#giornalismodifferente Gelosia, bellezza della vittima e altri inutili dettagli

Più di un anno fa, simbolicamente il 25 Novembre, abbiamo lanciato la campagna #GiornalismoDifferente. Spinte dalla necessità e dall’urgenza di cambiamento abbiamo chiesto a giornaliste e giornalisti di modificare il loro linguaggio, perché, questo, è spesso violento al pari delle vicende di cronaca che intende documentare.
Questo cambiamento non c’è stato, la presa di coscienza non è avvenuta, sulla carta stampata e nei quotidiani online troviamo ancora linguaggi che alimentano la violenza di genere.
Non è il raptus, non è la gelosia, non è la depressione, è un complesso e radicato sistema socio-culturale-economico che determina violenze e femminicidi, sistema che rappresentazioni stereotipate, superficiali, giustificatorie non solo ri-producono ma producono.

Michela Murgia su Repubblica, riguardo ai numerosi episodi di violenza sulle donne avvenuti in questi primi giorni del 2016, scrive:

Ciascuna di queste donne va immaginata con il nome che diamo a noi stesse. A Catania il primo febbraio una è morta per mano del marito, che l’ha strangolata davanti al figlio di 4 anni. Lo stesso giorno a Pozzuoli una di loro, incinta al nono mese, è stata ridotta in fin di vita dal compagno che le ha dato fuoco. Ieri un’altra è morta quasi decapitata dal marito, poi fuggito contromano in autostrada. Fanno scalpore, eppure non sono le prime notizie dell’anno sulla violenza alle donne. Il 2016 era cominciato da appena due giorni quando i carabinieri hanno scoperto a Ragusa una donna segregata in casa dal suo convivente, che da due anni a suon di botte le impediva di andarsene. Lo stesso giorno ad Ancona una donna veniva picchiata da quello che era stato il suo fidanzato, prima che lo lasciasse per le violenze. Il 3 di gennaio una donna di Città di Castello è stata uccisa da suo figlio con dieci coltellate, e il 5 a Torino una’altra è quasi morta per le violenze inflittele dal marito, che l’ha più volte colpita in testa con un bicchiere prima che un vicino chiamasse la polizia. Il 9 gennaio a Firenze una donna è morta strangolata da un uomo che prima c’era andato a letto e poi l’ha uccisa per derubarla. Strangolata è morta anche la donna che il 12 di gennaio è stata trovata nel suo letto, ammazzata dall’uomo che frequentava. Il 15 e il 16 di gennaio due nonne sono stata uccise dai rispettivi nipoti: una è stata massacrata a Mestre con una sega elettrica, l’altra a Sassari con un vaso di cristallo. Il 27 gennaio a Cetraro una donna è stata uccisa per strada dal suo ex cognato, che le dava la colpa della fine del proprio matrimonio. Il 30 gennaio una donna è stata ferita gravemente dal marito, che prima di aggredire lei con un coltello aveva ucciso i loro figli di 8 e 13 anni.

Le donne continuano, purtroppo, ad essere ammazzate e a subire violenza e siamo ancora qui a chiedere un #giornalismodifferente per narrare queste vicende. Siamo arrabbiate, pretendiamo un giornalismo che non rinvigorisca retaggi patriarcali, ancora purtroppo ben presenti, ma si faccia promotore di cambiamento.

Il tentato femminicidio di Carla e le preoccupazioni di Repubblica per la bellezza svanita di una donna che lotta per la vita dopo una violenza estrema.
Per l’edizione napoletana di Repubblica sembra essere l’aspetto più grave della vicenda, quello che merita l’incipit dell’articolo.

bellezza

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Lei lo aveva lasciato e lui era fortemente stressato

leggoLeggo.it descrive il tentato femminicidio di una donna che è stata data alle fiamme dal compagno cercando di far empatizzare il lettore/la lettrice con il carnefice. Quest’ultimo viene descritto come un innamorato tradito, che piange e si dispera. Come se quella donna non lottasse per la vita a causa sua.

pur incintaDopo l’assoluzione del carnefice, Corriere.it, procede con la colpevolizzazione della vittima. Rea di aver lasciato il compagno, cioè di aver operato liberamente una scelta.
Quel “pur incinta” è una meschina violenza, una ulteriore violenza contro questa donna.

stressatoSempre su Repubblica e sempre sulla stessa vicenda

repubblicaNon aveva intenzione di ucciderla, voleva solo sfregiarla. Nel titolo, a caratteri cubitali, quel “troppo bella” –che viene poi ripetuto nell’articolo– quasi colpevolizza la donna, che ricordiamolo sta combattendo per la vita, per il suo aspetto fisico. Sono anni che ci domandiamo l’utilità di romanzare articoli di cronaca, sono anni che ci domandiamo l’utilità di aggiungere dichiarazioni di chi ha compiuto la violenza che tenta di giustificarsi in qualsiasi modo —trovando ampio spazio sulla stampa.

A Brescia un uomo ha sgozzato sua moglie –riempendola di coltellate con una violenza inaudita– e poi si è suicidato. Ecco come Il Fatto Quotidiano e La Stampa riportano la vicenda

depressione

tranquilla“Una coppia tranquilla e molto riservata”. Come al solito dettaglio doppiamente inutile non solo ai fini della cronaca, ma anche perché, parlare della coppia (e non di chi ha usato violenza), esattamente, a cosa serve? E come al solito non poteva mancare la presunta depressione di lui. Questo modo di narrare la vicenda non solo non è rispettoso verso la vittima, perché si va a giustificare addossando le responsabilità a questa presunta depressione, ma divulga informazioni fuorvianti e superficiali circa i problemi quali la depressione.

Un altro femminicidio è avvenuto, due giorni fa a Misterbianco, in provincia di Catania. Un uomo ha strangolato la sua ex compagna.

Come al solito su Repubblica troviamo, già dal titolo, modi errati di narrare la vicenda e la violenza sulle donne

repubblica- palermoVale lo stesso per Catania Today

cataniatodayNon poteva mancare l’onnipresente “movente passionale” e quindi la gelosia e infine la gestione del figlio.

E poi, per non farci mancare nulla, ecco Libero che, prendendo spunto dalla assurda sentenza di qualche giorno fa su un uomo di 65 anni che molestava una sua dipendente, lancia questo grottesco sondaggione (immagine presa da qui).

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Più volte abbiamo ribadito che i giornali hanno il compito oneroso non solo di informare ma anche di formare opinioni; quindi, ci chiediamo: perché nel 2016 viene ancora utilizzato un linguaggio tanto arcaico per narrare vicende legate alla violenza sulle donne?

Che utilità puo avere, in concomitanza del 25 novembre o dell’8marzo, che dalle loro pagine vengano pubblicati articoli dai toni apocalittici e sensazionalistici dove si fa riferimento all’emergenza della violenza sulle donne —che ricordiamolo non è un problema emergenziale ma strutturale— se poi non si fa nulla di concreto affinché  avvenga questo cambiamento culturale partendo proprio dal linguaggio?

 

Enrica e Fabiana

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