Giulia Innocenzi e l’Iran: molestie mediorientali, sessismo nostrano e “donne libere”

Giulia Innocenzi, nota giornalista televisiva, quest’anno ha trascorso le vacanze estive in Iran con un’amica, Maddalena Oliva di Servizio Pubblico. Al suo ritorno ha pubblicato un post su Facebook e sul suo blog in cui racconta le disavventura vissute durante il suo viaggio: palpate al sedere, inseguimenti, uomini che mostrano il pene, fino a una vera e propria aggressione fisica.
Il sollievo di “togliersi il velo” e tornare in Italia per lei è tanto,shockata da ciò che le è successo e dalla scarsa informazione su guide e web a proposito dei rischi che le donne corrono viaggiando sole in Iran.

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Di tutta risposta, si è attirata l’attenzione di alcuni dei più eleganti esponenti della stampa italiana. In primis Libero, che decide di commentare il suo articolo con una prima pagina sapiente:

11889425_10153536341550270_3270366360115575728_nLa santorina: perché ogni donna che lavora in televisione è -ina, come letterina, velina. In questo caso anche di appartenenza maschile, è la vallettina di Santoro.
L’islam umilia le donne: meglio far passare questo concetto che tutto fa brodo per Libero per combattere una battaglia contro l’integrazione reciproca e il rispetto.
Illustrazione: una caricatura di Giulia Innocenzi in minigonna subisce le molestie di una mano sullo sfondo di una città iraniana. Manca solo che le avessero disegnato un mezzo sorrisetto per dire che, in fondo, alle donne piace.

E nella versione online dell’articolo, si sprecano commenti altrettanto progressisti

ImmagineA qualcuno dispiace che non siano state stuprate e sodomizzate, ad altri sembrano solo due baldracche sculettanti.
Poi a unirsi al coro arriva anche Ruggero Po, giornalista e conduttore radiofonico Rai.

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Tutto questo livore sessista ricorda il trattamento riservato a Greta e Vanessa, le due ragazze rapite in Siria.
Anche il quel caso, contro di loro si era levato un coro di ingiurie e auguri di violenze e stupri, sostenuti da bufale e tweet di Gasparri che ci saremmo volentieri risparmiate.
Innocenzi, come le due ragazze, seppur con un’esperienza fortunatamente non di rapimento subisce lo stesso trattamento perché, come loro, è avvertita da una certa opinione pubblica come una traditrice.
Nella costante lotta di alcuna politica e di alcuni media ( in realtà quasi tutti ) contro l’immigrazione e quindi a favore di razzismo, discriminazioni e falsi miti sul pericolo dell’ospitalità , il mondo musulmano è considerato tutto ostile e chi vi si avvicina sta tradendo la cultura occidentale, le radici cristiane e soprattutto i pacati uomini italiani che le incarnano.
La differenza poi tra quei signori che hanno aggredito Innocenzi in Iran e quelli che le augurano di essere seviziata in Italia è molto sottile.

Il peccato originale di Innocenzi è essere andata in Iran invece che a Rimini.
Segue l’averci scritto sopra un articolo raccontando le proprie disavventure.
Infine, anzi a monte, c’è il problema della sua avvenenza, che più volte le ha causato comunque la scomunica del mondo giornalistico più reazionario per cui vale ancora lo “gnocca senza testa” imputato a Rula Jebreal qualche anno fa, sempre negli studi di Santoro.

Così quando non si può farle una foto in costume o mangiando un gelato, c’è sempre l’altra faccia della medaglia: il linciaggio mediatico violento.

Di Innocenzi non apprezzo il modo di fare giornalismo, credo anzi che AnnoUno sia una programma dal format smaccatamente populista e che in particolare la puntata sulla questione omosessuale sia stata un esempio di pessima gestione del tema, pensata più per creare situazioni di conflitto banale e telegenico che non per affrontare davvero i temi legati al mondo LBGT.
Pur non essendo la fan numero uno di Giulia Innocenzi, questo non mi impedisce però di rilevare che una giornalista oggi in Italia deve ancora subire dai suoi colleghi un ostracismo sessista e paternalista, un ostacolo che i suoi pari uomini difficilmente incontrano.

Su questo blog analizziamo la comunicazione e proponiamo modi differenti di farla, così analizzando il post di Innocenzi, di nuovo, trovo che il modo di raccontare il suo viaggio potesse essere migliore.
Fermo restando la denuncia delle molestie subite e la libertà di pubblicare quel che si vuole sul proprio blog personale, una giornalista oggi dovrebbe rendersi conto del peso mediatico che ha un suo post. 
Tra i commenti, oltre a insulti e sessismo, molti altri danno ragione a Innocenzi, le esprimono solidarietà, ma basando il proprio sentire su una sostanziale intolleranza per l’Islam e i suoi Paesi e quindi utilizzando l’esperienza raccontata dalla giornalista come punto a favore della loro tesi razzista.
Colpa di Innocenzi? No, certo che no. Ma un personaggio pubblico seguito come Innocenzi avrebbe potuto esprimere giudizi meno netti su un paese che ha visitato solo pochi giorni e che vive delle complessità difficili da comprendere anche dopo anni. Perché quel giudizio tranchant sull’Iran si riflette sulla percezione che si ha dell’islam come un unico monolite senza sfaccettature.

Coglie bene il punto Luigi Ferrauta su Il Manifesto, dove in una lettera a Innocenzi scrive:

Non voglio con que­sto negare il suo vis­suto, sarebbe sciocco, ma mi domando come mai lo abbia assunto a regola uni­ver­sale per defi­nire un paese, per giu­di­carlo, come se due set­ti­mane di viag­gio (che da viag­gia­trice zaino in spalla come si dichiara saprà bene che siano un lasso di tempo irri­so­rio, viste anche le dimen­sioni dell’Iran, sei volte l’Italia circa) bastas­sero a com­pren­dere appieno un uni­verso dotato di una com­ples­sità mastodontica.

Badiamo bene. Non voglio né fare apo­lo­gia dell’Iran, né negare che sia un paese dove “i gay rischiano l’impiccagione” (vero) e dove le donne sono obbli­gate a por­tare l’hijab (vero). Sono dati di fatto. […]

Insomma, lei saprà bene che la rivo­lu­zione isla­mica ira­niana è stato un momento molto par­ti­co­lare della sto­ria dell’Iran, in cui una serie di cam­bia­menti sono stati inne­stati nella popo­la­zione e che le con­se­guenze sono di una com­ples­sità dif­fi­cil­mente ricon­du­ci­bile a uno schema così lineare. Non voglio usare la reto­rica dell’“alcune donne ira­niane sono per­sino fiere, di por­tare l’hijab”, per­ché par­rebbe un’apologia o un inu­tile fascino dell’esotico, del diverso. Però mi sarei aspet­tato, da lei che è una gior­na­li­sta, un’analisi un po’ diversa da quella di una donna occi­den­tale costretta a “met­tersi nei loro panni” e che dice “poverine”.

Pro­viamo a pen­sare a che effetto ci fareb­bero le mede­sime parole rivolte a noi ita­liani, se un gior­na­li­sta stra­niero vit­tima di uno scippo, di una ‘pal­pata al sedere’ (o dieci che siano), dichia­rasse in pompa magna le stesse cose sul popolo ita­liano. E non voglio pen­sare alle con­se­guenze dei reso­conti degli stu­pri che ulti­ma­mente stanno fla­gel­lando l’Italia, o la piaga del fem­mi­ni­ci­dio, che in paesi liberi come il nostro secondo i suoi schemi non potreb­bero acca­dere per defi­ni­zione. Mica indos­sano l’hijab, le donne ita­liane! Sono tutte libere di stu­diare quello che vogliono e sfon­dare in ogni ambito pro­fes­sio­nale, altro che psi­co­lo­gia o scienze politiche!

[…] Non nego le con­trad­di­zioni, le vio­la­zioni dei diritti civili, ma non me la sen­ti­rei mai di espri­mere un giu­di­zio così tran­chant su una popo­la­zione di ottanta milioni di per­sone già vit­tima dei pre­giu­dizi di mezzo mondo, se fossi un per­so­nag­gio pub­blico come lei.

Scrive poi Innocenzi nel suo post il suo dolore per quelle donne “costrette a vivere lì la loro intera esistenza”, chiedendosi cosa avrebbe potuto fare nella vita una donna iraniana “se solo fosse stata libera”.

Ed è questa forse la parte più difficile da accettare: perché una giornalista oggi deve ignorare deliberatamente la complessità del mondo femminile islamico e le sue rivendicazioni e appiattire le proprie considerazioni a livello paternalistico, pietistico, usando contrapposizioni tra donne occidentali libere e schiave islamiche?

Anche io ho viaggiato “zaino in spalla” e sono stata in Paesi nordafricani e mediorientali.
Anche io, a onor del vero, i maggiori problemi in quanto donna li ho avuti fuori dall’Europa.
Questo però mi sembra ovvio, sapevo fin dalla partenza che avrei avuto maggiori difficoltà, perché il mio vissuto di donna italiana è profondamente diverso da quello delle mie coetanne di alcuni Paesi che ho visitato e sapevo che avrei trovato nuove declinazioni della piaga mondiale che non risparmia nessuna Nazione: il patriarcato.

C’è differenza tra una recensione su TripAdvisor di un viaggio andato male e un pezzo giornalistico.
E dal secondo ci si aspetta maggiore approfondimento, anche emotività certo, ma che non prenda il sopravvento sull’analisi politica e sociale di realtà complesse diffondendo visioni univoche dei mondi diversi dal nostro.

Il mondo è tutto ostile a una donna che viaggia sola. Questa è la verità.
Prima ne faremo una questione femminista intersezionale di analisi delle dinamiche sessiste ( e razziste ) nella loro coincidenza internazionale, prima smetteremo di cadere nel tranello del “noi” e “loro”, che fa tanto guerra santa.

 

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