Le mani nei capelli

Il 2020 si apre con una urgenza.

Lo ammetto, non me lo aspettavo, dopo tanti anni di analisi dei media, dopo tanti anni di attivismo e di azioni messe in piedi per trasformare la realtà, per cambiare i linguaggi, le pratiche, la società.

Non sto parlando dei femmincidi che nei giorni scorsi si sono succeduti uno dopo l’altro, quelli non sono una urgenza: sono una componente sistemica della nostra società e della nostra storia e cultura millenaria, che ce ne siano stati tantissimi in pochi giorni dipende dal caso, non da un ipotetico evento che ha scatenato la furia omicida di tanti, troppi, uomini.

MI riferisco, invece, al linguaggio: c’è un sottile filo rosso che unisce le narrazioni alle violenze contro le donne, un filo che nasce dallo stesso “gomitolo” culturale che produce i femminicidi cui abbiamo assistito nei giorni appena passati e a quelli avvenuti prima.

Amaramente, ho, quindi, deciso di ripartire da capo, sfinita, ancora e ancora a ribadire concetti che speravo fossero assai meglio consolidati, visto che ormai sono 11 anni che i riflettori si sono riaccesi sul tema della narrazione delle donne nei media, nel linguaggio comune, sui giornali, nello spettacolo, nei libri…

Perché il linguaggio è performativo e dal linguaggio si può modificare la cultura e la realtà che ci circonda. (Manifesto di NarrAzioni Differenti)

Il 29 gennaio, un paio di giorni dopo il ritrovamento del corpo di Francesca Fantoni di Bedizzole (BS) il quotidiano locale più letto, il Giornale di Brescia, scrive un articolo in cui si usa il termine raptus per spiegare il comportamento dell’assassino. E lo stesso termine viene utilizzato dall’emittente locale Teletutto

Un gruppo di donne bresciane, da sempre impegnate sul tema si accorge e si indigna per l’infelice scelta dei termini e così decide di scrivere una lettera al Giornale di Brescia.

“un delitto probabilmente figlio di raptus, questa l’ipotesi, scatenato da un rifiuto di Francesca Fantoni ad avere un rapporto sessuale con Pavarini” (GdB, Garda, 29 gennaio).

Spiace leggere nell’articolo la parola “raptus”, spiace leggerlo in un quotidiano diretto da una donna che conosciamo come sensibile e attenta al tema della violenza di genere. Un uomo che non accetta il No di una donna, non è in preda ad un raptus, ma, come i numerosi casi di femminicidio dimostrano, è un maschio incapace di accettare che una donna si permetta di rifiutarlo. Raptus: parola che giustifica, con cui ci si ostina a dipingere gli uomini come esseri incapaci di governare la frustrazione e di agire con ragionevolezza, con cui si continua a vedere la violenza maschile come un destino ineluttabile; parola che rischia di far apparire la vittima quasi responsabile del suo rifiuto e quindi di ciò che è successo. Parola come pietra sul corpo delle donne.

La risposta della direttrice arriva immediatamente, insieme alla pubblicazione della lettera

(…) il raptus in questo caso non è una semplificazione giornalistica ma un’ipotesi investigativa.

La direttrice sembra offesa e difende la sua scelta linguistica e fa anche la lezioncina all’inizio della sua risposta:

“Raptus: impulso improvviso e incotrollabile che… spinge a comportamenti parossistici, per lo più violenti” (Treccani)

La lettera e la risposta sono uscite sul Giornale di Brescia del giorno 1 febbraio e il giorno stesso, sulle pagine del GdB, si racconta di come siano andate avanti le indagini, fino a stabilire che Pavarini non ha ucciso Francesca Fantoni perché incapace di accettare un suo “no”; ma dopo averla violentata, per impedirle di denunciare. Ed emergono ancora a partire da quel giorno altri dettagli: Pavarini aveva già molestato altre donne. Dunque “l’impulso improvviso e incontrollabile” dove sarebbe? Pavarini ha deciso di uccidere Fantoni per uno scopo ben preciso, dopo averla picchiata, per finire l’opera, perché, casomai le botte non fossero bastate a comprarne il silenzio, la morte l’avrebbe assicurato.

La risposta della direttrice, piccata e offesa, appare dunque ancora più ridicola e la scelta del termine “raptus” ancora più sbagliata.

E’ iniziato ieri il 70esimo Festival della Canzone Italiana a Sanremo, ed erano anni che non veniva accompagnato da polemiche così vivaci come quelle scatenate quest’anno a causa di alcune affermazioni del conduttore Amadeus e della partecipazione di un concorrente in particolare. Numerosi gli articoli e i post che ne hanno parlato, numerose le repliche i “mi hanno frainteso”, “è stata una gaffe” e anche le risposte e i silenzi dei vari protagonisti e protagoniste del Festival.

Vale la pena ricordare di cosa si tratta: durante la prima conferenza stampa per presentare Sanremo 2020, Amadeus parla delle dieci donne che ha scelto per dividere il palco con lui e fa unicamente (o quasi) riferimento al criterio della bellezza come ragione della sua scelta.

Forse io sono troppo permalosa, sensibile o suscettibile, ma già, la prima cosa che ho pensato è stato il famoso testo di una canzonetta di diversi anni fa:

dieci ragazze per me, posson bastare

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SImbolicamente, un unico uomo circondato da dieci donne, tutte scelte da lui, indicate per la loro bellezza, non mi ha dato una bella impressione: stereotipi come se piovesse. L’uomo che si sente un dio circondato da bellezze mute, scelte da lui. Dieci “belle statuine”? Il conduttore ha subito specificato che non saranno delle presenza mute, ma che mostreranno la loro personalità, parleranno, comunicheranno (quanta grazia, alle dieci bellezze sarà pure concesso di parlare, wow!). Magari Amadeus si fosse fermato lì, in quella che, in troppi/e, hanno definito una gaffe. Insomma, ha rigirato il dito nella piaga e ha detto di aver scelto Francesca Sofia Novello “anche per la capacità di stare accanto a un grande uomo, stando un passo indietro“, oltre che, naturalmente, perché bellissima.

Mi viene da dire che “stare un passo indietro” non è nemmeno chissà che, come capacità: alle donne viene imposto da secoli. Ma, dopo una settimana come quella appena passata, che senso ha dipingere le donne e il loro valore secondo quei criteri: “belle e un passo indietro”? Francesca Fantoni, forse, non sarebbe stata “un passo indietro” e avrebbe voluto raccontare la violenza subita. Non “ne sarebbe stata capace” e, per precauzione, è stata uccisa.

Veniamo al cantante tanto discusso, un altro “poverino” che è stato frainteso, che ci ha poi spiegato che lui le donne le ama tantissimo, a cominciare dalla sua mamma, Junior Cally:

Stucchevole:

È da qualche giorno  che rifletto su quanto sta accadendo intorno a me. Quello che accade è che moltissime persone si sono sentite offese da alcuni testi da me composti in passato e dalle immagini che li hanno accompagnati. Ho provato a spiegare che era un altro periodo della mia vita e che il rap ha un linguaggio descrittivo nel bene e nel male e rappresenta la cruda realtà come fosse un film. Purtroppo moltissime persone, forse che si avvicinano al rap per la prima volta, si sono sentite ferite. Me ne dispiaccio profondamente, non era e non sarà mai mia intenzione ferire qualcuno. La cosa più importante che voglio ribadire è che la musica mi ha dato una speranza e mi ha salvato la vita in un momento in cui avevo una marea di problemi ed è solo la musica che voglio portare sul palco di Sanremo. Per questo ad Amadeus ho proposto un brano che non ha quei testi e quelle immagini, che non avrà accanto la parola ‘Explicit’»

Trovo insopportabile la sola idea della violenza contro le donne, in ogni sua forma.Sono un ragazzo, un uomo che fa del rispetto, non solo delle donne, ma degli esseri umani uno dei suoi valori cardine. Mamma Flora è la persona più importante della mia vita e da qualche mese c’è Valentina al mio fianco: siamo complici, amici, ci amiamo e rispettiamo. Questa è la mia vita e questo spero sarà il mio Sanremo.

Forse, se moltissime persone si sono sentite offese, un motivo c’è. Junior Cally è finito al centro del mirino per alcuni versi di una sua canzone di qualche anno fa: “Strega“:

Lei si chiama Gioia, ma beve poi ingoia
Balla mezza nuda, dopo te la da
Si chiama Gioia perchè fa la troia
Sì, per la gioia di mamma e papà
Questa frate non sa cosa dice
Porca troia, quanto cazzo chiacchera? L’ho ammazzata, le ho strappato la borsa
C’ho rivestito la maschera

E’ solo uno storytelling come dicono alcuni/e? Non è stato capito? In giro c’è di peggio? Ognuno è libero/a di pensarla come vuole, io, personalmente, credo che la RAI e la Direzione del Festival di Sanremo abbiano, che ci piaccia o no, un “valore educativo” e rivolgo il mio pensiero agli spettatori e alle spettatrici più giovani, senza, lo spero, che a qualcuno venga in mente di tacciarmi per bigotta o simile.

Sono, inoltre, convinta che sia importante contestualizzare: siamo in un Paese che ha ben capito cosa sia la violenza contro le donne? NO

Non l’hanno capito i giovani e le giovani  che, infattii sono protagonist* di episodi di violenza; non lo vogliono capire i politici (il leghista Spavone lo voglio ricrodare su tutti); non lo capiscono i Tribunali

Non lo capiscono nemmeno le troppe persone che hanno commentato il monologo fatto da Rula Jebreal ieri sera, a Sanremo, che parlava di sua madre e della violenza (soprattutto sessuale), per le quali vi rimando a questo LINK. Fingono di non saperlo i giornalisti, basta ricordare quella oltraggiosa pagina di Libero di qualche giorno fa

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Quindi, perché portare Junior Cally sul palco di Sanremo, non dando alcun peso alle parole della sua canzone “Strega”, come se fossero senza significato,  senza impatto? Come se tutt* in Italia le potessero vedere per tutta la violenza che esprimono, per poi biasimarla? E’ evidente che abbiamo ancora troppa strada da fare, e bene hanno fatto coloro che hanno sporto querela.

Questo Sanremo, però, ha dato voce anche a Rula Jebreal, la cui madre ha subito violenza, dalla quale non si è mai ripresa e che tanto ha condizionato la vita della giornalista che, infatti, commossa, ha emozionato e colpito. Anche se le parole che lei ha portato sul palco non dicono niente di diverso da quanto raccontato ogni giorno anche da noi, come da molte altre donne, attiviste, giornaliste e associazioni, sono state un bell’esempio e mi sono piaciute, anche se mi chiedo come mai Jebreal non abbia detto nulla nei giorni in cui infiammava la polemiche per le “belle un passo indietro”. Una sua parola avrebbe avuto un grande impatto. 

Purtroppo, l’altra protagonista di ieri sera, Diletta Leotta, con il suo monologo, non è stata altrettanto efficace, ha, sostanzialmente, ripristinato gli stucchevoli stereotipi di sempre, e voglio anche sottolineare come il monologo di Jebreal sia andato in onda ben dopo la mezzanotte; quello di Leotta ben prima, sicuramente più seguito.

Ha parlato di bellezza, di come sia stata fortunata ad essere bella: non lo fosse stata, non sarebbe andata a Sanremo. Poi ha parlato della bellezza che cambia nel tempo: se sei fortunata, puoi restare bella anche da vecchia come la sua nonna che ha cresciuto tanti figli e cucinato tante torte (sic).

E con questo, mi riallaccio all’ultimo esempio di “mala comunicazione” e di linguaggio irrispettoso cui volevo accennare: i “famosi Angeli”: Concetta e le altre.

Abbiamo passato in pagina FB questo post.

Si parla di ricercatrici, scienziate, quelle dottoresse dello Spallanzani che hanno isolato il Coronavirus in Italia. I nostri giornalisti devono essere rimasti scioccati da quest fatto: DONNE, MERIDIONALI, SCIENZIATE, DOTTORESSE, troppe cose tutte assieme per il loro cervello. Incomprensibile, inenarrabile, troppo fuori dagli stereotipi, dalla narrazione comune. Come fare per correre ai ripari?

Utilizzando un linguaggio ridicolo e offensivo, che grida allo scandalo, a partire dai titoli

Angeli che “cullano” il virus e che non hanno titoli di studio (dal post citato prima)

Invece di entrare nel merito della scoperta scientifica, che è di grande attualità, l’ANSA preferisce focalizzare l’attenzione sulla stranezza della situazione: tra le righe serpeggia lo stupore, è stata una donna? Ma come ha fatto se ha un marito e due figli? La dott.ssa Castilletti diventa subito solo ‘Concetta’, un sistema molto usato contro le donne per sminuire la loro figura professionale: chiamarle per nome e eliminare il titolo accademico o professionale è una prassi molto diffusa e ahimè la conosco anche in prima persona; è una sorta di “ridimensionamento” chiamare per nome, come fanno gli snob con i sottoposti (tipo il maggiordomo Ambrogio della vecchia pubblicità), solo che il sessismo lo fa a tappeto con tutte le donne con un titolo accademico e/o professionale, fateci caso. Questa confidenza sembra dire “Giù dal piedistallo, Concetta”.

Ma ciò che più mi ha sorpresa è che il breve articolo ruoti intorno a questa frase: “Concetta ha 56 anni, due figli grandi e una famiglia che la supporta da sempre, a partire dal marito”.

Indubbiamente la nostra società non ama le madri lavoratrici e fa di tutto per chiuderle in casa e tarpare loro le ali, senza curarsi di perdere i loro enormi talenti, per cui sicuramente la ricercatrice avrà avuto bisogno di supporto nella sua vita familiare e professionale, ma è qualcosa di cui parlare diffondendo la notizia scientifica? L’articolo infatti si focalizza sulla vita della ricercatrice, fatta di emergenze sanitarie e famiglia. Immaginate se fosse stato un uomo ricercatore e guardate come suona strano invertire le cose. Poniamo lui sia il dott. Mario Rossi: “Mario ha 56 anni, due figli grandi e una famiglia che lo supporta da sempre, a partire dalla moglie”. Nessuno avrebbe dato la notizia di “Mario” in questo modo, anche perché tutti diamo per scontato che il dott. Rossi possa dedicarsi al suo lavoro perché a casa ha una schiava (per libera scelta, ben inteso eh!) che si occupa di tutto. Nessuno chiede a Mario “E i figli chi te li guarda?”. Non è compito di Mario. Forse dunque fa più notizia un marito che supporta la moglie che lavora piuttosto che l’isolamento del coronavirus.

Ed è per tutto questo che mi metto le mani nei capelli. MI sembra che sia urgentissimo che si torni a parlare di linguaggio, perché non è possibile che non si capisca ancora che questi linguaggi che ammantano le donne di una sola qualità, la bellezza, che sminuiscono le donne quando incidono sul mondo uscendo dalle mura di casa e dalle “gabbie di genere”; che riescono persino a svilire le vittime di delitti atroci come quello che ha riguardato Francesca Fantoni (e altre, purtroppo), facciano parte di quel substrato culturale che GENERA la violenza contro le donne, che la perpetua, insegna, tramanda ancora oggi.

Non stupiamoci, dunque, se sono sempre più rumorose le voci che negano la violenza contro le donne, con slogan come “la violenza non ha genere” e che hanno, purtroppo, trovato numerosi agganci in politica (Spavone, Pillon, Gallone, e troppi altri). Se non torniamo a riflettere seriamente sul “brodo” misogino, povero e discriminatorio in cui siamo inseriti tutti e tutte, partendo da una seria analisi della narrazione del femminile, composta da articoli di giornale, commenti, fotografie, meme, trasmissioni TV, testi di canzoni (tutti miseramente infarciti di stereotipi e concetti svilenti e misogini, riduttivi, discriminatori) torneremo indietro di almeno 10 anni. E, forse, è già accaduto.

 

 

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