È il linguaggio ad esser maschilista o è maschilista l’uso che ne facciamo?

Avvocato, scienziato, sindaco, medico. Ma non avvocata, scienziata, sindaca, medica?

Ma suona così male!
E’ l’obiezione più ricorrente contro i femminili come architetta, assessora, chirurga. Si tratta di sostantivi che indicano lavori, o cariche, in passato riservati agli uomini, ma perfettamente regolari dal punto di vista grammaticale.
Allora il problema qual è? E’ il sostantivo a suonare male o il fatto che le donne scelgano liberamente carriere precluse in passato?
Circa il 52% della popolazione mondiale è di sesso femminile, ma la maggior parte delle posizioni di potere e prestigio sono occupate da uomini.
La premo Nobel per la Pace Wangari Maathai nel 2004 ha descritto questo fenomeno in termini efficaci: “Più in alto si va, meno donne ci sono.”
Le retribuzioni delle donne in Italia continuano ad essere più basse di quelle dei loro colleghi uomini che, in media, guadagnano un quinto in più, e questo è quanto si evince dai dati Istat contenuti nel report “La distribuzione del carico fiscale e contributivo tra i lavoratori e le famiglie” dello scorso anno.
Così gli uomini governano il mondo.
Ma la persona con più probabilità di comandare è la persona più creativa, intelligente, la persona più innovativa. E non c’è sesso per queste qualità. Allora come mai questa eguaglianza di carriere non viene menzionata quasi mai in nessun contesto educativo abbastanza continuativo da poter influenzare, in una logica anti-genere-convenzionale, le capacità e le future adattabilità lavorative dei bambini?
Forse non diventa più un fattore linguistico, di come “suonano” o non “suonano” le parole. Verosimilmente diventa un meccanismo di dinamiche di potere ed è per questo che ci siamo abituati a dire “maestra” ed “infermiera” ma non architetta, e non medica.
Non è affatto un problema di linguaggio, ma un problema di accettazione: qualunque attività lavorativa può, anzi deve, esser svolta da colui o colei che è competente e ha le qualità per farlo.

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Il linguaggio è la capacità cognitiva che più caratterizza la specie umana. Esso permette sia la funzione comunicativa per l’interazione sociale, sia quella conoscitiva permettendo l’elaborazione degli eventi attraverso i concetti.
Ma un’altra caratteristica importante del linguaggio è l’arbitrarietà: non c’è alcuna relazione sistematica evidente fra la forma del messaggio e il suo significato; piuttosto questo è legato ai processi di apprendimento ed agli schemi simbolici che per convenzionalità i parlanti di una stessa lingua condividono. Non c’è niente che suona male nei femminili, ma sopratutto niente di sbagliato, al quale non possiamo abituarci con sano esercizio, ma sopratutto rispetto, per il prossimo.
La lingua italiana è solo stata indolente e lasciva e ha veicolato in un circolo vizioso autoalimentante gli stereotipi sessisti, ha reso iperboliche le differenze.
Lo vediamo in un altro esempio: Prendiamo la cucina.
Oggi è più probabile che siano in generale le donne a fare i lavori di casa, rispetto agli uomini, cucinando e pulendo. Ma perché è così? Le donne forse nascono con un gene della cucina? O perché nel corso degli anni la società le ha portate a vedere la cucina come il loro ruolo?
Eppure la maggior parte dei cuochi famosi nel mondo, ai quali diamo il vistoso titolo di “chef”, sono uomini. E non è un caso, se come immaginario linguistico, ci sentiamo più famigliare la parola “cuoco” che “cuoca”, o lo chef e non la chef.
E’ vero che nessun impedimento legislativo, o ordinamentale, ormai impedisca alle donne di diventare grandi cuoche, grandi chirurghe, grandi avvocate. Eppure ciò non avviene se non di rado; forse perché ciò che conta di più è il nostro atteggiamento e il valore che diamo all’educazione di genere per le cuoche, le avvocate e le sindache di domani.

Nei giornali e nei media troviamo sovente aggettivi e sostantivi riportati al maschile, pur se rappresentati da un soggetto femminile:
-“il ministro Madia ha partorito.”
(http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/09/il-ministro-madia-ha-partorito-e-la-riforma-di-aprile/945257/)
-“Donna e ingegnere aerospaziale: fatica doppia”
http://www.corriere.it/scuola/13_dicembre_28/laura-merotto-ricercatrice-faf0f65e-6fb5-11e3-9ff7-0d2561b96aeb.shtml
Oltre a suscitare incertezza sui fatti, questi accostamenti linguistici nei media che non tengono conto del genere o che ne tengono conto come fosse una clausola vessatoria, sono così frequenti da creare la sensazione, erronea, di perpetrare l’uso corretto della lingua.
Salvo convertirsi repentinamente in scelte grammaticali ineccepibili quando la connotazione è ironica o dispregiativa.
E’ questo il fulcro del problema: quando il linguaggio non rispetta mai le donne.

Spesso, chi non obietta la cacofonia, allude alla formula maschile come formula “neutra” nella lingua italiana.
Questo è un altro errore, e può diventare un errore formativo ancor più grave, se propinato ai bambini e alle bambine. Quando si usa il maschile per maschi e femmine nel linguaggio, si esclude la parte femminile dell’insieme a cui si fa riferimento. Sentendo che “i bambini possono giocare”, una bambina può pensare che a lei non sia permesso, da questo al “i bambini possono diventare scienziati, o medici” il passo è davvero breve. Questo può innestarsi in una miriade di discorsi sempre più articolati e che possono incidere nel profondo della formazione. A fronte dell’esclusione linguistica, l’inclusione richiederebbe, invece, pochissimo sforzo. “I bambini e le bambine possono diventare scienziati e scienziate”.

Ho apprezzato tantissimo, tempo fa, uno spot che girava in rete,
Si vedono alcune bambine che dicono di amare le materie scientifiche perché sono quelle che permettono di scoprire e inventare. Viene posta loro una domanda molto semplice: fare il nome di alcuni inventori; le bambine citano Benjamin Franklin, Leonardo Da Vinci, Thomas Edison, Albert Einstein, Nikola Tesla.
Quando però gli intervistatori chiedono loro di fare il nome di alcune inventrici, le bambine non sono in grado di citarne neanche una, perché “a scuola si studiano solo gli inventori maschi”.
Eppure non è che non ci siano, è solo che i libri di scuola e la cultura di massa ci insegnano a ricordare solo i nomi di inventori maschi.
E tant’è che nei libri troviamo scritto “scienziato”, “inventore”, “chimico”, “fisico” e “matematico”. Permangono, pertanto, stereotipi di genere nella ricerca scientifica e in tutti gli ambiti lavorativi dove è richiesta una maggiore specializzazione.
Diventa incredibilmente difficile, per una bambina, per una futura ragazza, realizzarsi, perché i cliché funzionano come mappe mentali che ci aiutano a interpretare la realtà. E in questo caso, quella realtà, è preclusa in maniera apodittica alle bambine.
C’è un collegamento teleologico fra come sono cresciuti questi bambini, con che mezzi sono cresciuti, e le loro carriere lavorative?
Un metodo efficace per avere una misura del gender gap, cioè il divario tra il genere femminile e maschile è il Global Gender Gap report.
Stilato ogni anno dal World Economic Forum, fornisce un quadro complessivo in materia, e ne segue i progressi. Ai primi posti della classifica non potevamo che trovare i paesi leader in fatto di parità di genere: Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia etc.
L’Italia invece si posizionò, nel 2014, al 69° posto su 142 paesi, preceduta da Cile, Kirghizistan e Bangladesh. Se analizziamo nello specifico, fra i tre criteri, quello della partecipazione economica, l’Organizzazione Internazione del Lavoro (ILO), agenzia dell’ONU che si occupa di promuovere giustizia sociale e diritti umani nel mondo del lavoro a livello internazionale, ha effettuato uno studio sulla presenza femminile in posizioni manageriali. L’Italia si collocò al 70° posto con il 25,8%.
Non è un caso, però, che ai vertici dei ranking mondiali, ci siano paesi che hanno investito nella lotta di genere, nell’abbattimento agli stereotipi sessisti e nella modificazione graduale ma necessaria del linguaggio a partire dalle scuole, luoghi di associazione in cui il bambino e la bambina possono veder valorizzate le capacità, interessi e passioni, che dovrebbero solo essere coadiuvate e galvanizzate nell’ottica dell’emersione libera delle proprie preferenze.
Non è un caso, quindi, se le forme femminili del linguaggio non siano viste di buon occhio in Italia, ma in Francia si dica regolarmente “la ministre”, “la présidente”, “la juge”, “la conseillère”; in Germania Angela Merkel è “kanzlerin”, la ministra è “ministerin”. Quanto alla Spagna, hanno addirittura “la presidenta”, “la profesora”, con l’autorità che viene dalla Real Academia Española. Per non parlare delle lingue e delle scuole dell’area nord europea… Nei loro testi formativi sono sovente rappresentate immagini di bambini che rammendano i calzini, e bambine scienziate. Il tutto in un ottica di abbattimento delle ferree e stantie predeterminazioni sessiste e di variabilità delle proprie aspirazioni. Ai bambini viene donata e incentivata la possibilità di diventare ciò che vogliono, e questo viene trasmesso anche attraverso un linguaggio adeguato. Le due cose sono nettamente inseparabili e imprescindibilmente dipendenti.

Ma come avviene questo ‘race to the bottom’ linguistico-educativo?
Si comincia ad assimilare gli stereotipi fin da piccoli, già all’età di 3 o 4 anni.
In molti casi l’effetto dell’attivazione di uno stereotipo scompare dopo pochi minuti, ma indipendentemente dalla durata, a lungo andare il modo di pensare per cliché si rafforza.
Inoltre gli studi mostrano che, una volta creato, basta poco per riattivare lo stereotipo, ad esempio il semplice disaccordo con qualcuno del gruppo stereotipato e se il cliché viene rievocato con sufficiente frequenza, diventa cronico. Perciò quando sono veicolati dai media, dai libri e dai maestri e dalle maestre, il loro effetto cumulativo può essere notevole. Gli stereotipi di genere non scaturiscono dai ruoli sociali, ma ne vengono rinforzati in un perverso circolo vizioso.
Secondo Evelyn Fox Keller, fisica e docente di storia e filosofia al MIT, nel settore scientifico permangono stereotipi negativi sedimentati da anni: “I più classici – dice – vertono su una maggiore sensibilità femminile contrapposta alla fredda e raziocinante scienza” oppure: “La scienza è ricerca di potere, mentre le donne cercano l’armonia.”
Il prodotto finale, a livello educativo, è che gli unici stereotipi positivi nel mondo della scienza sono a favore dei maschi e identificano le donne scienziate con modelli maschili. Il che crea un risultato ontologico ancora peggiore, per cui non solo per una femmina è difficilissimo eccellere in materie scientifiche, per il suo sesso biologico, ma, per fornirsi dell’unico volano di ingresso in ambiti dei quali è ingiustificatamente privata, deve abiurare se stessa, per sussumere il modello maschile. Insomma, o sei maschio, o devi diventarlo.

Nel 1983 è stato formulato un esperimento interessante: “Draw a Scientist”. Il suo scopo era quello di indagare sugli immagine2stereotipi che bambini tra i 5 e gli 8 anni subiscono sulla figura dello scienziato e in quale momento si formino, questi stereotipi. Un dato sconcertante è la percentuale praticamente assente di bambini e bambine che disegnano una donna scienziato. La percentuale di bambini è zero. Quella di bambine è il 36%. Sono i risultati di uno studio condotto nel 2010 da Fermilab, importante centro di ricerca in fisica, negli Stati Uniti.
La parte ancora più sorprendente del progetto “Draw a Scientist” dimostra che dopo aver visitato un laboratorio ed aver incontrato scienziate donna al lavoro, la percentuale delle bambine che disegnava una figura femminile raddoppiava. Questo, quindi, si presenta come circolo virtuoso: includere nell’immaginario scienziate di sesso femminile, permette la crescita di questo stesso immaginario, aumentando nelle bambine la libertà di sognare il proprio futuro attraverso preziosissime possibilità di scelta.
Allora una domanda sorge spontanea: quanta parte di questa disparità di genere è dovuta all’educazione che i bambini e le bambine ricevono in età scolare?
E’ qui che si innesta un altro dato sconfortante: la sistematica mancanza di donne in discipline Stem (acronimo inglese per “scienze, tecnologia, ingegneria e matematica”).
Dati alla mano: tra gli studenti e le studentesse iscritti alla facoltà di Ingegneria, solo il 24% è di sesso femminile; la percentuale scende al 18% nelle facoltà di informatica.
Ma dove sono le donne che mancano all’appello?
Le proporzioni non sono così inique in tutte le facoltà: le ragazze tendono (n.b.) a concentrasi in facoltà come scienze dell’educazione (88,6%), scienze infermieristiche (69%) e lingue straniere (85%). Eppure in tenera età 7 ragazze su 10 si professano interessate alla scienza, paradossalmente sono spesso anche più dei compagni maschi, eppure solo 2 su 10 perseguiranno questo intento come carriera lavorativa.
Questione di gusti? Di capacità? Oppure di stereotipi e di vantaggio comparato in alcuni campi, di alcune fette della popolazione, rispetto ad altre? Un altro studio conferma che le donne che riescono a iscriversi e terminare gli studi in facoltà Stem lo fanno meglio e più velocemente dei loro colleghi. Questo non deve esser necessariamente interpretato come la prova che le donne sono più brave degli uomini perché vi è probabilmente auto-selezione all’ingresso, ma più realisticamente: che solo le donne più talentuose e determinate si iscrivono in queste facoltà.

Questo problema coglie solo le facoltà scientifiche? Non è del tutto vero.
Ho studiato di recente diritto processuale civile in cui i giudici, i pm, gli avvocati erano tutte professioni al maschile, ma avevano solo segretarie, al femminile. Centinaia di studenti e studentesse studiano su questo manuale, e sono ancora in un fase di formazione dove hanno bisogno di avere dei modelli di riferimento. Il modello unico nel quale la studentessa si identificherà per genere, in quel libro, sarà una segretaria. Senza nulla togliere ad un lavoro che, in quanto tale, è dignitoso come il presidente della corte costituzionale, si percepisce come un sopruso, il fatto che qualunque compagno di corso avesse potuto identificarsi in qualunque tipo di altro grado o ruolo. Un giudice, un avvocato, un cancelliere, un presidente del tribunale.
Ma le femmine, solo in una segretaria. Un sopruso alla mia persona, una violenza ai miei sogni e alle mie aspettative sul futuro.
Come mai solo alcuni nomi, e specialmente di mestieri ben retribuiti e di alto dominio nella società, non suonano bene? Come ci siamo abituati a maestra, non potremmo abituarci ad avvocata? Forse l’unica cosa alla quale non riusciamo ad abituarci, è la parità dei sessi?

Il vocabolario, cos’è? Il patrimonio lessicale di una lingua, di un individuo o di un gruppo.
Niente di immutato, immutabile, o dogmatico da non poter esser smussato, da non poter esser riscoperto nella più egualitaria delle sue applicazioni.
Riqualificare il genere femminile nei testi, nei media, nel linguaggio, quando esso possa liberare da anni di oppressione e occultamento, le carriere femminili, e sopratutto i sogni femminili, credo sia un passaggio obbligato per un mondo più equo.
L’importanza innegabile di riconoscersi in un idolo, un esempio, un ruolo, una carriera e in un altro genere rispetto quello dominante e offuscante, credo sia alla base della realizzazione della formazione di tutti i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, che veicolano concetti, stereotipi ma anche sogni e desideri attraverso un linguaggio.
Un linguaggio che deve essere sempre in grado di plasmarsi e di uniformarsi alle aspettative di chi lo utilizza, e se le aspettative di chi lo utilizza sono quelle di diventare una scienziata, o una chirurga, deve poter essere in grado, la scienziata, e la chirurga di reperire tali modelli, in primis dalla scuola, dai libri e dai media che la circondano.
Restituiamo la possibilità di sognare alle nostre bambine, a partire da un linguaggio meno sessista.

A. C.

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