Questioni aperte sulla GPA: diamo il via al dibattito

“Lesbiche contro la GPA: nessun regolamento sul corpo delle donne”. Questo il titolo del comunicato pubblicato da Repubblica e firmato da 50 donne, lesbiche, femministe contro la GPA.
Il dibattito intorno alla gestazione per altri si è nuovamente riacceso sia pubblicamente che all’interno del nostro blog, il quale, essendo uno spazio collettivo, ospita diverse voci che dialogano, spesso anche animatamente, tra loro. Abbiamo deciso di riportare alcuni passaggi del nostro dibattito interno e di renderlo pubblico con lo scopo di discutere intorno a un tema sul quale spesso si cotruiscono barricate e ci si arrocca su posizioni di scontro piuttosto che di scambio.
Tutte concordiamo sul fatto che pur essendo il documento firmato da grandi nomi, da alcune studiose e femministe che amiamo, che abbiamo letto, di cui riconosciamo lo spessore intellettuale, presenti diverse ingenuità e una visione altamente mistica della maternità. Visione ricca di retorica e che rischia di mortificare alcuni diritti femminili per i quali ancora si deve combattere, in primo luogo la possibilità di scegliere se interrompere una gravidanza o no. Non solo: le parole usate nel documento, mortificano le famiglie costituitesi tramite adozione o le famiglie “non tradizionali” per altri motivi.
La discussione tra noi è andata poi al di là del documento e si è soffermata in particolare sulla definizione o meno della gpa come prestazione lavorativa, sulla ipocrisia o meno di una denuncia che prende in considerazione alcuni tipi di sfruttamento e altri no, sul possibile danno a terzi, ovvero il/la bambin*, sul divieto/regolamentazione.

Chiara:

La nostra discussione è partita chiedendoci come mai l’opinione pubblica si scandalizzi tanto per uno sfruttamento delle donne come quello che avverrebbe con la gpa e non, ad esempio, per lo sfruttamento del lavoro femminile, come nel caso delle braccianti pagate 27 euro al giorno, per lavorare nelle vigne, 12 o 14 ore, con 40 gradi di temperatura, pagate in nero e molto meno dei colleghi uomini.

Lungi da me qualsiasi tipo di classifica su cosa sia più o meno faticoso, più o meno grave o più o meno “libero”, ho preso in considerazione l’oggetto del contratto, sia nel caso di gpa, sia nel caso del lavoro di bracciante.

A mio parere il paragone non regge: nel contratto di lavoro, sia pure sottopagato e al limite della schiavitù, quello che la donna vende (più o meno libera di scegliere) è il suo lavoro, la sua opera. Che questa si svolga con il suo corpo è innegabile, ma oggetto del contratto NON è il suo corpo. Nel contratto di gpa (anche questa più o meno libera), l’oggetto del contratto è più complesso, poiché consta di due parti: la prima è il corpo della donna, la seconda, la creatura che ella accetta di portare in grembo. Sul* bambin* mi soffermerò meglio dopo. Si può porre il proprio corpo come oggetto di un contratto? Non si tratta, a mio parere, di un “servizio” né di qualcosa di paragonabile. Una persona esiste perché ha un corpo, oltre che un’attività cerebrale e cardiaca. Senza un corpo, noi non saremmo. Va da sé, che “affittando” il suo corpo, la donna si “dà in affitto”. Non possiamo parlare di un servizio che la donna offre, perché , durante una gravidanza, la donna non “fa”. Si presta, come incubatrice e basta. Abbiamo ripetuto fino alla nausea che le donne non sono incubatrici e anche su questa argomentazione si basa il diritto di scegliere se abortire o meno. La gpa stride con questo assunto.

E pur tuttavia, se l’utero è mio e me lo gestisco io, sono anche libera di affittarlo. Questo, però, sarebbe condivisibile, se non ci fosse più la seconda parte del contratto di gpa: il bambino (o la bambina).

E’ condiviso universalmente il principio per cui la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri.

Vendere (in caso di gpa a pagamento) o regalare (in caso di gpa gratuita) un* bambin* è rispettoso di questo principio? Se avevo dei dubbi sul fatto che sia fattibile il vendere se stessi, ancora di più ne ho sul fatto che si possa fare oggetto di scambio commerciale un’altra creatura.

E non perché “i bambini devono stare con la mamma biologica” o per qualche strano, magico legame che si creerebbe in gravidanza tra madre e feto, ma perché fermamente convinta che una persona, né grande né piccola, possa essere “scambiata” senza il suo volere (e forse nemmeno con la sua volontà).

Alcune compagne mi han fatto notare che anche nelle adozioni, vi è uno scambio di denaro, per ottenere il/la minore. Anche in questo caso, il paragone non regge, secondo il mio parere. Un/a orfano/a, è in una situazione diversa: è stato messo al mondo da una coppia che, per motivi diversi, non ha voluto, o potuto crescerlo. Non è stato “ordinato” da nessuno. Nessuno ha scelto una bella mamma-incubatrice da catalogo nella quale farlo crescere. E’ nato e poi, per sfortuna, è rimasto privo di una famiglia. Inoltre, se è vero che è odioso il fatto di sborsare una grande somma di denaro per le adozioni (il ché le rende accessibili a pochi), è vero anche che il denaro non è il corrispettivo di nessun contratto, che è, in un certo senso, una stortura della pratica e non va a pagare nessuna donna-incubatrice. Sicché gpa e adozione sono ontologicamente molto diverse.

In conclusione, per me, l’utero è mio e me lo gestisco io, non esiste sempre sacralità in una gravidanza e posso sempre scegliere di non avere il bambino che porto in grembo, sia attraverso IVG, sia “dandolo in adozione”, ma, poiché la gpa non rispetta il diritto di una persona di essere trattata come tale, e non come un oggetto, restare incinta deliberatamente per dare il bambino o la bambina ad altri, non è più una “mia libertà”, perché cozza inevitabilmente e senza soluzione, contro quella del* bambin*, che non è un oggetto e non può e non deve essere oggetto di scambio. 

E questo anche se sono consapevolissima che sarebbe un bambino o una bambina amatissim*, desideratissim*, che potrebbe essere molto felice, che potrebbe anche non sapere mai di essere stato “commissionato” da quelli che sono, a tutti gli effetti, i suoi genitori. Il fatto che viva bene e che sia felice non cancella il fatto che è nat* perché qualcuno ha affittato una persona, per “prendere poi possesso” di un’altra persona, il/la bambino”/a stesso/a che, da questo fatto, ricava un danno grave. La sua integrità di persona viene intaccata, avendolo trattato come un oggetto o un bene.

Enrica:

Personalmente ritengo che il fatto che esista un appello contro la gpa e non un appello contro lo sfruttamento del lavoro delle donne nei campi o nei servizi di cura non sia un fatto neutro, ma indichi un maggior valore attribuito a quella specifica parte del corpo femminile, alla specifica funzione riproduttiva. Questo è evidente nell’appello delle 50 lesbiche contro la gpa dove la gravidanza è avvolta in una dimensione sacrale e il legame affettivo della gestante con il feto viene dato come un fatto oggettivo, universalmente valido, per tutte. Se spogliassimo la gestazione di questo misticismo rimarrebbe un servizio che, per alcuni aspetti, può essere paragonato a molti lavori di cura svolti prevalentemente da donne, lavori sottopagati, femminilizzati. Penso a quello della “badante” ad esempio per il quale mi pare non sia stato sottoscritto ancora nessun appello.
Sono consapevole del fatto che il discorso sulla gpa non possa essere ridotto a una questione di libera scelta, perché è un discorso che sarebbe valido solo nel caso in cui tutt* fossimo nelle condizioni di compiere scelte libere, ma perché allora non agire sulle condizioni di sfruttamento del lavoro affinchè tutt* possiamo compiere scelte sempre più autodeterminate?
La gpa è una pratica intrinsecamente sbagliata o in alcune condizioni, libere da sfruttamento, può essere una modalità di gestione del proprio corpo, di utilizzo del proprio utero come risorsa, di empowerment, di uso delle tecnologie per mettere in discussione i rapporti etero-riproduttivi? Per le ma seconda.
E non condivido assolutamente il fatto che la gestazione per altri produca come effetto necessario un danno a terzi, ovvero al/alla bambin*. E mi trovo di nuovo a chiedermi dove sia l’appello per i tanti bambini e le tante bambine che quotidianamente muoiono per guerre, malattie, lavoro ecc… Ritrovo la stessa ipocrisia e anche la presunzione di affermare che un/una bambin* nat* con gpa sia necessariamente sofferente.
Non possiamo vietare una pratica perché potenzialmente, forse, un giorno potrebbe soffrirne qualcun*, il danno a terzi deve essere reale. La condizione di un/una bambin* nat* con gpa potrebbe essere simile, dal punto di vista del mancato o parziale legame biologico, a quella di un bambin* adottat* o nat* con fecondazione assistita, dovremmo vietare anche queste pratiche?

miti-gravidanza.600

 

Valentina:

Il mio punto di vista rispetto alla GPA si vuole più critico a partire dalla difficoltà di definizione stessa della pratica: tra le tante voci a favore, c’è spesso confusione, a mio parere, tra quello che a volte è definito un dono e a volte un lavoro. Ora, dono e attività produttiva sono due concetti ontologicamente diversi. Nel momento in cui la GPA viene regolamentata, nonostante l’idea sottostante di dono, l’attività ri-produttiva della donna è monetarizzata, assumendo quindi caratteristiche più simili all’impiego. Il problema è appunto affermare che il corpo riproduttivo può diventare l’equivalente di una fabbrica o un ufficio, cosa su cui sono personalmente in disaccordo. Anche se non mi sognerei mai di mettere in discussione la decisione di quelle donne che si prestano alla GPA, non riesco a immaginare che il corpo, inteso nella sua interezza, possa davvero diventare cantiere per altr*, senza alcun tipo di conseguenza sull’immaginario comune legato alla capacità riproduttiva femminile, già di per sé problematico. L’utero e mio e me lo gestisco io, vero, ma cosa accade nel caso in cui quell’utero lo “presto” ad altri, per 9 mesi? Se, per esempio, volessi abortire o, al contrario, mi si imponesse di abortire per questioni di salute del feto? Qua la questione dell’autodeterminazione si complica perché implica il coinvolgimento di altri attori nel meccanismo: i genitori legali/clienti.

Un’altra questione che la GPA pone è direttamente correlata all’idea di diritto: mi sembra che ci sia stato uno slittamento di senso sul diritto del bambino ad avere una famiglia, sancito dalle carte internazionali. Oggi, pare che il desiderio di genitorialità voglia trasformarsi esso stesso in diritto: ma possiamo veramente affermare che le persone hanno diritto ad avere dei figli? Questo senza mettere in discussione le frustazioni legate all’infertilità, o l’amore che queste famiglie possono portare ai bambini nati da GPA. Come Chiara, anch’io considero l’adozione una pratica decisamente diversa dalla GPA, nelle modalità e negli intenti, rispetto a quella voglia di avere un bambino che appartenga alla coppia (per dono di spermatozoi o ovociti) che mi sembra specifico della prima. Dopodiché, il sistema di adozioni è stato sicuramente denaturato e le difficoltà che incontrano gli aspiranti adottanti, anche rispetto all’elargizione di somme di denaro a associazioni e enti, sono cosa nota. Ma il principo è diverso: l’adozione non implica la commissione di un bambino a una gestante, con l’eventuale scelta di donatore di sperma o donatrice di ovociti: perché di solito la gestante non è la madre biologica del nascituro, ma, appunto, l’utero che gli permette di crescere e nutrirsi. Senza voler rinforzare una visione sacralizzata della maternità, ritengo che tutto il processo tenda a favorire una depossedimento graduale del corpo femminile, poiché innesca per conto d’altri dei meccanismi biologici molto potenti, scomponendo però le fasi del processo riproduttivo e limitando quindi il margine di libertà della gestante. E se quest’ultima volesse tenere il bambino una volta nato, come la legge lo rende possibile nei casi di adozione? Sarebbe una situazione ostica perché, legalmente, la gestante non è la madre biologica anche se lo ha cresciuto e partorito.

Infine, è vero che lo sfruttamento di certe categorie di lavoratori e lavoratrici non ha nulla di dignitoso, ma non sono sicura che le cose siano comparabili. La mia paura (disillusione? cinismo al cubo?) è che, al contrario, non si finisca per favorire quel gigantesco mercato nero di carne e manodopera a bassissimo costo. Non dimentichiamoci le reti mafiose internazionali che navigano dietro ai raccoglitori di pomodori, o alle prostitute nigeriane o ancora ai traffici sui minori. Per la semplice idea che, in un mondo ultraliberale che tende a monetarizzare e abbassare i costi di qualsiasi tipo di prestazione, la GPA si presta molto volentieri, in certe aree del mondo, allo sfruttamento dei corpi e alla riproduzione di ineguaglianze sociali profonde già esistenti.

 

Alessia:

Ci sono varie concause sociali per cui sul finire degli anni 70 si è arrivati alla promulgazione di una normativa che regolarizzasse l’aborto (e attenzione, perché questo è molto diverso da dire che lo garantiva), ma sicuramente l’unico motivo parlamentare e governativo che spinse molti a mediare sulla loro posizione, a prescindere dal credo dogmatico, fu per la diffusa consapevolezza che vietare apoditticamente qualcosa legislativamente, negli anni di grande disaffezione all’ordinamento giuridico che stiamo vivendo dagli anni 70 in poi, non significhi educare le moralità degli individui, ma assecondarne implicitamente una cogenza illegale già in uso.
Che si fosse sempre praticato l’aborto clandestinamente, era il problema che andava arginato con una sussunzione della fattispecie nei gangli giuridici, cosicché fosse possibile tutelare poi, il vero soggetto giuridico da tutelare in questa questione, la donna.
Furono anni di sperimentazione, e di lotta, per ribadire che il corpo della donna non è un corpo di stato. E’ il suo corpo.
Non credo che i tempi siano molto cambiati: siamo sempre davanti alla ricerca della disarticolazione da retoriche giuridiche maschiliste, verso l’autodeterminazione consapevole, anche di cose che possono moralmente offenderci, indignarci o lasciarci perplessi. Al netto delle questioni morali, i “no” pregiudiziali, pregiudiziosi e presuntuosi non mi hanno mai trovato concorde. Trovo quel documento e le opinioni professate il solito tentativo di voler eteronormare altre donne che in quanto tali non sarebbero in grado di formare la loro opinione politica, da sole, perchè avrebbero bisogno delle solite paternaliste politiche a difesa della loro capacità, che evidentemente non è abbastanza per loro, di capire ciò che vogliono fare. Un po’ troppo pretenzioso.
Ecco insomma, ci ricordiamo tutte del più potente motto femminista “l’utero è mio e lo gestisco io”. Cos’è cambiato adesso? E’ nostro solo quando ci fa comodo, ma poi quando si parla di questioni morali più complesse, dobbiamo decidere noi per le altre? Si chiama ipocrisia moralista.
Tante critiche alla gpa vertono sulla libertà di una donna di decidere di portare avanti la gravidanza per qualcun altro. E definire questa scelta sempre e solo come una violazione, una forma di schiavitù è un errore grossolano.
Ciò che reputo, ancora più ottuso di tutta questa campagna, è difendere chi non l’ha chiesto, da un male che non è percepito come un male. Attenzione: non perché non ci siano gravi e profonde critiche da muovere verso quale tipo di legalizzazione dare alla gpa (n.b.: ancora tutto da discutere, eppure pare già premonizzato da grandi medium), ma perchè qui parliamo di una grave e palese mancanza di argomentazioni che non siano dense di teoria fantasy e poco dense di praticità giuridica e sociale. Insomma il fenomeno c’è, è voluto e sentito da più parti, e continuerà a verificarsi. Cosa facciamo? Facciamo finta che non esista? Trovo più onesto aprire un tavolo di dibattito sull’abbandono di questo fenomeno dall’illegalità, che in questo caso è sinonimo di forte pericolosità e vaghezza di diritti e tutele.
Infine trovo ripugnanti le aggettivazioni sovente disposte, come “innaturalità” “utero in affitto” “gpa che non rispetta la persona” “bambini che si vendono” etc, come il tripudio della moralizzante abnegazione di ciò che si presenta come sociale e come volere. Dalla serie, o come dico io, o ti dipingo come un mostro.
Non sono mostri, sono persone la cui indagine morale sui perchè e i per come è rimessa solo a loro stesse, e l’unico campo che ci vede interpellate è trovare un modo affinchè non siano abusate, sfruttate, o costrette.
Mi sembra un po’ poco la giustificazione: ma nel paese X vengono costrette, perché nel paese Y c’è anche un welfare e una ricerca in grado di garantire le migliori condizioni di genitorialità, questo non vuol dire che per formula commutativa, ci saranno entrambe le cose anche in Italia. Non penso che la tutela della parte ritenuta dogmaticamente fragile, debba valer meno del parere di chi riteniamo o meno tale.
Sono favorevole alla normazione della maternità surrogata, a patto che si accerti preliminarmente che non sia una qualunque forma di schiavitù 
(ma bisogna anche valutare il caso di specie, perché non vedo nulla di male in chi, in una fascia reddituale semi bassa, decida di prestare il suo consenso informato nel tenere in grembo un bambino per qualcun altro.) Cosa che con estrema regolarità, informazione e formazione e con approfondito bagaglio di diritti avviene già in alcuni stati federali degli Usa. 
Infine la mia critica sul lavoro: da quando una donna che muore senza diritti e dignità per aver lavorato 16 ore sotto il sole cocente, per cogliere pomodori, a meno di due euro all’ora (se va bene), ci indigna meno di un contratto (che solo di questo si tratta) di compravendita di una mia prestazione (che solo di questo si tratta), equamente e dignitosamente retribuito, garantito e regolarizzato?
Dove sono le 50 femministe quando devono difendere chi soffre, è abusato, è umiliato e poi ucciso nelle piantagioni del sud Italia? Se non si parla di utero, non ci tange? 
Quando raccoglieremo 50 (magari mila) firme per mantenere in vita chi lavora, e non limitare in vita, chi vorrebbe donarne un’altra?
Guardando indietro nei processi di rivoluzione storica, mi sembra di percepire sempre un grande distacco di ciò che, a torto o ragione, la società chiedeva e le normazioni di pochi eletti elargivano. Poi, sempre con occhio storico, quando siamo in grado di cogliere le elargizioni concesse, nessuna drammatica rivoluzione statistica è accaduta sulle donne che per esempio, hanno scelto abortire (anzi c’è stato un ritorno boomerang di proibizionisti e assenteisti, perchè, per favore, non accetto di chiamarli obiettori, memore della originaria e alia ratio dell’obiezione di coscienza). O sulle recenti unioni civili dalle quali non è derivata nessuna orda di coppie omosessuali che hanno disintegrato il concetto di famiglia patriarcale, come i moralisti di quell’epoca demonizzavano.
Abbiamo solo riconosciuto esistenza ontologica a minoranze, già ultra incasellate in gineprai giuridici, che non porteranno alla diffusione di “costumi barbari”, ma di diritti civili, diritti per tutti, diritti sopratutto di esistere nel nostro ordinamento e di riemergere dall’ombra dell’illegalità.

Un pensiero su “Questioni aperte sulla GPA: diamo il via al dibattito

  1. Grazie per questo scambio pacato e civile di opinioni, al quale vorrei contribuire con la mia.
    Anzi, più che un’opinione vorrei suggerire un ulteriore spunto di riflessione: la retorica del “viaggio d’amore” che sostiene la motivazione delle donne che liberamente scelgono di donarsi diventando madri surrogate. Una lettura che a me ha impressionato molto, e chi mi ha portato a fare alcuni collegamenti: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2016/03/07/di-surrogacy-amore-e-sacrificio/

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