Donne chieste in sposa e castelli di Cenerentola. Gli stereotipi che fanno girare l’economia.

D Repubblica è il ghetto rosa di Repubblica. Nel ghetto si parla di cose da femmine. Di quelle cose che interessano le donne e disinteressano gli uomini. Per esempio, si parla (poco e male) di lavoro femminile e gender gap (perché mai dovrebbe interessare gli uomini?), ma soprattutto si parla di cose un po’ meno tristi. Tra le sezioni di D Repubblica troviamo infatti “cucina”, “casa”, “benessere”, “famiglia”, “moda”, “beauty”, “amore e sesso”. I primi titoli che appaiono nell’home page di oggi 30/4/14 sono: “Matrimoni &co: cosa indossare ad una cerimonia”, “Supermercato del lusso”, “Incontri di bellezza”. Ci sono inoltre esercizi di pilates da fare a casa (il regno delle donne), consigli su come pulire le sneakers, ricette succulente e video tutorial su come truccarsi.

Qualche giorno fa, su D Repubblica è apparso un articolo, che per l’importanza del tema trattato, ha meritato un bel posto in primo piano anche nella home page di Repubblica.it.

Il titolo dell’articolo è: “Come fare una proposta di matrimonio?”. L’occhiello (il sopratitolo) specifica poi una cosa, che ha attirato la mia intenzione,“consigli per lui”.

L’articolo apre così:

Avete deciso di fare il grande passo: chiederete in sposa la vostra fidanzata. Se pensate di cavarvela con un bel ristorante a lume di candela e un solitario, meglio che vi prendiate un momento per riflettere. Di fronte alla banalità della proposta, il sì non è più così scontato.

La giornalista riporta la notizia di una nuova professione nata in Francia (e non ancora approdata in Italia): lo sceneggiatore di domande di matrimonio.

(…) dal 2006 la sua Apoteo Surprise promette di confezionare, per ognuno, una proposta da sogno, dal successo garantito. «Abbiamo una base di trenta scenari tipo, su cui possiamo effettuare infinite varianti: si va dalla pioggia di petali di rose su un ponte al tramonto, alla limousine diretta al luogo del cuore, a un aereo affittato in esclusiva per sorvolare un paesaggio da sogno», spiega. Difficile stimare un costo preciso: per una consulenza basic si parte da 300 euro, che possono diventare diverse migliaia in base alla spettacolarità della proposta.

Viene in seguito lasciata la parola alla direttrice del sito Lemienozze.it, guarda caso partner di D Repubblica. È un sito dedicato al matrimonio (quindi rivolto solo alle donne), al cui interno vi è il forum “Come ti ha chiesto in sposa”, a detta della direttrice, tra i più frequentati,

segno di un potenziale interesse, per chi volesse tentare di replicare l’esperimento anche da noi. «C’è spazio per proposte nuove e originali, anche all’interno di riti che la maggior parte delle spose vuole mantenere e vivere nella tradizione», spiega ancora Barbara.

Il dibattito si infittisce e una wedding planner spiega che nonostante il romanticismo da fiaba rimanga ancora l’opzione preferita, anche da noi iniziano a vedersi proposte particolari. Si accenna, giusto in due righe (d’altronde Repubblica mica è un giornale conservatore, o no?), al fatto che anche le donne possano fare proposte di matrimonio, per poi passare in rassegna un’ampia carrellata di proposte di matrimonio che uomini pazzi d’amore hanno fatto alle loro donne per prenderle in sposa. Perché si sa, il matrimonio è cosa da donne, ma la proposta è maschia. E allora, ecco la storia di Marco, Giuseppe, Andrea, Luca, Luca 2.

L’articolo finisce poi splendidamente.

Tutte, oltre al sì, non hanno detto molto. Anche A. che si è vista portare al castello di Neuchwanstein, quello che Disney ha usato come come modello per Cenerentola. E lì, tra i giardini, lui si è inginocchiato porgendole la scatolina tanto attesa. «Piangevo così tanto che non riuscivo nemmeno a parlare». Ed è qui che torna in gioco lo sceneggiatore: «Tra pianti e singhiozzi, spesso le future spose non si godono in pieno il momento. Ecco perché vale la pena di renderlo davvero spettacolare».

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Nei ghetti rosa si parla alle donne di cose da donne e non si mettono in discussione i ruoli di genere. L’articolo ci tiene infatti a precisarlo immediatamente. Consigli per lui. Attenzione: anche se l’argomento è “da donne”, questa volta è indirizzato agli uomini, perché sono loro che chiedono le donne in sposa, le quali, notoriamente, vivono nell’attesa perenne di accasarsi, attendendo pazientemente l’iniziativa dal loro uomo.

Mi ha sempre inquietato la retorica delle proposte matrimoniali. Ricordo che da ragazzina ero terrorizzata dalla mitologia del fidanzamento. Le donne erano rappresentate come docili creature passive, in attesa della decisione dell’uomo. Il momento della proposta di matrimonio poi era così carico di aspettative, accompagnato da pianti e singhiozzi, che lo vedevo come sacro, intoccabile. Sembrava sempre che la donna fosse sorpresa e meravigliata. Come se si fosse trattato di un dono, assolutamente inaspettato e finalmente piovuto dal cielo. Nessun accordo prima, eppure tutte accettavano subito e con gioia. Pensavo: ma se io non volessi? come potrei dire di no in un momento così solenne? Sarei sprofondata dalla vergogna e mi sarei sentita in colpa.

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Lo stereotipo della proposta di matrimonio è rimasto, seppur con qualche variante, ancora inalterato, come ha dimostrato bene l’articolo di Repubblica.it.

Un tempo l’uomo chiedeva la mano della futura sposa al padre della donna, come in una sorta di passaggio di proprietà. Oggi non è più così, ma buona parte degli stereotipi sono rimasti. L’uomo è la parte attiva, la donna la parte passiva. Anche il linguaggio lo conferma: “come ti ha chiesto in sposa”. Un linguaggio in cui non c’è reciprocità, bensì subalternità di una parte rispetto all’altra. Si da per scontato che la donna sia sempre disponibile ad “essere sposata”.

L’articolo descrive le donne come viziate che non si accontentano, che vogliono essere stupite dal romanticismo e dalla grandiosità della proposta (se pensate di cavarvela con un bel ristorante a lume di candela e un solitario, meglio che vi prendiate un momento per riflettere. Di fronte alla banalità della proposta, il sì non è più così scontato.). E quando ciò avviene, balbettano un sì per poi ammutolire (Tutte, oltre al sì, non hanno detto molto) o tuttalpiù scoppiano a piangere a dirotto se vengono portate nel castello di Cenerentola.

Eppure ci saranno casi in cui non vi sono formali proposte di matrimonio, in cui una coppia semplicemente sceglie di comune accordo di sposarsi, senza inginocchiamenti di turno, flash mob, cartelloni e castelli di Cenerentola. Ci saranno anche casi in cui le donne fanno la loro proposta agli uomini. Eppure la rappresentazione che ancora oggi impera è quella donna passiva, da sposare, tra sorprese e pianti a singhiozzo.

D’altronde questi stereotipi sono redditizi. Creano desideri e bisogni da soddisfare. Alimentano un mercato vasto, quello del matrimonio, che per sopravvivere al calo delle unioni, ha un disperato bisogno di immaginari stereotipati e consumisti.

Secondo i dati ISTAT ci si sposa sempre meno: 230.613 matrimoni nel 2009; 216.000 nel 2010; 208.702 nel 2011 e 207,138 nel 2012.

Ciononostante, l’immaginario matrimoniale sembra essere in forma: manuali sul matrimonio, riviste specializzate, nuovi professionisti di settore (wedding planner, floral designer, speech maker, il nuovo sceneggiatore di domande matrimoniali, etc.), programmi televisivi (Abito da sposa cercasi, Matrimonio all’italiana, Wedding night) siti internet ad hoc (oggisposa.it, matrimonio.it, lemienozze.it – il partner di D Repubblica citato proprio in questo articolo (che coincidenza!) – e tanti, tanti altri). Leggo (dal libro “Di mamma ce n’è più d’una” di Loredana Lipperini) che nei primi mesi del 2011 l’industria del matrimonio in Italia registra un +2% rispetto al primo tremestre del 2010, con oltre 157.000 imprese attive. I wedding planners sono aumentati del 75% negli ultimi 5 anni  e, secondo una rilevazione del Sistema Moda Italia, nel 2010 il fatturato del settore vestiti da sposa è cresciuto del 2% e le esportazioni sono aumentate di oltre il 7%.

Secondo Adoc e Federconsumatori, per sposarsi si spendono, di media, almeno 30.000 euro (ma si può arrivare a molto di più.) Stando a una ricerca di Confesercenti Eurispes, uno dei motivi per cui ci si indebita e si ricorre all’usura è il matrimonio dei figli. Per un rito nuziale il debito medio che viene contratto è attorno ai 16.000 euro, con punte più alte (fino a 25.000 euro) nelle regioni del Sud.

Ed è proprio questo immaginario stereotipato, costituito anche dal mito del matrimonio quale destino e realizzazione di sé, a cui vengono educate le bambine fin dall’infanzia, che va ad alimentare, in un circolo vizioso, la rigida distinzione dei ruoli di genere, assegnando alle bambine adulte il ruolo della subalternità, della dolce attesa del principe azzurro.

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