I Giorni dei Morti o i Giorni delle Uccise

Articolo e traduzione di Eleonora Selvatico

Finalmente, anche i muri e le strade di Parigi sono stati assaliti dalle proteste che da quest’ultimo mese rimbombano da un lato all’altro del globo: partito dall’America Latina e dalla Polonia, il grido “Ni una menos” e “Czarny Protest” incoraggia alcune donne francesi a seguire l’onda ribelle e a manifestare le loro morti nello spazio pubblico. Mentre la stampa francese (impegnata fino a qualche settimana fa in un monologo “s-burkinare o no per essere femminista?”) ignora le violenze di genere a casa propria per appiopparle a realtà “straniere”, delle azioni femministe tentano di ri-centrare lo sguardo sui propri corpi – ovvero: ri-abbandonare il paternalismo-razzista e ri-scoprire il patriarcato vissuto.
L’invisibilità sociale è anch’essa una forma di morte?

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Come riempire le terribili zucche vuote dando una dimensione di genere alla “Festa dei Morti”, senza cadere nella tentazione cattolica di santificare/sacrificare le donne che vengono così ripartite nel binomio esclusivo madre/puttana?
Le Messicane – tra cui le Trabajadoras sexuales de la Merced – hanno celebrato quest’anno il “Día de Muertos”: non hanno chiesto, come sarebbe consueto nell’Halloween americano, in dono caramelle per dolcificare la rabbia. Neanche soldi per zittirla. Hanno probabilmente scelto lo “scherzetto” – ma ne hanno dislocato la matrice di genere di quest’epoca imperialista. Richiamando mort* e scompars* (non hanno interpellato solo donne, ma tutta la comunità LGBTQI), hanno ribadito, in un clima di solidarietà, canti, pitture e travestimenti, che non ci stanno più a questo gioco, a questa maniera di “burlarsi della morte”: Ni una muerta más. Vivas nos queremos!”.

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Se lo spettro d’Evita-Madonna s’era resa celebre cantando “Don’t cry for me Argentina”, durante il XXXI Encuentro Nacional de Mujeres a Rosario di qualche settimana fa, nonostante la repressione violenta della polizia, le Argentine hanno dichiarato: Sexo débil, un chiste (sesso debole, una barzelletta). Ed è “scherzando” con la società non solo macrista, ma, più generalmente, neoliberista, che hanno proclamato lo sciopero femminile: “Se la mia vita non vale, producete senza di me”.
Un mese fa, il 3 ottobre, le Polacche hanno realizzato uno sciopero generale delle donne occupando le piazze “in nero”, ovvero: si sono manifestate in lutto per la possibile perdita dei loro diritti e della loro libertà, agitando delle grucce come simboli degli aborti clandestini; tema caldo negli ultimi giorni anche in Italia, visti i non pochi obiettori di coscienza.

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“Cerco il libro “Le donne sono il sesso debole” “Fantascienza, in fondo al corridoio”.

Con l’avvicinarsi della Grande Manifestazione delle Donne “Non una di meno” del 26 novembre a Roma (e non solo, perché la lotta deve continuare), ho trovato interessante tradurre uno dei due articoli apparsi sulla stampa francese che concernono l’azione contro i femminicidi del 1° novembre1.
Vorrei far notare che non si tratta di grandi testate come Le Monde, Libération o Figaro, ma di 20 Minutes. Sebbene non condivida pienamente, di quest’articolo, le scelte argomentative in base alle quali combattere il (appunto) sistema femminicida, penso che dei punti possono essere sviluppati a partire da questo: chi può (o no) – e soprattutto: “come?” – parlare per le uccise?
Come inserire le “violenze coniugali” in un sistema di precarizzazione violento ben più ampio, senza, tuttavia, renderle invisibili?

Ovvero, come potremmo sviluppare una critica dei femminicidi, approfondendo questa linea del “potere generalizzato di possedere” (che Judith Butler chiama “individualismo possessivo” e Carla Lonzi “possessività patologica dell’uomo”), nel modello di coppia eterosessuale, monogama e fallocentrica senza quindi ricorrere a politiche vittimizzanti che contribuiscono a creare un’immagine passiva di “donna-schiava”?
Possiamo ancora parlare di “relazione” (dialogo) di coppia, se siamo perpetualmente alla ricerca di una “NOSTRA metà”?
Sembra che anche l’ideale più “nobile”, l’Amore, sia colto nel fallo. Come amare (le donne)? Come si manifestano le donne in questo dialogo? E come scompaiono in questo? E, per finire, com’è che questo potere della “fedeltà compulsiva” (o della fede dell’UNITÀ sacrale della coppia) funziona, s’alimenta e si riproduce nell’organizzare la nostra società?
Come i femminicidi sono funzionali al mantenimento dell’ordine sociale neoliberale?

Ils nous tuent”: Delle femministe rendono visibili, in strada, i volti delle donne uccise da gennaio

Vincent VANTIGHEM | 20 Minutes | 1 novembre 2016.

In Francia, 89 donne sono state uccise dai loro compagni o ex coniugi dall’inizio del 2016…

Ti ho lasciato”. “Melissa, 34 anni”. “Eri violento”. “Géraldine, 49 anni”. Andando al lavoro, mercoledì mattina, i Parigini forse scopriranno dei volti di donne e dei messaggi inequivocabili stampati con la pittura sui marciapiedi della Capitale. Rappresentano alcune delle 89 donne uccise dai loro compagni o ex coniugi dal primo gennaio.

Ex porta-parola dell’associazione “Osez le féminisme” [Osate il femminismo], Pauline Arrighi è all’origine di questa campagna di street art che si articola anche su un sito web, di cui il nome riassume il pensiero: “Ils nous tuent” [Ci uccidono; www.ilsnoustuent.org]. “Sui giornali, nel corso dei processi, si legge sempre la versione degli assassini” – spiega a 20 Minutes. “La nostra idea è ridare la parola a queste donne e mostrare perché sono state uccise, dal loro punto di vista”.

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L’uomo non sopporta l’idea di perdere la sua droga, la sua schiava…”. Perché? La domanda porta spesso alla stessa risposta che l’iniziativa di Pauline Arrighi intende denunciare. “Nella maggior parte dei casi, una donna è uccisa dal suo compagno quando lei gli annuncia che vuole rompere” – assicura la femminista. “Semplicemente perché l’uomo non accetta di perdere colei che gli serve quotidianamente da sacco da boxe…”.

Gli psichiatri conoscono bene questo fenomeno. “L’uomo anestetizza la sua sofferenza picchiando la sua donna. Lei è il suo oggetto” conferma Muriel Salmona, psichiatra e fondatrice dell’associazione “Mémoire traumatique” [Memoria traumatica; www.memoiretraumatique.org]. Così, quando una donna annuncia di voler separarsi, l’uomo sprigiona la sua violenza, perché non sopporta l’idea di perdere la sua droga, la sua schiava”.

In un quarto dei casi, gli autori d’omicidi coniugali commessi nel 2015 si sono suicidati subito dopo i fatti. La storia di Sylviane, 57 anni, ne è un’illustrazione rivelatrice. “Il 1° febbraio a Récicourt (Meuse), un uomo uccide con un colpo di fucile la moglie che vuole lasciarlo (…). Si toglie la vita e sfugge alla giustizia”.

122 donne uccise dai loro coniugi o ex nel 2015.

Presidentessa dell’osservatorio sulle violenze fatte alle donne a Seine-Saint-Denis, Ernestine Ronai accoglie con favore la campagna di Pauline Arrighi ed esorta le autorità pubbliche a impegnarsi per far abbassare queste terribili statistiche. “Bisogna ancora migliorare la formazione degli operatori. Quando una donna che è stata picchiata dice d’avere paura, bisogna crederle, e creare delle misure di protezione per far sì che possa separarsi dal suo coniuge violento senza rischiare la vita”.

Da qualche anno, i magistrati possono emettere delle ordinanze di protezione, tra cui, i “téléphones portables grave danger” [cellulari-serio-pericolo] che permettono alle donne minacciate di sollecitare le forze dell’ordine in caso di grave crisi. Circa 500 telefoni di questo tipo sono oggi disponibili su tutto il territorio. Ciò non ha tuttavia impedito a 122 donne di morire sotto i colpi inferti dai loro coniugi nel 2015. Una ogni tre giorni.

 Statistica delle violenze sulle donne (2015) – Ministero delle famiglie.


Statistica delle violenze sulle donne (2015) – Ministero delle famiglie.

 

1 L’altro articolo non tradotto: Pauline PELLISSIER, “”Ils nous tuent”: du street art féministe contre les violences conjugales”, Grazia, 2 novembre 2016.