Foto rubate: reato sessuale, slutshaming e Moleskine

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Qualche settimana fa degli “hacker” hanno rubato foto molto intime di alcune attrici e celebrità, diffondendole poi sulla piattafomra 4Chan. I giornali di tutto il mondo hanno riportato la notizia ( e a volte anche le foto ) parlando del furto come del “più grande scandalo della rete di tutti i tempi“.

Chi le ha rubate avrebbe violato il Cloud delle celebrità attraverso una ( delle tante? ) falle del servizio Apple, bucando con facilità le password.

La più colpita è stata Jennifer Lawrence, attrice premio Oscar, di cui sono state pubblicate in rete circa una sessantina di foto che la ritraggono per lo più nuda, per lo più in pose da Playboy.

L’attrice ed altre delle vittime hanno intentato causa a Google per un risarcimento di 100 milioni di dollari accusando l’azienda di Mountain View di fare profitti su un traffico di immagini che umiliano e danneggiano le donne.

Di recente, proprio Lawrence ha preso la parola sull’accaduto sostenendo

Non è uno scandalo, è un reato sessuale.
 Ogni singola cosa che ho tentato di scrivere mi faceva piangere o arrabbiare. Ho iniziato a scrivere una lettera di scuse, ma non ho nulla di cui dovevo o devo scusarmi.Solo il fatto che qualcuno possa subire violazioni o esser sfruttato per scopi sessuali – e che il primo pensiero che attraversa la mente di qualcuno sia trarne profitto – va oltre la mia comprensione.

 

Di fatti, i media hanno venduto questa storia come un grande scandalo, ma principalmente per le donne la cui privacy, il cui corpo, è stato violato ed esposto in rete. Nessun giornale si è fatto scrupolo di invitare a non cercare le foto online, anzi, quelli scandalistici si sono premurati di darne un’anteprima.

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Queste donne sono prima di tutto delle immagini e come tali possono essere diffuse, anche senza il loro consenso.
Tanto che, a seguito delle dichiarazioni di Lawrence, in molti hanno reagito con tre argomenti principali

– se non vogliono che le loro foto sexy siano diffuse, non se le facesseroslutshaming

– si fanno di continuo foto sexy per giornali e riviste, cosa cambia se qualcuno ha messo in rete queste?

Che in sostanza sono le stesse argomentazioni slutshaming di chi dice

– se non vuoi essere molestata, non ti mettere la minigonna

– se normalmente fai sesso consensuale, cosa ti cambia se ti stupro?

 

Le reazioni delle donne le cui foto sono state rubate poi, non escono molto da questa mentalità.
Nessuna ha rivendicato il diritto di fotografarsi come si vuole, nuda o vestita, ma tutte hanno cercato di giustificarsi sostenendo, come Lawrence, che le foto erano per il loro fidanzato/marito.
Lawrence in particolare ha parlato di una relazione a distanza in cui “il tuo fidanzato o guarda del porno o guarda te“.

Pur contestando la colpevolizzazione delle vittime e sostenendo senza remore la libera autodeterminazione al nudo, al sesso, allo “scandalo”, è rilevante notare come il sistema culturale che oggi incolpa Lawrence e le altre, quello che ha spinto a rubare e condividere le loro foto, è lo stesso che la stessa attrice e collghe spesso alimentano, prestandosi a rappresentazioni oggettivate. Realisticamente, se queste donne rivendicassero il diritto a starsene nude senza usare la giustificazione del “fidanzato lontano” o se nella loro carriera cercassero di cambiare il modo in cui vengono sessualizzate, oggi potrebbero vivere più serenamente uno scandaletto pruriginoso.

Quando il proprio valore è solo in pelle scoperta, le foto private fanno gola.
Sono celebrità, sarebbe successo anche a uomini famosi? No. A loro avrebbero rubato probabilmente le foto delle fidanzate mezze nude, perchè sono le donne a misurare il proprio valore in labbra socchiuse e tette sode. L’identità maschile passa più per il possesso delle suddette labbra.

Il fattore più interesIMG-20141010-WA0008sante comunque è sul concetto di “reato sessuale”, non tanto per quel che riguarda queste celebrità con uffici stampa e avvocati agguerritissimi, ma per le donne comuni.
La notizia ha fatto condividere in rete la storia di molte donne le cui foto sexy, nude, i cui sextape sono stati diffusi in rete da un ex fidanzato, da un marito geloso, da un ex amante arrabbiato. E’ successo a molte più donne di quanto si pensi. Spesso la vita  è rovinata, tra vergogna e colpa, si diventa la puttana del web senza via di salvezza. Ancora di più se si è giovanissime.

E’ successo ad Amanda Todd, una quindicenne canadese, di cui erano state diffuse in rete le foto a seno scoperto scattate per un amico. Si è tolta la vita per non dover sopportare il peso dell’accaduto.
E’ successo a Alyssa Funke, studentessa di chimica: il suo video porno le ha rovinato la reputazione e l’ha portata in depressione. E’ morta anche lei.
E’ successo anche in Italia, a Rovigo, dove una sedicenne si è uccisa per via del video che la ritraeva nuda messo in rete dal suo ex fidanzato.

 

Lo stigma, uccide.
Queste donne famose, hackerate nella loro intimità, hanno perso l’occasione per non giustificarsi.
Per dire con più forza a chi non ha i loro avvocati e uffici stampa di non essere al centro di uno scandalo, ma al centro di un reato sessuale e di non essere colpevolizzate per questo. L’unico riferimento di Lawrence al reato sessuale, si unisce a tutte le giustificazioni che ne vanificano la comunicazione.

Si tratta, in fondo, di Troiofobia.
Quella malattia sociale che fa temere di più le donne spregiudicate del sistema che le sfrutta.

E che fa anche delle pubblicità ispirate a un reato sessuale.
Come è successo con il servizio fotografico di moda Wrong Turn, ispirato ad uno stupro in India.
Come, in questo caso, fa Moleskine, che ci ricorda che le sue agendine sono più sicure di un Cloud mettendo una ragazzotta di spalle, in una posa pornografica appena censurata, che evochi quelle delle attrici violate.

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Un commento su “Foto rubate: reato sessuale, slutshaming e Moleskine

  1. Honoria il said:

    Le donne che vengono offese per essersi scattate delle foto osé, dovrebbero rispondere agli insulti come fece Paolina Borghese a coloro che la rimproverarono per aver posato nuda davanti al Canova. “Beh? La stanza era riscaldata!”

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