DWF, rivista femminista dal ’77 a Educare alle Differenze

Il 19 e 20 settembre saremo tra le realtà che animeranno Educare alle Differenze 2, un percorso di confronto e crescita di rete sulla educazione di genere. Come l’anno scorso, abbiamo dato il via a un ciclo di interviste a chi ci sarà, per conoscerci meglio prima e per rendere l’idea della eterogeneità e contemporaneamente della coerenza delle partecipanti.

Contattiamo quindi la redazione di DWF, storica rivista femminista, che sarà a Roma per Educare alle Differenze 2.
Ci risponde Teresa Di Martino, direttora responsabile di DWF, e con lei parliamo della rivista, ma anche di femminismo, cultura, gap generazionale e consigli di lettura per femministe più o meno giovani.banner-call

NaD: DWF, rivista storica per molte femministe, ma per chi non conoscesse la sua storia vuoi raccontarci brevemente come e quando nasce e come è cresciuta?

Teresa: Dwf ha sempre avuto, fin dall’inizio, un ruolo fortemente radicale, come d’altra parte è il suo pensiero. Nel ’77, quando uscì per la prima volta, era caratterizzata dal fatto di essere una rivista di women’s studies, con una grande attenzione a ciò che accadeva nel mondo. Ma in quegli anni in Italia ben poco si sapeva degli studi di genere e in questo senso Dwf svolse un ruolo anticipatore rispetto a quello che è successo poi nella nostre università.
Nel 1986 la rivista ha cambiato redazione e rotta assumendosi la responsabilità di essere una rivista di politica femminista, dando pensiero e parola a donne che si riconoscevano in un’appartenenza ad un genere politico che faceva delle relazioni tra donne la propria pratica per conoscere e significare il mondo. Va segnalato che dal 1977 ad oggi la rivista è sempre uscita in cartaceo senza soluzione di continuità, nonostante le crisi, i cambi di redazione, le sue trasformazioni editoriali, eccetera…

La redazione di DWF oggi da chi e come si è composta? 

Il gruppo che gestisce la redazione oggi è anch’esso esito di una delle tante ripartenze della rivista. Attualmente siamo in sette: Paola Masi e Patrizia Cacioli, le “storiche”, che fanno parte del gruppo che si formò nell’86; Clelia Catalucci, Roberta Paoletti, Federica Castelli, Viola Lo Moro e io, che siamo entrate in redazione negli ultimi anni, donne più giovani, dai 29 ai 40 anni. Noi siamo arrivate al femminismo attraverso i libri o incontri fortunati, e poi abbiamo scelto di fare del femminismo una pratica politica e di vita.

Qual è l’obiettivo di DWF? Che tipo di contributo vuole dare DWF al dibattito intellettuale oggi?

DWF vuole essere innanzitutto un luogo politico e uno strumento per stare nelle cose, con la forza e il convincimento che ciò che ci accade e ci circonda è o può essere a misura dei nostri corpi, delle donne. Ma anche uno spazio, di pensiero e di pratica, per indagare il presente, per ridefinire il senso di ciò che il femminismo ha fatto e trasmesso al mondo, di ciò che le donne e gli uomini possono restituire di un tale bagaglio culturale e politico, oltre i circuiti che tutte conosciamo. Una sfida che Dwf ha lanciato negli ultimi tempi, anche andando nelle scuole.

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L’impostazione della rivista è molto diversa da quando è nata? E il femminismo di chi anima DWF è differente da quello delle donne che l’hanno fondata nel 1977?

Sicuramente si, sotto vari aspetti. Dal punto di vista di organizzazione dei contenuti oggi la rivista è divisa in tre sezioni: materia, il cuore politico del numero che sviluppa il tema scelto per la pubblicazione; poliedra, dedicata a saggi, approfondimenti, interviste, traduzioni inedite; e selecta, la parte dedicata a libri, spettacoli e incontri. Anche il modo di fare la rivista è differente: oggi alcuni numeri li pensiamo e realizziamo anche con donne e gruppi esterni alla redazione con i quali abbiamo una relazione politica precisa, che prevede non solo il pensare i contenuti della rivista ma anche come diffonderli e sostenerli politicamente. A tal proposito, nell’era dell’editoria on line, Dwf, pur mantenendo il formato cartaceo a cui siamo affezionate e che rispecchia la natura della rivista stessa, si è tenuta al passo con i tempi, con un sito rinnovato e una campagna abbonamenti mirata a conservare le abbonate storiche e ad allargarsi alle nuove generazioni di femministe e non. Anche i temi e il modo in cui vengono affrontati sono cambiati, perché è cambiato il mondo e il femminismo, ma per noi le esperienze – corporee e politiche – e le relazioni rimangono di fondamentale importanza, così come l’interlocuzione con le altre.

Più in generale: il femminismo è tutt’altro che unitario e coeso in questo momento. Una delle fratture principali è con il femminismo storico, una rottura generazionale che è forse alla base di molte contraddizioni. DWF è sopravvissuta dal 1977 a oggi forse trovando anche un modo per conciliare il passaggio generazionale? 

Quello generazione è un  passaggio che abbiamo gestito politicamente e questa è senz’altro una delle pratiche più importanti che ci riguardano. Tre anni fa Patrizia Cacioli mi ha lasciato la direzione della rivista e in redazione abbiamo iniziato un lavoro politico, tuttora in corso, di profonda riflessione e di confronto. Donne diverse, non solo per età anagrafiche ma per condizioni materiali di vita e per modalità differenti di dirsi e essere femminista, hanno dato vita a un conflitto che invece di sfociare in rottura ha portato a rafforzare il progetto politico di Dwf. Il femminismo degli anni ’70 e quello di oggi hanno in comune molto più di quello che sembra. Ce ne siamo accorte durante il lungo e appassionante lavoro che abbiamo fatto per il numero 100 della rivista: abbiamo riletto tutti i fascicoli di Dwf dalla nascita in poi per rintracciare delle strade, dei termini guida e delle direttrici del pensiero della rivista e del femminismo italiano. Abbiamo poi scritto le parole, trovate e ritrovate, su dei grandi fogli di carta da pacchi, uno per ogni periodo (1975-1985, 1986-2000, 2001-oggi), in cui abbiamo suddiviso i numeri della rivista. Un lavoro che ha preso la forma grafica di un albero  – con radici, tronco e foglie – e che ha reso visibile che spesso le parole di lotta degli ultimi anni trovano eco diretta nei primi dieci. Certo cambiano le donne che portano nel mondo quelle parole, cambia la società, cambiano le modalità di lotta, ma la portata di radicalità continua ad essere autentica.

A proposito sempre di differenze generazionali: che letture suggeriresti a una ragazza di 20 anni oggi per avvicinarsi al femminismo?

Sicuramente Virginia Woolf. Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee. Ma in generale, punterei ad esperienze più totali che a semplici letture.

E a una donna di 60 anni, invece, che letture suggeriresti per capire com’è cambiata la lotta femminista?

Dwf! Magari l’ultimo numero dedicato a fumettiste e illustratrici. Ma le suggerirei soprattutto di mettersi in ascolto rispetto a quello che dicono e fanno le donne più giovani.

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Quali sono secondo te le aree culturali in cui è più urgente intervenire per ristabilire una presenza e una narrazione del femminile?

La scuola. Sembra banale, ma è necessario ripartire da lì.

 

E’ per questo che DWF partecipa a Educare alle Differenze?

Dwf ha appoggiato fin da subito il progetto dell’Associazione Scosse, anche grazie ad una relazione politica consolidata con Monica Pasquino che ha lanciato la prima edizione di “Educare alle Differenze” con un pezzo pubblicato sul n. 101 di Dwf. Il tema dell’educazione alle differenze interessa il percorso di DWF già da parecchio tempo, sia per ciò che dicevo prima, per preparare le nuove generazioni di donne e uomini a una società diversa, sia perché consideriamo le parole e la loro trasmissione una grande ricchezza.

 

Che tipo di contributo vorreste dare alla rete che si è creata l’anno scorso? E cosa, invece, sperate di ottenere da questo tipo di esperienza?

L’edizione dell’anno scorso è stata ricca di spunti e ricca di partecipazione: ci aspettiamo anche quest’anno di instaurare relazioni virtuose con le donne e gli uomini che rendono viva l’educazione oggi in Italia, posizionandosi e accogliendo prospettive differenti.

 

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