Libri e risarcimento morale. Cosa non va nella sentenza del caso del cliente dei Parioli

La notizia è di due giorni fa: nel processo a carico di un cliente di bambine prostitute, che coinvolse due ragazzine di 14 e 15 anni nel 2013, la Giudice Paola Di Nicola decide di non accogliere la richiesta di 20.000 euro per danni morali avanzata dalla curatrice responsabile dell’iter riabilitativo della ragazza Cinthia De Concilis. In alternativa, Di Nicola condanna il cliente 35enne a un risarcimento simbolico di 1000 euro e lo obbliga a comprare alla sua vittima, perché la ragazza era minorenne all’epoca dei fatti e lui decisamente maggiorenne, una trentina di libri e ben due DVD sulla “storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile e gli studi di genere”. Tra le autrici: Virginia Woolf, Hanna Arendt, Sibilla Aleramo e altre (chi volesse leggere la lista completa, la può trovare qui)

Risarcimento a dir poco singolare che fa già discutere, tra coloro che si congratulano per l’originalità e quell* che sono perplessi riguardo l’effettiva efficacia e il senso ultimo di tale iniziativa. Le opinioni positive basano il loro giudizio sull’idea che l’acquisto di detti libri possa rappresentare uno schiaffo al cliente e un’ancora di salvezza per la ragazza, che avrà infine la possibilità di misurarsi con le grandi menti del pensiero femminile da un secolo a questa parte. Leggete quest’ultima frase con ironia, perché è così che l’abbiamo pensata.

Premettendo che il beneficio del dubbio si deve garantire a chiunque e che siamo tentate di non mettere in discussione la buona fede della giudice Di Nicola, attivista contro la violenza sulle donne, la domanda rimane: in che modo regalare libri può rendere a questa ragazza la sua “dignità di donna e di adolescente”? E ancora bisognerebbe capire cosa si intende per dignità di donna? E perché mai sessualità e dignità vanno a braccetto sempre quando si parla di donne e mai quando si parla di uomini? Il primo che ha offeso la dignità della giovane ragazza è stato il cliente (i clienti). E ci domandiamo anche se un uomo adulto non offenda, in modo speculare, la sua dignità di uomo, comprando il corpo di una ragazzina. Su quest’ultima domanda trovo utile soffermarmi un attimo. E’ offensivo ed è espressione di uno stereotipo maschile tipico il non considerare lesivo della dignità maschile l’utilizzo di un giovane corpo femminile. Si afferma che l’uomo non possa farne a meno, che sia nella stessa essenza della virilità la consumazione di sesso a pagamento. L’uomo sempre in preda al desiderio sessuale, anche facilmente disgiunto dal sentimento, mentre lo stesso non vale per le donne. Ma pagare una ragazza minorenne per fare del sesso è un reato. La pedofilia è reato. La dignità dell’uomo non viene offesa dall’uomo stesso nel momento in cui compie un reato odioso come la pedofilia? Perché la giudice non ha “fatto la morale” al cliente sottolineando la necessità che egli si costruisca una diversa visione della virilità (e anche della femminilità)?

Ci chiediamo anche: in che modo l’acquisto di questi tomi da rappresenta una condanna per lui?

Possiamo disquisire per ore sull’utilità effettiva del denaro come mezzo di risarcimento morale, resta il fatto che questa sentenza sembra ribaltare i ruoli e le responsabilità che le parti in causa occupavano all’epoca dei fatti. Perché le allora minorenni coinvolte nella vicenda sono le vittime, e i loro clienti sono quelli che hanno abusato di loro, comprando i loro corpi. Perché in una società ideale, utopica se volete ma noi ci speriamo, la reazione di un uomo più che adulto che vede una ragazzina vendere il proprio corpo non è quella di comprarlo, o peggio sfruttarlo per guadagnarci soldi. Invece, con questa sentenza, che un giornale definisce addirittura “esemplare”, sembra proprio che la giudice voglia dire: “cara ragazza, sei stata abusata, ma se tu avessi avuto un’altra concezione dell’identità femminile, saresti stata capace di dire di no”.

Nemmeno il discorso che per ogni persona che compra, c’è qualcuno che vende ha un senso. L’avrebbe, se le parti in causa fossero sullo stesso piano della bilancia, se entrambe avessero lo stesso livello di maturità, di capacità, di possibilità. Ma non è certamente questo il caso: una ragazzina di 15 anni in nessun modo può avere la stessa consapevolezza di un uomo di 35 anni, anzi, ne risulta anche molto facilmente soggiogabile.

Non è finita. Come può un uomo che dimostra di non possedere nessun rispetto per una ragazzina e che quindi, sicuramente, non possiede alcuna “cultura di genere”, ritrovarsi di colpo dispensatore di cultura, comprando testi sul genere e la condizione femminile alla propria vittima? Proprio lui che di quei testi se ne sbatte, che nel corpo femminile vede solo uno strumento di appagamento della sessualità maschile e, perché no, di potere? Saremo ciniche ma ce lo immaginiamo mentre si fa grasse risate, questo abusante, all’idea di cavarsela con l’acquisto di qualche libro, invece di perdere 20.000 euro. Certe asseriscono che l’atto di comprarli sarà già di per sé un’umiliazione: se lo immaginano andare di persona in libreria a comprare tutti quei tomi che lo identificano come il carnefice. Forse queste persone non conoscono Amazon: oggi è sufficiente digitare il nome di un libro su computer per ottenerlo in pochi giorni in casa propria. Fine del sogno della gogna pubblica, ancora grasse risate dell’abusante di bambine (o del suo avvocato o di chi per lui comprerà quei testi).

Paradossalmente, il gesto di donare alla vittima tutto quel materiale ha anche il sapore dell’irrisione. Facciamo un esempio. Se una persona venisse condannata per un furto in un’abitazione, come si sentirebbe la vittima del furto a vedersi risarcire non già con il valore di quanto sottratto, ma con una bella quantità di volantini sugli impianti di allarme antifurto? Ti derubo e ti regalo un sistema antifurto, così la prossima volta non ruberò più. Ti compro e ti pago per il sesso, ferendoti e rovinando la tua adolescenza e forse la tua vita per sempre, poi ti regalo 30 libri che ti insegnino a non farti più pagare per il sesso. La beffa e il rovesciamento delle responsabilità sono compiute (Lui ha preso anche due anni di carcere, è vero, ma il risarcimento danni fa discutere molto più della pena detentiva e comunica un concetto molto forte).

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Educazione di genere e paternalismi vecchi e nuovi

Altra questione: la finalità pseudo-pedagogica della sentenza. Su questo punto la giudice cade nella trappola del paternalismo benevolo e della spocchia intellettuale: bisogna educare questa ragazzina poiché si sarebbe – secondo il giudice Constantino di Robbio che condannò il prostitutore nel 2014- “[lasciata] coinvolgere nel meretricio senza alcuna remora, avendo di mira solo la prospettiva di guadagni facili con una evidente incapacità di rendersi conto di quanto stavano compiendo”. Cosa fare per educarla? Regaliamole libri sulle donne e le questioni di genere. In modo del tutto inaspettato e sornione, la sentenza riattiva vecchi e nuovi meccanismi di slut-shaming. La protagonista della vicenda si è prostituita per mancanza di cultura e perché voleva i soldi facili: in pratica il problema è personale e non collettivo e la questione va affrontata acculturando quest’adolescente incolta. Il che viene a spostare, ancora una volta, la questione della responsabilità, passando sotto silenzio il ruolo di una rete di uomini più che adulti e capaci di intendere e di volere e accendendo i riflettori sulle minorenni coinvolte. E così, per risarcire i danni morali riportati dalla ragazza, si finisce per “farle la morale”.

L’educazione di genere nelle scuole e tra gli adolescenti è una priorità, lo diciamo da anni. Il fatto che delle ragazzine siano pronte a vendere i loro corpi per ottenere soldi o oggetti che rappresentano uno status sociale (es: il telefonino) è sicuramente una questione da affrontare, a livello di società e riguardo l’eredità che stiamo lasciando alle nuove generazioni. Ma nessuno si è mai domandato come mai una ragazza adolescente qualunque arrivi a considerarsi oggetto alla pari degli oggetti che vorrebbe ottenere? Nessuno si chiede, dinnanzi al bombardamento di messaggi quotidiani che mettono in scena donne sessualmente disponibili che vendono oggetti-simbolo, in che modo l’immagine femminile risulti oggi deformata e priva di altri riferimenti che il valore monetario del proprio corpo? Ci sembra surrealista e anche un tantino spocchiosa la risposta di questa giudice a una situazione personale che riflette, forse, una questione decisamente più collettiva e sociale. Fa tanto intellettuale propagandare i benefici della lettura, la lettura come salvezza dell’anima, dinnanzi a un contesto decisamente disarmante. Fa anche tanto distante e superficiale: come quelle persone che firmano petizioni “per le donne”, ma sono le prime a non muovere un dito a favore della parità effettiva, ma anzi, molto spesso, sono le prime a condannare (anche in modo pesante), i diversi gesti di emancipazione che le donne decidono di compiere.

Valentina e Chiara

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