Per la Festa della mamma regalatele una scopa

La Festa della mamma porta con sé, puntualmente, una quantità infinita di retorica e fiumi di parole pregne di toni melensi dove l’immagine della mamma viene sacralizzata.

Più volte è stato affrontato l’argomento della mistica della maternità (qui e qui ) su questo blog.

Più volte abbiamo tentato di sfatare il mito della maternità come (unico) destino biologico delle donne e quello del multitasking, quel fenomeno da molti soprattutto i “ghetti rosa” narrato come dote naturale e grande risorsa delle donne.

Le donne lavorano, accudiscono i figli e la casa, servono ottimi pranzi e ottime cene. Lo fanno meglio degli uomini, dicono. E nonostante la fatica sono felici.

O almeno, questo è quello che vogliono farci credere, che gli uomini in casa, nella crescita e nell’educazione dei propri figli, siano figure un po’ marginali perché le donne lo sanno fare meglio: è nella loro indole. Ovviamente il discorso cambia quando si discute di unioni e soprattutto adozioni gay, in quel caso arriva prorompente la rivendicazione dell’importanza di entrambe le figure, di una mamma e di un papà precisiamolo.

Chi riporta quanto appena detto, ovviamente, non sta affermando il vero ma sta solo alimento stereotipi di genere. Innanzitutto le donne non nascono con l’istinto materno e né tantomeno con la vocazione delle pulizie e dei fornelli, ma è la società a indurre le donne, sin dalla più tenera età, alla convinzione che siano naturalmente portate per questo.

Simone de Beauvoir scriveva:

Tutta l’economia della nostra società patriarcale implica che la donna accetti di essere supersfruttata. Fin dalla più tenera infanzia, viene condizionata in modo da strapparle questo consenso. E’ difficile presentare alla bambina, come una funzione sacra, il fatto di lavare la biancheria sporca e i piatti; è difficile convincerla che quella è la sua irresistibile vocazione. Ma se una donna è trattenuta in casa dai figli, immediatamente essa diventa quella casalinga a cui si estorce quasi gratuitamente la forza lavoro. Si cercherà quindi di persuaderla fin dalla più tenera età —con la parola, con l’esempio, con i libri e i giochi che le si presentano— che è votata alla maternità. Se non ha bambini non è una <<vera donna>> (mentre non si accusa un uomo senza bambini di non essere un <<vero uomo>>).
[…]
Sul piano economico, la donna è vittima di una discriminazione inaccettabile quanto quella razzista condannata dalla società in nome dei diritti dell’uomo: le viene estorto un lavoro domestico non retribuito, viene adibita ai lavori più ingrati, e il suo compenso è meno alto di quello dei suoi omologhi maschi.

Le donne, quindi, non sono naturalmente portate per certe attività ma sin da bambine vengono convinte di ciò dalla famiglia, la società, la tv e la pubblicità

Ad esempio, attraverso “La discriminazione non è un gioco“, abbiamo constatato quanto sia rilevante il ruolo dei giochi nella radicalizzazione degli stereotipi di genere e quanto dividere le attività ludiche in “roba da maschi” e “roba da femmine” non farà altro che far crescere altre generazioni nella convinzione che accudire bambini o sfornare dolcetti sia un’attività prettamente femminile, mentre quei giochi che implicano la fantasia, l’ingegno e la creatività siano robe da maschi.

Del  resto anche solo accendendo per un po’ la tv ci rendiamo conto del bombardamento di immagini pubblicitarie che confermano quanto detto.

Proprio a proposito di ciò, quasi quattro anni fa, la Presidente della Camera, Laura Boldrini, in un convegno chiamato Donne e Media, affermò che non era concepibile vedere, praticamente in ogni pubblicità, la mamma che serve in tavola ai figli e al marito seduti a non collaborare, sostenendo, tra l’altro, che in un altro Paese molto probabilmente uno spot simile difficilmente sarebbe arrivato sugli schermi televisivi.

La polemica fu asprissima, Laura Boldrini venne messa alla gogna, fu vittima di dileggio e feroci insulti dai parte dei  più, da Casapound a gente di estrema sinistra senza dimenticare le migliaia di donne offese dalle parole di Boldrini che aveva messo in discussione il loro ruolo di angelo del focolare.

Il motivo di questa lunga premessa è una pubblicità o meglio una “straordinaria” proposta di acquisti che mi è capitata sotto gli occhi qualche giorno fa.

Mentre sfogliavo il volantino di una nota catena di articoli di igiene per la casa e la persona mi è capitata sotto gli occhi questa immagine

 

 

 

 

Sicuramente questa è solo una delle tante immagini e proposte che hanno riempito volantini e cartellonistica stradale in questi giorni che anticipavano la Festa della Mamma.

Ora, se io mi presentassi da mia mamma omaggiandola di una scopa per pulire i pavimenti, nel giorno della Festa della mamma, molto probabilmente me la tirerebbe dietro e non avrebbe tutti i torti.

Notate molta differenza tra l’immagine postata sopra e una di queste?

 

Le geniali menti del marketing che partoriscono tali proposte per  gli acquisti per omaggiare la propria genitrice si sono accorti che siamo nel 2017? Come è possibile che, ancora oggi, per aziende e pubblicitari le faccende domestiche siano ancora considerate robe da donna?

Credete che per la Festa del papà qualcuno mai si sognerebbe di avanzare proposte simili? Al massimo, come proposte per gli acquisti, troverete qualche cravatta o dopobarba di dubbio gusto.

Come sosteneva Laura Boldrini qualche anno fa è inconcepibile che nelle pubblicità italiane passino  solo immagini di questo tipo. Non c’è pubblicità che non veda come protagonista una donna intenta a lavare pavimenti,  fare il bucato, stendere i panni, sbiancare le superfici o cucinare.

Il massimo che riescano a proporci e parlo dei pubblicitari più rivoluzionari— sono quelle pubblicità dove l’uomo interpreta il padre che  precisiamolo in assenza della moglie accudisce prole e casa in modo disastroso ricuotendo, tra l’altro, simpatia nel pubblico poiché, si sa, la mamma è sempre la mamma, è lei la regina indiscussa della casa, le cose in casa le sa fare meglio e gli uomini con le faccende domestiche e con i bambini sono proprio imbranati.

Del resto le pubblicità non sono che lo specchio della nostra cultura.

Qui, ad esempio, c’è una delle tante indagini che dimostrano quanto ancora sia ampio il gap nella divisione delle faccende domestiche. Qui, invece, dai dati Istat risulta, nonostante ci sia stato un aumento del tempo che gli uomini dedicano alle faccende dometiche, che la tendenza delle donne rimane più di 5 ore giornaliere dedicate alla famiglia.

Riallacciandomi al discorso sul diverso tipo di educazione impartita ai bambini e alle bambine, cito da Repubblica:

Gia da bambine lavorano più in famiglia dei maschi Perche il ruolo di supporto familiare comincia presto, prima ancora di andare alle medie la differenza di genere negli impegni domestici è una realtà.  Il lavoro familiare mediamente coinvolge le femmine per 30 minuti al giorno più dei maschi. Se fino a dieci anni c’è una parità, (20’ a prescindere dal genere)  tra gli 11 e i 14 anni la forbice comincia ad aprirsi e i minuti di impegno femminile crescono fino a raggiungere i 59’ in più tra i 15 e i 24 anni

Quante volte ci è capitato di ascoltare colleghe, vicine di casa, amiche e parenti lamentarsi rassegnate perché il marito non faccia assolutamente nulla in casa? E quante volte ci è capitato di sentire qualche altra di queste parlare con tanto entusiasmo  del fatto che il marito, di tanto in tanto, la aiuti nelle faccende domestiche?

Molto probabilmente il mio stupore è dovuto anche al fatto che sono cresciuta in una famiglia in cui ho visto mio padre fare qualsiasi cosa in casa, rimane però  assurdo parlare di una cosa che dovrebbe essere assolutamente normale, ovvero la collaborazione domestica e la divisione dei compiti, come una cosa straordinaria, come se tutto ciò meriti un premio particolare.

Insomma, dato che la parità di genere passa soprattutto da questi elementi e la non collaborazione costringe le donne ad un sovraccarico di lavoro fuori e dentro casa, ma soprattutto le costringe, non riuscendo a conciliare tutto, a orari lavorativi ridotti o a dover rinunciare del tutto ad un lavoro, credo che per poter parlare di parità di genere ci vorrà ancora un bel po’.

 

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