La terribile storia di Assunta e la libertà che finalmente meriterebbe

Di recente ho seguito una  serie tv davvero molto bella ambientata in un carcere femminile spagnolo. Questa serie, dal nome “Vis a Vis – Il prezzo del riscatto”,  narra, tra le altre cose, le storie di varie donne detenute nel penitenziario.

Storie di emarginazione, di povertà, di disperazione, di tossicodipendenza, di violenza, di uomini che ingannano, stuprano e approfittano di donne fragili e sole, che abusano del proprio potere, consapevoli che queste donne si trovino in un ruolo di totale subordinazione nei loro confronti, ma ci sono anche storie di amicizia, di amore, di rivolta e di solidarietà femminile.

Tra tutte queste storie, emerge quella di Sole, una donna sui 50-60 anni condannata a 22 anni di carcere per aver dato fuoco a suo marito dopo averlo trovato a letto con una delle tante amanti.

Non è questo in realtà il motivo che spinge Sole ad uccidere il marito, ma ciò che ha subito per più di 30 anni: violenze fisiche, sessuali, psicologiche, angherie, umiliazioni  e soprusi di ogni genere.

Nel corso delle varie stagioni, fino all’ultima, Sole più volte ha confessato che l’unica volta in cui si sia sentita davvero felice e libera nella sua intera esistenza è avvenuta il giorno in cui è stata arrestata, quando si è resa davvero conto di aver messo fine a quella vita di violenze e umiliazioni.

Proprio qualche giorno fa sono venuta a conoscenza della vicenda  di una donna che mi ha ricordato tantissimo quella di Sole di “Vis a vis”, e mi ha fatto riflettere su quanto davvero troppe volte la realtà superi un romanzo, un film o una serie tv

Assunta ha più o meno la stessa età di Sole, ed ha una storia  terrificante alle spalle proprio come lei. A 14 anni, Assunta,  viene venduta per 500.000 lire al suo futuro marito, vent’anni più grande di lei, l’uomo, poi, dalla Calabria, dove lei viveva con i suoi genitori, la porta su, a Torino

Acquistata, letteralmente, come se fosse un oggetto. E come un oggetto è stata trattata per ben 45 anni. In tutti questi anni Assunta ha subìto violenze e soprusi da parte di suo marito che, non pago, la costringeva anche a prostituirsi.

Così, nel giugno del 2016, sfinita decide di darci un taglio, di porre fine a quell’inferno ammazzando il suo aguzzino.

La Corte d’Appello la condanna a 21 anni di carcere per omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere, rigettando il ricorso dei suoi legali seppure quest’ultimi abbiano narrato le violenze fisiche e psicologiche che per 45 anni è stata costretta a sopportare la donna. La procuratrice  generale concluse affermando che i fatti di 40 anni prima non potevano entrare nel processo per un omicidio.

“Fatti avvenuti 40 anni prima” e non violenze, umiliazioni di ogni sorta, soprusi che si sono protratti per più 40 anni

Una vicenda piuttosto analoga è avvenuta in Francia, dove dopo 47 anni di violenza verso lei e i suoi quattro figli —due delle quali anche abusate sessualmente—, Jacqueline Sauvage, uccide il marito con tre colpi di fucile. Poco prima il marito l’aveva picchiata  per l’ennesima volta, in quella ennesima scena di violenza era stato coinvolto anche il figlio della coppia, che lo stesso giorno si suicidò.

Riporto da Il Post

“Per l’omicidio del marito Sauvage venne condannata in appello nel 2015 a 10 anni di carcere. Poco dopo la condanna, le tre figlie sopravvissute di Sauvage, Sylvie, Carole e Fabienne, presentarono una richiesta di grazia al presidente Hollande in cui era scritto: «Signor Presidente, nostra madre ha sofferto per tutti i lunghi anni del suo matrimonio, è stata vittima del potere di nostro padre, un uomo violento, dispotico, perverso e incestuoso». Durante il processo era infatti emerso che loro padre aveva abusato sessualmente di due di loro quando erano adolescenti, cosa che Sauvage ignorava e della quale venne a conoscenza in aula. Nessuna di loro denunciò mai il padre: le tre donne dissero di sentirsi troppo umiliate per chiedere aiuto.

A fine 2016, Jacqueline Sauvage ottenne dall’ allora Presidente Hollande la grazia totale.

Proprio come scritto più su, proprio come ripetiamo da anni e proprio come dovrebbero esserne a conoscenza ormai tutti, troppo spesso le vittime di violenza di genere —che siano molestie o stupri o violenza domestica— non denunciano.

Questo avviene per una serie di motivi: chi come le figlie di Jacqueline Sauvage perché si sente troppo umiliata per farlo, perché la colpevolizzazione della vittima è una costante della nostra società che ci ha abituati a dubitare sempre delle vittime di violenza e non degli aguzzini, chi perché consapevole che durante un processo di stupro chi subisce davvero il processo è la vittima e non lo stupratore, chi perché teme di non essere creduta, di essere giudicata, chi perché ha paura e poi non saprebbe dove andare perché dipende economicamente da suo marito/compagno violento, chi perché ha smesso di credere nelle istituzioni.

C’è invece chi nelle istituzioni ci ha creduto fermamente, ed ha denunciato ogni singola volta, per ogni violenza e minaccia subìta da un ex/ marito/compagno violento e purtroppo non è servito comunque.

Nessuna donna dovrebbe essere costretta a fare ciò che hanno fatto Assunta e Jaqueline per liberarsi di un uomo violento, despota, che abusa persino sessualmente delle proprie figlie e che costringe la moglie a prostituirsi

Nessuna dovrebbe essere lasciata sola, nessuna dovrebbe arrivare a un punto tale di disperazione  da trovare come unica soluzione per uscire  dall’inferno quello di uccidere l’aguzzino e portarsi, dopo anni di violenza e umiliazioni, anche quel macigno per il resto dei propri giorni.

Mettiamoci solo per un attimo nei panni di questa donna e di tutte coloro che subiscono e vivono nell’angoscia che il loro marito o ex violento possa uccidere loro e i loro figli, nella solitudine e nell’emarginazione in cui questi uomini costringono queste donne.

Ovviamente si sono sprecati i:

“Perché non è andata via?”

“Perché non lo ha denunciato? ”

“Perché non si è difesa diversamente?”

Perché una donna vittima di violenza non dovrebbe difendersi da sola, dovrebbe essere tutelata da parte delle istituzioni.

Perché non tutte hanno gli stessi mezzi —culturali e non— per potersi difendere.

Perché la violenza è ancora troppo normalizzata, vista come una questione privata, panni sporchi da lavare in famiglia.

Perché la paura ti immobilizza talmente tanto da farti subire tutto ciò in silenzio per più di 40 anni.

A cosa servono i vuotissimi slogan istituzionali e televisivi che, in concomitanza del 25 novembre, invitano tutte a denunciare al primo schiaffo se una volta fatto la donna non ha un posto dove andare poiché i centri antiviolenza sono sempre al collasso, con i vari Governi che si susseguono sempre troppo impegnati in altre questioni da non poter attuare delle serie politiche di salvaguardia per le vittime di violenza di genere, di formazione per vari operatori di giustizia e di polizia e per un vero un cambio radicale della nostra educazione e cultura?

Nessuna donna dovrebbe essere costretta a farsi carico di un peso tanto grande nella solitudine più totale, nessuna dovrebbe essere costretta a farsi giustizia da sé.

Assunta merita una, almeno una, possibilità nella vita, quella di poter essere serena, di essere finalmente libera, perché 45 anni di prigionia li ha già espiati tutti senza alcuno sconto di pena.

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