Ora pro-life

Al Convegno “Non tornare indietro: molto più di 194!”, organizzato dalla Rete Nazionale Molto+di194 il 28 settembre scorso, in occasione della Giornata Mondiale per l’aborto garantito e sicuro, si è affrontato anche il tema delle informazioni diffuse nell’ambito della salute riproduttiva.

In particolare è stato trattato il tema della sindrome post abortiva, (Post Abortion Syndrome), descritta come una sindrome post traumatica successiva a ogni interruzione di gravidanza. Questa sindrome viene descritta attraverso degli studi diffusi negli Stati Uniti e attualmente rivolti al panorama italiano, rappresentando l’ultima frontiera delle strategie che si oppongono alla possibilità di scelta da parte della donna e alla garanzia dei servizi sanitari nel settore riproduttivo. La teorizzazione di una sindrome post abortiva si aggancia inevitabilmente a quella postulata sui diritti fondamentali dell’embrione.
Nonostante la presenza di alcuni studi in materia (frammentari, lacunosi e senza un valido campione), non esiste alcuna evidenza che avvalori questa teoria, tanto da essere stata rifiutata dalla American Psycho-logical Association e l’American Psychiatric Association.

Questa breve riflessione, ampiamente analizzata durante il Convegno, ci apre a una serie di considerazioni su quella che è la comunicazione operata dai numerosissimi gruppi cosiddetti “prolife”. Sostenuti dal numero considerevole di obiettori di coscienza, dallo smantellamento dei consultori pubblici, dall’uso limitato dell’aborto farmacologico, i prolife si sono fatti spazio negli ultimi anni attraverso una traduzione sempre più massificata e di larga diffusione sui temi della vita. Il focus, che apparentemente sembra rivolgersi alla tutela della vita del nascituro, in realtà si incarna sempre più spesso nella criminalizzazione della donna che sceglie volontariamente di interrompere la gravidanza. E mai si profili la possibilità di vivere questa esperienza senza un profondo senso di colpa, che acquisisce valenza scientifica attraverso la definizione sindromica, diffusa quindi su lunga scala e propria, in forma più o meno ampia, di sintomi depressivi susseguenti all’evento. La riproduzione fotografica e grafica, poi, sfiora il fantascientifico: parliamo prevalentemente dei feti di 11 settimane rappresentati come piccoli neonati grandi quanto il palmo della mano, formati di tutto punto. La comunicazione è feroce, giustificata da un fine più grande, e a nulla sono valsi negli anni le lotte, la legislazione, le riprove scientifiche. Non c’è l’umanità di una parola che ci svincoli da questa oppressione, che è apertura nelle messe domenicali, nelle encicliche e nei discorsi da oratorio, ma che mal si rapportano ai corpi delle donne, laddove essi si affranchino dall’immaginario di incubatrice della vita, strumento volto alla procreazione, perché la maternità non è mai una scelta libera, ma un destino a cui rispondere con mera abnegazione.
«Ogni bambino non nato, ma condannato ad essere abortito, ha il volto del Signore», sono state le parole del “liberale” Papa Bergoglio, mentre forse è giunto il tempo di guardare in faccia i volti delle donne che quotidianamente sono sottoposte alle pratiche violente di una società giudicante e alle falle di un sistema che preferisce garantire sicurezza alle coscienze di chi dovrebbe tutelare la salute e la libertà di scelta.

La legge 194 del 1978, dopo 40 anni, è ancora sotto attacco, perché sono i nostri corpi ad esserlo, è la nostra possibilità di scelta che non risponde più ai codici storicamente inquadrati di un retaggio patriarcale consolidato. Se ne parla poco dei prolife, se ne ride a volte, eppure ce li ritroviamo a fondare partiti, salire al governo, entrare dalla porta principale dei servizi ospedalieri, agire una controrivoluzione culturale per cui all’aborto si preferisca sempre l’adozione, per cui laddove non si sia utilizzata una corretta contraccezione bisogna accettarne le conseguenze. Peccato, e qui si pone una ulteriore riflessione, che è sempre grazie a questa visione del mondo che all’interno delle scuole si parla sempre meno di contraccezione, educazione sessuale e la contraccezione d’emergenza viene descritta come abortiva, nonostante non lo sia nemmeno lontanamente.

Abbiamo scelto di non tacere, abbiamo scelto attraverso il capovolgimento delle pratiche di oppressione che ci hanno soggiogate storicamente, di non sentirci più costrette alla solitudine dell’emarginazione.

Non siamo sbagliate noi quando decidiamo di interrompere una gravidanza, non siamo sbagliate se ci facciamo accompagnare da tristezza e malinconia, non siamo sbagliate se invece la viviamo come una esperienza normale della nostra vita, non condizionata dai sensi di colpa. Le pratiche di autodeterminazione sui nostri corpi non possono più essere suscettibili di vergogna, che forse dovrebbe investire chi quel diritto ce lo nega o cerca di condizionarci attraverso informazioni scorrette e mendaci.

Usciamo dall’isolamento e dal silenzio, parliamone, cerchiamo conforto e confronto, perché attraverso la possibilità di interrompere volontariamente una gravidanza noi abbiamo comunque scelto la vita, la nostra.

Qui potete trovare l’intervento della dott.ssa Federica di Martino al Convegno “Non tornare indietro: molto più di 194!”.

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