’amore, un po’ per testardaggine mia e un po’ grazie all’incontro di un ragazzo che mi ama in un modo che non pensavo possibile)
 
Aggiungo una cosa che non ho scritto e che è invece, penso, importante: non sono mai riuscita a considerare lui colpevole perché appena ci mettemmo insieme mi raccontò, con grande vergogna, che era stato molestato sessualmente quando era ancora un bambino. Penso che, a volte, ci si ritrova a confondere forme di violenza con forme di “amore”, e a replicarle. Non è un “cattivo”, è anche lui, a modo suo, una persona ferita.
#quellavoltache di Silvia
Avevo vent’anni e cercavo lavoro. Risposi ad un annuncio per hostess in fiera andai al colloquio è un uomo squallidissimo mi disse che avrei dovuto mostrargli il seno in modo tale che avrebbe stabilito se poteva mandarmi in fiera con il reggiseno sotto la maglietta o senza
#quellavoltache di Claudia
avevo da poco iniziato uno stage per un ente nazionale e partecipavo ad un convegno sulle infrastrutture marittime.. c’era tanta gente e, nella folla, ho sentito una mano palpare il mio sedere. Mi sono girata e un uomo anziano e sudato mi guardava.. avrei dovuto urlare, avrei dovuto dirgli di tenere a posto le mani ma non ce l’ho fatta.. chi avrebbe mai creduto che qualcuno volesse davvero toccare il culo di una ragazza grassa. Ho lasciato quel lavoro ma non ho mai dimenticato il senso di vergogna e impotenza.
#quellavoltache di Lia
#quellavoltache in realtà sono state più di una. Per un lungo periodo delle medie, tra gli 11 e i 13 anni, sono stata molestata sul tram da un uomo che mi faceva la mano morta approfittando della ressa. Io mi spostavo, ma lui mi seguiva, finché non c’era più spazio per spostarsi. Io non avevo il coraggio di dire niente, mi vergognavo, avevo paura che se avessi detto qualcosa lui avrebbe dato la colpa a me. Più o meno alla stessa età ero al cinema da sola perché mia sorella maggiore mi aveva lasciata per andare a fare un giro con il suo fidanzato, e io mi sono trovata seduta accanto a un tizio che, nel buio, mi ha afferrato la mano e l’ha messa sotto il suo cappotto, e mi ha infilato il suo pene nella mano. Ero paralizzata, al buio, e non sapevo cosa fare. Cercavo di ritirare la mano, ma lui me la teneva stretta. Il film era Lawrence d’Arabia, lunghissimo e il cinema era strapieno! Finalmente, quando nell’intervallo si è riaccesa la luce, ho intravisto una via di fuga e me ne sono scappata con la mia vergogna fuori dal cinema, senza finire di vedere il film. Infine, ero già una ragazza, e un tizio, in piazza Maggiore, mi apostrofo con un “ti farei un pigiamino di saliva”. Mi sono rivoltata come una biscia, ma come ti permetti, schifoso, non sono qui a disposizione delle tue viscide fantasie! Dopo un momento di sconcerto, mi ha coperto di contumelie, ma non mi importava, non ero più la ragazzina delle medie che non sapeva che fare. Forza ragazze, ce la possiamo fare
#quellavoltache di L. B.
in classe ho espresso la mia folle paura nei confronti dello stupro e un mio compagno mi ha risposto che non avrei dovuto averne in quanto era impossibile qualcuno mi stuprasse, poiché cicciottella e ‘inchiavabile’.
#quellavoltache di Anonima

 

#quellavoltache, lasciata dal mio ragazzo storico, uno dei suoi migliori amici, di 7 anni più grande di me, mi ha portata a cena fuori per farmi sfogare sulla vicenda e ha passato la serata a dirmi che era colpa mia se ero stata lasciata, che non ero abbastanza, ma che insieme a lui, più maturo ed esperto, sicuramente sarei migliorata e avrei imparato un sacco di cose, ovviamente anche sul sesso. E io non solo a fine serata ci sono andata a letto, disperata e convinta che fossi davvero io il problema, ma ci sono uscita per mesi mentre lui mi sminuiva in ogni cosa che facevo e continuava a paragonare le mie performance sessuali con quelle delle sue ex e dell’attuale ragazza del mio ex (che a detta sua gli raccontava tutto). Quando finalmente ho trovato il coraggio di lasciarlo mi ha scritto una lettera terribile in cui insultava me, i miei amici, i miei genitori. Nel consegnarmela mi ha sbattuto contro un muro, dandomi della troia e augurandomi di essere infelice per sempre. Nei mesi successivi non ha fatto altro che raccontare bugie e dettagli intimi su di me, facendomi il vuoto intorno;
#quellavoltache dopo una malattia grave e un’importante operazione al seno mi hanno detto “certo, se tu avessi il fisico di adesso e le tette di prima saresti una gnocca”;
#quellavoltache sul bus un tizio ubriaco è caduto, dopo una brusca frenata, e si è aggrappato alle mie tette, leccandosi le labbra e chiedendomi se volevo scopare;
#quellavoltache sulle scale della metro un ragazzo mi ha toccata in mezzo alla gambe ed è corso via ululando;
#quellavoltache siamo tante, troppe.
#quellavoltache di Anonima
. Avevo appena compiuto 18 anni. Lui aveva un paio di anni in più di me ed era il primo fidanzato “vero”. Ero molto innamorata, ma anche molto inesperta e timida. Lui è stato il primo uomo che ho visto nudo. Tutto nella norma, se non fosse che lui era impotente. Io impiegai mesi a comprendere che non ero io il problema. Una compagna di classe, un giorno mi fece notare che non era possibile che non riuscisse a penetrarmi, che doveva esserci un problema e che non poteva essere “solo” colpa mia. Capii. Ma nel frattempo erano passati mesi di “Hai dei problemi! Fatti vedere da un medico! Ringrazia che sto ancora con te, un altro ti avrebbe già lasciato! Sei malata! Non vai bene! Non fai abbastanza! Non riesci!”. Mesi di tentativi di penetrarmi più o meno dolorosi e vani. Ricordo una sera in macchina. La mia mano aggrappata nervosamente alla maniglia della porta. Stringevo i denti, subivo il suo corpo sopra il mio. Ricordo come mi guardò con rimprovero: “Stai stringendo la porta con la mano. Non è un comportamento da persona rilassata…”. Non accettava nemmeno che io fossi tesa perché non riuscivo a soddisfare il suo desiderio… Persi 10 kg in quei mesi. Era impotente, ma così bravo a manipolarmi da rendere impotente me. Ho sofferto di vaginismo per gli 11 anni successivi, non so se per colpa di quella prima esperienza o meno, so solo che non avevo gli strumenti per difendermi. Ora che sono adulta e che è tutto risolto, ora che ho una vita sessuale (fortunatamente) serena, ogni volta che un uomo sta su di me per la prima volta ripenso alla mia mano su quella maniglia.
#quellavoltache di Cristina
Quella volta che è capitato a me, avevo 12 anni. Stavo tornando a casa a piedi dopo la scuola, ero in una stradina poco frequentata, quando passando vicino ad una delle tante macchine accostate al marciapiede, mi sento richiamare con uno: “Scusa?”. Pensavo che fosse qualcuno che cercava indicazioni, così mi sono fermata e voltata. Ha aggiunto: “Me lo smaltisci?”. Solo in quel momento ho notato il suo pene in erezione, e fu quella la prima volta in vita mia. Scappai via, ma non capivo. Non avevo quasi nemmeno idea di cosa fosse davvero un’erezione e, nella mia ingenuità, mi convinsi che doveva essere una cosa finta. Ma finta non lo era. Ho dovuto compiere un paio di anni ancora per realizzare quanto era accaduto e, se ne ho parlato con qualcuno, l’ho fatto esorcizzando la cosa e mettendo una nota ironica sulla sua ridicola domanda. La verità però è che questa cosa mi ferì molto più di quanto volessi ammettere a me stessa e fu certamente un modo traumatico e triste di avere il primo approccio alla sessualità maschile.
#quellavoltache di Anonima

 

#quellavoltache a 15 anni era piena estate e facevo la baby sitter a mio fratello di 1 anno. Ero sola in casa, come tutte le mattine, faceva caldo, tanto, e io indossavo solo una maglietta e uno slip.
Mio nonno si è fatto tre piani di scale ha aperto la porta di casa e voleva guardare, così mi ha detto. si è accovacciato e voleva guardarmi tra le game. Ho urlato vai via per tanto tempo prima di riuscire a farlo. Ho vissuto il resto dell’estate chiusa a chiave in casa, e i successivi 6 anni aspettano la sua morte. Mi sono sentita un mostro.

#quellavoltache di Rossana

a 12 anni un uomo dalla macchina mi urla “sei troppo bella vieni qui”, o quella volta a 13 che mi hanno messo la mano nei pantaloni sul pullman e mi è stato detto “la prossima volta mettiti dei jeans a vita alta”, oppure quella volta che a 20 anni mentre mi lavavo le mani alla stazione entra un anziano e mi dice “ehi bella, andiamo di là a scopare?”, o ancora quella volta che a 26 anni un uomo per strada in pieno giorno mentre addento un panino mi dice “miao micetta”… e quella volta che uno sconosciuto ha tentato di toccarmi il sedere e io mi sono girata e gli ho stretto le “parti basse” così forte da fargli male

#quellavoltache di Mara

#quellavoltache un mio superiore mi dedicò attenzioni non desiderate e non molto galanti a cui dissi che non ero interessata. Da quel momento in ufficio presi a rivolgergli la parola solo per questioni stringenti di lavoro. Iniziò quindi a mandarmi messaggi poco gradevoli, 1,2, 3,4 a cui non risposi mai. Fino a che un giorno che non ero andata in ufficio perchè stavo male mi arrivò il messaggio “mi sei mancata oggi, quindi stasera ti penso e guarda che succede quando ti penso” con allegata del suo pene in erezione. Girai il messaggio ad un mio collega con cui avevo stretto un bel rapporto di amicizia.

#quellavoltache il mio collega la mattina dopo entrò in ufficio gli si mise davanti e a voce alta davanti a tutti gli disse “se hai coraggio mandale a me le foto del tuo cazzo”. Non poteva licenziarci ma ci taglio fuori da progetti importanti. Sia io che il collega ci licenziammo un mese dopo, ora abbiamo aperto uno studio insieme

#quellavoltache di Azzurra

#quellavoltache sono stata molestata dal mio istruttore di equitazione, a 12 anni. Lui dopo qualche mese di lezioni aveva preso l’abitudine di venirmi a cercare dopo lezione, quando faceva già buio e io andavo (a volte da sola) a riportare il cavallo in stalla. Una sera in quella circostanza mi baciò sulle labbra e mi disse che non dovevo avere paura perché lui baciava sempre così anche sua figlia, che aveva la mia età. Non so se fosse vero. Da quel momento cominciai ad essere spaventata, ma non mi colpevolizzai: sapevo che niente di quello che facevo io poteva averlo indotto a quello, e credevo semplicemente che mi sarebbe bastato evitare di rimanere soli, e non avrei dovuto smettere di prendere lezioni. La cosa andò avanti per qualche tempo ma una sera venne a cena a casa, avendo conosciuto i miei nonni materni che ci ospitavano dopo la separazione dei miei genitori. Chiese se mi andava di accompagnarlo prima di cena in un negozio lì vicino; cercai di accampare scuse, ma i nonni insistettero perché andassi, convinti di farmi piacere. Andai riluttante, non parlai mai. Al ritorno, invece di tornare direttamente a casa prese una strada diversa e parcheggiò in una piazzola deserta accanto ad un campo da calcio. Ero terrorizzata, non riuscivo a muovermi. Lì mi tenne una ventina di minuti, mi disse di mettermi a mio agio, mi abbracciava, mi fece sdraiare sulle sue gambe, mi parlava, mi accarezzava e mi baciava. Io rigida non lo guardavo negli occhi e pensavo solo a dove sarei potuta scappare se fossi riuscita a saltare fuori dalla portiera dell’auto, nel caso avesse tentato quello che temevo. Alla fine rimise in moto e andammo a cena a casa mia. Ero decisa a non dire nulla, ma stavolta pensavo di lasciare le lezioni, anche se mi pesava enormemente. Ma prima che riuscissi a trovare una scusa plausibile, mia madre, che dormiva con me, si accorse che facevo incubi e nel sonno gridavo e tiravo calci: la mattina non ricordavo neppure di aver sognato. Ne parlammo e le dissi tutto. Ma pregai mia madre di non fare niente, e insistetti al punto che acconsentì. Lo stesso feci con mio padre. Avvisai i miei nonni di non farlo più avvicinare e spiegai i motivi: fecero poche domande, vergognosi, e non se ne parlò mai più. Tornò a farsi sentire dopo qualche anno: adesso avevo 16 anni, parlammo un’ora al telefono: lui cercava di convincermi a tornare a lezione, dicendo di non avere idea dei motivi che mi avevano spinta a lasciare. Gli ho tenuto testa, non si è fatto sentire più. Non ho potuto riprendere a fare equitazione altrove, era il circolo più economico della mia zona. Ad oggi sono convinta di “essere stata fortunata”, e forse è questa la sconfitta più grande.

#quellavoltache di Rosy

avevo nove anni ed andavo a scuola in bus con mia madre che si recava al lavoro alla stessa ora. Il pullman era sempre affollatissimo e un giorno un uomo stretto dietro di me dalla ressa, infilò la mano sotto il mio grembiule risalendo lunga la gamba nuda, credo fino alle mutandine; subito sentii un caldo soffocante e una grande voglia di vomitare, cercando di spostarmi il più possibile lontano da quel mostro. Ovviamente mia madre non si accorse di nulla e io, non so ancora oggi perché, mi vergognai a raccontarle l’episodio, come se fosse colpa mia.. Nei mesi successivi supplicai mia madre di cambiare linea e mezzo, nel terrore di rincontrare quell’uomo, ma naturalmente senza spiegarle il perché, e quindi lei non mi accontentò; ogni giorno vivevo nel terrore che lui salisse di nuovo sul pullman! Adesso ho 51 anni, ma questo ricordo e le sensazioni che provai sono ancora vivide dentro di me , come se fosse successo ieri

le #quellavoltache di Anonima

il mio compagno di scuola, io ero in seconda media e lui in terza, mi palpò il sedere mentre tornavo a casa, in strada, davanti ai nostri amici, lasciandomi persino una bella impronta sul bianco dei pantaloni di velluto (erano gli anni ’80!) ed io gli sono saltata addosso e l’ho picchiato, smettendo solo quando ho visto uscirgli sangue dalla bocca

#quellavoltache ad una festa in piscina un tizio con il quale mi allenavo mi tenne sott’acqua in apnea per infilarmi le mani nel costume e toccarmi le tette e io, appena ripreso fiato, l’ho tirato fuori dall’acqua e gli ho ammaccato i gioielli di famiglia con un calcio

#quellavoltache a 19 anni, mentre tornavo dall’università con due amiche, ci fermarono 2 giovani e aitanti carabinieri, ci controllarono i documenti e cercarono di estorcerci i numeri del cellulare con velate minacce. E quando loro sono andati a prendere il caffè al bar, gli ho tirato una bottiglia sul vetro dell’auto di servizio

#quellavoltache ormai adulta e mamma, mi sono trovata nel bagno dell’ufficio dove ero appena arrivata, sconvolta perchè il capo – anziano e cecato- mi aveva ‘appoggiato’ il suo bacino al mio lato b mentre ero in piedi a parlare con un cliente, dietro al bancone della reception, e una collega mi catechizzò : “tieniti queste smancerie, ti valgono 500/600 euro di mancia sullo stipendio”. E io che da allora ho sempre indossato tacchi alti da infilare nelle scarpe del tizio quando si avvicinava oltremisura, finchè un giorno l’ho spinto e lui è caduto. E io mi sono licenziata e l’ho denunciato alla gdf per i maneggi che faceva

#quellavoltache ero fuori con le amiche e abbiamo beccato il cretino di turno che credeva di lusingarci con le sue avances volgari e che alla fine si è permesso di tirarmi giù sulla poltrocina del locale per toccarmi il culo e lì è rimasto, rintronato dagli schiaffi e i pugni che gli ho mollato

#quellavoltache devo spiegare alle mie due figlie che il loro corpo è loro e nessuno ha alcun diritto di invadere il loro spazio. Senza raccontare che mettermi sul piano della violenza è stata la mia sola difesa. Questa è #quellavolta più complicata.

#quellavoltache di Anonima

13 anni di matrimonio e due figlie. .
Un pezzo di vita dedicato alla famiglia con amore ho dato tutto quello che potevo e avevo.
Ho finalmente deciso di separarmi lottando e scappando dalla pressione psicologica del mio ex marito che non ha compreso le mie motivazioni profonde rispetto ad un matrimonio che non esisteva più. .
E con il cuore in gola ancora oggi nella notte mi sveglio e sento nella mia testa le sue parole, quando col coraggio che non avevo uscii da quella casa per non tornarci più:
– voglio vedere quando sarai brutta e vecchia chi ti prenderà –
sei una t…a –
una p…..a
-LAVA LE LENZUOLA PRIMA DI FAR DORMIRE LE TUE FIGLIE SUL TUO LETTO-
Al tempo stavo anche subendo un mobbing pressante dal mio datore di lavoro ( alla fine mi licenzio’) che mi aveva portato all’esaurimento ..
Ricordo che una sera venne un ragazzo (che reputavo un amico di famiglia) a casa e mentre piangevo davanti a lui e al mio ex marito tentando di spiegare il mio malessere questa persona mi guardò e mi disse: “magari ci stai anche andando a letto con il tuo titolare…”

le #quellavoltache di Anonima

#quellavoltache avevamo 10anni io e la mia migliore amica uscivamo dalla chiesa dopo la messa e puntualmente si presenta in giro in macchina il solito viscido,ma questa volta non si limita a passare e gurdare, cammina piano e noi non lo sentiamo e ci sbatte il muso della sua auto da dietro, esce la testa inizia a dire roba a noi incomprensibile, avevamo entrambe una gonna di jeans.Lo dissi a papà questa volta, lo cercò in giro minacciandolo con una mazza da baseball. Adesso si abbassa gli occhi con me ma continua a guardare languido le ragazzine più piccole e i carabinieri lo sanno, io gli è lo detto ma non possono farci nulla.

#quellavoltache avevamo da poco iniziato la 2media, io e il mio vicino di casa non che migliore amico decidiamo anche oggi di fare i compiti assieme,seduti alla sua scrivania ricordo che ha voluto vedere bene il mio nuovo orologio cosi lo tolsi, ad un tratto mentre ero concentrata sull’orologio tenta di toccarmi il seno quel pochissimo e quasi inesistente seno,mi sono sentita morire e sono scappata lasciando il mio orologio la,avevo paura si presentasse dietro la porta con la scusa dell’orologio.Me lo portò sua mamma qualche giorno dopo.Non ne parlammo mai più ma io mi sono allontanata.Adesso abbiamo ripreso i rapporti ma dentro di me rivedo quella scena sconcertante, era un fratello!

#quellavoltache avevo 16 anni e da sei mesi frequentavo questo ragazzo dolcissimo innamorato pazzo di me e io di lui,abbiamo fatto l’amore insieme entrambi per la prima volta,poi ha iniziato ad essere ossessivo,non potevo fare i capelli in un modo o un altro,non potevo indossare nulla di diverso,non potevo parlare con le amiche,è io continuavo a non capire,un giorno mi sono stancata ma lui chiedeva sempre il confronto,ho accettato,mi ha portato in macchina alle 11 di mattina in piena campagna,lui si era alzato da 5min e sentivo l’odore di uno che si è alzato da poco, insiste insiste a farlo un ultima volta io non voglio e sento ancora quell’odore nauseante,lo lascio fare ma io non sono li con lui io sono altrove.Non mi perdonero mai per esserci ritornata dopo poco ma le cose ovviamente non andavano lo lasciato anche se diceva di uccidersi è cosi che mi teneva in pugno,minacciava di suicidarsi. Adesso sto bene ma quando lo vedo qualcosa in me si spegne la luce che ho negli occhi sparisce. Adesso ho accanto una persona straordinaria che si fida di me e mi tratta come una donna forte,che è ciò che sono, e lo so.

#quellavoltache di Agnese

All’età di 20 anni ero una ballerina e coreografa. Era terminato da poco il nostro show in un noto villaggio turistico, e come ogni sera ci si ritrovava con clienti e colleghi per scambiare due chiacchiere e perché no,continuare a danzare in un grande spiazzale a bordo piscina. Lui che all’epoca era il mio ragazzo, preso da un raptus di gelosia inimmaginabile (nella sua mente marcia io, solo perché donna, potevo essere in ogni istante oggetto di desiderio per qualunque uomo) mi strattonò dietro le quinte e cominciò a prendermi a schiaffi e spintoni urlandomi “TROIA” con tutta la rabbia.La sua forza era talmente brutale da non riuscire più a difendermi in alcun modo. Mi spinse più volte fino a quando non caddi al suolo e proprio mentre ero lí sola, urlando AIUTO con quel poco di fiato che mi rimaneva, iniziò a prendermi a calci e pugni senza nessuna pietà. I miei abiti erano distrutti,la mia mente mi chiedeva di reagire ma il mio corpo non rispondeva più. Mi sollevò,continuò a strattonarmi e mi porto in camera costringendomi a star zitta e a dormire accanto a lui come se nulla fosse accaduto altrimenti mi avrebbe picchiata ancora. Chiaramente quella notte non chiusi occhio continuando a piangere ininterrottamente e il giorno dopo lui ricominciò.
La più grande fortuna della mia vita e la mia unica forza, fú una mia collega che non vedendomi più cominciò ad insospettirsi fino a quando non mi rivide il giorno seguente piena di lividi ed in lacrime. Lì capì tutto e vi giuro,avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvarmi. Da allora è e sarà sempre il mio angelo anche a km e km di distanza. La mia salvezza si chiama Pilar ed io sono Agnese e grazie a lei VIVO ANCORA!!!

#quellavoltache di Anonima

sono senza amici. Per fortuna quando vado a trovare mia nonna c’è il figlio di una sua amica, di pochi anni più grande di me. Ottimo studente con una media altissima, coltissimo, amante degli animali. Vince un concorso di chitarra classica dietro l’altro; il ricavato lo dà in beneficienza alle associazioni animaliste. Il figlio perfetto, lo studente modello.
Finché un giorno non mi chiede di fare una passeggiata con lui. Ci inoltriamo nel bosco, e lui si fa silenzioso. Arrivati in mezzo al nulla, vicino a un casolare abbandonato, si cala i pantaloni e mi dice che non mi riporterà indietro fino a quando non gli farò un pompino. Io ho undici anni, uno scricciolo che gioca con le bambole sogna di essere il personaggio di qualche storia d’avventura. Lui ne ha quattordici, ma è il triplo di me.
Insiste. Mi accorgo che non so dove sono. Non so tornare indietro. Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto. Con orrore mi rendo conto che anche se volessi scappare o urlare non ne sarei in grado. Tremo. “Ora mi vomito sui piedi”, penso, e sono sicura che sarà una questione di secondi, perché il mio corpo è totalmente fuori controllo. Ma per fortuna i pensieri rimangono lucidi. Cercando di non far vedere che sto per collassare proprio lì, davanti a lui, dove nessuno mi troverà mai, raccolgo da terra un pezzo di steccato: una vecchia asse di legno con un chiodo piantato in cima. Non so come sorrido sprezzante, e in sussurro -ma solo perché non so parlare più ad alta voce di così, ogni sillaba la devo strappare a forza dalla gola- gli dico che se osa avvicinarsi di un passo gli sfondo il cranio. Devo sembrare abbastanza convincente: lui mi riporta indietro, e io non lascio la mia arma fino a quando non sono al sicuro.
Ma questa è solo la prima di tante volte.

Ci fu #quellavoltache mi chiuse a chiave nella mia stessa camera.

#Quellavoltache mi chiuse a chiave per un’ora nella cantina di casa mia, mentre io piangevo e le sue mani si infilavano sotto la maglietta. Ancora oggi, quindici anni dopo, non riesco a scendere le scale di quella cantina.

#Quellavoltache a tredici anni mi bloccò i polsi contro il muro con tale forza da lasciarmi i lividi, mi infilò la lingua in bocca e mise le mani nelle mie mutandine, iniziando a slacciarsi la cintura. E mi disse ” E’ così che fanno le persone che si amano”. E disse: ” E’ colpa tua, mi hai provocata.” Perchè era agosto, e io, in casa mia, tredicenne con ancora il corpo di una bambina, indossavo un paio di pantaloncini corti e una canottiera con un su un gattino. Ci credetti. Credetti a ogni sua parola. Non ho mai più messo quei vestiti.
E mentre mi diceva questo, mentre mi faceva male, io riuscivo solo a pensare che lui si era dimenticato di aver in tasca il suo coltello. E se solo se ne fosse ricordato sarebbe stata la fine. “Devi distrarlo, devi distrarlo, se se ne ricorda è finita. ” Erano le uniche cose che riuscivo a pensare. “Tieni la schiena dritta, dritta! Non lasciarti scivolare contro il muro. Se mi schiaccia a terra mi stupra e poi mi sgozza come un maiale. ” Lo tenni impegnato cinque minuti, credo. Mi parvero un’eternità, ma riuscii a divincolarmi e scappare. Ero sicura che se avessi sbagliato sarei finita lì con la gola squarciata. Ero sicura che sarei morta. Ma l’avevo fatto arrabbiare, ne ero sicura.
Non mi sbagliavo.
Una settimana dopo trovò una ragazzina che mi somigliava. Non si seppe mai esattamente cose le successe. Lei era talmente sotto shock da non aver memoria dell’accaduto. Quello di cui si è sicuri è che la picchiò con una sbarra di metallo, e poi le strappò un occhio a mani nude. Quando la trovarono, il bulbo oculare le pendeva sulla guancia. E io sapevo che quello doveva essere il mio occhio, la mia guancia. Il mio viso. Mi ero salvata, condannando un’altra ragazzina che aveva come unica colpa quella di somigliarmi. Mi sentii come se io stessa le avessi rubato la vita, il futuro, la felicità. Per dieci anni non ho potuto fare a meno di pensare che se fossi restata ferma, se mi fossi fatta stuprare, lei ora sarebbe salva. E non ho potuto fare a meno di punirmi per questo. Per tentare di espiare.
Non ho avuto la forza di denunciare. Dopotutto, aveva già una denuncia per tentato omicidio e lesioni aggravate. Non bastò neanche quella. Lo lasciarono andare poco dopo. Si intrufolò in casa di un’altra ragazza da cui era attratto. Per fortuna lei quella notte non era in casa, dormiva da un’amica. Lui non poté fare altro che rubarle l’intimo dai cassetti. Poi commise uno stupro, minacciando una ragazza con la pistola. Ora è di nuovo fuori, con alle spalle una scia di bambine, donne e ragazze con la vita distrutta. Mi è stato detto che ho sbagliato a non denunciare, che tutto quello che è successo dopo è stata colpa mia, ma come si può avere la forza di denunciare se sai che dopo pochi anni potresti trovartelo davanti casa? Non c’è giustizia. Siamo sole davanti alla società. Possiamo solo farci forza, rialzarci e sopravvivere. E provare a riappropriarci di quella vita che ci è stata rubata.

le #quellavoltache di Eva

avevo 24 anni, stavo andando a Milano in treno, un viaggio di cinque ore.
Eravamo a Lodi, mancava circa un’ora all’arrivo e io ero rimasta sola nel mio scompartimento.
Una montagna d’uomo sulla quarantina entra, si siede davanti a me e inizia a fissarmi insistentemente il seno. Io mi volto verso il finestrino e prego dentro di me che se ne vada. Invece, lui mi chiede: “Scendi a Milano?”. Non rispondo, non lo guardo.
Lui si alza e viene a sedersi sul sedile di fianco al mio: “Posso offrirti 50 euro per guardarti fino a Milano?”.
Non sapevo cosa fare, se alzarmi e andarmene, ma avevo paura che potesse reagire male, o se rimanere lì in silenzio per non provocarlo, o se iniziare a urlare per chiamare qualcuno.
In quel momento per fortuna è arrivato il controllore. Lui ha mostrato il biglietto e se n’è andato.
A quei pochi a cui ho raccontato la storia, ho detto di avergli chiesto io di andarsene e che lui, grazie al cielo, mi ha dato retta. La verità è che non ho trovato la forza di farlo e mi sento ancora in colpa per questo.

#quellavoltache Davanti casa mia c’è un garage coperto e quasi tutte le mattine per andare al lavoro ne incrociavo il proprietario/gestore, un signore sui sessant’anni, che di solito era fuori a chiacchierare con qualcuno o a fumare una sigaretta. Un semplice scambio di cortesia con una persona che si conosce di vista e che si incrocia bene o male abitualmente: “Buongiorno” e “Buongiorno”.
A settembre, al ritorno delle vacanze, esco di casa la mattina per andare in ufficio e lui è sempre lì. “Buongiorno”, mi dice lui come al solito, e io rispondo: “Buongiorno”.
Sto per andare, quando lui chiede: “Come sono andate le vacanze? Sei stata al mare?”, rispondo: “Sì, sono stata in Puglia”.
“Davvero?”, dice lui. “Anche io! Magari ci saremmo potuti incontrare!”
“Beh, insomma, la Puglia è bella grande…”
“Non ti nascondo che avrei proprio voluto vederti in spiaggia. Hai proprio un bel culo”.
Credo di essere rimasta lì in silenzio per un paio di secondi, basita. Dopo di che, sono letteralmente schizzata via.
E, chiaramente, dopo aver raccontato l’accaduto mi sono pure beccata il “cogliona” dei colleghi, perché “se lo saluti, è ovvio che poi lui prende confidenza”.
Ovvio. Certo.
Ah, io avevo 22 anni all’epoca.

#quellavoltache di Anonima

avevo 16 anni. La mia amica mi invita a casa di un ragazzo con altri ragazzi che conoscevo appena, cercando di convincermi a tutti i costi nonostante avessi i miei dubbi e non mi andasse tanto di uscire. Non avevo cenato quella sera e arrivati a casa del ragazzo vedo soltanto bottiglie di superalcolici sul tavolo della cucina. Ingenuamente non ho pensato ci fossero cattive intenzioni e ho iniziato a bere, senza neanche conoscere bene i miei limiti. C’era un altro ragazzo, insopportabile per quanto egocentrico e pieno di sé. Iniziamo a punzecchiarci, mentre si continuava a bere. Ad un certo punto iniziamo a baciarci e mi sbatte in camera da letto. Eravamo per terra. Io non ci capivo niente. La mia amica era pure ubriaca (anche se meno di me) e ogni tanto entrava ridendo, dicendomi di stare attenta e che dovevo alzarmi ma senza fare nulla di concreto. Ricordo che questo ragazzo ha provato a mettermi la mano dentro i suoi pantaloni e che dicevo di no, che non volevo, ma lui insisteva e alla fine ha infilato lui la mano dentro le mie mutandine. È l’ultimo ricordo che ho di quella serata. Poi mi sono svegliata in ospedale per poco… mi ci avevano portato i miei che mi avevano chiesto di ritornare entro mezzanotte e si erano preoccupati perché non rispondevo.
Mi sono risvegliata poi a letto, nella mia stanza.
Ero pallida e avevo un viso orribile.
La sofferenza maggiore è stata affrontare i volti dei miei genitori, distrutti, che non avevano idea di cosa fosse successo ma avevano ovviamente capito l’entità del problema. Ho pensato che fosse esclusivamente colpa mia, che fossi stata una stupida e un’ingenua. Mi sono odiata.
Ho preso la pillola del giorno dopo perché non potevo essere davvero sicura al 100% se fosse successo qualcosa di più di quel che credevo. E tutt’ora penso che sia stata quella il motivo per cui ho sofferto di amenorrea per anni.
Quando poi ho parlato dell’accaduto con la mia amica, arrabbiandomi con lei perché non mi aveva difesa e non aveva fatto niente per evitare ciò che era successo, lei con tranquillità mi rispose che “non era mia madre e che le cose si fanno in due”.
Ma io ero ubriaca marcia e non ero in grado di capire davvero cosa stesse succedendo.
Ho chiuso qualsiasi rapporto con lei da quel giorno.
Dopo i primi momenti di vergogna e sensi di colpa ho subito reagito con forza, cercando di dimenticare totalmente l’accaduto.
Soltanto oggi, riflettendoci con più maturità e consapevolezza, mi rendo davvero conto che è stato un abuso in piena regola e almeno oggi per la prima volta riesco a dare un nome a ciò che è successo.

#quellavoltache di Anonima

avevo 16 anni e stavo andando dal mio ragazzo di allora con la metropolitana. E un signore sulla quarantina si è seduto a fianco a me è mi ha iniziato a toccare una gamba. Poi ha spostato la mano fumo a sfiorarmi in mezzo alle gambe. Mi sono alzata e ho cambiato vagone.

#quellavoltache sull’autobus un signore me lo ha appoggiato sul fondoschiena.

#quellavoltache in coda per entrare a ballare in discoteca un ragazzo me lo ha appoggiato. E all’inizio pensi sia per la ressa, non pensi lo sto facendo apposta. Invece sì lo stava facendo apposta. E non riuscivo a muovermi.

Quando racconti cosa hai subito quando ancora non avevi nemmeno 18 anni, ti guardano e ti dicono “perché non hai urlato? Perché non gli hai tirato una gomitata, un pugno, un calcio?” Perché io voglio essere libera di prendere i mezzi pubblici o di fare una fila senza sentire un uomo addosso a me. Perché sul momento non ci sono riuscita. Perché avevo paura di essere seguita. E quindi sono stata zitta. Come tante altre donne.

#quellavoltache di V.A.B.

 al nuovo cantiere, il responsabile della sicurezza mi ha toccato il seno “per sbaglio” col dorso della mano per farmi vedere una foto sul telefono. Ho pensato davvero ad un gesto non fatto apposta. Ma dopo un paio di giorni, mentre assistevamo ad una ripresa per una pubblicità in cantiere, l’ha rifatto, davanti a tutti che ridevano e io gli ho mollato un ceffone a 5 dita in piena faccia. Il punto è che tutti i presenti, mi hanno poi detto di aver avuto una reazione “esagerata”, che lui lo faceva solo per scherzare. mi viene da piangere ancora adesso a pensarci, non per il gesto in se, ma il fatto che la colpevole ero io, che avevo “esagerato” a dargli uno schiaffo davanti a tutti, anche a quelli della troupe

#quellavoltache di M. B.

quella volta che a 10 anni l’allenatore di corsa mi toccava il seno, e io ho smesso corsa e cominciato pallavolo. a 12 in giro in bici si affianca un automobilista , lo tira furi e se lo mena. a 14 in autostop io e un’amica abbiamo tirato il freno a mano e siam scappate per i campi. A 20 anni con la macchina parcheggio al centro commerciale di fianco a me un signore che si masturba con i finestrini giù mentre le signore passano. Tiro giù il mio finestrino e indicandogli il pisello mi metto ridere come una matta, è scappato di corsa! ma bastaa!!

#quellavoltache di Anonima

Quellavoltache… forse non riuscirò mai a ricordare tutto ma so che i miei cugini hanno fatto del male a me e penso anche a mia sorella … io mi incolpo del fatto che non ho detto nulla e non ho mai parlato di questo con lei e forse non ne parlerò mai perché a6/7 anni quello che vuoi é solo giocare con le bambole e non bruciare questi passi che hanno il tempo il modo e la persona giusta… ho 31 anni ho subito tante di quelle violenze fisiche psicologiche in mezzo alla strada a lavoro dai miei cugini che sono parte della mia vita e della mia famiglia… non denunci non parli perché io ancora adesso mentre ve lo sto scrivendo mi sento morire perché non ho saputo salvare mia sorella da tutto questo schifo e vorrei morire per questo…

#quellavoltache di Maria

Quella volta che a 15 anni chiesi il permesso ai miei genitori di andare con la mia amica di scuola e sua madre a fare shopping, la madre ci avrebbe accompagnate ma sarebbe rimasta sempre con noi, e lui mi ha risposto “no, tanto lo so che va a finire che ti sdrai nel sedile posteriore della macchina del primo che capita”, io non uscivo mai, giocavo ancora con le bambole, sempre voti alti, piansi tutto il pomeriggio ma ci ho messo anni di terapia per capire che mio padre quel giorno mi aveva dato della puttana.

Quella volta che mia nonna paterna disse che le donne sono tutte puttane, lei madre di 2 figli maschi che ha cresciuto con questa idea, ha avuto 4 nipoti, tutte donne.

Quella volta che sempre lei disse alle mie cugine sposate che devono sempre fare quello che dice il marito perché lui comanda.

Quella volta che a 17 anni in treno mentre parlavo con una mia amica un ragazzo inizia a chiamarmi, lo ignoro, si avvicina e mi tocca i capelli, sono scattata come una molla nell’altro vagone.

Quella volta, 27 anni, che seduta su una panchina, in un pomeriggio di giugno, questo giugno, guardo il telefono mentre aspetto che la persona con cui sono fidanzata mi viene a prendere, si ferma una macchina, un vecchio “Ciao, sei carina, sali?” Schifata e impaurita mi alzo, cammino in direzione opposta, era una strada frequentata in pieno pomeriggio.

Quella volta che il barista, mente esco dopo aver pagato il caffè, mi prende la mano la trattiene e la bacia, io cambio bar; il benzinaio mi fa complimenti continui ma conosce mio padre e io non mi fermo mai più a lungo del tempo di fare benzina, una sera dice che ha bisogno di pannolini per il figlio e gli do un passaggio fino in farmacia, 500 metri, mi bacia sulla guancia e io non volevo salutarlo così , mi impaurisco, mi resta la sensazione di umido sulla guancia e cambio benzinaio; il tizio della rosticceria si siede vicino a me mentre consumo il pranzo, guardo palesemente il mio telefono per tenere d’occhio l’ora per la pausa pranzo del lavoro “ho cucinato con più amore, sai?” faccio un mezzo sorriso, mangio più veloce “ti è piaciuta la pasta?” Dico di si, ho un piede già per strada e mi chiede “torni qui? Per me o per la pasta?” Non ha fatto domande né si è seduto vicino ai clienti uomini, presenti.

Perché una donna non può prendere un caffè, fare un pieno o consumare il pranzo in santa pace? Ho cambiato per colpa loro 3 posti, sempre più lontani dal lavoro, meno comodi o con prodotti che non mi piacciono, per sentirmi al sicuro. Quando ho letto di questa iniziativa pensavo di non aver nulla da dire, invece ogni giorno capita un episodio, anche se non eclatante, è comunque una molestia.

#quellavoltache di Federica

mi ero appena lasciata con il mio ex ragazzo, io 21enne LUI 30enne. – La storia che voglio raccontarvi é in realtà e purtroppo molto più densa di eventi e più lunga, ma cercherò di sintetizzare al massimo. – Dopo circa due giorni dall’accaduto, il suo miglior amico, suo coetaneo, un venerdì sera mi chiede di vederci per parlare della causa della rottura. Ci vediamo, ci prova insistentemente con me e io rifiuto. Torno a casa e mi arrivano tempestivamente diverse sue chiamate minatorie e diversi sms: “non raccontargli nulla mi raccomando”. Io, spaventata, il giorno dopo non sapevo cosa fare. Prima ancora di prendere un decisione, vedo arrivare nuovi suoi messaggi, pieni di offese e minacce. Brevemente, il succo dei msg era: “tu sei una troia, se racconti qualcosa a qualcuno io rendo pubblici i video che ho mentre facevi sesso con lui, li mando ai tuoi genitori” ma anche molto altro. Questi due soggetti erano e sono proprietari di un negozio, spesso io e il mio ex andavamo nel suddetto la sera, vedevamo un film, e sì, consumavamo nel piano di sotto del negozio stesso. Che ne potevo sapere delle telecamere? Non sapevo cosa fare. Vivevo nel terrore. Finale triste: lui disse all’amico, mio ex, che in realtà ci eravamo visti, io gli avevo proposto di fare un’orgia e avevo insistito affinché gli facessi un pompino. Lui non c’era stato, per rispetto nei suoi confronti. Ovviamente. Inutile dirvi che erano delle enormi e meschine menzogne. Allora, di nuovo inizio a ricevere messaggi, questa volta da entrambi i soggetti. E di nuovo offese, e di nuovo minacce. Cattiveria pura. Inutile dirvi anche che alla mia versione veritiera ed oggettiva dei fatti non venne dato nessun credito, nessun ascolto. Io ero troia, falsa, bugiarda, schifosa. Non ne riesco mai a parlare con nessuno, ho passato un anno della mia vita,il successivo, a dormire. Letteralmente dormire, pur di non pensarci. Avevo abbandonato l’università, per stare bene una mezz’ora dovevo bere di brutto, con tutte poi le conseguenze negative derivanti dalle sbornie, e quindi vomiti, paranoie amplificate etc. Non ne riesco a parlare con nessuno, ma questa storia mi ha segnata e mi ha fatto soffrire, avrei voluto essere più forte, ma avevo troppa paura di lui.

#quellavoltache di Marianna

#quellavoltache che durante un concerto, avevo sedici anni, mi sentii palpare il sedere, tra le natiche. Pensai fosse lo zaino di qualcuno, pensai che non poteva essere una mano. E invece lo era, quella di un uomo anziano che mi guardava viscido.

#quellavoltache durante un altro concerto, un uomo mi ha afferrato tra le gambe e se ne è andato.

#quellavoltache un uomo mi ha toccato il sedere mentre andavo in bicicletta, e io gli ho gridato dietro mentre un gruppetto di altri uomini rideva di me dicendo “e fattela una risata”

#quellavoltache ce ne sono state molte, avevo paura di tornare a casa da sola, la notte.

#quellavoltache un uomo mi ha seguita chiamandomi micetta, bella, gattina, bionda, puttanella, mentre tornavo a casa da sola la notte.

#quellavoltache il ragazzo di cui mi ero innamorata a diciott’anni voleva fare per forza un gioco erotico, e a me non andava, e mi disse: mica ti sto stuprando, troia.

#quellavoltache il mio capo mi ha guardato le tette e detto che ero un bel boccone di donna,

#quellavoltache ho rinunciato alle magliette scollate per mia del mio capo

#quellavoltache il mio capo mi ha detto che mi pensava, la notte, e che avrebbe voluto dirmi come.

#quellavoltache il mio ex ragazzo, furioso per essere stato lasciato, dopo due mesi di torture psicologiche, si è attaccato al citofono di casa mia alle tre di notte gridandomi troia e puttana.

#quellavoltache il mio ex ragazzo, furioso per essere stato lasciato, ha iniziato a guidare per venire a casa mia a fare i conti e spaccarmi la faccia. La macchina, per fortuna si è fermata prima, in mezzo all’autostrada mentre lui isterico mi diceva che era tutta colpa mia.

#quellavoltache mi sono sentita colpevole per un uomo, e invece non avrei dovuto.

#quellavoltache di V.S.

 a 11 anni in un campeggio estivo per ragazzi, durante la serata di cabaret, una ragazzina due anni più grande di me, per far un piacere al suo viscido amico di 16 anni, mi chiese di accompagnarla in bagno ed io ingenuamente lo feci. Arrivate ai bagni fui spinta dentro uno dei gabinetti nei quali c’era lui che si mise davanti alla porta per impedirmi di uscire! Per poterlo fare dovevo baciarlo… lo implorai di lasciarmi uscire, mi misi a piangere volevo scappare ma nn potevo lui era grosso e alto ed io una semplice e piccola undicenne. Mi baciò e mi toccò il sedere dicendomi :《 vedi ci voleva tanto!? 》 Si tolse da davanti alla porta ed io cominciai a camminare per tornare dalle altre mie amichette, ma era come se la ragazzina che c’era prima di entrare un quel bagno, fosse sparita per sempre. Di quell’episodio non feci parola con nessuno, per vergogna, per paura e soprattutto perché me ne davo la colpa. ancora oggi a 27 anni me lo porto dietro e faccio fatica a raccontarlo a qualcuno. Quella sera cambiò per sempre il mio modo di rapportarmi al genere maschile…

le #quellavoltache di T.

da adolescente vivevo fuori città e prendevo l’autobus tutti i giorni. Per arrivare alla fermata passavo davanti ad un piccolo circolo dove, da mattina a sera, uomini anziani sedevano ai tavoli esterni. Questi “uomini”, che avrebbero potuto essere dei nonni per me, usavano fare commenti su di me, sul mio corpo ed, in particolare, sui miei genitali. Io abbassavo lo sguardo e proseguivo.

#quellavoltache una sera d’inverno, aspettavo l’autobus su una strada di campagna abbastanza trafficata. Una macchina si ferma, si abbassa il finestrino, ed un uomo tra i 50 ed i 60 anni mi dice “dai avanti! sali!”. Io sono allibita, non capisco e chiedo “come scusi? può ripetere?” lui continua “dai!” poi, forse a causa del mio sguardo o del cartello della fermata dietro di me, capisce perchè sono lì e farfuglia “ehm sì è che volevo… volevo darti un passaggio! vai a Bologna no?”. io rispondo “se ne vada per favore”. Riparte sgommando e se ne va. Ed io rimango lì a pensare che se avesse voluto mi avrebbe caricata su quella macchina e nessuno si sarebbe fermato ad aiutarmi. Avevo 19 anni.

#quellavoltache sull’autobus mi siedo accanto ad un ragazzino con qualche anno meno di me. Lui mette la mano tra la mia gamba e la sua in modo da sfiorare la mia coscia ed io penso che non è possibile che lo stia facendo apposta. Sposto la gamba e continuo a leggere il mio libro. La cosa si ripete, io mi faccio sempre più piccola nel mio sedile, mi sento stupida, non so cosa fare. è quello che penso o sono esagerata? Alla fine, poco prima di scendere, mette la mano sulla mia coscia. Io gli grido “ma cosa fai?” lui mi guarda come se fossi pazza e se ne va. Perchè non ho reagito prima? Continuo a chiedermelo.

#quellavoltache avrò avuto circa 22 anni, sto aspettando l’autobus nel pieno centro di Bologna, è pomeriggio e ci sono molte persone attorno a me. Un uomo alto e grosso sui 45 si avvicina e mi dice “Ciao, come sei bella, non mi vuoi conoscere?” poi prende tra le dita una ciocca dei miei capelli “dai, me lo dai il tuo numero?” io scostandomi farfuglio un “no” insicuro, lui se n’è andato dicendo qualcosa che non ricordo, ma ricordo il sorriso sulla sua bocca mentre mi guarda soddisfatto. Io ho abbassato la testa sperando che la gente attorno a me non mi stesse guardando, umiliata per avergli permesso di entrare nel mio spazio e di toccarmi.

#quellavoltache uscendo di casa con una teglia in mano, da sola ed in pieno giorno, un uomo mi guarda e mi dice “cos’hai lì? una torta di sborra? troia”. Io ho continuato per la mia strada e lui per la sua, sogghignando. Ancora oggi penso che il suo unico intento fosse quello di umiliarmi perchè tanto ad una donna si può dire quel che si vuole senza conseguenze.

#quellavoltache, tutte quelle volte che rientro a casa da sola di notte ed ho il cuore in gola, il passo svelto, la testa bassa ed il telefono pronto in mano. Tutte quelle volte che ci lasciamo imprigionare dalla paura e rinunciamo a fare qualcosa che un uomo farebbe senza pensarci troppo.

#quellavoltache di Irene

Avevo 13 anni e già un fisico vecchio stile (seno e fianchi abbondanti). Il primo amore, il primo ragazzo che mi fece girare la testa. Dapprima solo baci (i primi). Ma una sera mi aspettò sotto casa sua e tentò di fare ben altro, meno male che ci fu qualcuno che scese di casa proprio in quel momento. Il giorno dopo si mise insieme con una delle mie più care amiche. Non mi sono fidata degli uomini per anni.

#quellavoltache di S.

ho conosciuto il ragazzo che mi ha manipolato per farmi fare cose che non mi sentivo di fare, per passarmi ai suoi amici, spargendo anche voci false in giro, sfruttando la mia paura di rimanere sola e il fatto che la mia prima volta fosse stata con lui, sarebbe stato meglio che fossi rimasta a casa, purtroppo sono cose che non si possono sapere prima di finire nel buco nero della manipolazione e non riuscire più ad uscirne. Ricordo ancora la prima volta in cui è successo, le lacrime, la ramanzina per essere tornata tardi, il non potere spiegare niente, perché, quando ti succede una cosa del genere, cosa dici alla tua famiglia ultrabigotta?! Dopotutto ho continuato a frequentarlo per un po’, quindi avrebbero potuto dire che, sotto sotto, mi andava bene. Avrebbero sostenuto che io, sempre stata single e vergine dopo la maggiore età “non assomigliando per niente a Miss Italia”, avrei dovuto capire che un bel ragazzo che ci provava con me senz’altro aveva qualcosa da nascondere. Essere una ragazza fragile (le cercava tutte così, chissà perché…), senza amici, senza conoscere le regole della socializzazione e il linguaggio non verbale (sono una ragazza Asperger) e avere conoscenze sulle relazioni uomo/donna pari a quella media di un paesino microscopico in colon ai lupi non sarebbe stata una scusante. Come mi sentivo? Uno schifo. Non ero più in possesso della mia vita, della mia sessualità, del mio tempo. Ogni volta che tentavo di costruire qualcosa me la stroncava sul nascere. Non ero una persona: ero una sua proprietà. Alla fine ho trovato il coraggio di dire basta, ma a distanza di anni conservo ancora i segni: solo quattro anni dopo sono riuscita a capire di non essere “sporca” e “buona solo per quello”, costruendo una relazione seria (purtroppo finita) con un’altra persona, e solo recentemente, quasi dieci anni dopo, sono riuscita a non sentirmi perennemente in ansia e “col freno a mano tirato” durante un rapporto.

#quellavoltache di Stefania

ero ancora ragazzina, vent’anni, sono passati tanti anni, ma ricordo ancora quelle due che dal sedile di dietro cercano di toccarmi. Ho pensato ad un errore, Ho pensato che si aggrappasse al sedile e non intendesse toccarmi. Ho messo il giubbotto tra me e le dita ed ancora sono riuscite a valicare la barriera ed a raggiungermi. Non ho mai guardato in viso il proprietario delle dita. Per un bel po’mi sono chiesta se mi fossi sbagliata. Ero giovane e non me ne capacitavo. Ora che giovane non li sono più, non ho dubbi! Ancora mi condanno per non aver reagito, per non avergli detto di smetterla.

#quellavoltache di Alice

avevo 15 anni e da poco avevo fatto pace con il mio corpo nuovo non più di bambina. Ero in fila con i miei genitori agli stand di una sagra di paese. Un vecchio in coda dietro di me mi ha infilato la mano la tra le cosce, diverse volte, senza che io riuscissi a reagire. Era la prima volta che mettevo una gonna corta. Mi sono sentita umiliata e per molti tempo sono rimasta arrabbiata, ma con me stessa per quell’idea stupida e frivola di volermi mettere una minigonna. Poi ho capito che la colpa non era mia. Ma non l’ho mai detto a nessuno e la rabbia è ancora fresca, anche dopo 20 anni.

le #quellavoltache di Chiara

avevo 16 anni, ero ad un concerto e ho visto un uomo di fianco a me masturbarsi guardando il sedere di due ragazzine (avranno avuto fra i 12 e i 14 anni). Ho avuto paura ed anche se è stato allontanato subito, non l’ho mai dimenticato.
#quellavoltache un ragazzo indiano mi ha seguita per strada perché “voleva conoscermi” e anche se avevo detto di no, doveva insistere.
#quellavoltache alle scuole medie le mie compagne venivano braccate in classe, bloccate nell’angolo dai ragazzi che le toccavano. C’era chi ricambiava l’interesse e chi scoppiava in lacrime.
Ci sono tante piccole volte nella vita di ognuna di noi.

le #quellavoltache di G.

io e la mia amica a 17 anni eravamo uscite da un bar in centro. Eravamo in vacanza,appena finito il liceo. Sera tardi durante una calda settimana estiva, tardi ma neanche troppo, mezzanotte massimo, ci incamminiamo verso le bici per tornare a casa. Sentiamo dei passi, ci voltiamo. Un uomo molto più grande di noi ci nota e cambia la sua direzione verso di noi. Fischia e aumenta il passo, in giro non c’era nessuno. Iniziamo a spaventarci sempre di più, Il passo lo aumentiamo anche noi fino a trasformarlo in una corsa furiosa che termina solo quando arriviamo alle bici un chilometro dopo. Ricordo ancora il rumore dei miei sandali e il batticuore termninato solo a casa e il pensiero di quello che sarebbe potuto succedere.

#quellavoltache a 21 anni finisco il mio tirocinio in azienda durante l’università, saluto tutti amichevolmente, alcuni con un abbraccio perchè si era instaurato un bel rapporto. Uno con cui non avevo avuto molto a che fare viene verso di me a braccia aperte per salutarmi. Gli vado innocentemente incontro perchè mi sembrava sgarbato tirarmi indietro. Mi ha tenuto ferme le braccia nella sua stretta e ha provato a baciarmi tirando fuori la lingua. La scena è durata diversi secondi. Io ho schivato ma mi sono sentita di merda e soprattutto debole e in colpa per non aver reagito con un calcio nei coglioni. C’ho ripensato molte volte. Era una sede ufficiale e c’erano anche altre persone presenti, mi sono sentita pietrificata da queste cose. L’unica frase che ho sentito in mia difesa da una persona presente è stata un pacato ” lasciala in pace dai”

#quellEvoltEche mi hanno toccato il culo in un locale, ma lì un calcio se lo sono presi

#quellavoltache di Alice

avevo 7 o 8 anni al massimo, il mio vicino di casa 5 in più. Giocavamo insieme tutti i pomeriggi, finché a un certo punto non cominciò a toccarmi con ogni pretesto le parti intime e a dire agli altri ragazzini delle case vicine che eravamo fidanzati.
Inutile che io negassi e gli dicessi di smetterla, era diventato talmente insistente che alla fine il disagio superò la vergogna e raccontai tutto a mio padre, che mi disse di dire a quel ragazzino che se avesse continuato sarebbe intervenuto lui.
Così feci e lui smise, ma ricordo ancora, come se fosse ieri, che rispose che avevo sbagliato a dirlo a mio padre, perché lui mi voleva bene ed è così che si fa quando si vuole bene a qualcuno. Sembrava molto triste e alla fine fui io quella che finii per sentirsi in colpa.

le #quellavoltache di Claudia

a 8 anni stavo tornando a casa dalla biblioteca sotto i portici del mio paese, un anziano dall’altra parte della strada mi chiama e pensando che avesse bisogno di aiuto attraverso la strada e lui inizia a baciarmi sul collo. Sono rimasta immobile 3 minuti, guardando impaurita dietro le spalle dell’uomo i passanti che indifferenti continuarono a camminare, prima di accorgermi cosa stava accadendo, scappare e entrare in cartolibreria a chiedere aiuto. La sera mia mamma mi ha accompagnato a denunciare. L’ho rivisto anni dopo, ormai adolescente, nella gelateria del paese e la paura era la stessa provata da bambina.

#quellavoltache a 15 anni ero andata a ballare a uno schiumaparty con le mie amiche e fra tutta quella schiuma mille sono stati i palpeggiamenti ad ognuna di noi.

#quellavoltache a 18 anni mi sveglio, dopo una serata in cui avevo decisamente bevuto troppo, e allo specchio vedo un succhiotto sul mio collo. Mi spavento perchè non ricordo nulla, inizio ad indagare e chiedo a quello che allora consideravo mio “amico” se sapeva cosa era accaduto la sera prima. La sua risposta è stata “non ti ricordi davvero? ti ho accompagnata a casa perchè non ti reggevi in piedi e ci siamo divertiti un pò”. Scopro dunque di essere stata violentata. Ne parlo con le mie “amiche” in cerca di conforto e le loro risposte sono state, “hai bevuto troppo, se bevi fino a quel punto te lo vai a cercare”, “è impossibile che tu non ricorda, sicuramente l’hai voluto anche tu, non incolpare lui”. E così ho fatto..per anni mi sono sentita in colpa per aver bevuto troppo e per aver permesso che accadesse una cosa del genere. Ma per fortuna prima di sentirmi in colpa per anni ho voluto vederlo e parlarci e oltre ad avergli spiegato la gravità dell’azione mi sono fatta promettere che mai e poi mai avrebbe ripetuto quello che era successo con me con altre ragazze. E già allora una parte di me sapeva che senza il consenso è violenza.

#quellavoltache di Anonima

a 21 anni lavoro in estate in un negozio con un conoscente di mia mamma di cui lei si fidava, e una sera vengo trattenuta nel negozio con la scusa di un aperitivo con una bottiglia di vino, mi fa bere più del dovuto e a mettere a posto la merce a un tratto mi prende da dietro con le braccia e mi blocca, gli dico di lasciarmi, le mie gambe sono paralizzate dalla paura e non reagiscono consapevole dell’epilogo della situazione e continua a stringere, glielo ripeto ma niente, continua a sorridermi e fa scorrere le sue mani sotto la maglia fino al seno… Solo allora con un tono più deciso mi lascia andare. Mi prega di non raccontare nulla a mia madre, io quella notte non dormiii, mi rigirai tutte le ore sveglia e sentivo le sue mani addosso… Mi sono promessa di non farmi più prendere dalla paura in quelle situazioni ma di reagire con violenza. A mia madre raccontai tutto 3 mesi dopo quando ebbi finito di lavorarci, e lei per farlo sentire uno schifo lo punzecchiò con frasi ambigue che fecero effetto perché lui si sentiva inadeguato, imbarazzato e a disagio perché si capiva che mia mamma qualcosa sapeva ,ma lui non capiva se fosse effettivamente così o meno , per cui non poteva nemmeno chiedere la conferma.

#quellavoltache di Anonima

anche se di episodi ne avrei moltissimi ma quello più grave è quello che riguarda l’ex marito di mia madre che ha abusato sessualmente sia di mia sorella a 14 anni che di me a 11. E quando mia madre ha cercato di trovare un modo per denunciare la cosa dopo che eravamo scappate da quel inferno,è stata persuasa a non fare nulla perché tanto non ci avrebbero creduto. Lui non ha mai subito conseguenze e intanto ha rovinato due vite. Tre anni fa già da adulta volevo denunciare, lui mi ha incolpato di averlo provocato. Uccisa e umiliata per la seconda volta ho lasciato perdere–il dolore è stato più grande del coraggio

le #quellavoltache di Anonima

esco di casa in una grande metropoli europea, alle due di pomeriggio e d’estate, un ragazzo dall’altra parte della strada mi saluta, io fingo di non capire, inizia a parlarmi in inglese, io continuo a ignorarlo e lui insiste, e si avvicina. Io torno indietro e scappo dentro casa terrorizzata, anche se era pieno giorno e io avevo più di 20 anni, e mi sento stupida a farlo ma insieme spaventata dal fatto di trovarmelo vicino. Esco di nuovo di casa dopo mezzora buona.

#quellavoltache nella città universitaria dove ho studiato i ragazzi delle superiori festeggiavano i 100 giorni prima della maturità, e “per scherzo”, mi viene detto, due imbecilli da dietro mi si avvicinano e toccano il culo. Io riesco solo a spiaccicare un “ma siete scemi?” mentre quelli se ne vanno sghignazzando, ed erano le tre del pomeriggio, e mi sono sentita minuscola anche se ero sicuramente più grande di loro.

#quellavoltache ogni volta che salgo su un treno, mi trovo in un parco, devo tornare a casa da sola o trovare un posto su un autobus e il mio cervello in automatico analizza la situazione e il rischio cercando di mettermi al sicuro (vicino a un’altra donna, in uno scompartimento pieno, accanto alle mamme che fanno giocare i bambini), producendo una sensazione di minorità che gli uomini spesso non riescono a comprendere, e strategie che, comunque, potrebbero benissimo non servire a niente per proteggermi.

#quellavoltache di Gabriella

#quellavoltache che al parco un uomo estraneo chiedendomi l’età mi disse che avevo l’età giusta per fare l’amore… Avevo 9 anni

#quellavoltache di Anonima

#quellavoltache a 7 anni, in piscina vicino casa, un ragazzo di 25 mi costrinse a stare nell’acqua con lui, ferma vicino al bordo: mi circondava con le braccia, sentivo l’odore della birra del suo alito, e il suo pene contro il mio sedere, e io cercavo di andare via e lui diceva “due minuti, dai due minuti”, e nonostante la piscina fosse affollata nessuno è intervenuto. Minuti, forse mezz’ora, fino a quando non si è stancato e mi ha lasciata andare.

#quellavoltache da adolescente, per non far capire ai miei amici che ero lesbica, mi facevo toccare e scopare dai ragazzi perché era già difficile essere un maschiaccio, continuo bersaglio di prese in giro e cattiverie, figuriamoci avessero saputo che mi piacevano le ragazze.

#quellavoltache durante una gita, mentre prendevo il sole distesa sulla pancia, mi si sono gettati tutti addosso (6,7, non ricordo quanti fossero) mimando un’orgia e mi hanno tolto il respiro, non riuscivo neanche a dirgli di togliersi, e poi dato che tutti ridevano non gli ho fatto vedere che a me veniva da piangere.

#quellavoltache da adolescente, una domenica pomeriggio a casa di un coetaneo, qualcuno ha messo un porno alla tv e ha tirato fuori una bottiglia di liquore, e abbiamo bevuto tutti moltissimo e poi, quando ero quasi svenuta sul divano, hanno provato a mettermelo in mano a turno e ricordo il senso di impotenza perché volevo reagire, picchiarli, gridare ma il mio corpo non rispondeva.

#quellavoltache sull’autobus di ritorno da scuola ho avuto una sensazione strana e poi mi sono resa conto che il ragazzo di fronte a me stava strusciando il suo pene sulla mia mano aggrappata al sostegno. Ho tolto la mano, mi sono messa a gridare, l’ho insultato tanto forte che è sceso immediatamente alla prima fermata, ma intorno a me non ho trovato nulla, solo il vuoto e gente che guardava fuori dal finestrino.

#quellavoltache pensavo di essere al sicuro, sul sedile posteriore di un’auto guidata da un amico, e invece la ragazza seduta accanto a lui mi si è gettata addosso con tutti i suoi 120 kg cercando di baciarmi e riuscendo persino a strapparmi i pantaloni infilandoci una mano dentro, e io ero talmente incredula e schifata che queste cose potesse farle addirittura UNA DONNA, che non sono riuscita a reagire subito e ho finito per lasciarla fare, fra le urla di incitamento di lui che guidava, anche perché la sua stazza non mi permetteva alcun movimento e poi quando l’ho raccontato alle mie amiche mi hanno riso in faccia ma era quello, io sapevo che si trattava di violenza

#quellavoltache di Amelia

Quella volta che sono stata zitta per troppo a lungo. Inizia tutto quando dovevo iniziare la prima media (vivevo ancora nel mio paese di origine). Faceva caldo e quindi con i miei cugini abbiamo passato la serata davanti al portone di casa, quando a qualcuno venne la brillante idea di raccontare storie dell’orrore. Il mio dramma iniziò quando poi, tutti a casa, dovevo dormire, visto che ho paura del buio sin da piccolissima, quindi chiesi a mia madre se potevo dormire in un divano letto del salone dove c’era pure mio fratello. Non immaginavo che quella sera mi sarei svegliata più volte, senza riuscire a respirare: la prima volta mi sveglio con il pene e le palle di mio fratello davanti la faccia (ho il sonno pesante purtroppo) cercando di farle entrare nella mia bocca, cerco di toglierlo e lo spingo con le mani cercando di farlo cadere dal divano, troppo pesante, però lui capisce che non dormo più e si leva da solo tornandosene nel suo divano. Dopo molti tentativi mi riaddormento e mi risveglio quasi subito dopo con lui sopra di me, cercando invano di penetrarmi, gli dico a bassa voce: ” ma che fai, lasciami in pace vai via” e cercando di farlo andare via con le mani. Ritorna nel suo letto, solo che in quell’ istante vedo un’obmra dietro la colonna che c’era in salotto. Era mia madre, che entra infuriata in salotto, e dopo poco arriva mio padre: paura, non so che fare, mi scendono le lacrime da sole. Mio padre mi allunga la mano e io con moltissima paura mi avvicino, all’istante in cui tocco la sua mano mi tira un pugno talmente forte da farmi cadere a terra, inizia a picchiarmi e mia madre si alza e inizia ad accanirsi pure lei su di me, poi a un certo punto mio padre si tira indietro per parlare con mio fratello e mia madre mia trascina per i capelli in camera e si mette a chiedermi che cosa avessi fatto e a minacciarmi di togliermi dalla scuola per farmi sposare, ero troppo terrorizzata, riuscivo solo a piangere e a dirle “ti prego no, non farlo!”. Nei giorni seguenti non riuscivo a guardare nessuno negli occhi, anche se sentivo gli occhi dei miei genitori uccidermi, e mia madre ha continuato a minacciarmi per diversi giorni chiedendomi se fossi o no ancora vergine e altre cose. Non so come, ma per anni ho rimosso questo ricordo dalla mia mente, fino a quando non subii un altro trauma, non meno grave. Questa volta vivevo in italia da un anno e mezzo, forse due. Sempre estate, fine anno, mio padre perde il lavoro, e, siccome vivevamo in un posto turistico, mia madre e mio fratello lavorano tutti i giorni in un hotel vicino casa. In quel periodo mio padre inizia ad essere più vicino a me e parlarmi (Non lo ha mao fatto in vita sua, ha sempre ignorato me evun po’ pure mio fratelo). Io ero contenta, e ancora molto ingenua. Un giorno mi abbraccia (innocentemente) e in quel momento rientra mia madre dal lavoro. L’aria si fa gelida, e quando sono in camera mia madre mi segue e mi dice ” non ti voglio vedere mai più in quella maniera con tuo padre!”, non capivo e pensavo che fosse solo gelosa. Quanto mi sono sbagliata. In poco tempo mio padre diventò molto appiccicoso, iniziò a parlarmi di sesso delle esperienze che (ancora non) avevo avuto, mi diceva di sedermi sulle sue ginocchia, cercava di fare il “tenero” facendo naso naso,fino a quando non mi baciò, mi ritraggo, dico che mi dà fastidio, che non volevo, ma lui mi fa:” perché? È una cosa molto normale, le tue compagne di classe baciano i propri padri in bocca, prova a chiederlo, qui in italia lo fanno tutte!” E io continuo a dirgli che mi dava moltissimo fastidio. Mi chiedeva di baciarlo come se fosse stato il mio fidanzato, quando si abbracciava a me si strisciava il pene su di me, chiedendomi di sbatterti i miei seni sul suo petto in modo da poterlo senitre, si metteva a giocare a scacchi online e allo stesso tempo stava a guardare i porno, mi diceva di tradurre quello che dicevano prima dell’atto, mi toccava il sedere, mi diceva che si era innamorata perdutamente di me e che ogni volta che mi guardava gli si rizzava il pene, è arrivato al punto da tirarlo fuori un paio di volte. Mi disgustata moltissimo il fatto.. Non sapevo che fare, ho vissuto l’incubo fino a quando non ritrovò un lavoro, e pure dopo, quando eravamo soli mi parla sempre di queste cose, nonostante gli dicevo che mi dava moltissimo fastidio. Oltre a lui mio fratello pure non mi lasciava in pace, specie dopo le rotture che aveva con le sue ex, di giorno mi picchiava, di notte (In Italia abbiamo sempre avuto una sola camera da condividere e niente divano letto, e lui è sonnanbulo da sempre) me lo ritrovavo sul mio letto o con la sua faccia in mezzo alle sue gambe, a volte ubriaco altre mentre dormiva. Fino a quando non sono scappata senza dire nulla a nessuno dal mio attuale ragazzo. Ora, quando a volte mi chiamano la loro voce è molto triste, sono arrabbiati con me

 
Come se fossi stata io a fare del male a loro perché sono scappata con un italiano e cattolico per giunta, quello che loro hanno fatto a me non se lo ricordano più o fanno finta di niente. Anche perché, parlando con mia cugina, la mia migliore amica, ho scoperto che dopo che me ne sono andata lui iniziò a fare e a dire le stesse cose con lei (mio padre non vive più in italia da un po’) e continuano a tormentarmi nonostante siano passati molti anni, ma io a volte ancora piango, e mi viene rabbia e inizio ad odiarmi molto perché non sono riuscita a fare nulla e a reagire. All’epoca dei fatti ero molto ignorante, non sapevo dell’esistenza dei servizi sociali, ma anche quando, non credo che sarei mai riuscita a parlare, ci ho messo troppi anni per rivelare quello che mi è capitato al mio compagno, e non ho detto tutto subito, solamente piano piano, e ogni volta avevo paura che non mi credesse e mi desse della matta, ma per fortuna lui mi ha creduto e mi ha sempre sostenuto!
#quellavoltache di Anonima
Avevo 5 anni e mia cugina di 11 decide, di nuovo, che dobbiamo giocare. Mi tira giù gli slip, mi tocca e quasi mi penetra con un cucchiaino giocattolo, di plastica. Mia madre entra in camera e urla ponendo termine a tutto. Anni dopo, tentennando, lo racconto ad una mia amica; lei mi dice che è normale, anche lei ha “sperimentato la sessualità così”, cerco di spiegarle come mi sono sentita, ma lei mi bolla come inibita.
#quellavoltache di Anonima
ho smesso di avere sei anni,improvvisamente.Quella volta che non ho pianto quando è morto.Quella volta che riuscirò a perdonare chi non ha mai voluto vedere. Allora,solo allora ritornerò ad avere indietro i miei sei anni
#quellavoltache di Laura
#quellavoltache “me la sono andata a cercare”. Avevo 23 anni, ero al mare come ogni anno coi soliti amici. Una sera siamo a bere qualcosa all’aperto, ma fa freschino, decido quindi di fare un salto a casa (a pochi minuti a piedi) per prendere un maglione. Non mi faccio accompagnare da nessuno, non ne vedo proprio il bisogno. Per arrivare a casa mia devo per forza passare da un sottopassaggio, e non appena sono sotto, vedo arrivare in direzione opposta un gruppo di ragazzi ,4 o 5, che appena mi vedono iniziano già a ridacchiare. Io non sono una paurosa, ma procedendo verso di loro inizio a sentirmi inquieta. Quando mi incrociano mi urlano sempre ridacchiando “bella fighetta!” . Io li ignoro e me li lascio alle spalle. Ma capisco che loro si sono fermati e non stanno proseguendo, parlano tra di loro in una lingua che non capisco ma so che parlano di me. Mi giro velocemente per controllare quanto sono lontani, vedo che hanno cambiato direzione, vengono verso di me. Mi sento gelare il sangue nelle vene, penso che chiunque mi avrebbe detto che le la sono andata a cercare, e in quel momento mi sento stupida. Provo a trasmettere al mio cervello l’ordine di correre, nonostante io mi senta paralizzata, e finalmente inizio a correre, a correre senza fermarmi nè guardarmi indietro fino a casa, che sembra non arrivare più. Entro in casa (tremo come una foglia) e sono atterrita e quasi in lacrime, perché ho esattamente la percezione di quello che poteva succedere. Provo un senso di vergogna, non so bene perché ma sento che è colpa mia. Per questo quando poi racconto la cosa ai miei amici cerco di sdrammatizzare, come se non volessi ricevere accuse. Ma negli anni, dentro di me quando penso a quell’episodio provo davvero terrore. Ma sono stanca di tutti i “te la sei andata a cercare”. Vergogna non la voglio più provare, non sono io quella che la deve provare.
#quellavoltache di Ale
#quellavoltache camminando da casa alla metropolitana,in una zona molto frequentata della mia città,alle 3 del pomeriggio, un signore anziano mi guarda e mi fa il gesto del cunnilingus con le dita a V e la lingua al centro,fissandomi dritta negli occhi.Mi sono sentita una merda.

 

#quellavoltache in motorino, di mattina, mi si avvicina un tipo viscido,visibilmente alterato,a bordo del suo scooter e mi dice ” t chiavass mo mo”.volevo evaporare.

#quellavoltache di Anonima

un collega mimò il gesto del cunnilingus oltre al vetro. Tante persone videro. Io urlai: ‘xxx, se non la pianti subito ti infilo la tastiera del computer su per il culo!’ Nessuno disse niente, anche se almeno una decina di persone avevano sentito.

#quellavoltache di Alice

alla fermata del bus, in pieno giorno, un sessantenne mi chiese se prendevo il bus perchè non avevo una bici, e poi disse “io ne ho una in garage, sto qui a due passi, potrei dartela… Vuoi venire a vederla? Non voglio soldi, sai, ci mettiamo d’accordo

le #quellavoltache di Valeria

ero in un treno a scompartimenti, salgono 5 ragazzi e aprono completamente i sedili mettendosi praticamente distesi e chiudono la porta dello scompartimento e le tendine. Mi sono sentita molto a disagio anche se in realtà non mi hanno rivolto la parola e ho finto di scendere, cambiando scompartimento.
Tuttavia si sono accorti che avevo cambiato posto e sono passati davanti allo scompartimento a turno solo per guardarmi e sghignazzare. Mi sono sentita così male che sono scesa prima dal treno e ne ho preso un altro.
Ancora oggi mi sento stupida per tutta la faccenda e continuo a dirmi che ho reagito in modo esagerato. Ma è davvero così? È giusto che una persona debba sentirsi umiliata e anche colpevolizzarsi?

#quellavoltache al lavoro un collega mi ha fatto degli apprezzamenti indesiderati e io gli ho detto di starmi lontano. Lui al momento si è spaventato ma poi mi ha liquidata dicendomi che “era solo una battuta”.

#quellavoltache sempre al lavoro ricevo buffetti sulle guance o contatti fisici apparentemente innocui (mano sulla spalla) da uomini con cui non ho la minima confidenza. Vorrei dirgli che non sono appropriati ma non lo faccio per paura di sentirmi rispondere che sono esagerata.

#quellavoltache a scuola mi prendevano in giro per il mio cognome, che può essere facilmente storpiato in una parola oscena. “Stanno solo scherzando” “Sono solo ragazzi” “Non ci badare”, ma io mi sentivo in qualche modo sporca.

le #quellavoltache di Gloria

avrò avuto 11-12 anni, era la prima volta che usavo una minigonna, la ricordo ancora era una gonna di jeans a pieghe. Era un pomeriggio di inizio primavera e i miei compagni di classe mi deridevano perché “allora alla fine sei una ragazza anche tu” e hanno iniziato a incitare un ragazzo più grande che era con noi, continuavano a incitarlo a provarci con me perché “ dai non è bella, ma tu dovresti provarci, alla fine sempre è una ragazza, magari ti dice si”, da quel giorno per giorni mi ha seguito ovunque gridando “hei bambolina me la fai vedere”, per settimane dopo essere uscita da scuola dovevo scappare a casa per non doverci avere a che fare.

#quellavoltache a quindici anni, prima volta in discoteca di pomeriggio per il compleanno di un amica. Stavo ballando e un ragazzo inizia a strusciarsi a dosso, voi direte è normale succede, no non è normale, perché non dovrebbe succedere. Lui continua, io tento di fargli capire che non sono interessata, lui inizia a palparmi, cerca di mettermi le mani nelle mutande, io sono paralizzata dalla paura, ma mi ritrovo lo spingo via lo allontano con tutte le mie forze, lui cade, mi manda a quel paese, io scappo via da quel posto, non ci tornerò per molti anni.

#quellavoltache a 19 anni, un pomeriggio di primavera, sto andando a fare una commissione, mi si avvicina un uomo, avrà trent’anni, mi chiede l’ora, il tempo di guardare l’orologio al polso e si è calato i pantaloni e si sta facendo una sega, io scappo via. Mi sento violata indifesa, sporca e anche un po’ colpevole. Il giorno dopo trovo il coraggio vado dai carabinieri a fare una denuncia, non riuscirò a farla, il militare davanti a me dopo avermi interrogato su come ero vestita, sul perché fossi li da sola i dice che non ha senso fare una denuncia “alla fine non ti ha toccato”. Sono passati i mesi, ora è autunno, è una sera come tante, sto tornando a casa in autobus, sarà mezzanotte, sono seduta vicino al finestrino, si siede un signore nel posto libero a fianco al mio, mi mette la mano sulla coscia, continua a tastarmi, mi alzo, mentre gli passo davanti mi palpa il culo, suono per scendere mi segue, scendo, scende anche lui, risalgo, per fortuna rimane a terra. L’indomani vado a far denuncia, dopo un interrogatorio incentrato sul perché fossi in giro di notte da sola non mi fanno far denuncia, il carabiniere di turno dice “alla fine non è successo niente di grave…”.

#quellavoltache a 21 anni, un mattino sto andando all’università, un uomo mi si avvicina, mi si para davanti per bloccarmi la strada, mi sorride, si cala i pantaloni e inizia a farsi una sega, mi ritrovo a scappare a casa, aspettare un po’ e poi riandare in università, non andrò a far denuncia

#quellavoltache a 23 anni sono a correre nel parco della città, è mattino presto, vengo affiancata da un ragazzo che inizia a insistere sull’opportunità di avere un caffè che è un bravo ragazzo, io continuo a dirgli di no, più si fa insistente più io divento secca, continuo a cambiare strade lui continua a seguirmi, alla fine finisce con lui che mi urla “proprio una troia frigida”, e io che avevo smesso di andare a correre di pomeriggio per evitare gli sguardi viscidi degli anziani. Stesso anno, un pomeriggio estivo, sono con dei compagni di università, passa una ragazza con degli shorts, uno dei ragazzi “io quella la stuprerei”, un paio di risate, qualche commento sul culo della ragazza, nessuno sembra accorgersi della violenza della frase, non ha detto che vuole scoparla, vuole stuprarla, e il consenso dov’è? Non dico niente. Me ne pento ancora, avrei dovuto dire no, perché la violenza inizia li, con una frase detta casualmente e lasciata correre, perché si normalizza, si autorizza la violenza.

#quellavoltache di Anonima

frequentavo un tizio da neanche una settimana e rifiutai – per l’ennesima volta in pochi giorni – di fare sesso con lui per il semplice motivo che non mi sentivo pronta oltre al fatto che non lo conoscevo ancora abbastanza bene; e lui, dopo aver obiettato che ero vestita sexy (perché, giustamente, una che veste sexy sta senza ombra di dubbio chiedendo il sesso, sia mai che le piaccia vestire sexy) ha aggiunto “Se fate tutte così li capisco, gli stupratori.

#quellavoltache di B.

#quellevolteche aspettavo il bus tornando da lezione di musica in un luogo un po’ isolato. Tutte le macchine suonavano il clacson passando. Avevo 10 anni. Ancora oggi, quando aspetto il pullman per andare all’università gran parte dei passanti suonano e mi lanciano occhiate lascive.

#quellavoltache stavo andando a piedi da un mio amico in una zona molto isolata. Vedo un ragazzo in motorino senza casco che mi supera; inizia a fischiare e noto che ripercorre la rotonda per tornare da me; inizio a correre così veloce che arrivata nel parco non riesco a camminare

#quellavoltache di S.

#quellavoltache Avevo circa 20 anni, ero a Roma in autobus, seduta in un sedile in fondo, quel sedile sfigato dietro al vetro che lo separa le scalette di salita. Era un posto dal quale si poteva uscire solo da un lato, ovvero dal sedile a fianco. Pieno giorno, estate torrida. Mi si siede accanto un uomo che si mette a fissarmi ininterrottamente. Poi comincia a dirmi sottovoce frasi oscene, cercando di convincermi a seguirlo. Si avvicinava sempre di più. Ho cominciato ad avere paura e ho reagito insultandolo a voce alta, cercando di richiamare l’attenzione di altri passeggeri, che purtroppo erano pochi in quel momento. Volevo alzarmi e scappare ma sarei dovuta passargli proprio “addosso”: non ci pensavo lontanamente. Allora ho deciso di urlare: MI LASCI IN PACEEEE CHIAMO LA POLIZIAAA! Non se l’aspettava: ha reagito alzandosi e insultandomi, e dicendo che non avrebbe avuto paura di una denuncia perché ne aveva gia molte. A quel punto però si era alzato e sgomitando sono uscita dal sedile-trappola e sono scesa di fretta dal bus. Non mi sono mai più seduta in un posto troppo isolato.

#quellavoltache Ero sempre a Roma, in via del Corso, a spasso a guardare vetrine in un pomeriggio qualsiasi. Mi si avvicinano tre ragazzi carini e più o meno miei coetanei. Sorridevano: lì per lì non capivo, per un attimo ho pensato che volessero delle informazioni. Invece mi hanno accerchiata, avvicinandosi moltissimo, e hanno cominciato ad insultarmi e a dirmi cosa mi avrebbero voluto fare. Volevano che andassi con loro e cominciavano ad allungare le mani. E’ successo tutto in pochi secondi: sono riuscita ad abbassarmi e a divincolarmi passando in qualche modo fra due di loro, e correndo sono scappata via.

#quellavoltache Camminavo per strada, nella mia città. Mi si avvicina un uomo sulla sessantina abbondante, distinto, ben vestito. Comincia a chiedermi come mi chiamo, se sono fidanzata. Chiedo educatamente di essere lasciata in pace, dico di non essere interessata. L’ho incrociato altre tre o quattro volte, arrivando a temere di essere seguita: lui cercava sempre un approccio, io continuavo a negarmi, sempre più infastidita. L’ultima volta che l’ho incontrato per strada, sempre lungo la stessa strada, mi ha messo una mano sulla spalla chiamandomi “tesoro”: gli ho urlato le peggio cose in mezzo alla gente, cercando di farlo sentire la merda che era. Qualche mese dopo si è presentato alla porta del mio ufficio per motivi di lavoro: volevo morire. Anzi: avrei voluto che morisse lui. Non ero da sola perciò ero abbastanza convinta che non sarebbe successo niente, e sono riuscita a cavarmela e a mandarlo via in pochi minuti. Lui si vergognava più di me, che ostentavo sicurezza poiché ero dalla parte della ragione ed ero in una posizione di “protezione” fra i miei colleghi. Non l’ho più rivisto: spero che sia morto.

#quellavoltache Sono andata a portare dei documenti in un ufficio in cui lavorava un ragazzo col quale, molti mesi prima, avevo avuto una breve relazione conclusasi tranquillamente in un nulla di fatto. Erano le otto di sera ormai, e in ufficio purtroppo era rimasto solo lui. Gli uffici di fianco, ovviamente, vuoti. Ho consegnato il materiale e stavo per andarmene ma lui mi ha presa per un braccio e mi ha fatto capire cosa volesse da me. Ho detto no mille volte, duemila volte. Ho detto di essere fidanzata: non era vero. L’ho detto per rafforzare disperatamente il mio no. Mi ha messo le mani sulle spalle spingendo in basso, come per buttarmi a terra o per farmi inginocchiare, non so. Sono riuscita a resistere ed ho approfittato del fatto che le sue braccia fossero alzate per dargli un calcio in mezzo alle gambe. Ha urlato e io sono scappata via. Ha continuato a scrivermi messaggi per qualche settimana, non ricevendo mai risposta.

E tanti altri episodi.

Ringrazio la fortuna e il mio carattere di merda che mi hanno aiutata a salvarmi ogni volta.

#quellavoltache di Anonima

quella volta che ho reagito. Basta vergogna, basta paura e senso di impotenza.
Estate, ventidue anni. Ero in scooter su un rettilineo e ho sentito il rumore di un motore che si avvicinava. Perciò automaticamente mi sono spostata sulla destra per far passare chi mi volesse superare, ma il rumore è rimasto forte e vicino per quella frazione di secondo in più del normale che mi ha portato a voltarmi per controllare: sulla sinistra, troppo vicino, mi stava superando molto lentamente un altro scooter con alla guida un uomo anziano che mi fissava lascivo e ridacchiava.
Stavo per lasciar passare la cosa, ma poi ho pensato “non è normale” e dopo il fastidio e disgusto iniziali mi è salita una rabbia furiosa: in altre occasioni avevo fatto finta di nulla, ma in questa ho accelerato anche io e ho iniziato ad urlargli contro e ad insultarlo, facendomi volutamente sentire dalle altre persone in strada. Quell’uomo è scappato via.
È un episodio minimo, lo so, e so anche che molto spesso la possibilità di reagire proprio non esiste o ci mette in serio pericolo, però anche queste piccole cose (la risata, il fischio o commento volgare di uno sconosciuto per strada) sono violenza, e mettere questi uomini davanti al loro schifo fa fuggire loro e fa notare la cosa a chi è nei dintorni, perché improvvisamente tutto smette di essere “normale”. Il diritto di farlo lo abbiamo, dobbiamo solo trovare il coraggio

#quellavoltache di Anonima

#quellavoltache mi svegliai con gli schiaffi di mio zio a 7anni (era ubriaco e da sobrio disse di aver sbagliato, gli credetti, mi fidavo di lui)

#quellavoltache mi ha malmenata e distrutta per anni e andavo in giro con il dolcevita per non far vedere i segni delle sue dita sul mio collo

#quellavoltache mi ritrovarono in un campo a km da casa piena di lividi, mezza nuda e con graffi su tutto il corpo, andò lui stesso a fare denuncia minacciandomi se avessi aperto bocca

#quellavoltache volevo raccontare a mia madre tutto ma non ebbi il coraggio per non farla sentire in colpa per essere stata costretta a lasciarmi in quella situazione

#quellavoltache mia nonna vide tutto e disse che ero solo una grandissima troia

#quellavoltache non dissi a nonno chi è stato per evitare che sparasse al suo stesso figlio, aveva il fucile in mano e il cuore spezzato per le mie condizioni

#quellavoltache smisi di rivolgere la parola a chiunque per mesi perché non avevo più le forze di parlare

#quellavoltache presi coraggio per reagire e dissi tutto al mio migliore amico, di tutta risposta mi diede dei calmanti per farmi rilassare e mi risvegliai che stava abusando di me “tanto a te non cambia nulla, l’hai già fatto”

#quellavoltache il mio compagno di classe mi palpava seno e sedere tutti i giorni di fronte a tutti, i compagni ridevano e i professori sminuivano il gesto con “tanto lo fanno tutti e come vedi alle altre sta bene, forse stai sbagliando tu, è una forma di corteggiamento”

#quellavoltache per la prima volta decisi di essere una ragazza normale, uscii con un ragazzo ed in macchina allungò le mani, nonostante gli dissi di fermarsi mi rispose: “tanto so che siete tutte troie, tranquilla, non lo saprà nessuno che ti sei fatta palpare, la tua reputazione è salva” (la mia dignità però non l’ho più ritrovata)

#quellavoltache volevo essere indipendente e al primo lavoro da cameriera che ottenni mi fu detto che se volevo tenermelo dovevo fargli un pompino a settimana “tanto sei donna, un cazzo in più o uno in meno non ti cambia”

#quellavoltache finalmente mi sentii serena con un capo che non ci provava e lontana da tutto quello che mi faceva stare male finché non arrivò un cliente 80enne a dirmi “sei una bella ragazza, hai un bel culo e delle gran belle tette, se vuoi ti offro io un lavoro migliore ma devi metterti mutandina e reggiseno per farlo e se mi viene voglia non fare storie tanto a voi donne un po’ vi piace l’uomo autoritario”. Io non ho sbagliato nulla, ho sbagliato a nascere.

#quellavoltache di Anonima

ero una bambina e non lo sono mai più stata,questa è l’unica cosa che ricordo.I ricordi sono sbiaditi ,nessun termine temporale mette la cornice ad essi.Non so quanto tempo fa e per quanto tempo sono stata abusata dal fratello di mia madre,viveva con noi.I miei genitori si sono divisi quando io avevo sei anni e mio fratello dieci,a volte per lavoro a volte per piacere mia madre si assentava di notte e rimanevamo con lui,ignobile e schifoso pedofilo.Ho sofferto di enuresi notturna fino all’adolescenza ma a nessuno è mai venuto il dubbio di andare a fondo per capire.Mia madre attribuiva all’abbandono.Non era solo quello.Ero una bambina e non avevo strumenti per difendermi così ho tentato invano di rimuovere tutto.È proprio grazie a fb che sono riuscita qualche mese fa a confidare a qualcuno l’enorme segreto…un’altra donna abusata…si,perché solo una donna violata può comprendere quanto questo marchi in modo indelebile anima e corpo.

#quellavoltache di Anonima

#Quella volta che ero con gli amici in spiaggia . Quando tutti sono andati a fare il bagno sono rimasta da sola con quello che era il mio fidanzatino ,si é messo sopra di me mi ha tappato la bocca con la mano e mi ha penetrata,avevo dodici anni. Quell’anno, per mesi ,tutti i giorni ,mentre andavo a piedi a scuola ,un uomo sposato e con figlie, mi seguiva con la macchina…a passo d’uomo,senza dirmi niente,mi guardava e basta mentre io pensavo al suicidio..per non soffrire più.Quella volte che in terza media un compagno di classe mi toccò il sedere e lo riempii di calci in mezzo alle gambe..tutta la mia rabbia contro il genere maschile esplose e lui ne pago’ le conseguenze.Ho vissuto tante di quelle volte che …come quella volta che mi accerchiarono in dieci e mi salvarono dei ragazzi che mi sentirono urlare,quella volta che uno davanti a me,mentre ero seduta su una panchina si masturbo’ come.se fosse la.cosa più naturale…avrei tante di quelle volte che…ma finisco qui,oggi sono una donna forte,una femminista e lotto per un mondo giusto

#quellavoltache di Ana

Per 13 anni ho fatto la poliziotta nel mio paese d’origine, L’Argentina, ero anche una studentessa quindi abitavo in un bel quartiere in rapido sviluppo ,per gli studenti e persone sole, una specie di quartiere dove la sera ci si divertiva anche tanto. Io dovendo partire da casa al mattino dovevo sorbire gli apprezzamenti pesanti dai muratori degli infiniti cantieri della zona, spesso degradanti e orrendi. Io momentaneamente non indossavo la divisa per motivi medici quindi non avevo nemmeno il porto d’armi. Nonostante i diversi corsi di difesa personale, riduzione di detenuti, manipolazione di armi di fuoco e armi impropie,ecc ero comunque una donna sola alle 6 del mattino d’inverno camminando per strada, e sapevo bene che non potevo fare NULLA per togliermi di dosso questi individui spregevoli poiché gli apprezzamenti stradali non sono un reato nemmeno lieve. Quando riprese ad andare in divisa ho potuto capire quanto era un deterrente e quanto soffrivano altre ragazze impossibilitate di aver una “corazza” e una pistola in bella vista per difendersi. Mi è capitato di accompagnare qualcuna fino alla fermata dell’autobus o fino al cancello del palazzo perche qualcuno le inseguiva. A volte pesnavo di essere in una specie di mare pieno di squali pronti a mangiarti di un solo boccone, che tristezza.

#quellavoltache di E.

anzi tutte quelle volte che sin dalle elementari venivo etichettata come brutta, grassa, ma nessuno perdeva occasione di toccarmi culo e seno. Quella volta che mi fecero ubriacare e mi infilarono una mano nella mutande, ma ero troppo debole per reagire. Quella volta che con un mio amico si prova a fare l’autostop e un uomo di 60 anni si ferma e ci dice che ci avrebbe dato un passaggio solo se avesssi fatto sesso con lui (avevo 14 anni). Tutte quelle volte che alle superiori non trovavo un ragazzo perché ero etichettata come troia solo per avere pomiciato con un ragazzo da non fidanzata, quella che finalmente trovi uno ragazzo ma prima ti fa allontanare da tutti i tuoi e dalla tua famiglia e appena sei sola ti tortura psicologicamente e poi ti riempe di botte. Quella che volta che appena hai il coraggio di lasciarlo prima ti stupra e poi tenta di faeti perdere i tuoi nuovi amici raccontando loro delle frottole. Per tutte quelle volte che sono stata chiamata troia, puttana e violata solo per il semplice fatto di essere donna.
E quella volta che leggendo i racconti di tutte altre voi sono ancora più triste nel capire quanto sia orribile che tali cose acccadono più di quanto si pensi e che purtroppo non sono un caso isolato.

le #quellavolteche di Anonima

a 5/6 anni mio cugino adolescente mi faceva le imboscate per baciarmi in bocca, ed io mi vergognavo troppo per dirlo ai miei, allora fuggivo a chiudermi a chiave in bagno

#quellavoltache a 11/12 anni il prete ultra settantenne che stava con noi ragazzini del catechismo mi convinse a mostrargli il seno, e allungò le mani. Non so ancora perdonarmi per aver ceduto alle sue insistenze

#quellavoltache a 13 anni ad uno spettacolo di paese in mezzo alla gente un grassone di mezza età mi incastrò contro le transenne e mi permette il sesso addosso, ed io spingevo coi gomiti contro la sua pancia per divincolarmi, ed alla fine gli mollai un pestone e scappai. Non so ancora perdonarmi per non aver fatto una piazzata, ma mi vergognavo e continuavo a dubitare che fosse davvero volontario, in fondo c’era folla…

#quellavoltache a 15 anni ad uno spettacolo in spiaggia un gruppo di ragazzi mi toccava il sedere, avevo una minigonna. La prima volta mi sposto un po’, la seconda mi giro urlando “ma la vuoi smettere di toccarmi???” al primo che mi trovo davanti e lui dice “ma non sono io” e tutti gli altri a ridere, facendomi sentire una scema. Sono andata via a cercare i miei, un po’ distanti, non avevano visto, non ho detto nulla. Ho smesso di vestirmi da “femmina” ed ho cercato di evitare la folla, se non ero con amici o col mio ragazzo.

#quellavoltache, da adulta, parlando di molestie con le donne della mia famiglia, ho scoperto che episodi simili erano capitati praticamente a tutte.

le #quellavoltache di Anonima

alle elementari i miei compagni mi hanno accerchiata e spogliata

#quellavoltache o meglio tutte le volte che alle medie in classe mi hanno palpata

#quellavoltache un gruppo di ragazzi ci avvicinarono e parlando ci sedemmo in spiaggia e dal nulla uno di loro iniziò a masturbarsi di fronte a me

#quellavoltache di Martina

Gennaio 2009
Sono stata in montagna a lavorare come animatrice… c’era un collega simpatico e carismatico…, una sera ci siamo messi a chiacchierare come vecchi amici a bere birra e mi ha proposto di fumare una canna, nella camera del personale … abbiamo iniziato a flirtare ,
Avevo bevuto troppo e fumato, mi ha baciata, poi ha iniziato a spingermi verso il letto, ad un certo punto mi ha fatta sdraiare, tenendomi le braccia saldamente, mi ha abbassato i pantaloni mi ha allargato le gambe con forza con le sue ginocchia, io ho detto No, non voglio! ma è entrato comunque senza il mio consenso e senza preservativo e ha continuato …,
non riuscivo a ribellarmi, sono stata bloccata dalla paura, avevo perso le forze … dopo l’approccio mi ha lasciato lì sul letto ed è andato via deluso di non essere riuscito a “finire” a causa della mia negazione
e non ci siamo piu parlati …
il giorno successivo ho chiamato un taxi e sono andata via, mentre ero in treno sentivo un gelo nella mia anima, e avevo anche la febbre. ..
Non ho mai denunciato perché alcune persone care intorno a me che avrebbero dovuto sostenermi mi hanno detto che era solo una scopata finita male….
Da quel giorno odio l’inverno e il freddo.

le #quellavolteche di Anonima

alle elementari i miei compagni di classe facevano a gara per alzarmi la gonna, e io fino alle superiori ho messo solo pantaloni.
#quellavoltache ritornavo dall’università alle tre del pomeriggio e un gruppo di ragazzi mi ha toccato il sedere in pieno centro, e nessuna delle persone intorno a me ha detto niente, e io, terrorizzata, mi sono rifugiata in un negozio e non avevo più il coraggio di uscire.
#quellavoltache stavo cercando di lasciare il mio allora ragazzo, #quellavoltache l’ho implorato di andarsene da casa mia e per tutta risposta lui mi ha costretta a fargli del sesso orale e poi mi ha stuprata mentre piangevo e lo imploravo di lasciarmi stare. E da allora non ho più avuto il coraggio di stare con qualcuno.
#quellavoltache stavo mangiando il mio pranzo nel parco dietro l’azienda in cui lavoravo, in pieno giorno, e un uomo a pochi metri da me ha cominciato a masturbarsi fissandomi.
#quellavoltache avevo quindici anni e il pomeriggio studiavo sempre in biblioteca e un maniaco continuava a sedersi davanti a me e a leggermi racconti erotici e io non sapevo dove altro andare a studiare, e allo stesso tempo non avevo più il coraggio di mettere piede in biblioteca.
#quellavoltache un collega mi mandava continuamente sms per raccontarmi i suoi sogni erotici su di me.
#quellavoltache un medico mi ha palpeggiato il seno durante una visita.
#quellavoltache un vecchio che avrebbe potuto essere mio nonno si è seduto di fronte a me in treno e ha cominciato a raccontarmi cosa lo eccitava e io ripetevo “non mi interessa”, nessuno è intervenuto, e ho dovuto alzarmi e andare via.

#quellavoltache di Francesca

alle superiori c’era un ragazzo in classe mia con cui si flirtava un po’, ma non era mai successo nulla in quanto non avevo capito se mi interessasse davvero o no. Fino a quando durante l’ora di educazione fisica, lui comincia a rincorrermi, sempre più insistentemente, sempre in maniera più aggressiva, continuando a dire “fermati, vieni qua!” con la faccia palesemente trasfigurata. Dapprima penso stia scherzando, poi prendo paura, mi rifugio nello spogliatoio ma lui è più grosso di me, spinge la porta ed entra,mi mette contro il muro e non mi lascia andare. Per fortuna entra un mio compagno di classe che lo blocca e lo porta fuori. Da quel giorno mi ha tolto il saluto e non mi parlava più, facendomi sentire per il resto dell’anno in colpa “di averlo provocato un po’ troppo”. Perché era questo che alcune mie compagne mi dicevano.

le #quellavoltache di V.

dopo un furto nel nostro appartamento, le mie coinquiline ed io siamo andate in questura a denunciare, ma il poliziotto sembrava molto più interessato al nostro cassetto delle mutandine che agli oggetti rubati.

#quellavoltache un ragazzo ha bloccato l’uscita del bagno aspettando che mi asciugassi le mani sui suoi pantaloni.

#quellavoltache, sul treno mezzo vuoto, un uomo ha cominciato a masturbarsi di fronte a me, come se la cosa fosse normalissima.

#quellavoltache di Anonima

avevo 13 anni e stavo aspettando in via mio nonno che era andato a prendere la macchina.
mi si avvicina questo signore, avrà avuto 60 anni, mi chiede l’ora e gli rispondo gentilmente dicendogli che ore fossero.
Inizia a parlarmi e io ogni tanto rispondevo però guardandomi intorno cercando mio nonno.
Poco dopo mi fa “sai, sei una ragazza intelligente, mi daresti il tuo numero così ogni tanto ti chiamo per un po’ di compagnia?”
sono rimasta pietrificata, non sapevo come rispondere. Cavolo ero una bambina, avevo solo 13!
dopo essermi ripresa sono corsa via, andando a suonare a casa del mio migliore amico che fortunatamente abitava li vicino e subito dopo ho chiamato mio nonno dicendogli che mi fermavo a casa di Gabriele per un po’.
Non ho mai raccontato questo a nessuno, solo a pensarci mi vengono i brividi.
Adesso ho 17 anni, ringrazio di non essere stata una ragazzina ingenua e di non avergli dato il numero.

#quellavoltache di Anonima

il mio ex mi fece una sceneggiata di gelosia perché aveva capito che lo stavo lasciando e pretese di fare sesso con me “perché vestita come sei…”
#quellavoltache quando lo lasciai mi disse che stava con me “per avere qualcuno da trattare male”
#quellvoltache un suo amico mi cercò su FB per dirmi che lui mi aveva vista in giro col mio futuro marito e non aveva gradito
#quellavoltache guidando verso casa il sabato sera mi trovai la sua auto dietro la mia e sapevo che mi seguiva perché sapeva che ero stata in giro con “l’altro”
#quellavolta che mi disse che ero “solo una femmina” e di “andare a casa a fare la calzetta.
E #quellavolta che sua madre (dopo secoli che vivaddio l’avevo mollato) vedendomi mi ha sputato davanti storcendo la bocca

#quellavoltache di Stefania

#quellavoltache per cercare aiuto nel proteggere mia figlia ho deciso di fare quello che ero riuscita ad evitare quando si trattava solo di me, raccontare una minima parte di quello che avevo vissuto, da parte di più di una persona, e sono stata lasciata sola.

#quellavoltache le persone che credevo più in grado di aiutarmi hanno preferito restare vicino a chi mi aveva fatto del male piuttosto che crederli capaci di quel che avevo raccontato.

#quellavoltache io, donna adulta finalmente libera, che con la violenza lavora, che le donne le protegge e le rende forti abbastanza da sottrarsi, che dopo decenni ero già stata capace di trovare la via d’uscita, ho lasciato sul marciapiede tutta la mia vergogna e la mia paura e sono entrata in un centro antiviolenza, riconoscendo la mia fragilità di madre, e solo lì mi sono sentita creduta.

#quellavoltache dilaniata dall’egoismo, dall’ipocrisia, dall’indifferenza, dalla connivenza, dall’ignoranza e della pochezza della gente, ho capito che avevo fatto male a raccontare quella minima parte, e che la parte più dolorosa, quella che ancora tengo nascosta, non l’avrei raccontata mai più. #metoo

#quellavoltache di Anonima

Imperfetta, inadeguata, non allettante, non formata, qualche difetto, sconfitta in casa, superata in bellezza, freschezza, magrezza, non bocconcino da

#quellavoltache, scatta una difesa che agisce sul pericolo annullandone i presupposti esteriori, femminili, corporei. E ti ritrovi senza più un corpo. Senza più un seno. Senza più un fianco. 

quellaltravoltache tu sei la seconda vittima, anche tu invisibile. Due volte.

#quellavoltache di Cristina

ero in bici e uno mi ferma, pensando che voglia chiedermi un’informazione scendo dalla bici… lui mi chiede se ho un ragazzo, io rispondo di no… mi chiede di dargli un bacio, io rispondo di no allora lui mi spinge a terra e cado nel fosso di fianco alla strada… sono dentro la conca, ho lui sopra e non riesco a rialzarmi, per un secondo mi chiedo se è uno scherzo poi capisco che sta succedendo veramente, sono bloccata nel fosso in mezzo ai rifiuti e alle cartacce e questo é sopra di me che mi sta strappando i vestiti e mi tocca da tutte le parti, mi morde il seno, cerca di aprirmi i jeans ma arriva gente, lui scappa e io mi rialzo tutta confusa e dolorante, rimonto sulla bici e piangendo attraverso la città incrociando ragazzi che fanno il militare in libera uscita che mi fissano… mi ero ripromessa che se fosse avvenuto avrei denunciato… vado alla polizia, sono gentili ma sono così sconvolta che non ricordo la faccia del mio aggressore, solo che aveva due pieghe profonde intorno alla bocca… però mi credono: ho i vestiti strappati, sono tutta sporca di erba e ho i lividi… un agente mi chiede se mi ha preso a schiaffi per farmi cedere, rispondo che non era necessario, prigioniera nel fosso con lui sopra non potevo fare niente, ero bloccata… mi dicono di passare dall’ospedale, in modo che documentino i lividi… vado e la tipa alla reception quando le dico il motivo mi guarda freddamente… poi un dottore o infermiere fa lo spiritoso sul fatto che ho i brufoli… mi dicono di fare la visita ginecologica ma lo stupratore non ha fatto in tempo a tirarmi giù i jeans e anche se ho l’inguine dolorante perchè me lo ha stretto violentemente attraverso i pantaloni rifiuto di spogliarmi ulterioriormente: mi sento già abbastanza umiliata… “lividi guaribili in 15 giorni” dice il referto… nelle settimane seguenti osservo il mio seno diventare nero blu verde e giallo… i lividi dentro non guariscono in 15 giorni, credetemi pure… la storia del bacio negato su Facebook mi ha spinto a scrivere questo…

#quellavoltache di Margherita, 35 anni

#quellavoltache tutto il dolore accumulato, negato e nascosto per oltre due terzi della mia vita mi ha fatto ingoiare due flaconi di psicofarmaci accompagnati da due bottiglie di vino. Per poi chiamare il 118 e chiedendo di aiutarmi perché – testuali parole – “ero stata violentata”. Ma in realta’ nessuno mi aveva fatto del male IN QUEL MOMENTO. Mi trovavo completamente sola. I rilievi e gli esami effettuati sul mio corpo stravolto dalle convulsioni lo confermano. La mia mente, dopo anni di abusi psicologici e sessuali, si è infranta in un episodio dissociativo acuto da disturbo post-traumatico da stress. Avevo gia’ denunciato, ero già stata in terapia. Non conservo memoria di quel gesto, ma so che mai avrei pensato di volerlo commettere lucidamente. Sono stata in coma, sono viva per miracolo. E solo per aver finalmente ammesso, per la prima volta a me stessa e a un servizio di soccorso, quell’umiliante verità. Ancora oggi, dopo mesi, ne vivo lo stigma familiare e sociale. Il problema, mi viene ripetuto, “è solo il mio comportamento”. E quella che credevo un’amica mi ha detto, ridendo, che io – nel ricovero Rianimazione – almeno mi ero fatta una vacanza, mi ero riposata. Era estate. Io l’inverno, da una vita intera, ancora continuo a cercare di togliermelo da dentro.

#quellavoltache di Anonima

dopo una serata a casa di amici, il discorso inizia a vertere sulla campagna #metoo che sta spopolando in tutto il mondo. Il mio amico condivide con me alcune sue perplessità riguardanti i racconti di molestie che ha letto: mi dice che non capisce come è possibile essere così turbate da qualche comportamento un po’ idiota ma che tutto sommato non finisce in tragedia. Il discorso si infittisce, parliamo di diritti di uomini e donne, di persone, e capisco che è in linea con il mio (cioè appunto, diritti delle persone di essere libere di scegliere). Rimane comunque ancorato a un paio di punti, dunque decido di provare a farlo mettere “nei nostri panni”, fino a che decido di raccontargli la mia storia, o meglio, una delle tante, ma sicuramente quella che reputo più difficile da raccontare: il mio ex (ormai di 5 o 6 anni fa) mi ha violentata in più occasioni, costringendomi a fare sesso nonostante i miei NO espliciti e le mie lacrime nel mentre. Il mio amico mi ascolta e all’inizio vedo nel suo sguardo la compassione, e me lo dice anche: “Mi dispiace, era un pezzo di merda, non è colpa tua”. Per lui sono la vittima. Passano pochi minuti, e attraversa una nuova fase. Inizia a fare delle riflessioni per cercare di attenuare le colpe di quel ragazzo che, lo capisco dal suo sguardo, poteva essere lui. Mi chiede come ero vestita e se l’ho provocato. Eravamo nudi in un letto, era il mio ragazzo, che vuol dire “provocare”? Mah sì, mi dice, a volte è difficile trattenersi in certe situazioni. Allora io gli faccio l’esempio della birra: se ti offro una birra e tu mi dici no, e dopo insistenze varie ti forzo a berla, come ti senti?
Allora qui succede una cosa che a me ha colpito tanto. Si blocca, si mette a pensare. E poi mi confessa, un po’ stupito: “Se è come dici, allora io ho violentato la mia ex. Ma non l’ho mai capito fino a ora”. Capisco che è in un momento di confusione (credo che non sia facile ammettere una cosa del genere), quindi lo sprono a parlare. “Beh, a volte la società ci forza a fare cose che non vogliamo”, continua. “Per esempio, da piccolo sono stato forzato a picchiare bambini più deboli, ma non penso che questo dipenda dal fatto di essere maschio”. Io gli faccio notare allora che quando ero piccola io, nessuno mi ha costretto a picchiare nessuno.
Di nuovo, lo vedo ripercorrere nella sua testa alcuni episodi. E, dal nulla, mi racconta di altre situazioni in cui si è sentito costretto a fare qualcosa contro la sua volontà: quando, da piccolo, voleva mettersi le gonne perché gli piacevano, e suo padre glielo impediva e si arrabbiava follemente. Quando la sua ex moglie pretendeva che lui si comportasse in un certo modo “da uomo”. Ci siamo salutati che aveva un’altra faccia. E mi ha scritto poco dopo, ringraziandomi perché gli avevo fatto capire qualcosa di cui non si era mai reso conto prima, gli avevo donato un nuovo punto di vista.
E io mi sono sentita immensamente grata per aver avuto un’opportunità così ricca di discussione.
Non nasciamo né mostri né santi. Semplicemente, siamo umani e a volte si sbaglia. Non voglio giustificarlo perché è mio amico, ma vedere che davvero non se n’è mai reso conto mi ha fatto pensare che non sempre le vittime capiscono di essere vittime, ma anche i carnefici forse non si riconoscono come tali. Tutta la sua (piccola parte) di storia, mette solo in luce quanto di marcio ci sia nel sistema che mette “le donne” da una parte e “gli uomini” dall’altra

le #quellavoltache di Hana

alle elementari un uomo di quarant’anni mi ha toccato la coscia e mi ha chiesto di baciarlo sulla bocca, ma per l’avvocato questa non è violenza a sfondo sessuale.
#quellavoltache alle medie un mio compagno di classe mi abbracciava per sentire la “consistenza”.
#quellavoltache durante un viaggio di istruzione, un mio compagno di classe si è sentito in dovere di tirarsi giù i pantaloni e di fare l’elicottero con il suo pene, alle spalle di una mia amica.
#quellavoltache , tutte quelle volte che, aspetto l’autobus e qualche idiota in macchina, suona il clacson o urla “bella!”.
#quellavoltache sull’autobus un uomo mi fissava le tette, perché indossavo una canotta scollata.
#quellavoltache “allora sei una mignotta”.
#quellavoltache “se non mi mandi una foto nuda, mi ammazzo, perché sono depresso e tu mi puoi salvare”.
#quellavoltache “se non impari a comportari bene, non ti sposerai mai”.
#quellavoltache “eh ma così te la cerchi”.

le #quellavoltache di Anonima

per anni un mio compagno di classe si è divertito a palpeggiarmi, il gioco era toccare le parti intime o il seno o fare finta di strangolare, mettendomi le mani al collo, così da distrarre le mie mani e poter tornare al palpeggiamento, mentre cercavo di difendermi. Avevo circa 12/13 anni ed è andata avanti per molto, ma ho imparato presto che la parola no non significa nulla.
#quellavoltache a 15 anni camminavo per un mercato affollato con i miei genitori e un signore anziano casualmente mi tocca il seno. Mi accorgo che non era stata una casualità quando mi sposto più e più volte e lui “casualmente” finisce sempre contro il mio seno. Mi odio per non aver detto nulla.
#quellavoltache in ansia per un esame universitario estivo, mi sono seduta in un corridoio deserto a ripassare e un signore (dipendente dell’università, almeno 50 anni) si è fermato a chiacchierare. Ho capito ben presto che non mi vedeva nemmeno come una persona quando ha iniziato a chiedermi se mi sentissi mai sola e se sapevo come ci si masturba, perché lui poteva insegnarmi. Non sapendo come liberarmene ho fatto finta di aver dimenticato il mio libretto universitario in bagno e sono corsa via.
#quellavoltache camminando per strada, a 16 anni, con la mia prima maglia scollata, un signore in auto ha iniziato a suonarmi e urlarmi cose oscene. Ancora oggi, prima di vestirmi ho l’ansia di controllare quanto sono coperta, se sono troppo poco coperta. Ogni volta che scelto cosa mettermi mi immagino a dover difendere la mia scelta in caso di violenza.

#quellavoltache di Anonima

conobbi un ragazzo, pensavo fosse carino, uscimmo insieme, a un certo punto mi chiese se volevamo fare un giro in macchina, gli dissi di no, ovviamente pensai “male”, ma lui disse appunto di non pensare male era solo un giro in macchina.
Sembrava un cucciolino che veniva accusato dal mio sguardo di essere uno stronzo che voleva solo sesso.
Non volevo che pensasse che io pensavo questo di lui, e non volevo che mi vedesse come una paurosa, non lo voglio mai. Mannaggia a me e a quando lo stereotipo della donna forte e emancipata mi fotte così.
“Hai paura?”
“Certo che no!”.
Insistette, andai a fare sto giro.
Quanti sensi di colpa che ho accumulato nel tempo, questa volta in particolare mi ha mangiata…
Mi portò lontano, in un parcheggio desolato.
Che delusione…era uno stronzo quindi.
Adesso era evidente, altrimenti cosa ci facevamo lì al buio di un parcheggio? Dovevamo fare un giro…
Che stronzo, non potevo neanche andarmene, dove me ne andavo? C’era solo una strada ad alto scorrimento dove non passavano persone, e se passavano ed erano uomini forse avrei peggiorato la situazione…
Ero in trappola, io da donna senza macchia e senza paura mi trasformai in un topolino in cerca di una via di fuga con lo sguardo, lui da cucciolino inaccusabile si trasformò nel predatore.
Sono una cretina vero?
E’ vero che non so per quale motivo avremmo dovuto fare un giro, ma pensai che forse voleva fare un giro così per non restare lì.
Sono stata ingenua?
Sempre.
È sempre successo così, ma infatti adesso non li guardo neanche gli uomini, li ho eliminati dalla mia vita.
È successo, ci ho fatto sesso, un sesso squallido ovviamente, e fine. Mi ha riportata in centro e non l ho più voluto vedere.
L’ho rincontrato però, ci siano incrociati in centro un giorno, io ero con dei miei amici e lui con i suoi. Mi indicò da lontano, e si misero a ridere. Chi sa perché… io feci finta di non conoscerlo, mi scrisse una volta e non risposi. Volevo eliminare questa esperienza dalla mia memoria.
Et voilà un’ esperienza di merda in più. Li crescono così gli uomini, fin da piccoli. Senza neanche l l’ombra di un’ educazione sessuale. Io da piccola volevo sperimentare, ne avevo bisogno, cercavo e pensavo di trovare all’altra parte ragazzi come me che volessero conosce e conoscersi ma ho trovato questo, menefreghisti , insensibili ed egoisti, concentrati solo sul loro sesso.

#quellavoltache di Roberta

avevo 18 anni e dovevo andare a trovare un’amica, allora mi recai nel piazzale degli autobus e incontrai un mio amico controllore, gli dissi che dovevo prendere il pulman per andare da un amica e lui a quel punto si offrì di accompagnarmi ed io accettai tranquillamente visto la conoscenza…durante il tragitto sembrava tutto tranquillo ma poco prima dell’arrivo, lui cambiò strada e mi portò in una strada isolata a quel punto si fermò e iniziò a mettermi le mani addosso, a baciarmi e a cercare di sbottonare i miei jeans, oltre a dire no più volte e a respingerlo riuscì ad inventarmi un finto ciclo perché indossavo un salva slip. Mi salvai solo perché toccando lui sentì il salva slip e si fermò! Restai pietrificata e inorridita da quello squallido gesto…non lo dissi mai a nessuno, solo oggi che ho 24 anni mi rendo conto di quanto sia stato sbagliato tacere.

le #quellavoltache di Anonima

avevo 19 anni e con un mio “caro amico” sembrava ci fosse qualcosa di più…ci siamo scambiati dei baci in un paio di uscite, poi ho capito che per me c’era solo amicizia e gliel’ho fatto presente, promettendogli (ingenuamente) che da parte mia l’amicizia non sarebbe stata rovinata da quello che era successo. Una sera mi ha detto che era giù di morale e che voleva parlare con me. Eravamo fuori con altri amici, guidavo io e, ingenua, ho accompagnato a casa tutti gli altri prima di rimanere da sola con lui per sentire cosa aveva da dirmi, facendo fede alla mia promessa di amicizia. Mi ha chiesto di fermarmi in un parcheggio un po’ isolato…lo so, sono stata stupida. Non ho dei ricordi precisissimi di quella sera, penso che la mia mente abbia in parte rimosso, ma so che ad un certo punto lui era molto arrabbiato, mi ha aperto i pantaloni con la forza, ha iniziato a toccarmi insistentemente e ha detto che voleva ammazzarmi per poi fare sesso con il mio cadavere. Dopo una specie di lotta in cui io mi dimenavo e gli dicevo di smetterla si è infine messo a piangere dicendo che non sapeva più quello che stava facendo. Ho avuto un lampo di genio e mi sono finta comprensiva e consolatoria, dicendo di non preoccuparsi, di dormirci sopra e che ne avremmo parlato il giorno dopo. L’ho pure accompagnato a casa e gli ho dato la buonanotte. Una volta chiusa la porta di casa mia gli ho telefonato dicendogli di non osare mai più avvicinarsi a me e minacciando di denunciarlo. Mi ha stalkerata per settimane ma per fortuna mi ero trasferita in un’altra città perché avevo iniziato l’Università. Un venerdì pomeriggio, pensando che sarei tornata a casa dai miei, è rimasto ore sotto casa mia ad aspettarmi invano. Per anni ho continuato a sentirmi in colpa perché lo avevo illuso.

#quellavoltache durante una serata in discoteca, un altro mio “amico”, ha approfittato del mio stato di “ebrezza” per trascinarmi dietro ad un cespuglio trattenendomi con la forza e pretendendo da me favori affermando che noi donne eravamo str***e perché non la davamo e perché dopo tutti questi anni in cui ci conoscevamo era imperdonabile che non mi fosse scappato neanche un po***no o qualcosa di simile…per fortuna era abbastanza ubriaco, gli ho chiesto se potevo solo andare al bagno prima di fare altre cose, mi ha detto di si ma che mi avrebbe accompagnata perché non scappassi. Nel tragitto verso la toilette ho incontrato delle persone, ho chiesto aiuto e così lui se ne è andato.

#quellavoltache di Filomena

avevo 9 anni e “un amico di famiglia” mi ha molestato infilando la mia mano nelle sue mutande io non ho mai detto niente perché avevo paura e non avendo la possibilità di poter parlare me lo sono portata dietro fino ai 18 anni, quando ne parlai con il mio allora fidanzato, ma sempre non dicendo il nome del mio molestatore, a mia madre l’ho detto a 40 anni quando mi è successo un altro problema comunque adesso ne ho 52 e me lo porto sempre dietro. Il mio molestatore e’ morto e ne sono stata molto felice

le #quellavoltache di Anonima

avevo circa 6 anni e una ragazza, amica di famiglia mi fece salire sopra casa sua e lei si distese sul letto, prese un mio dito e se lo infilò in vagina fino quando non arrivó l’orgasmo. Non posso dirlo con certezza,diciamo che il 70% credo sia accaduto e il 30% che non sia accaduto. Purtroppo per anni ho cercato di ricordare, ma nulla, la mia testa ha rimosso. Mi sembra come se lo avessi sognato.

#quellavoltache mio zio da bambina ( non ricordo l’età in cui è cominciato) mi ha detto di fare un gioco, mi ha messo le sue mani nelle mutandine e la mia mano l’ha portata sul suo organo e mi toccava il seno. Ero scioccata, come se fossi paralizzata ed ha continuato fino ai miei 17 anni. Ma non lo faceva sempre a volte passavano anni.
L’ho confessato a mia madre verso i 24 anni.
In tutti quegli anni mi chiusi in me stessa, anche a scuola infatti non parlavo con nessuno e non riuscivo ad andare alle interrogazioni. Mia madre e i professori lo attribuivano alla morte di mio padre, ma non era solo quello

#quellavoltache a 17 anni e mezzo circa il mio ex pediatra a causa di un dolore alla schiena, mi massaggiò l’inguine e poi mi fece spogliare, prima di spogliarmi tutta gli dissi che avevo il ciclo e mi fece rivestire. Questo mi fece pensare e ne parlai con mia madre e lei andò da lui.
Per tutto quello che mi è accaduto non riesco a farmi toccare da mio marito,p erchè è come se subissi ancora una volta , infatti ogni volta stringo le gambe e ogni volta che vado dal ginecologo mi viene da piangere

#quellavoltache di Tullia

Mi tingo i capelli di rosso. Più o meno da quando ne ho facoltà, più o meno con costanza. Ho tanti capelli (davvero tanti), spesso vado dal parrucchiere, ma sono molto paranoica su questo argomento, pretenderei quasi di fare un casting di parrucchieri ogni volta che non posso andare da qualcuno che già conosco. Quando avevo diciannove anni mi sono trasferita a Roma, e nel quartiere dove vivevo ho “provinato” (con lo sguardo) tutti i parrucchieri. Quando all’improvviso, angosciata dallo stato dei miei ingombranti capelli, sono entrata in un piccolo bugigattolo all’inizio di via dei Durantini. Non so cosa mi sia preso. Affaticata dall’ insulsa pignoleria della mia stessa ricerca, ho deciso di prenotare la tinta per quel pomeriggio, in quel negozio scelto assolutamente a caso. Sono tornata a casa e siccome in previsione c’era una decolorazione, ho indossato un vestitino blu, a canottiera, di quelli che si usano “per casa”. Alle ore 14 e 45 mi sono presentata dal parrucchiere. In ritardo, come al solito, sarei dovuta arrivare alle 14 e 30. Faceva molto caldo, a Roma d’estate fa caldo. Il parrucchiere, un anziano signore, mi fa sapere che se voglio posso farmi una doccia. Grazie, gli rispondo, non c’è bisogno. In quel momento metto a fuoco la situazione in cui mi trovo, seduta su una vetusta sedia girevole, con i capelli in fase di decolorazione, da sola con questo signore anziano che quasi seguendo il flusso dei miei pensieri, esercita una strana pressione sulla mia testa. Un signore anziano e tracagnotto che all’improvviso si sporge e mi sta toccando i seni, con una faccia da porco, vedo il suo riflesso nello specchio. Ho paura e sono completamente paralizzata. Non posso muovere un solo arto del mio corpo. Non posso parlare, non posso gridare, sono diventata una statua di sale. Ma come, io che grido sempre alle manifestazioni, io che intervengo nell’assemblea, io che frequento le riunioni femministe. Io che non la mando a dire, io che conosco i miei diritti, io che il corpo è mio e me lo gestisco io. Io non posso fare niente, in quel momento riesco solo a subire. Riesco a biascicare un debolissimo Mi levi le mani di dosso. In perfetto tempo scenico, entra la shampista, che attacca alle tre. Ci saluta e comicia a trafficare, io sono sbiancata e sto per svenire. Il vecchio porco invece fa finta di niente, canticchia, chiacchiera, mi fa domande. In bocca non ho più saliva e ho le orbite di fuori. Rispondo vagamente alle sue sciocche domande e in stato di catatonia lascio che mi distribuisca la tinta in testa. Sono allibita, sono li, ma la sensazione e il “replay” del momento in cui il porco ha infilato la sua mano nodosa attraverso il cotone del vestitino mi straniscono, non riesco ad essere presente. Compio delle azioni ma mi vedo da fuori come se stessi guardando un film. Lascio che la sciampista mi sciaqui i capelli. Lasci, non li asciugo, dico in un impeto di ritrovata lucidità. Li tengo bagnati, fa caldo, quanto le devo. PAGO! ed esco fuori nell’aria calda del primo pomeriggio, faccio i metri che mi separano da casa. Entro, saluto, mi lavo le mani, vado in camera mia. Fumo. Compio azioni, ma continuo ad essere assente. Il corpo è rigido, ogni muscolo è contratto, le mani tremano ed un sudore freddo mi attraversa la schiena. Anche adesso, mentre scrivo, a distanza di 16 anni. Questo stato di catatonia mi porta a sedermi sul divano con lo sguardo nel vuoto e la sigaretta tra le dita. Il mio fidanzato di allora, Fabrizio, forse abituato ai lati oscuri del mio carattere ci mette venti minuti per capire che c’è qualcosa di strano. Con aria circospetta, comincia a farmi delle domande, diventa sospettoso non appena comprende che il trattamento ai capelli non mi ha resa euforica come al solito, ma sopratutto non sembro in grado di rispondere a delle banali domande. Se lui prova ad essere gentile io reagisco duramente, in maniera totalmente gratuita. Fabrizio ci rimane male ma l’ansia lo pervade, fino a che con voce gentile ma ferma mi chiede di spiegargli COSA CAZZO SIA SUCCESSO. Non riesco a parlare. Mi vergogno. Ho paura. Mi sento in colpa. Cerco di “rivedere il filmato” nella mia testa all’infinito per capire come io abbia contribuito, quale sia stato il momento, il cenno o l’ammiccamento che io ho fatto per permettere al vecchio porco di toccarmi il seno. Non lo trovo. Continuo a tremare, Fabrizio si sta per spaventare davvero del mio stato. Lo guardo, è inginocchiato di fronte a me, gli occhi sono luminosi, la vena sulla fronte è leggermente gonfia, il collo teso verso di me, come la mano che non osa toccare la mia. Istintivamente, anche se non ho detto niente ha capito che non puo toccarmi, la lascia li, nei pressi della mia, sospesa. Sento il calore della sua mano. Questo pensiero mi spinge finalmente ad un pianto liberatorio, che dura un po e mi costringe, fortunatamente, a raccontare l’accaduto. Si, #quellavoltache. Anche quella volta che Fabrizio, come un pazzo, cambia sguardo e diventa furioso. Indignato. Schifato. Sconcertato. Dispiaciuto. Amareggiato. Quella volta che mi abbraccia, mi consola, quella volta che tira un pugno prima sul divano e poi sul tavolo. Quella volta che le pensa e immagina tutte per trovare una reazione “giusta” a quello che il vecchio porco ha fatto. Quella volta che, calata ormai la sera, impugna una bomboletta spray e va ascrivere PORCO a caratteri cubitali sulla saracinesca del parrucchiere. Quella volta che il parrucchiere il giorno dopo cancella la scritta alla men peggio. Quella volta che Fabrizio ritorna la notte dopo e scrive PORCO sulla stessa saracinesca, ma ancora più grande. E aggiunge un “2” che à distanza di anni mi fa ancora ridere. Ci sono state tante altre volte, purtroppo. Questa pero è la volta in cui qualcuno mi ha insegnato che possiamo semrpe reagire (anche se dobbiamo rispettare la pratica della non violenza, anche rispettando le precise scelte politiche che non prendono in considerazione il rivolgersi alle forze dell’ordine). La volta che proprio un uomo mi ha insegnato a reagire alla violenza di un altro uomo, la volta che un uomo ha ascoltato il mio dolore, ha pianto con me ed asciugato le mie lacrime, la volta che si è dato da fare per compiere un gesto simbolico ma che per me è stato necessario. Quella parola, PORCO, scritta con lo spray mi ha un po liberato della zozzura che quello stronzo mi aveva buttato addosso. Questo episodio mi ha cambiata, in peggio perchè è una ferita ed in meglio perchè ho toccato con mano che cosa puo essere l’unità tra persone, il reciproco rispetto che trascende il genere. Fabrizio non mi ha difeso nel senso “macho” della cosa, badate bene. Lui si è messo al mio fianco, al mio livello, ha condiviso empaticamente la mia situazione, producendo una reazione fortemente simbolica e rispettosa della mia persona. EMPATIA. Quel sentimento cosi universale che alcuni di noi provano e che ci puo rendere forti. Quella volta, ho imparato anche che si deve sempre e comunque denunciare, anche quando la schiena si contrae e le mani tremano dalla paura. Negli anni alcune posizioni politiche si sono ammorbidite, altre no. Sono ancora femminista. Perché noi donne siamo bistrattate ed emarginate, in maniera evidente: siamo pagate anche di meno, ricordiamocelo, per legge.. Dobbiamo liberarci di tutto cio. Coltiviamo la nostra consapevolezza, non il nostro rancore. Lo so che costa molto, il rancore é facile da alimentare e ti da una specie di forza distruttiva che ti scuote dal torpore dove il dolore ti getta, ma non é la strada giusta. Bisogna raccontare, e non conta niente se a farlo é un’attrice o una donna qualunque: digtate anche voi nei motori di ricerca gli hastag #quellavoltache , #metoo ,e #balancetonporc . Leggete QUANTE testimonianze, è impressionante, non importa CHI siamo. Se lo fate, assumetevi il rischio di dover per forza rievocare una violenza del vostro vissuto in seguito a questa lettura, e proverete disagio e consapevolezza, toccherete questa forte appartenenza, questa “diversità” che esiste dal punto di vista fisico, ma è sicuramente preoccupante solo dal punto di vista culturale. Bisogna raccontare, proprio per provocare EMPATIA. Che tutto il nostro dolore serva a far capire alla società che dobbiamo assolutamente normativizzare e rendere reale il fatto che DAVVERO, nel pratico, le persone vanno trattate in egual maniera. IN OGNI AMBITO. Insegnamoci il rispetto dei corpi, e rifiutiamoci di esporli per dei motivi economici, cominciamo a considerare questo fatto inadatto da un punto di vista culturale e riusciremo a produrre un riflesso di cio nella legislazione e nella vita di tutti i giorni. Aboliamo termini sessisti in qualità di offesa, sforziamoci per rimuoverli dal nostro vocabolario, siano essi rivolti a qualunque sesso. Assumiamo che persone DI OGNI SESSO che non sono disposte a rispettare la libertà di un altro, qualunque sia il suo genere, debbono essere seriamente punite. Educhiamo i nostri figli su questi principi. Lo possiamo fare, ricordiamocelo, perchè é l’uguaglianza normativa ad essere una conquista urgente, non già la sentenza del cazzo ad #asiaargento.

#quellavoltache di Anonima

le cose si confondono e non sai dare un nome a quello che é successo. Ero ad una festa di laurea, tanto alcool e tanta confusione, nel mezzo della festa incontro una mia vecchia conoscenza, un ragazzo che avevo frequentato per un po’ di tempo ma con cui avevo perso i contatti. Lo saluto e lui mi risaluta con una faccia sorpresa e contenta. La serata continua e noi due ci avviciniamo, io lo raggiungo per scegliere la musica (non ballo e non mi andava di stare da sola a guardare gli altri) e magari complice l’alcool scatta qualcosa e ci baciamo. Dopo un po’ mi allontano perché mi rendo conto di aver bevuto troppo e vado a sdraiarmi su un letto, la serata continua. Qualche ora dopo mi alzo, esco fuori e vado a vomitare in giardino sicura di non essere vista da nessuno. Lui mi raggiunge in camera da letto e comincia a baciarmi, io oppongo resistenze inizialmente ma dopo un po’ cedo e lo lascio fare. Cominciamo ad avere un rapporto sessuale intrapreso di sua iniziativa. Ricordo che nella mia testa in quel momento avevo diversi pensieri, non mi sembrava il caso di assecondarlo perché non ero nelle condizioni adatte, ero ubriaca e a malapena lucida, nel letto sopra di noi avevo il sospetto ci fossero altre persone (lui lo sapeva con certezza) e in quella festa erano presenti amici del mio ex ragazzo a cui ero ancora molto legata. Tuttavia il rapporto sessuale avvenne e per lungo tempo, un tempo che mi diede modo anche di svegliarmi, di rendermi conto di quello che stava succedendo e persino di recitare la parte di quella a cui tutto questo andava bene. Diverse volte mi sono trovata in situazioni del genere, in cui per me é più facile dire di sì, congelarsi ed assecondare, che dire di no, e parlandone con delle mie amiche mi sono resa conto di non essere l’unica (“che poi diciamocelo a volte il sesso non é proprio consenziente, no? A volte é un po’ quasi uno stupro, no?” Parlando con una mia amica). L’assurdo di questa storia é che pur odiandolo in quel momento, pur odiando me stessa e provando schifo per quella persona ho continuato a starci tutto il giorno, accettando di accompagnare a casa lui e la coppia che dormiva sopra di noi che doveva andare nella stessa direzione. Le cose si sono evolute in modi ancora più strani e per me carichi di contrastanti emozioni, che adesso non sto qui a raccontare. Quello che invece voglio dire é che le cose sono complicate, le persone e i loro modi di reagire sono più complessi di quello che piacerebbe a tutti noi fosse, ma mi piacerebbe che le persone ne prendessero coscienza, evitando approcci quando si é palesemente sotto effetto di alcohol o altre sostanze e diventa difficile capire i limiti propri e dell’altro, ma soprattutto evitando di giudicare con i propri parametri persone che non si conoscono che hanno vissuto esperienze a noi estranee, che é troppo facile predire da lontano come ci si sarebbe comportati al posto loro. Mi piacerebbe non dover mai più trovarmi d’accordo con una mia amica che mi dice sorridendo che a volte il sesso é quasi uno stupro.
La mamma della bambina a cui faccio da baby sitter mi ha chiesto cosa ne pensavo del caso di Asia Argento, dicendole che io sto sempre dalla parte delle vittime mi ha risposto ” voglio dire la cortigianeria é una cosa che é sempre esistita e comunque io a dire di sì ad uno che ti chiede di fargli un massaggio nudo non ti ci vedo”

#quellavoltache di Anonima

#quellavoltache a 10 anni aspettavo il pulmino in piazza per andare a scuola e ogni mattina un uomo sui 40 anni si avvicinava a me accarezzandomi e dicendomi di andare con lui. Ho cominciato ad andare a scuola a piedi senza dirlo ai miei pur di non avere più quelle mani addosso e di non vedere più il suo sguardo che mi gelava.

#quellavoltache a 13 anni i miei “compagni” di classe non facevano altro che toccarmi il sedere o il seno ogni volta che si trovavano vicino a me,e la volta che sono riuscita a dirlo ad un professore sono stata chiamata in tutti i modi possibili perché non stavo più ai loro “giochi”,come li ha definiti il professore.

#quellavoltache a 16 anni esci per la prima volta col ragazzo che ti piace e lui ti porta in un parco isolato e comincia a venirti addosso costringendoti contro un muro,tenendoti le braccia e baciandoti anche se tu continui a dirgli no,e come se non bastasse comincia a strusciarsi eccitato contro di te mettendoti le mani tra le cosce.

#quellavoltache a 18 anni,aspettando il pullman ti senti chiamare puttana,troia,zoccola e ricevi fischi e occhiate. Ribelliamoci a tutto questo,ci vogliono imporre il silenzio. Uniamoci e alziamo la voce contro questi uomini che non meritano di essere chiamati tali

#quellavoltache di Arianna

#quellavoltache avevo solo pochi anni quando mia madre si mise insieme ad uomo, una persona buona, una persona in cui rivedevo la mia figura paterna una persona che credevo mi voleva bene ma a lui non bastava lui voleva di più dell’affetto che una bambina gli poteva dare.. lui voleva il mio corpo.. non ricordo quando ha iniziato.. ricordo solo le ultime volete.. una notte ero a letto non riuscivo a dormire mia mamma in doccia lui viene in camera mia pensando dormissi inizia a toccarmi palparmi.. quella notte mi stuprò ero paralizzata il cuore a pezzi non volevo crederci che un uomo a chi io ho dato tutto l’affetto che poteva farmi questo. I giorni passarono e ogni notte lui veniva nella mia camera, ogni notte mi faceva del male io non urlavo non dicevo nulla fingevo solo di dormire e sperare che fosse un brutto sogno un incubo.. ma cosi non è stato era la realtà e faceva male.. Ora ho 19 anni e quel dolore lo porto ancora nascosto dentro.. Fa parte di me e non se ne andrà mai.. non lo dico mai a nessuno fa troppo male ricordarlo..

#quellavoltache mi venne strappata via una cosa per me importante e che nessuno potrà mai restituirmi..

#quellavoltache di Alice

Ero in università. Ad un certo punto sento la necessità di andare in bagno per urinare. Cerco ovunque il bagno delle ragazze, ma nn lo trovo. Decido quindi di andare nel bagno dei ragazzi, è qualcosa che faccio spesso in università, qualora davanti al bagno delle ragazze ci sia troppa coda.

Uno studente mi vede nel bagno dei maschi, mi guarda meravigliato. Io gli faccio un sorriso e basta.
Esco dal bagno, imbocco un corridoio e…..ecco che si palesa davanti ai miei occhi il bagno delle ragazze.
Sorrido e penso : “mamma mia sono proprio stupida e cieca! Il bagno era dietro l`angolo e io nn l`ho visto!”
(Spesso ironizzo su me stessa e sulla mia stupiditá)
La sera racconto questo fatto ai miei genitori, sottolineando la mia stupidità. Insomma…volevo semplicemente scambiare qualche risata.
I miei genitori mi fissano in silenzio, seri, anzi serissimi.
Mio padre dice che nn devo ridere di questa cosa. Lui e mia madre dicono che è stato un grosso sbaglio quello di andare in un bagno maschile, perché nn so cosa mi potrebbe accadere.
A detta loro, un ragazzo potrebbe approfittarne fisicamente di me, potrebbe assalirmi e farmi del male.
 
Rimango sbigottita. Se un ragazzo mi fa del male, non è perché me la sono cercata, ma è perché lui è malato e bastardo.
Io posso fare la pipì dove voglio, ma lui non si deve permettermi di torcermi un capello.
 
#quellavoltache
 
I miei genitori nn mi fanno andare al mare da sola perché secondo loro il mio fisico tutto curve e il mio bel viso attraggono troppo i maschi. Per loro, una ragazza con un corpo come il mio e che indossa un bikini rischia di essere disturbata da qualche uomo cattivo.
Mi è stato detto da mio padre di nn indossare bikini che mettessero in vista il seno perché attirano (indosso una terza).
È assurdo tutto ciò!! Noi lottiamo ogni giorno per amare il nostro corpo, siamo schiave della moda che impone canoni irreali. E ora….dobbiamo lottare per coprire le nostre forme a detta di qualcuno troppo provocanti??
No, io nn ci sto
 
Io devo essere fiera del mio corpo e nn nasconderlo per colpa di qualche deficiente che potrebbe fare commenti. Il deficiente i commenti li fa a prescindere che io sia in bikini o che io sia in tuta.
#quellavoltache di Anonima

circa a 10 anni ero ospite a casa del mio migliore amico e arriva suo fratello in camera.
Noi eravamo seduti sulla scrivania che era attaccata al muro e dava le spalle a tutta la camera.
Il fratello si spoglia e inizia a sfidare il mio amico a chi lo ha più lungo. Lui di rifiuta dicendo che ci stavo io, ma lui continuava a giocarci e a parlarne.
Sono rimasta un tempo infinito seduta su quella scrivania a fissare il muro, non volevo guardare o vedere nulla nemmeno per sbaglio.

#quellavoltache alle medie ero presa in giro per il mio seno poco abbondante e sono stata costretta a cambiare scuola per gli insulti.
Nel frattempo il professore d’italiano faceva battute “simpatiche” su una mia compagna molto ben dotata parlando continuamente di quant’erano grosse ecc.
Di certo questo ha influito sulla mia compagna che riceveva queste battute insistenti dal professore e deve essere stato orribile, e su di me che essendo differente venivo bullizzata.
I professori hanno un grande potere su di noi, dovrebbero sfruttarlo bene invece di creare situazioni simili.

#quellavoltache di Anonima

quellavoltache ero piccola e una mia amichetta si è spogliata sul letto e mi ha detto di visitarla perché voleva giocare al dottore io mi sono rifiutata e poi si è masturbata con i pastelli,

quellavolta che alle elementari un mio compagno di classe si strusciava con il pene dietro al mio sedere,

quellavolta che mi è successa la stessa identica cosa a 16 anni,ma a farlo è stato uno sconosciuto nell’indifferenza della folla,io mi giro e lui scappa non sono riuscita neanche a vederlo in faccia ma era un giovane ragazzo come me,

quellavolta che un signore che poteva essere mio nonno mi ha toccato il culo,

quellavoltache a toccarmi il culo è stato un medico di guardia,

quellavoltache lavoravo in cucina nel ristornate e il padrone mi si è strusciato dietro e molestava anche le altre ragazze,

quellavoltache sono stata insieme ad un ragazzo e dopo un po di tempo ha iniziato a picchiarmi,minacciarmi,farmi stalking e violentarmi ma poi con l’aiuto di altre persone sono riuscita a lasciarlo.

Quellevolteche ci penso e mi faccio cosi schifo provo vergogna e vorrei solo morire!

#quellavoltache di Anonima

#quellavoltache all’asilo, i nostri compagnetti decisero di rinchiudere noi bambine in una casetta giocattolo per baciarci. Fui l’unica che riuscì a scappare e a dirlo alla maestra ma non ci fu nessuna reazione. Iniziammo le scuole elementari, la situazione non cambiò di una virgola. Ogni giorno speravo che ci lasciassero stare perché capitavano in momenti in cui l’insegnante o non era presente o non era attenta. Fu la prima volta che qualcuno mi toccò le parti intime.

#quellavoltache dopo aver giocato in piazza con i miei amici (tra cui un mio compagno di scuola), mi avviai verso casa insieme a due di loro e uno mi strinse alla porta, mi toccò il sedere e scappò via.

#quellavoltache ero ferma davanti alla stazione ed un maniaco si stava masturbando in macchina mentre mi guardava. Non pensavo le persone potessero essere così malate..

#quellavoltache mi è stato detto ‘’Belle tette’’ e ‘’Che occhi belli che hai’’..quest’ultima con tanto di allungamento di collo sul mio seno. Oppure quando ho avuto la sensazione che un anziano accanto a me, mi stesse sfiorando la coscia.

#quellavoltache sotto l’effetto dell’alcol, ero molto più socievole con miei conoscenti, con i quali non ho grandi rapporti e loro erano convinti ci stessi provando.

#quellavoltache un ragazzo mi ha baciato e continuava ad affermare che anch’io lo volessi e insisteva che era da tanto tempo che lo volessi scopare. Tutto questo dopo numerosi tentativi di allontanarlo dopo che mi aveva toccato seno e sedere.

#quellavoltache lavorando in un bar, si ‘scherzava’ sullo scambio di fidanzata e quello che ne parlava era un uomo sposato con figlio. Come tutte quelle volte che lavorando, mi sono sentita osservata per il mio modo di vestire.

#quellavoltache al mare, una mia amica mi fece notare che c’era un nostro conoscente che ci guardava ed a un certo punto mi gridò ‘’Copriti ste tette’’. La sera, di turno al bar, stavo giusto servendo il tavolo (posto all’esterno) dove c’era questo ragazzo. Sbagliai un’ordinazione e il coglione gridò :’’ Metti più cervello e meno tette di fuori’’…Ancora oggi, non mi spiego come abbia potuto mantenere i nervi saldi e non spaccargli la testa con il vassoio..Non c’era solo il suo tavolo lì, ce n’erano molti altri..Mi sono sentita una merda, quasi come se mi colpevolizzassi di aver indossato un semplicissimo costume. Perché è stata dura per me accettare il mio corpo formoso e queste cazzate mi uccidono.

#quellavoltache di P.M.

un uomo, in una stradina di campagna, mi ha tagliato la strada ed e’ sceso dalla macchina con i pantaloni abbassati. Ero con un’amica e ci siamo messe a urlargli contro ma non abbiamo fatto in tempo a prendere la targa. Un ‘altra volta ero sola in macchina, un uomo in autostrada ha iniziato a far segni con le luci e a inseguirmi, mimando atti osceni. Se rallentavo ,rallentava anche lui… Non mi superava. Mi son fermata in autogrill e mi ha seguita, e’ ripartito subito dopo di me per continuare a seguirmi. Cosi per 150 km. Appena arrivata nella mia citta ‘ sono andata subito dai carabinieri. Appena parcheggiato e’ scappato. Ho guidato per due ore con l’ansia. Quanto e’ stato diabolico?

#quellavoltache di Anonima

Ho sempre pensato a #quellache quella che ero… mi accorgo però che forse è stata #quellavoltache. Ero una ragazza timida, introversa, con difficoltà relazionali e facilmente “soggiogabile”. Ho incontrato la persona sbagliata, l’amica sbagliata… la violenza l’ho conosciuta attraverso l’amicizia, una amicizia davvero speciale, quell’amicizia adolescenziale che vale tanto, tutto, e forse troppo. Ho subito tanti anni di violenza psicologica, ora mi rendo conto che era questo, che non era colpa mia o del mio carattere o della mia personalità. Questa persona mi ha soggiogato completamente, in una spirale distruttiva nella quale pur di uscirne ero disposta anche a suicidarmi. Non l’ho fatto, ma mi sono fatta male in altri modi, con la depressione, con i disturbi alimentari, con comportamenti autolesivi. È difficile parlarne ma voglio mostrare a chi legge che la violenza ha molti volti e molti aspetti relazionali. Questa amica ha iniziato facendo valere la sua idea più della mia, ha continuato convincendomi a fare quello che voleva lei, finendo per insultare me, la mia persona, le mie difficoltà. Per lei c’ero sempre, rispondevo sempre (come voleva lei però), l’accompagnavo ovunque. Scritte così sembrano sciocchezze ma sono arrivata ad uscire con dei ragazzi solo perché lei ne desiderava l’amico. Sono rimasta sola nei locali solo perché lei potesse stare qualche ora con quello che le piaceva. Ho rovinato delle mie altre amicizie solo perché non la sopportavano e io non potevo “tradirla”. Ma ciò che facevo mi si ritorceva comunque contro perché venivo accusata di essere sola, di non avere nessuno se non grazie a lei, di non saper prendere decisioni (sapevo cosa volevo ma avevo paura di dirlo e volevo solo accontentarla). Per uscirne sono scappata. Ho cambiato città e piano piano i rapporti si sono allentati, ora per fortuna sono nulli. Solo rimanendo sola ho capito quanto valessi io e quanto valesse la mia libertà.

#quellavoltache di Anonima

circa a 10 anni ero ospite a casa del mio migliore amico e arriva suo fratello in camera.
Noi eravamo seduti sulla scrivania che era attaccata al muro e dava le spalle a tutta la camera.
Il fratello si spoglia e inizia a sfidare il mio amico a chi lo ha più lungo. Lui di rifiuta dicendo che ci stavo io, ma lui continuava a giocarci e a parlarne.
Sono rimasta un tempo infinito seduta su quella scrivania a fissare il muro, non volevo guardare o vedere nulla nemmeno per sbaglio.#quellavoltache alle medie ero presa in giro per il mio seno poco abbondante e sono stata costretta a cambiare scuola per gli insulti.
Nel frattempo il professore d’italiano faceva battute “simpatiche” su una mia compagna molto ben dotata parlando continuamente di quant’erano grosse ecc.
Di certo questo ha influito sulla mia compagna che riceveva queste battute insistenti dal professore e deve essere stato orribile, e su di me che essendo differente venivo bullizzata.
I professori hanno un grande potere su di noi, dovrebbero sfruttarlo bene invece di creare situazioni simili.

le #quellavoltache di Anonima

l’uomo che amavo mi prese a schiaffi tutta la notte e poi mi disse “guarda come ti sei conciata, eri così bella”. Sono avvocato, ma non ho denunciato perché non avevo testimoni, perché non avevo altro modo di andare in ospedale che farmici portare da lui, perché temevo di essere accusata io di calunnia, perché non volevo che lo sapessero i miei genitori, ma anche perché speravo che si sarebbe curato e saremmo tornati felici. Invece mi lasciò perché sarei stata io a tirare fuori il peggio di lui.

#quellavoltache dopo mesi ho iniziato a raccontarlo agli amici e quasi tutti mi hanno ascoltata come qualsiasi storia che si sente al tg, senza pietà, senza un abbraccio, ma col dito puntato su quello che non ho fatto e sul modello di donna forte che sembravo incarnare e che ho fallito nel perseguire. Qualcuno mi disse di essere deluso da me e presto si allontanò.

#quellavoltache lo confessai a una collega e mi rispose che tutti al lavoro lo sapevano perché videro la mia faccia gonfia e il mio labbro spaccato, ma nessuno mi tese una mano perché “sono cose private”.

#quellevolteche lo racconto a un uomo e si sente autorizzato a qualsiasi mancanza di rispetto: “avresti perdonato uno che ti ha picchiata e rompi le palle a me?!”.

#quellavoltache mi sono convinta che stare zitte e non raccontare risparmi ulteriori dolori.

#quellavoltache di Annalisa

avevo 14 anni e tornando da ripetizione di stenografia (sic ) mi ha inseguito un militare, ha cercato di baciarmi e poi mi ha buttato per terra, ho urlato parole che non ho più ripetuto ( e si sa che ne conosco molte) dopo alcuni minuti è passato un uomo mi ha vista per terra con lui sopra che urlavo di lasciarmi andare, ha guardato oltre e ha continuato a camminare, per fortuna lui si è spaventato ed è scappato lasciandomi, mi sono alzata e ricomponendomi ho visto una suora, allora ho preso le mie cose e sono corsa verso di lei, lei mi ha visto, ha alzato la sottana con le due mani ed è scappata da me.
#quellavoltache vendevo formaggi 19 anni forse, ben in carne e il mio possibile cliente (70ina) guardandomi stupito negli occhi ha approfittato delle mie mani piene di formaggio per strozzarmi entrambe le tette ( sono rimasta plastica, a bocca aperta per un tempo che non so calcolare)
#quellavoltache sull’autobus a Trieste un uomo a preso a strusciarsi ed io faticavo a credere fosse intenzionale e mi sono vergognata fino a quando ho visto che in autobus eravamo in 5 compreso l’autista è che quindi forse non aveva bisogno di rimanere così appiccicato.
Tutte quelle volte in cui in spiaggia mi sono girata e uno si masturbava guardandomi sfrontato la prima forse, te la ricordi giancarla abbiamo cercato di disturbarlo lanciandoci acqua lui non ha smesso e il giorno dopo noi eravamo malate, l’ultima ( spero) in spiaggia gay nudista in cinta di 6 mesi.
#quellavoltache facendo l’autostop un signore ( sic!) mi mostró il suo albergo proponendomi di fargli compagnia in cambio di un paio di ore di aria condizionata……. e lo so che non mi ha toccata ma di sicuro mi ha ferito Ebbene sono tutti abusi e non importa cosa indossavo, come parlavo, dove camminavo NON DOVEVATE!

le #quellavoltache di Roberta

La lettura delle storie di chi si è resa protagonista del progetto #quellavoltache ha fatto ritornare alla mia mente episodi che vorrei solo dimenticare, ma oggi forse è giusto che anche io ne parli, lo devo a me stessa.
#quellavoltache avrò avuto 5/6 anni e mio cugino di 11 mi toccava il seno e io fuggivo inbarazzata.
#quellavoltache, non ricordo a che età, un altro cugino ben più grande di me mi baciava in bocca, forse con la lingua e io impassibile. Ho ricordi confusi, forse mi divertiva. Ricordo che provavo emozioni contrastanti, fingevo di dormire e lui veniva e mi baciava, quasi come se dal momento in cui doveva succedere, almeno io fingevo di dormire e quindi di non essere consapevole di cosa stesse accadendo.
#quellavoltache il mio ex voleva fare sesso ma io non ne avevo voglia e lui prima delicatamente, poi con più insistenza, ha ottenuto quello che voleva e io, stupida, in parte stavo male, in parte ero sollevata per aver adempiuto al mio “compito” e avergli dato piacere o meglio, avergli permesso di prenderselo. #quellavoltache, sempre sui 5/6 anni, il figlio adolescente della vicina di casa mi toccava sotto la gonna e si toccava a sua volta.
#quellavoltache, da adolescente, tra le lacrime, raccontai quest’ultima storia a mio padre e lui sminuì dicendo che succede un po’ a tutte, che da adolescenti può capitare. Non con una bambina però, e che cazzo! Da allora non ne ho fatto più menzione con nessuno, ho solo sepolto esperienze di cui sono diventata realmente cosciente dopo molto tempo ma che, ne sono certa, mi hanno segnata ed hanno influito sulla persona che sono oggi sotto alcuni aspetti.

le #quellavoltache di Jessica

a 11 venni toccata come una bambina non dovrebbe essere nemmeno lontanamente pensata dal cartolaio di Paese e, raccontato in famiglia l’accaduto, fui sgridata e mi fu detto di non dire nulla perchè era “un amico di zio” e non poteva essere una cattiva persona. Quella volta che ricordo quanto mi sentii sola.
#quellavoltache a 6 anni, a scuola, mia madre mi fece indossare una gonna blu sotto il grembiule -ero molto contenta della mia gonna blu, la ricordo ancora- e, durante la ricreazione, dopo essermi tolta come molti bambini quell’odiosa e scomoda vestaglia nera, mi fu detto/chiesto dalla maestra di Scienze: “ti sei tolta il grembiule per farti vedere la gonna?”
Quella volta che ricordo ancora quanto mi sentii sbagliata e sporca.
#quellavoltache che, alle scuole medie, per essermi rifiutata di baciare il mio fidanzatino, questo iniziò a dire di me che “mi comportavo da santa e mi truccavo da troia”.
#quellavoltache frequentavo il Liceo e, quando prendevo il pullman per tornare a casa, per il mio abbigliamento particolare (indossavo sempre tacchi), sentivo sempre i mormorii dei ragazzi che sostenevano fossi una escort, diffondendo la nomea tra tutti i coscritti della zona.
Quella volta che mi sentii fragile, ma facevo la donna forte a 18 anni.
#quellavoltache, a 15 anni, rimasi l’ultima a scendere dal pullman e l’autista,comunicando con me attraverso lo specchietto retrovisore (mi trovavo piuttosto indietro appositamente) mi disse che dovevo finirla di essere così chiusa perchè quel mistero lo intrigava e avrebbe dovuto non farmi scendere dall’autobus: per un minuto lunghissimo non aprì le porte mentre io gli dicevo sorridendo che dovevo andare a casa a studiare geografia.
Quella volta che lo raccontai ad un amico e lui ci scherzò sopra e mi disse che non era possibile, perchè lui l’autista lo conosceva.
#quellavoltache in stazione a Milano stavo aspettando il mio ragazzo che veniva da Roma e un uomo piuttosto anziano iniziò a fissarmi, a scomparire e a ricomparire in altri posti continuamente, non togliendomi gli occhi di dosso, finchè me lo trovai dietro, a qualche centrimentro da me: passò accanto toccandomi e dicendomi vicidamente “sei bellissima”.
Quella volta che a casa mi feci un’altra doccia.
#quellavoltache in metropolitana un uomo mi chiese indicazioni e, dopo avergliele fornite, iniziò a seguirmi ovunque andassi, qualsiasi treno prendessi e a qualsiasi fermata scendessi: gli dissi molto perentoriamente di lasciarmi stare, che non avevo tempo per lui, ma continuava e, quando si avvicinava di più, mi toccava. Chiamai chiunque ma nessuno mi rispondeva.
Quella volta che ho avuto molta paura.
#quellavoltache ad un bar, un uomo, visibilmente alterato da droga, mi chiese di uscire con lui 20 volte e, quando non rispondevo, mi toccava. Fui costretta ad andarmene.
Quella volta che non mi sentii libera.
#quellavoltache mia madre mi disse che, ucendo vestita in quel modo, non potevo più permettermi di lamentarmi/sfogarmi con lei, come ero solita fare, se un uomo mi rivolgeva comma ti volgari.
Quella volta che mi sentii colpevole.
#quellavoltache a 14 anni indossavo dei pantaloncini corti ad agosto e un gruppo di uomini mi gridò che i miei genitori non avrebbero dovuto permettermi di atteggiarmi da puttanella, in mezzo alla strada.
Quella volta che ebbi tanta vergogna.
#quellavoltache che scesi dalla macchina per pagare il parcheggio e un uomo, passando con la macchina, rallentò guardandomi in quel modo, quello che voi donne conoscete e mimando atti sessuali,e io mi permisi di dirgli:”che cazzo guardi?”. E lui mi aspettò, più avanti, a violentemente mi gridò che lui aveva il diritto di guardare e fare qualunque cosa.
Quella volta che l uomo che avevo accanto era un’altra cosa e mi aiutò.
#quellavoltache, di sera, in un McDonald con un mio amico, un uomo si appoggiò alle porte di ingresso, fissandomi, emettendo suoni,facendo gesti (il rituale é sempre.lo stesso) e poi entrò nel locale continuando, continuando, continuando…
Quella volta che se fossi stata sola…
#quellavoltache mi fu detto di tacere perché ero una femmina.
#quellavolta che sono molte, troppe e racconto “solo”queste.
#quellevoltache guardo mia nipote di 2 anni, bellissima e pura, e, piangendo dentro, vorrei cambiare il mondo e renderlo meraviglioso come lei lo vede

le #quellavoltache di G.

sono andata a giocare a casa del mio amico Filippo. Faceva giochi strani, ma io non capivo quanto strani fossero: perché io avevo solo sei anni, e lui otto. Non mi rendevo conto di nulla. Mi toglieva il costume da bagno (era agosto ed eravamo in vacanza al mare), mi ficcava ovunque quel suo pene per fortuna incapace di ergersi, “come fanno mamma e papà”, “come succede nei film”… ero stranita, più che spaventata. Una lunga sequenza di gesti e posizioni a me incomprensibili. Sinché non è arrivato il fratello maggiore, diciottenne. Aveva il triplo dei miei anni. Ed era ovvio che era stato lui ad insegnare tutto a Filippo. Gli stessi giochi voleva farli anche lui con me. Ricordo come cercò di conquistarsi la mia fiducia preparandomi una merenda deliziosa e un frullato di frutta. Ricordo quella casa stanza per stanza: la camera da letto con il lettone matrimoniale dove mi aveva portato Filippo, la cucina, il salotto. Avevo sei anni ma oggi, che ne ho quasi 43, saprei disegnare la mappa planimetrica di quella maledetta casa. Ricordo questo ragazzo alto alto, così più grosso di me, che si tira fuori quella strana escrescenza di carne dai pantaloni. E’ seduto su una sedia, mi chiede di giocare con il suo organo e poi me lo mette in bocca. Fin qui il ricordo è nitidissimo… e poi… poi è il blackout. Ricordo che a 17 anni quando persi la verginità con il mio primo amore, la prima cosa che feci subito dopo fu di controllare se c’era sangue sulle lenzuola: neanche una goccia. Mia madre però disse che ci sono donne che non sanguinano, che è normale… Ai miei comunque raccontai tutto: anche se ero molto piccola, capii che era successo qualcosa di profondamente sbagliato e glielo dissi, con le mie parole di bambina di sei anni. Raccontai l’inganno, il raggiro, più che la violenza fisica. Poi sono cresciuta e sono arrivati i veri amori. Alcuni belli, sani; altri no, tanto intensi quanto disfunzionali.
Da quando mi sono separata dal compagno con cui sono stata dieci anni, incappo sempre nel fratello di Filippo (che manco so più come si chiama): uomini più grandi di me esattamente di dodici anni, o comunque tutti bravissimi a cucinare, pronti ad avvelenarmi coi loro frullati di frutta… E quando vado a letto con un uomo che in realtà non mi ama affatto, non solo non raggiungo l’acme del mio piacere, ma dopo ho una specie di attacco di ansia. Mi manca il respiro, voglio solo scappare, mi sento inetta, usata e disperatamente sola…
#quellavoltache, dodicenne, passando in pieno giorno vicino a un nightclub sulla via principale della mia città, un uomo di mezza età mi chiede di passare mezz’ora con lui per diecimila lire ed io fuggo chiedendomi cosa ho sbagliato o se sono vestita male; #quellevolteche i compagni di classe delle medie mi assaltavano tastandomi le gambe, il sedere e i seni, ma almeno una volta io reagii picchiandoli e tirando dei bei calci nei coglioni; #quellavoltache di sera, tornando a piedi da casa del mio ragazzo (non avevo ancora la macchina), un uomo comincia a pedinarmi e per fortuna io me ne accorgo subito, mi infilo in un bar, lui mi segue sin dentro, ma io chiamo un taxi e torno a casa…
#quellavoltache, stasera, ho pianto leggendo le vostre storie, che assomigliano così tanto alla mia, anche quando tutti i dettagli sono diversi

le #quellavoltache di Anonima

a 13-14 anni, alla festa di paese aspetto insieme ad una mia amica e ai suoi genitori l’uscita del santo patrono dal duomo.. c’è tanta folla e siamo tutti accalcati..sento una pressione e un calore sul mio sedere,un porco sulla cinquantina mi sta appoggiando il suo organo con una certa insistenza e, come se non bastasse, allunga anche una mano in avanti per raggiungere le mie parti intime.. provo a scostarmi,do qualche gomitata ma non riesco proprio a liberarmi..c’è davvero troppa calca.. fortunatamente non passa troppo tempo prima che il santo patrono esca e io possa finalmente andare via da lì.. non racconto niente a nessuno.

#quellavolta che..a 14 anni, sono le prime uscite estive con le amiche.. da qualche settimana frequentiamo un gruppo di ragazzi più o meno coetanei..uno di loro mi inizia a prendere di mira, io cerco di evitarlo il più possibile anche perché non mi piace affatto. Fa spesso battute (a modo suo sono complimenti) sul mio fisico e mi chiede sempre se io voglia vedere il suo organo, mimando atti vari..tutto ciò davanti a tutta la comitiva..Una di quelle sere diventa più insistente del solito e mi palpa un paio di volte il seno..mi vergogno e mi arrabbio parecchio ma non riesco a fare altro se non dirgli qualche parola.. sul finire della serata, scendiamo in spiaggia (tutti insieme) e lui cerca di allungare sempre di più le mani sul seno e sul sedere fin quando non prova a bloccarmi tentando un approccio..non so come ma mi ritrovo a terra con lui che cerca di mettersi sopra di me..al tempo si usavano delle scarpe con la zeppa enorme che mi hanno indubbiamente aiutato a difendermi..non so quanti calci si sia preso ma finalmente se n’è andato via (anche sorpreso dalla mia reazione ‘esagerata’).. io mi sentivo mortificata,spaventata e con tanta rabbia addosso.. spesso le mie amiche hanno sminuito la cosa come una ‘ragazzata’ legata all’età..ma io sono dell’idea che il rispetto debba esserci sempre.. a qualsiasi età.

#quellavolta che.. a 15 anni, all’uscita da scuola un anziano in macchina mi chiede di avvicinarmi perché aveva bisogno di un’informazione…arrivata alla macchina mi accorgo che si stava masturbando e scappo via.. qualche mese dopo mi capita la stessa identica cosa con un ‘signore’ più giovane, ‘distinto’..sempre in pieno giorno..nella via più affollata del paese, a poca distanza dai vigili urbani.. anche quella volta mi allontano senza dire nulla.

#quella volta che.. a 16 anni, sto passeggiando per il centro con una mia amica, sono le 11 del mattino.. un porco all’improvviso tira fuori dai pantaloni il suo organo e inizia a masturbarsi davanti a noi.. scappiamo via di corsa.

#quellavolta che.. a 17 anni decido,con un’amica, di passare il ferragosto in spiaggia con dei ragazzi e un paio di ragazze che frequentiamo da qualche mese.. durante la notte,uno di questi con la scusa di condividere la stessa coperta mi si avvicina parecchio e tenta un approccio..io rifiuto, lui insiste un po’ ma poi si ferma.. la cosa triste avviene nei giorni a seguire quando inizia a raccontare a tutti gli altri della comitiva che avevamo consumato, che era riuscito a portarmi a letto.. anche questa è violenza, anche se solo psicologica.

#quellavolta che..a 10 anni, rispondo al telefono di casa e dall’altro lato sento la voce di un uomo che sembra voglia vendermi qualcosa.. in realtà inizia a farmi domande per ‘conoscermi’ e inizia a parlare di sesso e di cosa mi piaceva o non mi piaceva a letto.. sono rimasta di stucco e ho riagganciato. 

#quellavoltache..ho incontrato un uomo speciale, il mio attuale marito, che durante i mesi(!) di iniziale frequentazione, non ha mai, dico mai, pensato di sfiorarmi con un dito o tentare qualsiasi approccio se non fosse stato assolutamente sicuro del mio consenso..

#quellavoltache..ho scoperto di aspettare una bambina e, a parte l’infinita felicità, la prima cosa che ho pensato è stata: ‘sarà così difficile proteggerla da questo mondo..fosse un maschietto avrebbe sicuramente la vita più facile’..quanto è triste dover arrivare a fare questi pensieri??

Le mie, per fortuna, sono solo esperienze banali a cui si aggiungono commenti, sguardi, pedinamenti e tentati approcci vari che, purtroppo, rappresentano la norma per noi donne.

#quellavoltache di Anonima

avevo nemmeno 6 anni ed un pastore mi ha mostrato gli agnellini appena nati poi mi ha portato in un luogo isolato e si è masturbato toccandomi sotto le mutandine

le #quellavoltache di Anonima

eri adolescente e il tuo maestro di karate ti chiede di toccarti i fianchi perché gli piace e ti fa capire che lo eccita e lo fa diverse volte e tu lo lasci fare perché lo consoci da quando hai 9 anni e per te è una figura paterna e non capisci cosa succede perché non è una vera e propria violenza ma percepisci in fondo che c’è qualcosa che non va. E #quellavoltache un tuo compagno di danze dell’età di tuo padre che ti accompagna a casa dopo uno spettacolo e in macchina mentre guida ti mette le mani sul seno e te lo tocca per minuti interminabili e anche lì non capisci che succede perché mai da anni che lo conosci si era comportato così e non ti rendi subito conto che è sbagliato perché la prima cosa che pensi è che è colpa tua perché se è successo è forse perché ti sei comportata in qualche modo fraintendibile? E se lo dicessi che ne sarebbe della compagnia? Che penserebbe la gente? Cosa direbbero di te? Che ne sarebbe del tuo futuro visto che non è uno stupro? Ecco cosa spinge le ragazze a tacere: la paura di avere il futuro rovinato (senza rendersi conto che in realtà la tua psiche ne è comunque compromessa), che si creino casini che non sei capace di gestire, e la paura di essere additate come le cause delle molestie maschili.

 

 
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4 commenti su “#quellavoltache contro la cultura dello stupro e il victim blaming

  1. #quellavoltache camminando da casa alla metropolitana,in una zona molto frequentata della mia città,alle 3 del pomeriggio, un signore anziano mi guarda e mi fa il gesto del cunnilingus con le dita a V e la lingua al centro,fissandomi dritta negli occhi.Mi sono sentita una merda.

    #quellavoltache in motorino, di mattina, mi si avvicina un tipo viscido,visibilmente alterato,a bordo del suo scooter e mi dice ” t chiavass mo mo”.volevo evaporare.

  2. #quellavoltache Avevo circa 20 anni, ero a Roma in autobus, seduta in un sedile in fondo, quel sedile sfigato dietro al vetro che lo separa le scalette di salita. Era un posto dal quale si poteva uscire solo da un lato, ovvero dal sedile a fianco. Pieno giorno, estate torrida. Mi si siede accanto un uomo che si mette a fissarmi ininterrottamente. Poi comincia a dirmi sottovoce frasi oscene, cercando di convincermi a seguirlo. Si avvicinava sempre di più. Ho cominciato ad avere paura e ho reagito insultandolo a voce alta, cercando di richiamare l’attenzione di altri passeggeri, che purtroppo erano pochi in quel momento. Volevo alzarmi e scappare ma sarei dovuta passargli proprio “addosso”: non ci pensavo lontanamente. Allora ho deciso di urlare: MI LASCI IN PACEEEE CHIAMO LA POLIZIAAA! Non se l’aspettava: ha reagito alzandosi e insultandomi, e dicendo che non avrebbe avuto paura di una denuncia perché ne aveva gia molte. A quel punto però si era alzato e sgomitando sono uscita dal sedile-trappola e sono scesa di fretta dal bus. Non mi sono mai più seduta in un posto troppo isolato.

    #quellavoltache Ero sempre a Roma, in via del Corso, a spasso a guardare vetrine in un pomeriggio qualsiasi. Mi si avvicinano tre ragazzi carini e più o meno miei coetanei. Sorridevano: lì per lì non capivo, per un attimo ho pensato che volessero delle informazioni. Invece mi hanno accerchiata, avvicinandosi moltissimo, e hanno cominciato ad insultarmi e a dirmi cosa mi avrebbero voluto fare. Volevano che andassi con loro e cominciavano ad allungare le mani. E’ successo tutto in pochi secondi: sono riuscita ad abbassarmi e a divincolarmi passando in qualche modo fra due di loro, e correndo sono scappata via.

    #quellavoltache Camminavo per strada, nella mia città. Mi si avvicina un uomo sulla sessantina abbondante, distinto, ben vestito. Comincia a chiedermi come mi chiamo, se sono fidanzata. Chiedo educatamente di essere lasciata in pace, dico di non essere interessata. L’ho incrociato altre tre o quattro volte, arrivando a temere di essere seguita: lui cercava sempre un approccio, io continuavo a negarmi, sempre più infastidita. L’ultima volta che l’ho incontrato per strada, sempre lungo la stessa strada, mi ha messo una mano sulla spalla chiamandomi “tesoro”: gli ho urlato le peggio cose in mezzo alla gente, cercando di farlo sentire la merda che era. Qualche mese dopo si è presentato alla porta del mio ufficio per motivi di lavoro: volevo morire. Anzi: avrei voluto che morisse lui. Non ero da sola perciò ero abbastanza convinta che non sarebbe successo niente, e sono riuscita a cavarmela e a mandarlo via in pochi minuti. Lui si vergognava più di me, che ostentavo sicurezza poiché ero dalla parte della ragione ed ero in una posizione di “protezione” fra i miei colleghi. Non l’ho più rivisto: spero che sia morto.

    #quellavoltache Sono andata a portare dei documenti in un ufficio in cui lavorava un ragazzo col quale, molti mesi prima, avevo avuto una breve relazione conclusasi tranquillamente in un nulla di fatto. Erano le otto di sera ormai, e in ufficio purtroppo era rimasto solo lui. Gli uffici di fianco, ovviamente, vuoti. Ho consegnato il materiale e stavo per andarmene ma lui mi ha presa per un braccio e mi ha fatto capire cosa volesse da me. Ho detto no mille volte, duemila volte. Ho detto di essere fidanzata: non era vero. L’ho detto per rafforzare disperatamente il mio no. Mi ha messo le mani sulle spalle spingendo in basso, come per buttarmi a terra o per farmi inginocchiare, non so. Sono riuscita a resistere ed ho approfittato del fatto che le sue braccia fossero alzate per dargli un calcio in mezzo alle gambe. Ha urlato e io sono scappata via. Ha continuato a scrivermi messaggi per qualche settimana, non ricevendo mai risposta.

    E tanti altri episodi.

    Ringrazio la fortuna e il mio carattere di merda che mi hanno aiutata a salvarmi ogni volta.

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