Dall’inferno si ritorna

cop-low-dall-inferno-si-ritorna-2PLPVSLHPer la lungimiranza delle donne, il Ruanda oggi ha di nuovo i suoi tramonti senza sangue e la sua gente vive per ricostruire. Come un popolo solo.

La protagonista di questo libro, Bibi, era solo una bambina di 5 anni in quei terribili 101 giorni in cui in Ruanda, nel 1994, furono uccise, nell’ultimo genocidio del XX secolo, un milione di persone.

Bibi è una piccola tutsi e vive come molte altre bambine della sua età, con la mamma, la zia e il fratellino (dopo che il padre è morto in Uganda e dopo aver perso il nonno, narratore eccezionale), quando, il 13 aprile del 1994 alcuni giovanissimi hutu sfondano la porta di casa e distruggono la sua famiglia, a colpi di proiettile e violentando la zia sotto gli occhi della bambina.

Per lei, unica sopravvissuta a quel massacro, inizia un periodo difficilissimo di viaggio all’inferno.

“Coraggio”, “verità”, “resilienza” sono i compagni di viaggio di Bibi, prima in fuga dal Ruanda e poi dallo Zaire per tornare nel suo paese, accolta ed aiutata, di volta in volta da persone rimaste “umane” in tutto quel dolore.

Bibi affronta con coraggio i pericoli dell’essere una tutsi in quei giorni, il dolore per le sue ferite e per la perdita devastante dei suoi affetti. Con coraggio si affida a sconosciuti “buoni” che incontra nel suo cammino e con il medesimo coraggio se ne distacca quando, per un motivo o per l’altro, la allontanano.

La verità del genocidio in Ruanda, negli occhi e nella storia di una bambina di 5 anni è cruda e semplice. I “cattivi” non sono tutti da una parte, tra i “cattivi” vi sono alcuni “buoni” e tra i “buoni” qualcuno diventa “cattivo”. Bibi li osserva e con la sua semplicità di bambina ce li mostra. Ed è sempre l’amore per la verità che aiuterà la piccola a stare meglio, quando riesce a confessare ad uno dei suoi “angeli” che lei è una tutsi e a raccontare la sua terribile storia. Tramite l’affermazione della sua vera identità, Bibi riporta al centro del suo cuore la sua vera famiglia, della quale sente la mancanza e che, adesso, una volta riportata alla luce, almeno può sentire vicina nei racconti.

La verità sta nelle domande così innocenti e semplici che la bambina si pone, nella sua fede “pulita” e ingenua, candida di cui è portatrice, nelle sue riflessioni su Dio che lascia il Ruanda per andare in Zaire e poi torna in Ruanda, sugli angeli che la sua mamma le manda dal cielo, come l’amico zairese Gerard.

Bibi ci racconta degli stupri etnici, degli orfani figli delle violenze, delle ferite nel corpo e nell’anima che si portano le donne e le bambine che hanno subito questa violenza ed a loro è dedicata la frase che ho scelto di riportare nell’incipit.

a quel tempo lo stupro come arma di guerra non era un reato. Una donna su tre, anche se bambina, lo aveva subito

Ma la dote più straordinaria di questa bambina è la sua capacità di adattarsi con successo alle circostanze più dure e difficili della sua vita, riuscendo a superare traumi e dolori, separazioni e tragedie nonostante tutto. Bibi passa dalla vera famiglia (della quale deve portare il peso del massacro nel cuore) ad altre tre “finte famiglie”, di cui due sono hutu, ai cui membri si affeziona e da cui è costretta a separarsi vivendo ogni volta ancora il trauma e la delusione dell’abbandono.

Non sopportavo più la mancanza di una routine, di una certezza familiare, di una quotidianità che mi coccolasse. Avrei desiderato in fondo, quello che un bambino normale odia: la noia, i rimbrotti della mamma, la scuola. (…)

Avevo solo voglia di essere una bambina. Lo rivendicavo a me stessa, solo a me stessa.

Bibi resiste a tre operazioni chirurgiche, all’orfanotrofio, nel quale si sente rifiutata perché ormai grandicella e perché il suo braccio ferito la rende poco “attraente” agli occhi degli occidentali che si interessano ai piccoli orfani ruandesi e li sostengono a distanza o li adottano.

Resiste e si adatta anche alle bugie che è costretta a raccontare, compresa quella di essere figlia di uno dei terribili colonnelli hutu, la cui moglie, la coraggiosissima Mama Lucy, si prende cura di lei.

La sua resilienza straordinaria si disvela ancora una volta quando leggiamo che, proprio una delle circostanze che la gravano di più, il braccio, diventa il “motore” del suo futuro, visto che Bibi decide di studiare medicina proprio per via delle sue ferite ed è, oggi, una splendida studente in medicina, a Roma, grazie ad una donna che, alla fine, decide di sostenerla a distanza.

Il racconto è scritto dalla giornalista Christiana Ruggeri e ci porta nel cuore di una bambina vitale, coraggiosa, intelligente, limpida e curiosa, ingenua. Una storia ricca di ricordi e rimpianti legati alla mamma, al nonno e alla grandiosa natura che lui la guidava a conoscere, nel paese dalle colline di smeraldo, il suo Ruanda.

Con uno stile molto semplice, a volte fin troppo piano, il libro si legge tutto di seguito, raccontando orrori e dolore, ma anche speranza e amore. 

Quello che forse manca al libro è un approccio viscerale, probabilmente anche per la formazione di Ruggeri la narrazione ha forma giornalistica più che da romanzo contemporaneo, ma la storia raccontata e soprattutto la voce di Bibi sono capaci di parlare a tutti e di rispolverare nella memoria collettiva gli eventi della guerra in Ruanda, ormai seppelliti sotto anni di oblio e trattazioni distratte.

Ecco le parole della stessa Bibi:

Dall’inferno si ritorna. Eccome. Ma a farlo sono in pochi e se ne stanno zitti. Non lo raccontano, hanno quasi paura a essere felici. A gridare al mondo e a se stessi “ce l’ho fatta!”, “sono tornato”. Trovano conforto nel silenzio. Li chiamano sopravvissuti, miracolati, fortunati. Ma sbagliano in tutti e tre i casi. Chi ritorna è un vincitore, perché ci ha creduto, perché quando tutto intorno era nero, ha saputo trovare la luce. Ha scommesso sulla vita, quando la davano per spacciata. Ha barato con la morte e ha vinto. Chi è tornato dall’inferno è nato un’altra volta e non lo ferma più nessuno. È come se l’anima avesse portato con sé un’armatura invisibile. Chi è tornato è bianco, nero, giallo, adulto e bambino, maschio e femmina, non conosce frontiere e non ha nazionalità. I vincitori hanno in comune il signi†cato della vittoria: la sopravvivenza. Chi è tornato dall’inferno ha il dovere di raccontarlo, per gratitudine e perché la sua esperienza può aiutare chiunque: in ogni luogo, spazio e tempo. Il premio di vincere la morte non cade mai in prescrizione e contagia in energia vitale chi sta per essere inghiottito dal buio. Per questo ricordare è tutto. Io sono una di loro. E questa è la mia storia

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