Comunicare l’antisessismo agli uomini. Un post di Lorenzo Gasparrini.

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un post di Lorenzo Gasparrini

Lorenzo nasce 1972 e da allora cerca di vivere nella maniera migliore possibile.
Per far questo è diventato un attivista antisessista.
Qui ci sono tutte le cose che si diverte a fare sul web
lorenzogasparrini.noblogs.org

 

Comunicare l’ antisessismo significa letteralmente, per la maggior parte degli uomini, comunicare loro un altro modo di vivere.

Significa parlare soprattutto agli uomini di un mondo che smentisce sistematicamente tutte le loro certezze. Perché riconoscere il sessismo, cioè essere sensibili all’ antisessismo, significa riconoscere che ciò che per gli uomini viene sentito normalmente come libertà è invece una costrizione, ciò che viene creduto piacere è invece sofferenza, quello che viene indicato come coerenza e “valori” sono invece ipocrisie e falsità. Questa sensibilità diversa e alternativa va trasmessa con le stesse parole con le quali il patriarcato trasmette e propaganda la sua: non ci si può inventare una lingua incomprensibile per parlare di antisessismo.

Il potere – la moneta di scambio del patriarcato – si è da tempo parcellizzato in mille micropoteri che assecondano il desiderio di potere di ogni uomo, in ogni aspetto della sua vita. Una Bastiglia non è più possibile, perché non c’è più un Luigi XVI che racchiude in sé tutto il potere. Se una rivoluzione è possibile, sarà fatta uomo per uomo, giorno per giorno, parola per parola. Ce n’è per tutti.

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Le parole per farla ci sono già; in questo l’antisessismo maschile è fortunato.
Si può attingere a un enorme lavoro già fatto dai femminismi che da decine e decine di anni elaborano, spiegano, sperimentano, fanno esperienza di un sentire alternativo al machismo, di una politica alternativa a quella fallocentrica, di abitudini e relazioni non maschiliste. Certo, questo depisito di conoscenze e di esperienze non è immediatamente utilizzabile, perché non è fatto per il corpo e il linguaggio dell’uomo. L’uomo non deve resistere al patriarcato: deve abbandonarlo.

Sta all’uomo trovare il modo di assimilare tutto ciò nel suo modo non sessista.

Le difficoltà sono enormi, e proprio cominciando dal linguaggio e dalla comunicazione. Per un uomo i femminismi sono difficilmente accessibili – come già per chiunque – dato che la loro esistenza e la loro storia è soffocata da ogni tipo di luogo comune e stereotipo atto a impedirne la conoscenza diretta. In più, questo stigma sociale su di loro è amplificato da media e linguaggi a loro volta ipocriti e ignoranti che amplificano la forza e la quantità dei messaggi demistificanti o disturbanti riguardo i femminismi, l’antisessismo, gli studi di genere.

C’è tutta la forza di una cultura patriarcale in moto perenne per impedire che un numero quantitativamente rilevante di uomini si renda conto del giogo che li tiene prigionieri, e che assume ai loro occhi, da quando sono nati, tanti nomi di “qualità”: virilità, potere, capacità di sedurre, egoismo, prepotenza, forza fisica, insensibilità…
I dispositivi linguistici da usare sono tanti e molto diversi fra loro, perché tanti e molto diversi fra loro sono gli uomini che sperimentano da subito, da appena nati, i vantaggi della fratellanza nel patriarcato. Patriarcato che sa ben differenziarsi, a sua volta, offrendo agli uomini eterosessuali di ogni classe sociale, e desiderosi dei destini più diversi, un modo comune di sostenere la propria esistenza: basarla sullo sfruttamento, l’invisibilità o la soggezione degli altri generi.

jenusLe difficoltà sono enormi, quando ogni giorno c’è una figura di grandissimo impatto mediatico che assesta una tremenda mazzata a un sano e libero rapporto tra i sessi e i generi; per esempio, parlando della normalità di tirare un pugno a chi offende tua madre.

Ogni giorno c’è da rifare, per ogni notizia di cronaca o di politica, il vecchio discorso di dividere la colpa dalla responsabilità: discorso per cui se certo non è mia la colpa di quel femminicidio, dovrei interrogarmi su quale responsabilità ho nel non fare nulla per cambiare il clima culturale nel quale è stato possibile, accettabile, nominabile con l’irresponsabile etichetta di “raptus”.

Il patriarcato è tanto abile nel produrre difese del proprio potere da aver già ben alimentato contro-discorsi disturbanti: il maschio è in crisi, il patriarcato è alla fine, lo si sente cantare dagli anni ’70. Per vedere quanto siano reali queste chiacchiere, è sufficiente visitare un qualsiasi grande negozio di giocattoli. E’ lì che si producono gli attrezzi per i giovani maschi, ed è lì che si vede quanto il sessismo patriarcale prosperi, relegando un già svilente “rosa” a un minimo spazio, a poche tristi possibilità di vita.

Per tutto questo, il mio discorso antisessista è sempre essenzialmente ironico.
Ho il dovere di essere preparato, di conoscere il più possibile, di valutare tutte le sfumature – in opposizione a un maschilismo ignorante, insensibile, banalizzante – ma questo non basta. Il discorso imperante, l’onnipresente parola patriarcale dev’essere continuamente ribaltata, smascherata, smentita, disertata.

Comunicare antisessismo è – per come lo immagino e pratico io – far saltare in aria il dispositivo linguistico patriarcale, per svelarne l’implicita violenza; rigirare il senso, svelare il nascosto, esprimere il non detto senza usare quella stessa violenza. Il machismo dell’autorità paterna, maritale, maschile va smontato, non distrutto. Il gioco politico maschilista, che coinvolge tutti i sessi, va smascherato, non abbattuto.
L’abitudine violenta a comandare, il diritto al consenso, la “naturale” superiorità così tipici del maschio eterosessuale nei confronti degli altri sessi e generi vanno neutralizzati, non cancellati. Il rischio di ripetere la violenza patriarcale in senso contrario è troppo alto, e significherebbe rimettere in circolo quella odiosa prepotenza che si vuole debellare.

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Per la maggior parte degli uomini non ci sono alternative al linguaggio e al mondo patriarcale nel quale sono nati e hanno ottenuto tutto ciò che hanno. Distruggerlo senza consapevolezza, senza lasciarne immaginare un altro, significherebbe solo produrre altri maschi violenti. Si deve rinunciare ai vantaggi del patriarcato per qualcosa di migliore, e non perché un’altra autorità viene a prendere il suo posto.

E questo qualcosa di migliore esiste, e funziona, e si può fare, sia come mondo con gli stessi diritti e le stesse opportunità, l’uguaglianza politica, economica e sociale di tutte e tutti, sia come relazioni umane, intellettuali e sessuali finamente libere da stereotipi, ruoli, maschere e finzioni di potere.

 

8 pensieri su “Comunicare l’antisessismo agli uomini. Un post di Lorenzo Gasparrini.

  1. Salve vorrei contattare il Dottor Gasparrini per un’intervista presso una residenza universitaria a Milano. Potrei avere il Suo contatto?
    Ringrazio anticipatamente

  2. Molti spunti interessanti. Qualche idea nuova, sotto questo cielo che osservo da alcuni mesi e che mi ripropone, quasi quotidianamente, gli stessi stereotipi.
    Una cosa non mi trova d’accordo con il Sig. Gasparrini (e, per quanto mi riguarda, “Signore” è un titolo onorifico molto più elevato di dottore): Se una rivoluzione è possibile, prima ancora che uomo per uomo, dovrà essere fatta bambino per bambino, bambina per bambina, scuola per scuola, oratorio per oratorio.
    Impossibile pensare di cambiare il mondo in un giorno. Ci vogliono anni. Ma le donne e gli uomini di domani saranno le bambine e i bambini di oggi. Che, a quanto mi è permesso di vedere, vengono educati oggi – nella maggior parte delle famiglie e in quasi la totalità delle istituzioni – esattamente come sono stato educato io 30, 40 anni fa; come sono stati educati i miei genitori 60 anni fa.
    E’ questo è che manca in tutti i discori e in quasi tutta l’azione femminista che dal mio piccolo osservatorio posso vedere.
    Sicuramente il mio è un osservatorio ristretto, e nemmeno troppo attento. Ma per quel che ho potuto leggere raramente si parla di educazione di bambine e bambini (che molto prima di quanto ci aspettiamo diventeranno persone adulte). Per quel che ho potuto vedere, anche quelle mamme attiviste che all’interno delle proprie mura sono molto attente a dare un’educazione antisessista alla propria prole, non ho notizia che ad esempio siano andate a reclamare presso le scuole delle loro figlie e dei loro figli l’istituzione di un percorso di educazione di genere; non ho notizia che abbiano ad esempio cercato di istituire, all’interno della cerchia dei genitori di compagne e compagni di classe, gruppi di discussione per stimolare, anche nelle altre famiglie, un’educazione antisessista.
    Perché, se qualcosa si vuole cambiare, occorre farlo a partire dalle bambine e dai bambini.

    • Francesco, il post si intitola “Comunicare l’antisessismo agli uomini” 🙂
      Non si può parlare di tutto in un post – però, diciamocelo, il mio esempio a proposito del negozio di giocattoli è chiaro. L’antisessismo si fa anche a scuola, ci sono tantissimi che hanno progetti in funzione nelle scuole, e anche io ovviamente mi batto affinché questi argomenti entrino laddove – tra l’altro – è molto più facile parlarne perché i ragazzi e i bambini non hanno già troppi pregiudizi.
      Cerca bene, nelle scuole si sta facendo molto. Questo è un esempio: http://www.scosse.org/educare-alle-differenze-20-settembre-2014-roma/

      • Mi permetto di segnalare la mia trama di immagini “Tu cancro Io donna” che si terra’ a Torino dal 29 gennaio al 9 marzo. Come cancer survivor non posso trascurare il fatto che molti uomini hanno bisogno di essere educati a “prendersi cura” delle loro compagne… Sessismo significa che solo il 43% delle donne quando si ammalano hanno i loro compagni come caregiver. Nella mia mostra fotografica cerco di superare questo, racconto la mia esperienza e mi metto a dialogare con chi la visita. Spero di vedervi numerosi. Grazie, Noemi Meneguzzo
        http://www.tucancroiodonna.it

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