Christy Mack e GQ. La satira non ride della vittima, la cronaca (spesso) sì

Da un po’ di giorni a questa parte, sul web, si è scatenata una grossa polemica circa un articolo pubblicato su GQ. Il post parlava della vicenda di Christy Mack, una nota pornostar pestata dal fidanzato– un lottatore professionista di MMA

Il post in questione è questo, reperibile solo qui perché dal sito della nota rivista su cui era stato pubblicato è stato poi rimosso. L’articolo ha attirato tantissime critiche, tra cui quelle di Barbie Xanax, una nota youtuber, che ha spiegato le sue motivazioni.

Tra critiche e polemiche varie, l’accusa che maggiormente è stata rivolta all’autore del post è che il suo articolo fosse offensivo verso la vittima e che, in qualche modo, stesse strizzando l’occhio al fidanzato violento.Il giornale, forse intimorito da tutte quelle email, tweet e messaggi indignati, ha deciso non solo di oscurare il post ma anche di licenziare l’autore.

Da quel momento in poi si sono formate due fazioni: chi appoggia Barbie Xanax e chi invece pensa che l’articolo fosse tutt’altro che offensivo verso la vittima, chi festeggia per il ritiro del post e il licenziamento del blogger chi insulta pesantemente la youtuber perché, a parer loro, è responsabile di tutto ciò.

Partiamo col dire che non condividiamo la richiesta di ritirare o oscurare qualcosa, non vediamo l’utilità di agire in questa maniera, soprattutto in un caso come questo dove presumiamo che l’autore non fosse stato ingaggiato per scrivere favole, racconti per bambini ma per pubblicare dei post dallo stile a metà tra provocatorio e humor nero–ovvero il suo stile, a quanto ci pare di capire.

Il problema non è neanche di chi ha criticato il post, è lecitissimo fare anche questo. Il vero problema è il giornale, un giornale che assume un blogger per il suo stile e che quindi scriva un certo tipo di articoli da pubblicare nei propri spazi per poi licenziarlo perché ha scritto esattamente quello per cui era stato ingaggiato.

Tale atteggiamento, da parte della rivista, ci sembra una trovata piuttosto furba e che poco abbia a che fare con l’essere rammaricati per l’accaduto – anche perché, a dirla tutta, l’unica cosa su cui dispiacersi e arrabbiarsi sono le condizioni in cui Jonathan Koppenhaver ha ridotto la ragazza.

L’articolo di tale Nebo può piacere o meno, il suo stile altrettanto, ma, dal nostro punto di vista, non abbiamo notato né l’intenzione di voler offendere la vittima né di simpatizzare per il violento. Anzi. La scelta di ogni parola ci è sembrata calibrata, pensata per rendere la triste cupezza, a volte ironica, di un mondo di degrado sociale, di un evento drammatico e penoso, ma mai sbeffeggiato in sé.

Non è un articolo di analisi di genere del fatto, non è quello che fa l’autore di quelle righe. Ma non c’è nemmeno il vago tentativo di giustificare in maniera maschilista l’autore del gesto. Né si ride mai della vittima e delle sue ferite. Nè si assume l’atteggiamento giudicante che fa allontanare tante persone da queste tematiche. Eppure basta che un evento tragico come questo sia trattato con leggerezza diversa dal tono solenne che gli si dedica di solito (con esiti e retoriche molto differenti), per creare uno scandalo, per non riuscire ad analizzare fino in fondo gli scarti ironici usati per comunicare.

 

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Quello di Christy Mack è un caso molto serio, che merita di essere analizzato con serietà, ma anche con seria satira. L’articolo pubblicato su GQ, rivista con cui abbiamo davvero poco a cui spartire, non ci è sembrato offensivo o svilente.

Sicuramente qualcuno avrà pensato “se l’è meritato perché faceva la pornostar”, qualcun altro avrò ridacchiato solidale con il fidanzato tradito, ma le prime sono delle persone bigotte e frustrate, e i secondi dei potenziali killer o stupratori.

Tutto il resto del mondo, persone normali, capaci di accettare il lavoro di pornoattrice o di condannare la violenza sulle donne (e non), dal racconto di Nebo avranno solo percepito l’agghiacciante fascinazione di un mondo di persone di plastica.

In merito a questo argomento e al di là di questo episodio, ci viene alla mente quanto spesso ci imbattiamo in questo tipo di polemiche su satira e comicità controversa, e ci appelliamo prima di tutto a Ricky Gervais, notissimo stand up comedian americano e ad altri suoi colleghi.

 

Ospite di un programma radiofonico, Gervais dice queste e altre cose

Che cos’è una battuta sullo stupro? Io non trovo che lo stupro sia divertente.
E’ terribile, è una delle cose peggiori e più orrende ma ci sono così tanti livelli da capire […] se deridi qualcuno che è stato stuprato non si tratta di una battuta. Sei solo orribile e odioso. Io non lo trovo divertente. Ci sono persone che lo troverebbero divertente ma sono solo serial-killer e stupratori.

Le persone stupide trattano le battute sulle cose brutte con lo stesso timore e disgusto con cui le persone intelligenti trattano le effettive cose brutte.

L’umorismo serve proprio a questo, per farci superare le cose brutte.
Se non puoi fare battute sulle cose di merda non c’è alcun motivo di farle sulle cose belle, perché sono già felici e fanno già star bene. E’ come se la risata fosse questo farmaco che cura le cose di merda e mi offrissero un farmaco che cura le cose belle. Quello non lo voglio, voglio qualcosa che curi le cose di merda. La risata è la miglior medicina.
Non mi piacciono certe battute su certe cose perché non riesco a superarle emotivamente

Lo stesso Robin Williams, morto suicida proprio qualche giorno fa, e ricordato da tutti a suon di tweet e citazioni, sulla comicità diceva

Guardo il mondo, vedo quanto possa essere spaventoso, a volte, e comunque cerco di affrontare la paura. La comicità può aiutare ad affrontare la paura, senza paralizzarti ma anche senza dirti che tutto il male sparirà. È come se dicessi: ok, posso scegliere di ridere di questa cosa, e una volta che ci avrò riso sopra avrò cacciato il demone e potrò affrontarla davvero. Questo è quello che cerco di fare quando faccio il comico.

O, ancora, potremmo citare un’altra comica americana, Sarah Silverman (qui qui ) notissima per la sua comicità che “colpisce sotto la cintura

Le persone che mi conoscono sanno che amo le battute sulla cacca, il che è ben diverso dall’amare la cacca. Faccio battute sullo stupro, ma non approvo affatto lo stupro. Queste sfumature sembrano ovvie per voi, ma ci sono persone là fuori che pensano di essere mie fan, che si reputano spiriti affini a me, ma ciò che vogliono è mostrarmi foto della loro cacca o altre cose estremamente disgustose. E va anche peggio (…) [È terribile] quando una persona nel pubblico ride per la cosa sbagliata – la parte brutta della battuta, la parte che dovrebbe essere ironica e ingannevole.

La commedia è proprio questo. Siamo tutti visti in un contesto che riguarda le nostre vite, le nostre esperienze. Alcune cose feriranno la gente, sì. In modi diversi. E non si può per questo continuare a tagliare parti dell’argomento [su cui scherzare] per paura di offendere qualcuno. Si rischia di rimanere senza niente di cui parlare. Bisogna accettare che, qualche volta, possiamo non essere la cosa giusta per alcune persone, così come alcune persone possono non essere la cosa giusta per noi. Viviamo in questa strana società in cui, negli ultimi tempi, se qualcosa non va bene a qualcuno viene bandita. La gente non dice più “Uhm, questo non fa per me”. Dice “Questo non dovrebbe essere per nessuno!”

Certo, la comicità, l’humor nero in particolare, non sono un genere alla portata di tutti, ma quello che ci preme comunicare è che sarebbe utile iniziare a capire che la satira non si prende gioco della vittima o di chi è discriminato ma esattamente l’opposto.

C’è una differenza sostanziale dal ridere di una persona stuprata o aggredita o fare ironia sul contesto in cui questo avviene.

Come spiega Gervais, certe battute non ci piacciono perché non riusciamo a superare emotivamente alcuni argomenti, apprezziamo e ridiamo solo per le battute che non ci toccano, questo anche perché spesso, dentro di noi, tendiamo a fare diventare alcuni argomenti dei veri e propri tabù, talmente tanto che se una persona tenta di parlare di una vicenda che narra una storia di violenza atroce, come quella di Christy Mack, con un approccio diverso dal politically correct o dai titoloni sensazionalisti viene accusata di stare deridendo la vittima.

Di frequente evitiamo anche solo di parlarne di alcuni temi perché ci sembra che qualsiasi parola o modo di affrontare l’argomento ne sminuisca la gravità ed è proprio in casi come questi che la comicità forse diventa l’unico modo per affrontare alcune questioni e per non farsi pietrificare e sopraffare dai lati tragici e negativi della società.

Vale la pena puntare il dito sulla satira – che, ricordiamolo, non ha la presunzione di informare, ma semplicemente di narrare storie con un approccio diverso – quando poi invece i giornali, coloro che informano e formano l’opinione pubblica, la stessa vicenda l’hanno trattata in questa maniera?

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Questo è un articolo di cronaca, e da questo tipo di articoli che dovremmo pretendere un linguaggio diverso, un modo di raccontare la vicenda in maniera un po’ più rispettosa verso la vittima, invece, come possiamo notare, non mancano di certo titoloni e descrizioni sensazionalistiche del tipo “brutalmente aggredita”, “picchiata selvaggiamente” che non rappresentano assolutamente empatia e rispetto verso la vittima visto che l’articolo è stato corredato poi dalla solita gallery con le varie riprese che nulla centravano con la tragica vicenda, con il riferimento continuo al lavoro di lei e, per non farci mancare nulla, con le dichiarazioni del povero fidanzato violento.

Come chi ci segue da tempo sa, il nostro è un blog che analizza, tra le tante cose, anche il modo in cui le notizie di violenza sulle donne vengono divulgate dai media. La vicenda di Christy Mack, ad esempio, ci fa tornare alla memoria la vicenda Pistorius, il campione sudafricano che freddò con quattro colpi di pistola la sua fidanzata Reeva Steenkamp.

Ecco uno esempio di come la cronaca trattò la vicenda

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I giornali, per intere settimane, hanno sciacallato sul tragico epilogo della modella fornendo ai lettori preziosissime e utilissime gallery con la bella morta ammazzata, anzi no, con una delle donne più sexy del mondo–morta ammazzata.

Foto in lingerie, scatti di vita privata, macabri dettagli, continue giustificazioni verso il violento riportando minuziosamente le esternazioni piagnucolose del povero ossessionato innamorato folle di gelosia ferito impazzito pentito e tutti i vari aggettivi che ne seguono per ogni vicenda simile a queste.

I veri danni comunicativi sono quelli creati da chi scrive follie prendendosi sul serio, non da chi scrive cose serie con tono folle. Pensiamo all’articolo di Cubeddu in cui questo povero giornalista in trasferta romana temeva per la moralità delle giovinette che incontrava per via degli shorts sempre più corti, responsabili secondo lui e amiche, dei più terribili atti di violenza carnale. Gli shorts, non uomini maturi che guardano in maniera sensuale ragazzine di 12 o 13 anni. Gli shorts, badate.

Questo è il modo in cui la nostra stampa parla di violenza sulle donne, speculando sui corpi, anche morti, delle donne uccise, perché bellissime.
Oppure sbrodolandoci dettagli morbosi della violenza in sé (e attenzione, se per criticare questo tipo di comunicazione, ci perdiamo negli stessi dettagli, stiamo facendo la stessa trita operazione).

O, sempre più comunemente, elevandosi a ruolo di Catoni Censori e urlando “O tempora! O mores!” per avere la scusa di insistere sui dettagli pruruginosi di bambine in pantaloncini o pseudoinchieste su baby squillo e affini che fanno vendere giornali, quanto i talk show alzano lo share della tv generalista.

Se in tutto questo calderone ci scappa un articolo satirico, cerchiamo di analizzarlo con freddezza e puntualità, di distaccarci, seppure a fatica, da quell’argomento che ci fa più male e cerchiamo di ricercare davvero l’aspetto offensivo o lesivo della nostra dignità dove necessario– e negli articoli di cronaca questo è sicuramente molto più frequente.

Laura & Fabiana

 

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