Non è (solo) vendetta, ma potere

Una ragazza invia un video privato ad un uomo che sta frequentando, i due interrompono la loro relazione e questo materiale viene condiviso dall’uomo su una chat di calcetto di Whatsapp.

Il video diventa oggetto di discussione e derisione nel gruppo e uno dei componenti riferisce alla moglie l’esistenza di questo materiale, la donna riconosce la ragazza nel video perché educatrice nell’asilo frequentato da suo figlio, lo fa circolare inviandolo ad altre mamme, contatta la ragazza protagonista del video per un incontro e senza mezzi termine la ricatta.

Quest’ultima non si lascia intimorire e denuncia l’accaduto, ma a farne le spese è comunque lei perché il video arriva sotto gli occhi della dirigente scolastica che decide di mandarla via, spiegando in pubblico quale fosse il motivo del suo provvedimento, assicurandole che così non avrebbe più trovato lavoro.

I provvedimenti presi sono: per la direttrice reato di diffamazione, la madre che ha chiesto l’incontro alla vittima è accusata di estorsione, oltre che  per diffamazione e diffusione del video, ultimi due reati di cui è accusato anche suo marito. Per l’ex fidanzato, invece, è stato disposto un anno di lavori socialmente utili.

Nel frattempo la notizia è balzata su tutti i giornali che come al solito hanno quasi del tutto concentrato le narrazioni, i dettagli voyeuristici e i giudizi sulla vittima e non sul colpevole e sugli altri vari colpevoli.

Ci sono state varie prese di posizione: c’è chi, senza alcun pudore, ha solidarizzato con la mamma che ha ricattato la maestra e con la dirigente scolastica, chi ha giustificato l’ex che ha condiviso un contenuto privato che sarebbe dovuto rimanere tale dicendo che in fondo si frequentavano solo da qualche settimana e se dopo solo poche settimane arriva a far questo doveva aspettarsi le possibili conseguenze. Ovvero finire, praticamente, in una gogna e perdere il lavoro

Insomma, se l’è cercata e la condivisione di contenuti privati sono solo una goliardata tra maschi e  poi, se non sono coinvolti sentimenti per una donna, di quella donna puoi fare un po’ quello che ti pare.

Un post interessante a riguardo è stato scritto da Andrea Colamedici su Tlon analizzando le dinamiche dietro queste chat di calcetto che ovviamente non sono il vero problema, ma comunque sono luoghi virtuali composti da uomini, aperti solo a uomini, dove le donne diventano pezzi di corpi e figurine da scambiare

Nonostante la condanna da parte dei più —di questo comportamento definito “revenege porn”—,  il video in questione, nei giorni scorsi, è stato tra i più cercati su PornHub

Immagine via Cara, sei maschilista!

Siamo di fronte a esseri umani —perlopiù uomini— che non  percepiscono la differenza tra un contenuto porno e quindi fruibile liberamente sulle varie piattaforme e girato appositamente per essere visionato da tutti/e, da un video privato che non sarebbe mai dovuto finire sotto gli occhi di altri, fatto circolare contro la volontà della donna che lo aveva girato e condiviso unicamente con un uomo di cui si fidava ciecamente

Questo significa che la consapevolezza di ciò e delle esperienze passate (vedi il caso Tiziana Cantone) e sapere che la persona ritratta nel video stia subendo un’estrema violenza, non è un deterrente, ma anzi proprio la violenza contro questa donna e la mancanza di consenso possa in qualche modo eccitarli ancora di più.

E cosa sarebbe questa curiosità morbosa e malata se non la chiara dimostrazione che viviamo in una società che alleva i maschi nella cultura e nella normalizzazione dello stupro?

Ci sono stati fortunatamente anche tanti commenti di indignazione nei confronti di questa sottospecie di uomini e di queste donne pregne della più becera misoginia che ricattano e fanno circolare senza alcun consenso video di altre donne riprese nella loro intimità

Donne incapaci di solidarizzare e immedesimarsi nei panni di altre donne, a cui neanche per un secondo passa per la testa che quella donna potrebbero essere loro

Perché la dicotomia santa puttana è ancora lì, ferma e salda e non sono bastati decenni di lotte femministe purtroppo per scardinarla

Perché le altre sono sempre un po’ più puttane di noi

Perché certe cose le fanno solo le poco di buono

Perché le poco di buono vanno punite

Perché il sesso per le donne deve rimanere un tabù, una cosa sporca a cui non dovrebbero essere interessate.

Perché le donne devono rimanere esseri passivi che il sesso lo subiscono  e non ne partecipano attivamente e se lo fanno si devono vergognare e pagare con la gogna, con la perdita del lavoro, con la condanna da parte del sacro tribunale dei moralizzatori e delle moralizzatrici

Forse definirlo revenge porn, però, non sempre è corretto per delineare il meccanismo di uomini che condividono foto e video di donne, spesso persino ignare di essere state riprese, perché non è sempre o solo la vendetta che li muove, ma è la concezione misogina secondo cui le donne sono esseri di cui poter disporre a proprio piacimento. Così come per gli stupri, è tutta una questione di potere.

Il fenomeno è dilagante e proprio in queste ore, a un anno dall’applicazione del Codice rosso  in cui è inserito anche il revenge porn, dai dati della Polizia emerge che ci sarebbero almeno due video ogni 24 ore di donne —troppo spesso minorenni— tenute sotto scacco, minacciate e ricattate da ex e non solo

Ma in proporzione all’alta diffusione del fenomeno le denunce sono davvero esigue. E alla base di ciò c’è l’atteggiamento giudicante verso le donne che vivono liberamente la propria sessualità e decidono di girare e produrre foto o video intimi.

Così come avviene per gli stupri, ciò che in realtà dovrebbe essere un aggravante per il colpevole lo diventa per la vittima; quindi se dopo aver bevuto sei stata stuprata è colpa tua perché se avessi fatto la brava ragazza e fossi rimasta a casa non ti sarebbe accaduto nulla, così per la diffusione di materiale privato, la gogna ricade sulla vittima rea di avere una vita sessuale

Le donne si sentono ancora colpevoli di ciò, vengono additate come puttane, spaventate da questo stigma, dai giudizi feroci che puntualmente ne conseguono, pur di non andare incontro a questo carico così insopportabile, evitano di denunciare o qualche volta di porre fine alla propria esistenza (non dimentichiamo casi come Tiziana Cantone e Carolina Picchio)

Come dice Giulia Vescia, avvocata che collabora con la casa delle donne Lucha Y Siesta, in un’intervista su Dinamo Press

È molto importante comprendere che la donna ha prestato il consenso a realizzare quel materiale intimo. Ma il suo consenso si è fermato alla realizzazione e non alla condivisione, e di questo nessuno parla. La realizzazione non è la condivisione è necessario far comprendere questa differenza.

Il consenso non è dato una volta e per sempre, ma deve essere dato in ogni momento della relazione. Io nella mia relazione intima posso dare il consenso a una miriade di comportamenti che però voglio che rimangano intimi. Nel momento in cui questi comportamenti vengono resi pubblici senza il mio consenso io devo essere tutelata socialmente, non additata come colpevole.

 

Questo caso ci deve far riflettere ancora una volta sulla misoginia in cui è immersa la nostra cultura, di come il maschilismo non abbia genere, che non significa spalleggiare chi sotto qualsiasi notizia che implichi un qualsiasi caso di sessismo o violenza di genere snocciola le solite frasi (“le peggiori nemiche delle donne sono le donne” o “il peggior maschilismo è quello delle donne“), così, tanto per deresponsabilizzarsi in quanto uomini e aumentare l’ennesimo carico di responsabilità sulle spalle delle donne.

Ma per una presa di coscienza maggiore e la consapevolezza che sì, abbiamo un problema e piuttosto grande e ammettere di averlo in qualche modo ci mette sulla buona strada per la risoluzione di esso.

E che no, non basterà condividere, il 25 novembre, link carichi di pietismo dove le donne vengono trattate come animaletti in estinzione da tutelare e salvare, non basterà condividere ciò sulle vostre bacheche per pulirvi la coscienza se nel resto degli altri giorni dell’anno avete additato come troia un’altra donna semplicemente perché ha una vita sessuale o perché diversa da voi, avete diffuso sue immagini private, avete cercato su piattaforme porno video pubblicati senza il suo consenso, avete licenziato una donna solo perché incinta o l’avete pagata di meno dei suoi colleghi maschi, avete riso per l’ennesima squallida battuta sessista o in un qualche articolo avete giustificato l’assassino di una donna offrendogli come attenuanti raptus inventanti sul momento.

La lista potrebbe protrarsi fino al prossimo 25 novembre, ma ribadisco non basterà un link o un slogan per ripulirsi la coscienza

 

 

 

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