Io sono più femminista di te

Un post del 2013, ma sempre attuale.

Io sono più femminista di te.
Perché sono una mediattivista, perché sono più radicale, perché sono più preparata.
Perché tu sei vetero e io sono oltre.
Perché non sono sposata, non avrò mai dei figli.
Perché faccio le azioni, perché scrivo su un blog.

Io sono più femminista di te perché sputo su Carla Lonzi che sputa su Hegel.
Perché sputo su Virginia Woolf, su Judith Butler, su Laurie Penny.
Perché sputo su tutte le femministe che non sono femministe quanto me.

Sono più femminista di te perché ho un progetto, perché voglio entrare in parlamento e fare la rivoluzione riformista e “diddiellista”.

Sono più femminista di te perché ho un progetto, perché non entrerei  mai in parlamento, voglio la rivoluzione massimalista e a votare nemmeno ci vado.

Sono più femminista di te perchè sono meno marxista, più antispecista, meno antispecista, più trasversale.

feminista

No, non voglio dire che tutte le femministe sono uguali. Ci mancherebbe.
O tanto meno che dovremmo tutte stare a braccetto per il solo fatto di essere portatrici di vagina.

Che il discorso “donne di tutto il mondo unitevi” non convince, sarebbe già meglio “femministe di tutto il mondo unitevi”, sarebbe chieder troppo “femministe intersezioniste di tutto il mondo unitevi e non giudicatevi a vicenda”.
Rimanete aderenti alla realtà, invece.

Che a vivere online, ci rimanete secche.

Che vuol dire femminista?
Vuol dire propugnare la parità di diritti tra donna e uomo, preferibilmente tra tutti i generi, più che i sessi.
Vuol dire lottare per la libera espressione dei corpi, dei desideri, dell’orientamento sessuale, in nome delle differenti identità. “Differenze” solo relative, perché la norma è etero, bianca, abbiente, ma le “differenze” non dovrebbero diventare alternative minoritarie, gabbiette tutte vicine.

No, non voglio dire che basta dirsi femministe per poter collaborare.
“Femminista” non ha pieno significato senza qualcos altro vicino: può ridursi anche spesso e volentieri al fenomeno di costume, a Sex and The City, alla pole dance fatta in palestra, a “50 sfumature di grigio”.
Femminista” ha bisogno di una teoria economica a cui guardare. Di proposte concrete.

Se scrive sul quotidiano di centrosinistra e, mala tempora currunt, si preoccupa del malcostume giovanilenon è femminismo, non propugna la parità, marcia nella retorica, non libera i corpi, impone nuovi giudizi.
Se si barrica dietro trincee altissime e incomprensibili, dietro tempi ormai scomparsi e si autodefinisce appendice di un movimento più ampio, non è femminismo, non riuscirà mai a autodeterminarsi perché vivrà sempre in nome di qualcun altro.
Se dichiara le escort di Berlusconi “nemiche di classe” e muove mari e monti per dire che in Italia ci sono “altre donne” non è femminismo, è antiberlusconismo, e fatto pure male perchè il vero nemico di classe è lui e tutti coloro che sguazzano nel sistema liberista. Quello sì, basato sulle differenze.

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Dallo sguardo di chi è nata molto dopo i tempi d’oro delle streghe son tornate, e che  è cresciuta tra il G8 di Genova e la crisi, non esiste “io sono più femminista di te”. Esiste “io sono femminista”.

Non perchè basti dirsi tale, ma perchè, al contrario, le femministe non esistono più, quando ti definisci così in ambienti non dichiaratamente amici, diventi immediatamente una pazza invasata dai peli lunghi, una ninfomane ambigua, una mangiatrice di bambini. Per carità, sempre meglio che sembrare una brava donnina sottomessa, ma si rimane schiacciate tra gli stereotipi e la superficialità dei conflitti interni e non si arriva mai alla proposta vera, quella socio-economica.

Perchè dire di essere contro la violenza sulle donne non vuol dire essere femminista.
Dire che c’è bisogno di investire in centri antiviolenza, sportelli e luoghi di accoglienza sì.
Dire che tutte devono essere libere di vivere la propria femminilità come vogliono diventa femminista solo se si distrugge il “modello unico” di femminilità così come venduto dal triangolo delle industrie più ricche al mondo, cosmesi-moda-alimentazione.

Dire che il gap retributivo e professionale sta crescendo, è femminista solo se alla semplice considerazione – unita sempre più all’esaltazione delle donne multitasking – si aggiunge la richiesta di reddito, anche solo come misura temporanea per arrivare a uno stato sociale capace di assicurare lavoro,indipendenza, autodeterminazione.

Tutto ciò per dire che, nel marasma di diatribe online e reali tra chi è più femminista ( che somiglia tanto a chi ce l’ha più lungo! ) quello che manca è la rete tra femministe reali. Quelle che fanno proposte politiche e non di costume, quelle che antepongono la collettività al proprio ego, quelle che mettono a disposizione le proprie capacità per un lavoro più ampio.

Ma allora una volta che abbiamo identificato chi è femminista e chi no in base alla realtà dei fatti, una volta che le proposte economiche coincidono, una volta che si sono escluse tutte le chiacchierone da salotto che si alimentano dello stesso sistema capitalista di cui si alimenta il patriarcato ( perchè, ecco, non si può essere femministe e amanti del capitalismo insieme, sarebbe bello ricordarlo ), una volta che abbiamo cercato di mediare tra tutte le nostre anime e abbiamo scelto quella che più ci convince… perchè continuiamo a rimanere sole?

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