Da oggetti di cura a soggetti di desiderio

15 Giugno 2013

Il desiderio, il piacere, la sessualità delle persone con disabilità sono ancora avvertiti come tabù. Se ne parla poco, se ne parla principalmente dal punto di vista del maschio eterosessuale, se ne parla solo in ambienti molto specialistici, se ne parla sottovoce.

In Italia il tema della sessualità e dell’affettività delle persone con disabilità ha iniziato ad essere oggetto di riflessione e studio a partire dagli anni ’70, ma, da allora, poco è stato fatto. Oggi chi ha una disabilità, fisica o psichica, trova parecchi ostacoli nell’espressione del proprio desiderio e dei propri bisogni sessuali e affettivi.

La discriminazione che colpisce le persone con disabilità in diversi aspetti della loro vita, sessuale, lavorativa, affettiva, che di fatto impedisce loro di compiere scelte e di vivere in maniera libera e autonoma, sembra accentuarsi quando si parla di donne.
Le donne con disabilità sono soggette a una doppia discriminazione, una in quanto donne e una in quanto disabili. Nel lavoro, nell’istruzione, nella vita affettiva la donna con disabilità avrà meno opportunità e meno libertà di autodeterminarsi non solo rispetto alle altre donne ma anche rispetto agli uomini con disabilità.
Alle donne con disabilità il diritto all’amore e alla sessualità viene spesso negato. Questo accade anche attraverso una mancata rappresentazione del “corpo disabile” o a una rappresentazione stereotipata di questo.

La visione stereotipata del “corpo disabile” contribuisce a creare l’immagine di un corpo asessuato, infantilizzato, oggetto di cure e mai soggetto di desiderio, dove la disabilità è totalizzante, pervasiva a tal punto da eliminare tutto il resto.

dbd3410a16b0f1ab4ff5875aea5bb42aNelle pubblicità i corpi, principalmente di donna, vengono usati per vendere di tutto, sono diventati il mezzo attraverso cui il sistema capitalistico non solo pubblicizza i propri prodotti, ma crea bisogni.
Corpi “perfetti” utilizzati per vendere un’idea di perfezione, idea che si riduce a mancanza di difetti e adesione a canoni socialmente e culturalmente stabiliti.

Ciò che non può essere normalizzato esce fuori dalla scena di rappresentazione pubblica; corpi non conformi al modello, perché grassi, bassi, deformi, vengono esclusi da ogni rappresentazione, vengono sottratti allo sguardo pubblico.

Si crea così un forte contrasto tra la moltiplicazione dei discorsi sulla sessualità, l’ipersessualizzazione dei corpi nei media e nelle pubblicità e l’invisibilità a cui sono condannati i corpi e la sessualità delle persone con disabilità o comunque non conformi alla norma.

Il corpo con disabilità è considerato solitamente malato, “brutto”, oggetto di cure, percepito come poco desiderabile e nello stesso privo di desideri. Non esiste nell’immaginario collettivo che una donna con disabilità possa piacere, possa essere considerata sexy, possa suscitare desiderio e possa di conseguenza avere rapporti sessuali e relazioni sentimentali.

Far proprio il pregiudizio che le persone con disabilità siano asessuate significa anche assumere l’impossibilità di attribuire a queste identità lesbiche, gay, queer, ecc. L’omodisabilità sia maschile che femminile è un argomento del quale si discute pochissimo anche all’interno degli ambienti gltbiq.
La stessa disabilità femminile ha trovato storicamente un interesse molto pallido all’interno dei movimenti e dell’associazionismo femminile e femminista.

L’idea di donna come soggetto unico e universale contiene in sé il rischio di perdere il punto di vista inclusivo, annullando le diversità e le marginalità. Oggi il punto di vista del “soggetto universale donna” è stato abbandonato da buona parte degli orientamenti femministi, in particolare quelli che hanno scelto un approccio più intersezionale.

Nello scenario queer e post-porno la sessualità e i corpi non normalizzati, inclusi quindi quelli dei soggetti con disabilità, acquisiscono visibilità, ottengono rappresentazione, semplicemente iniziano ad esistere e a resistere all’invisibilità a cui la società vuole condannarli.
Annie Sprinkle, ex sprogliarellista, attrice e attivista pioniera del post-porno, in un suo film inserì una scena di sesso con una modella disabile, dando così visibilità a uno di quei soggetti marginalizzati, da sempre invisibilizzati. In un porno che diventa politico, che diventa strumento di contro-potere anche i corpi non normalizzati trovano spazio e possono esprimersi come corpi desideranti, che chiedono di dare e ricevere piacere.

Binational collaboration between Mia Rollow and Gerardo Juarez as part of “El Cuerpo Diferente,” La Pocha Nostra’s ‘extreme fashion show’ against normative notions of physical beauty

Binational collaboration between Mia Rollow and Gerardo Juarez as part of “El Cuerpo Diferente,” La Pocha Nostra’s ‘extreme fashion show’ against normative notions of physical beauty

Da questi presupposti è nato progetto spagnolo Yes, we fuck! il quale intende raccontare e documentare la sessualità dal punto di vista delle persone con disabilità, individuando nella sessualità uno snodo chiave per il raggiungimento dell’indipendenza e dell’autonomia.

Intervista a Francesca http://societa.panorama.it/Abile-ad-amare-e-a-fare-l-amore

Intervista a Francesca http://societa.panorama.it/Abile-ad-amare-e-a-fare-l-amore

In Italia siamo parecchio indietro da questo punto di vista.
Ultimamente si sente parlare spesso di assistenza sessuale per persone con disabilità principalmente grazie al lavoro di Maximiliano Ulivieri e alla petizione da lui lanciata per creare in Italia una figura ad hoc.

Una delle mie paure, non so se giustificata o meno, è che si pensi a questa figura esclusivamente in funzione del maschio eterosessuale, portando le donne a ricoprire, ancora!, un ruolo di cura e avvallando il pregiudizio secondo il quale gli uomini hanno un naturale bisogno di sesso e le donne no; un’altra è che si trascurino i desideri e i bisogni sessuali non eteronormativi.

Ulteriore rischio potrebbe essere quello di cadere nalla tentazione di pensare alla sessualità delle persone con disabilità come a una realtà speciale alla quale accedere con codici specifici, in pratica qualcosa di non accessibile a tutt*, ma solo a chi è direttamente coinvolto o debitamente formato, giustificando così il forte senso di timore ed estranietà che quasi sempre si manifesta su questo tema.

Detto questo ritengo però che i desideri e i bisogni vadano ascoltati e che la questione della sessualità delle persone con disabilità vada affrontata anche da questo punto di vista, lasciando parlare gli attori e soprattutto le attrici che rischiano maggiormente in questa richiesta di venir messe da parte, rimanendo sempre convinta che partire dalla rappresentazione delle marginalità, dalla visibilità del “non-normativo”, dalla rottura degli schemi di “bellezza” e di perfezione imposti, sia il primo passo necessario per eliminare la nozione di “normalità” che è per sua nutura escludente e riuscire così a vedere che quelli che solitamente consideriamo oggetti di cura sono anche e soprattutto soggetti di desiderio.

Per approfondire:

Gruppo donne Uildm

Love Affair un video documentario su donne, corpi e disabilità

– Beatriz Preciado video-conferenza (in spagnolo) su disabilità, rappresentazione, sessualità, normatività.

Scarlet Road pagina del documentario che racconta la storia di una sexworker australiana che lavora come assistente sessuale

Intervista a un assistente sessuale per donne che lavora in Svizzera