Gli ingredienti per parlare in modo scorretto di violenza contro le donne

(Originariamente postato il 13 maggio 2013)

Ricetta per un articolo di giornale che narra di aggressioni e violenze da parte di un uomo contro una donna.

Ingredienti, da mescolare con cura, se si vuol produrre una comunicazione scorretta:

1) Accennare alla bellezza della vittima

2) Utilizzare le parole: “raptus” e “gelosia”

3) Inserire nell’articolo una fotografia inadeguata.

Ecco il risultato.

A partire dal titolo, come possiamo notare, la ricetta è stata seguita alla perfezione:

È troppo bella: botte alla convivente ex miss
Una ragazza di venti anni è in fin di vita

Abbiamo molte altre volte segnalato come sia sbagliato e fuorviante accennare all’avvenenza della vittima, parlando di violenza di genere.

E’ sbagliato per tre motivi.

Primo perché potrebbe indurre a credere che, se la vittima fosse stata brutta, il fatto sarebbe stato meno grave.

Secondo perché in un certo senso quel rimarcare la bellezza porta a pensare che essere belle sia una colpa (quando non si arriva a pensieri chiaramente misogini, peraltro molto ben presenti nella nostra società: “ragazza bella che si mette in mostra o che veste in un certo modo = le violenze che riceve se le è andata a cercare“).

Infine perché è un sistema morboso per attirare lettori, per ammiccare, per, in una parola, lucrare e speculare sulla povera vittima.

In questo articolo, poi, vi è una contraddizione.

Dapprincipio si fa notare che la ragazza già in passato era stata picchiata dal compagno e poi parla di “raptus”. Ma un “raptus” di solito si manifesta improvvisamente, senza “pregressi”. Come si possono definire frutto di un “raptus” , le botte prese, quando già precedentemente se ne erano già ricevute?

E’ chiaro che quello era un modo di fare ritenuto “normale” e giustificato dall’aggressore.

L’articolo si conclude in modo desolante, con continui accenni alla gelosia dell’aggressore.Raptus

No, la causa non è la “forte gelosia” e non si tratta di “un nuovo raptus”.

La causa è il maschilismo. La cultura del patriarcato. Il mancato riconoscimento della parità tra donne e uomini, la cultura del possesso. La concezione della eterna e dovuta sottomissione della donna, al volere dell’uomo che la vuole “possedere”, proprio come un oggetto. E, infatti, proprio come se avesse lo stesso valore di un oggetto che non serve più allo scopo, può essere “annientata”, “gettata via”, picchiata. In questo caso, la vittima è viva. Ma le sue condizioni sono gravissime.

Ciliegina sulla torta. Decorazione all’articolo, la foto.

Questa:

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Una sfilata di sederi. Pezzi di carne che attirano l’attenzione e lo sguardo malizioso, svilendo del tutto e definitivamente, la vittima. 

Occorre distruggere il patriarcato, a partire anche dalle parole che scegliamo di usare, quando parliamo di episodi come questo

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