Magliette “femministe” prodotte da lavoratrici senza diritti

This is what a feminist looks like”. Ecco com’è fatta una femminista.
La maglietta che ospita questo slogan è stata indossata da esponenti politici, noti attori e personaggi dello spettacolo britannici.

elle_3088885bNella foto la sfoggiano il laburista Ed Miliband; Hariet Harman leader del partito laburista e precedentemente “Minister for woman and equality”; il vice primo ministro del Regno Unito Nick Clegg.

La t-shirt con lo “slogan femminista” è parte di una campagna dell’associazione Fawcett che si occupa di diritti delle donne “at home, at work and in public life”, così recitano nel loro sito. La campagna è sostenuta anche dalla rivista fashion Elle.

Ma le magliette femministe, secondo una denuncia partita dal Daily Mail qualche giorno fa, sarebbero paradossalmente prodotte sfruttando il lavoro di donne sottopagate e prive di basilari diritti.

“We do not see ourselves as feminists. We see ourselves as trapped.”

Non ci vediamo come femministe, noi ci vediamo in trappola.
Questo è lo slogan delle operaie tessili della fabbrica nelle isole Mauritius, dove queste magliette vengono prodotte.

1414875697039_wps_6_Picture_Craig_Hibbert_01_Sessantadue centesimi di sterlina all’ora, dormitori spartani e sovraffollati, orario di lavoro che supera le 12 ore giornaliere.

La maggiorparte delle donne che lavorano in questa grande fabbrica sono migranti, vivono per lavorare, lavorano per sostenere le proprie famiglie, famiglie che non vedono per anni.

La Compagnie Mauricienne de Textile (CMT) non produce solo le magliette “femministe”, ma lavora anche per altri famosi marchi, tra cui Topshop e UrbanOutfitters, catene di abbigliamento a medio-basso costo.

Prodotte a circa 80 centesimi all’ora, vendute a 57 euro da un’associazione che si occupa di diritti delle donne.
La Fawcett, dopo la denuncia del Daily Mail, ammette di essere a conoscenza del fatto che le magliette non fossero prodotte in Gran Bretagna, come originariamente richiesto, ma nelle fabbriche CMT delle Mauritius.
Sia la CMT, sia l’associazione per i diritti delle donne Fawcett, sostengono che la produzione delle t-shirt segua gli standardt richiesti, quelli naturalmente delle isole Mauritius, ma la Fawcett si riserva di controllare e di prendere provvedimenti nel caso in cui ci fosse effettivamente violazione dei diritti delle lavoratrici.

E’ una grave mancanza da parte di un’associazione che si occupa di parità e di diritti delle donne l’ignoranza o la parziale 1414876568865_wps_26_Picture_Craig_Hibbert_01_conoscenza della filiera di produzione di magliette da essa impiegate per raccolta fondi e attività di sensibilizzazione.

L’indossare una maglietta woman-friendly e posare per un servizio fotografico in una rivista di moda, come hanno fatto i politici inglesi per Elle, diventa il male minore quando al dubbio che sia solo un’operazione di facciata si aggiunge il danno arrecato alle donne che hanno lavorato per produrre quelle magliette.

Il femminismo liberale e borghese che parla di parità e di quote spesso dimentica che la questione di genere non può essere separata da quella di classe.
Quella della Fawcett è una leggerezza che sembrerebbe essere causata dall’avere in mente un certo tipo di donna: la donna bianca, benestante, della classe media. Ignorando tutto il resto, tutte le altre.

Il femminismo che si riduce a un fenomeno di costume, a solgan e magliette è un femminismo inoffensivo, addomesticato – nel “migliore” dei casi-  nel peggiore è prodotto, è merce, da vendere, da acquistare, da produrre, a basso costo e zero diritti.

 

 

 

 

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