“Pride” e l’importanza delle lotte condivise

PrideC’era una volta, tanto tempo fa, una storia vera, forte e bellissima, ma quasi dimenticata.

Anno domini 1984. In Inghilterra, il governo conservatore e neoliberista guidato da Margaret Thatcher annuncia la chiusura di una miniera di carbone nello Yorkshire, primo atto di una serie di smantellamenti di siti minerari che porteranno alla perdita di 20.000 posti di lavoro. Il sindacato della categoria, l’Unione Nazionale dei Minatori, proclama uno sciopero che durerà, in condizioni durissime, un anno intero, coinvolgendo 165.000 minatori. I lavoratori delle miniere di tutto il paese, affamati e in lotta per i propri diritti, diventano il nemico pubblico numero uno, vengono dipinti come criminali e attaccati con violenza dalla polizia. Oltre 51 settimane di lotta, due lavoratori uccisi, 1750 feriti ufficiali, 11.312 arresti, 710 licenziamenti e 10.000 procedimenti giudiziari.

Un gruppo di giovani militanti londinesi LGBT (all’epoca solo “Gay e Lesbiche”), guidati/e da Mark Ashton, attivista ventiquattrenne, “il comunista” (come viene chiamato da alcuni), forma il movimento LGSM (“Lesbians and Gays Support the Miners“) proponendosi di raccogliere fondi per sostenere la causa dei minatori, in condizioni disperate dopo mesi di sciopero. Iniziano quindi una faticosa colletta, armati di secchielli con cui chiedere soldi ai passanti e di un’enorme tenacia e volontà che li porterà ad incontrare direttamente i minatori in sciopero di Dulais, un piccolo paese rurale del Galles, molto lontano dall’emancipazione sessuale e culturale e dall’accettazione della diversità. Eppure l’entusiasmo degli/delle attivisti/e trascina (anche se con fatica) i minatori, che si aprono ad una collaborazione senza precedenti e che sarà sancita simbolicamente nel corteo del “Gay Pride” di Londra del 1985.

The real thing: LGSM members march in support of the miners

Immagine originale del Gay Pride di Londra del 1985

Il film “Pride” (2014), diretto da Matthew Warchus, premiato come miglior film al British Indipendent Film Awards e lungamente applaudito al Festival di Cannes, ricorda questa storia commuovente.

Warchus confeziona un piccolo gioiellino. Il linguaggio è tradizionale. Il regista non colora fuori dai bordi, rispetta diligentemente le regole della tragicommedia inglese, la fotografia non ha contrasti e le musiche mantengono alto il ritmo del film. Ma dentro la confezione “a modo”, che solo qualche volta cade in cliché e banalizzazioni (le lesbo-femministe sempre arrabbiate con tutti/e, la scena di ballo gay con annesso sculettamento), batte un cuore rivoluzionario e politico, che emoziona e fa commuovere.

Complici le attrici e gli attori, bravissime/i e profondamente “veri” (come ci ha ben abituato parte del cinema inglese), con il volto segnato, le rughe, i corpi multiformi, gli sguardi penetranti e nessuna patina, il film mi ha fatto venire le farfalle nello stomaco. Quelle farfalle che sanno darti solo la speranza nel cambiamento e la bellezza delle lotte condivise, del reciproco riconoscimento.

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Questo è il cuore del film: l’intersezionalità delle lotte e la necessità che queste rimangano questioni politiche e non di costume.

Mark “il comunista”, il protagonista del film, lo ricorda continuamente a chi di volta in volta gli chiede – da entrambe le parti – perché mai i gay e le lesbiche dovrebbero allearsi con i minatori.

“Thatcher, polizia e stampa di destra sono contro questi minatori. Non ti ricorda nulla?” 

Non si tratta dell’infantile motto “il nemico del mio nemico è mio amico”, ma di qualcosa di più.

“Non capisco chi combatte solo per i diritti dei lavoratori senza combattere per i diritti delle donne, o chi combatte solo per diritti degli omosessuali senza interessarsi dei lavoratori.” 

Questo afferma Mark a chi gli chiede il perché di tutto questo.

Non si può lottare per i propri diritti senza riconoscere e sostenere i diritti degli altri. È cecità politica e sociale. E nel film assistiamo, scena dopo scena, alla reciproca crescita della consapevolezza politica di due minoranze che prima di allora avevano sempre lottato separatamente. Perché le lotte singole, quelle che non abbracciano le altre lotte, sono sterili.

In Pride si vede tutto questo: le barriere reciproche cadono, i pregiudizi si sfaldano e la solidarietà tra minatori e attivisti si fa sempre più forte, e (quasi) tutte/i ne escono comunque diverse/i ed arricchite/i umanamente, ad di là dell’epilogo della storia.

È un bel film Pride, ti restituisce un po’ di quella fiducia nel cambiamento che a volte ti viene a mancare, che a volte non senti più sottopelle, così ti ritrovi spesso a domandarti se ha senso continuare a lottare e sperare. La risposta sta in uno slogan, un motivo che viene intonato anche nel film in una scena molto toccante: “non più schiavi/e ed oziosi/e, non più dieci che lavorano e uno/a che riposa, ma la divisione fra tutte/i delle gioie della vita: il pane e le rose!”

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Vedi anche: “All Out! Dancing in Dulais” il documentario del 1985 fatto dai membri stessi del LGSM.

Un pensiero su ““Pride” e l’importanza delle lotte condivise

  1. Sono andata a vedere il film per Andrew scott (Gethin, ruolo x il quale ha anche vinto un premio) che conosco per sherlock della BBC ma a parte questo ho trovato stupendo il tutto, ho veramente assaporato l’atmosfera di quel momento è da etero dico che se fossi vissuta all’epoca ( nacqui 5 anni dopo) probabilmente mi sarei unità a loro

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